(Non) sempre si muore. Gli ultimi giorni di Andrea Pazienza

di Stefano Crescenzi
«Si è bruciato inseguendo quella particolare follia che solo i grandi talenti conoscono, uno spreco di energie e di vita che fatalmente accorcia i tempi dell’esistenza, li dimezza, li azzera». Così Pier Vittorio Tondelli parla di Andrea Pazienza in un articolo scritto poco dopo la morte del fumettista. Poi, retoricamente, si e ci chiede: «A chi appartiene la vita di un artista?».
A un artista morto si perdona quasi tutto, si guarda con l’indulgenza che nasce dalla straordinarietà dell’opera, come se fosse un contrappeso sulla bilancia. Allo stesso tempo si genera una curiosità morbosa, perché dietro ci deve essere qualcosa, un peccato, una tara che restituisca l’equilibrio. Alla mostra su Pazienza al MAXXI (prorogata fino al 18 ottobre) mi è capitato di sentire una coppia che chiedeva con insistenza ad un addetto alla sicurezza: «Ma si drogava, vero?», per poi continuare a borbottare guardando le tavole dell’ultimo periodo, quello di Gli ultimi giorni di Pompeo, «eh, ma la droga… è brutta». Li sentivo ancora mentre ero davanti alla tavola di Campofame scelta per la locandina della mostra; in fondo a quella pagina sono riportati dei versi che finiscono così: «È amara la morte, tesoro? / Non è nulla. / È un silenzio», allora mi sono chiesto se qualsiasi rumore, anche quel borbottio, sia una resistenza alla morte.
La mostra “Andrea Pazienza. Non sempre si muore” prende il titolo da un’intervista del fumettista concessa a Clive Griffiths nel 1988 durante la quale, discutendo dell’aura di cui sono ammantati gli artisti morti giovani – la cui opera appare ancor più sorprendente proprio perché concentrata in un ridotto lasso di tempo – Pazienza risponde: «Non sempre si muore», inconsapevole di quella che a teatro chiameremmo ironia tragica.
Nella stessa intervista Pazienza dichiara l’elemento centrale della sua arte: la necessità di raccontare ciò che del reale lo colpisce, il mondo che attraversa e le sue emozioni, senza nascondere la fragilità. È una volontà che sembra quasi nascere da un malessere fisico che spinge l’autore a parlare perché non potrebbe fare diversamente:
È il fastidio che crea delle cose magari migliori di altre, della normalità. Il desiderio di tirare fuori la testa e dire “no, io cazzo voglio raccontare una cosa che per me se non importante è almeno sentita” cioè che sento e non solo storie di fantasmi, di astronavi o di gente risoluta. Io forse mi parlerò addosso, non credo di piangermi addosso. Però sicuramente fungo un po’ da telecamera, da telescopio rispetto alle storie che faccio.
È questa urgenza di raccontare, che racchiude anche la volontà di arrivare ad un pubblico ampio e non ad una élite, che spinge Andrea a preferire il fumetto alle opere pittoriche e che apre le porte a Le straordinarie avventure di Pentothal in cui emerge tutto il suo talento nel mostrare ciò che sperimenta in prima persona. Tondelli riconosce questa come una delle sue più grandi capacità, ovvero di rappresentare, con la sua opera ma anche nell’essere Andrea Pazienza, «destino, astrazioni, follia, genialità, miseria, disperazione» della sua generazione.
La rappresentazione del mondo avviene attraverso un linguaggio estremamente ricco e aperto a sperimentazioni che tiene insieme cultura accademica e popolare. Lo stile, ma anche il pensiero di Pazienza, si concretizzano nella prima tavola di Gli ultimi giorni di Pompeo, quasi interamente occupata da un brano critico di Alessandro Serpieri su The Waste Land di T.S. Eliot, in cui lo studioso afferma che «Il moderno artista mitopoietico celebra, senza alcuna illusione finalistica, l’infinità dell’uomo in quanto infinita possibilità di nominazione del mondo»; in fondo alla pagina c’è Pompeo che legge e infrange la serietà accademica semplicemente mormorando «bastardo», ironico ribaltamento che non sottintende una distanza di posizione. Il linguaggio che Pazienza crea, di cui fanno parte anche le immagini, è una modalità di comunicazione che permette di rappresentare e rendere comprensibile il reale filtrato dal proprio sguardo, costruendo un ponte tra l’artista e il pubblico.
