Articolo precedente
Articolo successivo

Béla Tarr e la dignità del crollo

 

 

di Luigi Menna

Vinicio Capossela ha colto l’esatta frequenza del cosmo di Béla Tarr fin dalle prime righe del suo reportage “Béla Ciao”, pubblicato il 21 febbraio 2026 sulle pagine culturali di Internazionale. Il cimitero di Fiumei út, l’attesa, i due mesi concessi al corpo per decomporsi e sparire prima del rito. Non si tratta di un ritardo burocratico. È l’ultima regia di un creatore che ha speso l’esistenza a filmare l’usura spietata del tempo sulla materia. L’incipit restituisce la temperatura clinica di una famiglia spirituale prima ancora che artistica.

Tarr, László Krasznahorkai e Mihály Víg non hanno mai ceduto alle lusinghe dell’intrattenimento. Hanno eretto un muro contro l’estetica consolatoria della nostra epoca, e lo hanno fatto mentre la narrazione globale accelerava verso il consumo rapido e la superficie. Loro ostinatamente scavavano nel fango. Krasznahorkai, con la prosa ipnotica e spietata che gli è valsa il Nobel nel 2025 come voce del terrore apocalittico, ha tracciato la mappa verbale di questo disfacimento. Víg ha dato corpo al folle in Cristo con le sue melodie circolari, al profeta da osteria che ride in faccia alla rovina di stato: il mozzicone di sigaretta tra le dita e la chitarra randagia. Tarr ha tradotto la loro voce in luce cinerea e piani sequenza interminabili.

All’interno di questa costellazione, l’autore ungherese rappresenta il rifiuto totale del compromesso. Ha costretto la macchina da presa a fissare il difetto fatale dell’Occidente: l’incapacità nevrotica di sopportare il silenzio e la fine. Il suo cinema esige la fatica fisica dello spettatore. Obbliga a guardare la pioggia cadere, la zuppa fredda consumata in silenzio. Obbliga soprattutto a sentire lo sforzo muscolare di camminare controvento sapendo che non c’è nessuna destinazione. È un Viaggio dell’Eroe ribaltato, dove il trionfo non consiste nella conquista della vetta, ma nella stoica resistenza alla forza di gravità.

Vinicio riconosce in Víg la medesima vis artistica, la stessa malattia. I capelli arruffati, la gravità dei gesti lenti. Un teatro ambulante. L’ubriachezza e il fumo denso di Budapest diventano l’unica carne possibile per opporsi all’anestesia asettica del presente. Ma è Tarr a consegnarci l’ultimo monito archetipico, costruito su un’arca visiva che rifiuta ogni speranza posticcia per preservare una lucida disillusione.

L’opera di Tarr non mirava a salvarci ma a restituirci la dignità del crollo, ad addestrarci a restare immobili davanti all’abisso per uscirne, a proiezione finita, meno vili.

Il vizio della narrazione contemporanea resta quello che il suo cinema ha diagnosticato: l’ossessione per la velocità e l’evitamento del trauma, la pretesa che ogni storia debba risolversi senza lasciare lividi. Chi accetta questa diagnosi sa che la risposta non passa dal compromesso estetico. Passa dal rifiuto di rassicurare. Dalla fatica fisica di restare fermi mentre il vento soffia e nessuna destinazione appare.

 

2 Commenti

  1. …non conoscevo questo regista magiaro, ma dalle righe dell’autore di questo articolo, mi ha ricordato un grande regista che amo e che ahimè è morto troppo presto, il polacco Krzysztof Kieslowski.

    • Grazie Pierstefano per la lettura, e mi scuso per il ritardo nella risposta.
      L’accostamento è giusto e mi fa piacere.
      Tarr e Kieślowski condividono un’idea pesante del cinema, l’attenzione al destino, la lentezza come forma di rispetto verso ciò che filmano. Si differenziano sul terreno: Kieślowski lavora sull’enigma morale di un individuo dentro una comunità ancora in piedi, Tarr filma una comunità che sta finendo. Ma vengono dalla stessa famiglia, quella dei registi dell’Est che hanno fatto del peso una scelta etica. Se non lo hai già visto, Sátántangó è il film in cui Tarr porta questa postura alle sue conseguenze estreme.

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Lingue e sposi promessi

di Rosalia Gambatesa
Nel nuovo documento programmatico, nonostante il quasi ventennale passaggio dalle prescrizioni nozionistiche dei vecchi Programmi alla centralità del processo di apprendimento, la prospettiva è ancora quella di una scuola elitaria

Atei non si diventa

di Andrea Carloni
Ma questo non è possibile. Una volta che il codice del sacro è entrato in noi attraverso il linguaggio, rimane come una cicatrice cognitiva. Anche l'ateo più convinto, per farsi trasportare da un bel romanzo, ha bisogno di credervi

Lo zoologo della letteratura

di Luca Zivelonghi
Non basta più dire che cosa fa un prodotto; bisogna raccontare da dove viene, quale ferita nasconde, quale promessa porta con sé, quale mondo rende possibile. Alla letteratura viene chiesto sempre più spesso di presentarsi con una chiarezza che non è propria del mondo letterario

Mettere in scena la depressione: un’intervista con Francesca Astrei

a cura di Daniele Ruini
"A volte il dolore è talmente profondo che perfino l’amore di chi è intorno diventa un ulteriore peso da gestire". Mettere in scena la depressione: un’intervista con Francesca Astrei, autrice e interprete di “Io sono verticale”

Mots-clés__Pianto

di Paola Ivaldi
Il mot-clé di questo mese è: Pianto -- con Gaber, Fiori d'acciaio, Magrelli. "È specialmente nel pianto / che l'anima manifesta / la sua presenza"

Su “All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria” di Micol Meghnagi

di Riccardo Capoferro
"All’ombra della Shoah" non è solo una genealogia della memoria della Shoah; è anche una riflessione sui vicoli ciechi del conflitto tra memorie. Intessendo una conversazione con il lavoro pionieristico di Bashir Bashir e Amos Goldberg, Meghnagi evidenzia...
ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: