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Don’cry for me, Argentina

 

 

Censura e fatalismo
un incontro con Fabio Wasserman
di
Pierangelo Consoli



…a un certo punto il discorso è caduto sul fatalismo. Un concetto che Wasserman affermava e poi allontanava da sé, rifugiandosi nei pensieri, nell’intraducibilità di ciò che avrebbe voluto e non riusciva a dire.
Ci sono cose che sono come il tempo per Sant’Agostino, se le pensi le sai però se devi dirle allora non le sai. Vale per il fatalismo, evidentemente, vale per l’amore.
Eravamo in via delle Case rosse, a Salerno, alla sede dell’editore italiano di Wasserman che, per adesso, è l’unico relativamente al suo bellissimo romanzo È tardi per ieri, perché è uscito in Italia ma non in Argentina.

Dentro una stanza verso le otto di sera, c’era l’editore, Barbara Stizzoli, fondatrice della Arcoiris e il traduttore di Wasserman, il poeta Antonio Nazzaro.
Che sia poeta, Nazzaro, mi sembra una cosa propizia perché il linguaggio di Wasserman è pervaso da quella delicatezza propria della poesia.
Ha impiegato due anni, racconta Nazzaro, a tradurlo. Seduti spesso allo stesso tavolo, a Buenos Aires, a litigare sulle parole.
C’era qualche amico di Barbara, quella sera, e poi c’ero io, che il romanzo non lo avevo finito però avevo comunque molte domande.

A un certo punto, come dicevo, il discorso è finito sul fatalismo, sull’idea di Wasserman che la vita sia senza senso, che ci sia come un caos che governa il destino. Lui non aveva detto di essere fatalista, né pessimista o nichilista, a questa conclusione ci eravamo arrivati noi, però Wasserman non si arrendeva. Scuoteva un po’ la testa, si rabbuiava e negava.
Avrebbe voluto forse dire che non sentiva la tristezza di quanto affermava, però un pochino si avvertiva che un nodo, dentro di lui, stringeva.
Wasserman aveva qualcosa di malinconico che si portava dietro, come un tramonto che si intravedeva alle sue spalle. Un tramonto di tempesta, una perturbazione che dovrebbe essere finita però non se ne va. I suoi occhi grigi certe volte si spegnavano e anche quando sorrideva mostrava qualcosa che non era gioia, piuttosto malinconia, la stessa del tango, ho pensato io.

Impertinente gli ho chiesto di sua madre. Il suo protagonista, Bruno, vive un rapporto conflittuale. Sua madre è malata, muore presto, lasciandolo con molti irrisolti. Bruno non capisce se lei lo amava. Gli regalano un pupazzo di fango che lui chiama la Golem e sulla testa gli scrive la parola “Emet”, che significa vita o verità e poi cancella, furiosamente, la E, lasciando “met” che, inequivocabilmente, in ebraico, significa morte.
Gli chiedo di sua madre perché Bruno è ragazzo quando lo era anche il suo autore, nel 1978, in pieno regime e incontra Borges proprio come è successo a Wasserman.
Lo incontra, ci parla.
Wasserman però mi dice che le convergenze si limitano a questo, che il suo rapporto con sua madre è molto diverso.
Gli chiedo poi dell’Argentina di oggi e qui il discorso cambia. Scopriamo che il libro doveva essere presentato alla Casa Argentina, sezione culturale dell’ambasciata a Roma. Era tutto pronto e poi qualcosa è successo.

È tardi per ieri è ambientato durante il regime ma, per il resto, non è affatto un libro sul regime militare. È un libro intimo che parla di un ragazzo che cresce dentro una famiglia disfunzionale, che diventa ladro di orologi, che si innamora della sua sorellastra. È un libro pieno di conflitti, di riflessioni acute e intellettuali sul tempo, sul ricordo e sulla vita. Più che a Le vene aperte dell’America latina, È tardi per ieri assomiglia a L’amante di Yehoshua, è un libro di formazione, non un romanzo di denuncia.
Eppure sono bastate una ventina di pagine sparse su 272, dei riferimenti contestuali, perché qualcuno, dentro un comitato, dentro un ufficio, qualche burocrate ottuso come lo sono tutti i burocrati, abbia pensato che il libro di Wasserman non si dovesse ospitare.
Perché Milei è un negazionista come Vannacci, perché certi soggetti politici hanno la stessa memoria corta, la stessa cultura raffazzonata e confusa, e così ho pensato se questo non sia, a breve, anche il nostro destino. Abbiamo sempre scritto senza il peso di doverci giustificare e forse adesso ci dovremo attrezzare, dovremo avere la fastidiosa pazienza che deve portare Wasserman. Ho pensato, per amichevole prossimità, al libro di Nicola Lucchi, un noir metafisico, un libro dell’orrore privato in cui, alcune parti, si svolgono durante il periodo fascista e allora ho immaginato che una cosa così insulsa nell’economia del romanzo possa, fra qualche anno, diventare indigesta al governo italiano per lo stesso motivo per cui È tardi per ieri lo sia per quello Argentino di oggi.

È abominevole e possibile. Prima di aver conosciuto Wasserman, durante un’intervista, mi hanno chiesto che rapporto ho con la censura, io ho sorriso con troppa sufficienza, penso adesso, mi era sembrata una domanda priva di senso e, inorridito, sono tornato a casa con la sensazione che forse mi sbagliavo, che la censura potrebbe riguardarci di nuovo, improvvisamente.
Solo a casa leggo la dedica che mi ha scritto Fabio Wasserman, una dedica che avrebbe potuto scrivere Cioran, con altrettanto fatalismo e altrettanta poesia e io scopro, nelle ultime parole che mi lascia, che si può provare tenerezza anche davanti al caos.

Per Pierangelo
a cui mi unisce la letteratura e con lei
i dubbi che inventiamo attraverso i personaggi per salvarci.
Ma sia io che te sappiamo che salvarsi è impossibile.
Con affetto
Fabio.

 

 

 

 

 

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux. Ultimo romanzo pubblicato: L'amico spagnolo
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