Il legame tra autore e lettore è reso più stretto dall’assenza di una gerarchia tra i due, dal rifiuto di una posizione privilegiata. Il personaggio di Pompeo, come Pazienza, è un’artista che riconosce di aver dovuto rinunciare al suo credersi speciale. Nel fumetto la riflessione è accolta con risentimento verso sé stesso: «do’ relazione alle merde, permetto a chiunque di importunarmi, basta che abbia la roba… e un tempo, ero così schizzinoso»; nella postilla finale, invece, in cui a parlare è Andrea e non il suo alter ego, il tono è quello di una presa di coscienza serena rispetto a dei sogni già sepolti. Dice, infatti, che negli anni di attività da fumettista ha «scoperto diverse cosucce. Intanto, di non essere un genio. Perché sì, lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi».
Allo stesso tempo Pompeo rivendica la sua distanza dalla normalità borghese, i cui personaggi immersi nella routine sono «mutuati della felicità», incapaci di vivere con la forte intensità di chi accetta senza riserve anche il dolore. Prima di giungere al momento della dose che rende tutto bello, e dunque alla resurrezione, è necessario toccare il fondo: «Vivo sulla lama, mi com/muovo nei bassifondi, parlo coi ricercati dallo stato, brigo, mi procuro e dilapido milioni, poi rischio, mi struggo, mi umilio, mi arrendo». Pompeo è immagine concreta di una posizione che non ammette compromessi e che Pazienza riconosce fondamentale per un artista.
Proseguendo nell’intervista, infatti, il fumettista ribadisce la natura profondamente personale della sua arte che trova la sua genesi nella dolorosa ma sincera introspezione: «Io non sopporto la maniera, lo stile, l’affrancarsi a qualcosa che può funzionare, ragionare secondo la logica. […] Se non ride l’autore, se l’autore non piange, non piangerà neanche il lettore, mai credo. Ma questo è sempre così. È difficile sentire le cose e poi è un gioco al massacro, però è l’unico che io riesca a portare avanti nel tempo». L’artista per dare vita alla sua arte, per far sì che si stabilisca una comunicazione reale con il pubblico, deve provare su di sé e lasciarsi attraversare da ciò che vuole trasmettere. È necessario, secondo Pazienza, correre il rischio, per quanto doloroso, di sentire appieno le cose, per dare vita ad opere pienamente oneste.
Nell’ultima pagina di Pompeo il protagonista è mostrato sul punto di suicidarsi, mentre «era lì seduto e pensava, pensava che erano i suoi ultimi pensieri […] sentiva la sua faccia e il vento e la terra». Nel momento più tragico pensa e sente lucidamente, pienamente cosciente del sé, senza che l’effetto delle droghe influisca sulle sue percezioni, e che sia un gioco al massacro lo si capisce perché «si buttò come fosse stato, all’improvviso, spintonato». Non è lui a compiere il gesto, è il dolore generato dal completo attraversare le sensazioni senza proteggersi, esponendosi completamente al rischio, che lo spinge giù.
La narrazione di Pazienza non è rassicurante perché non semplifica e non cerca soluzioni facili, alla statica regolarità preferisce spingersi a tutta velocità verso l’imperfezione, come Pompeo nelle pagine in cui perde il controllo: è al volante e grida «Che l’imperfezione vinca, allora… su tutto e tutti», attorno a lui le onomatopee dei suoni e la sua immagine con un bastone in mano che minaccia vendetta. La tavola successiva sorprende per il contrasto, è principalmente bianca, occupata da un’armatura da samurai – forse lo stesso Pompeo della pagina precedente ricondotto all’ordine – e da una frase: «Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una semplice stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna su un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore». C’è chi mantiene una distanza di sicurezza dall’artista, dalla sua via crucis che è il gioco al massacro, e ritiene sufficiente un riconoscimento superficiale per aver assolto al proprio dovere. Ciò che si aspetta l’autore è che il lettore si soffermi sulle frasi, sulle parole d’amore che sono ciò che di sé l’artista ci consegna.
Nelle prime pagine Pompeo pensa: «La vita è breve, l’uomo è cacciatore e saremo per troppo tempo morti», poi si ferma a riflettere sull’ultimo concetto, suggerendoci un tema fondamentale: la durata della morte rispetto alla finitezza della vita. Pazienza sembra dirci che sempre si muore e che, anche se si può avere controllo sulla propria vita, nessun artista possiede la propria morte, spetta al pubblico decidere cosa fare di quel silenzio. Si può riempire di miliardi di parole d’amore.
