La crosta

di Serena Iaconis
Nel dormiveglia, Silvia si muove tra le lenzuola calde. Uno scatto improvviso la risveglia: si gratta il basso ventre. Inizia a grattare sotto l’ombelico. Mentre lo fa la sua faccia si distende. Le unghiate violente lasciano strisce rosse e pellicine sulla pancia. Ma il prurito non si è ancora sopito. Silvia tocca la zona con i polpastrelli, cercando una puntura d’insetto. La pelle è liscia. Dopo poco inizia a fare pressione con i polpastrelli sull’epidermide per poi passare nuovamente alle unghie che strisciano sul lembo di pelle martoriata.
A lezione Silvia strofina il bordo della camicetta di cotone contro il punto che prude. Il tessuto sfrega continuamente sulla pelle. Senza abbassare lo sguardo, continua a fissare il professore che parla in fondo all’aula. Ogni tanto prende la biro in mano e scrive qualche frase sconnessa sul quaderno, poi porta la penna sull’addome e inizia a sfregare anche con quella.
A lezione il telefono vibra. Sullo schermo, l’app del ciclo: cinque giorni di ritardo.
Poi una frase: “C’è qualcosa che non va?” Faccina triste a fine frase.
Il prurito sotto la stoffa si spegne di colpo. Non sparisce: cambia posto. Si ritira sotto la pelle, nelle viscere degli intestini, senza più forma.
Lo schermo si illumina: “C’è qualcosa che non va?”
Le ovaie tacciono. Nessun dolore familiare. Nessun fastidio viscerale le comprime le membra. Silvia pensa a quando è stata l’ultima mestruazione. Le erano venute nel weekend in montagna. Si era macchiata in treno e non aveva cambi né assorbenti. Nel bagno del treno aveva radunato in colonna un fascio di fazzoletti che aveva riposto sulle mutandine fradice di sangue e aveva fissato i fazzoletti alle mutandine con la carta igienica. Aveva lavato le mani sporche di sangue nel lavello. Senza sapone. Era finito. Era rimasta a guardarsi le mani per tutto il viaggio. Sulle cuticole restava sangue rappreso.
Dopo averci pensato, si guarda le cuticole perfettamente pulite. Nessuna traccia di sangue rappreso. Era passato più di un mese. Aveva ancora i capelli lunghi. Adesso non più. Era passato troppo tempo.
Silvia torna a casa. Non ha voglia di fermarsi in università per la prossima lezione. Si stende sul divano e il prurito continua a premere. Silvia raschia voracemente quella pelle ormai nuda. Da sotto la camicetta strofina nervosamente. Un calore umido e appagante fa cessare il prurito. Abbassa lo sguardo. La camicetta ha una macchia di sangue che si sta dilatando sempre di più. La pelle ha ceduto sotto la pressione. Silvia osserva le sue dita. Sono di nuovo sporche di sangue. Pulisce il sangue con rammarico e disinfetta la pelle scorticata.
Dopo qualche giorno si forma una crosta sottile, scura e irregolare.
Non copre la ferita: la trattiene appena. Ai bordi la pelle resta viva, il tessuto non è quieto: pulsa ancora, ma il prurito resta. Silvia continua a grattare intorno alla crosta.
A lezione fissa il professore e pensa alle sue mestruazioni fantasma. Le dita, sotto il banco, toccano la superficie della crosticina ruvida e gonfia. La ragazza seduta davanti tira fuori un tampax e se lo mette in tasca. Silvia distoglie lo sguardo dal professore e osserva quella scenetta. Guarda la ragazza con il tampax in tasca. Ha i capelli crespi e le unghie mangiate. Poi torna a guardare il professore e la mano torna sotto il banco. La crosta è ancora lì. I bordi sono leggermente sollevati. Le dita restano ferme un secondo. Poi iniziano a muoversi lungo il bordo. Lo misurano. Inizia a fare una leggera pressione con le dita come per togliere un cerotto. I polpastrelli iniziano a fare più pressione e il cerchio di crosta si solleva lentamente. Silvia si ritrova la crosta tra le dita. Sotto è liscia sopra è grumosa e secca. Il corpo è fermo. Non c’è più niente da toccare. Solo pelle liscia. La crosta è aperta. Ma non sanguina.
