In margine a un’intervista di Gianluigi Simonetti e Walter Siti

di Andrea Inglese
Letteratura standard, letteratura edificante, letteratura di ricerca
In un’intervista apparsa il 6/10 su “Il Giornale”, Gianluigi Simonetti e Walter Siti intavolano un duetto quasi all’unisono su diversi temi. E toccano persino, sollecitati dall’intervistatore, quello della poesia*. E qui Siti mi chiama in causa, ossia cita il mio ultimo libro “Prati. Extended Version” (2025), ma anche i concetti di “prosa in prosa”, “poetiche non assertive”, “scritture adiacenti alla poesia”, concetti che riguardano, in realtà, diversi scriventi oggi, in zona poesia o nei suoi paraggi. Gli sono grato per questo, grato per la sua curiosità e onestà. È uno dei nostri migliori narratori e anche uno dei migliori critici, e continua a interessarsi anche a quello che avviene nelle periferie editoriali, ossia in poesia. E inoltre ha l’onestà, dalla piena luce della “scena ufficiale”, d’indicare, seppure con aria perplessa, quello che accade nelle penombra, laddove si hanno pretese d’innovazione letteraria in generi e forme ben poco standard, poco edificanti e poco commerciali. In genere, questo tipo di segnalazioni, i residenti della “scena ufficiale” si guardano bene dal farle, chissà mai che qualche spot secondario si sposti dal podio ai retroscena.
Detto questo, c’è qualcosa che vorrei dire pubblicamente di Siti e a Siti. E il discorso riguarda in fondo anche Simonetti. In questa intervista, Siti riprende i temi di battaglia grosso modo già esposti nel saggio Contro l’impegno del 2021. È un saggio che io ho molto apprezzato, intelligente come tutte le cose che scrive Siti, e nutrito, per altro, della migliore critica marxista novecentesca. Siti, e nella sua scia Simonetti, sono spesso impeccabili nel denunciare quella che una volta si chiamava “letteratura edificante”. Sono entrambi convinti, come certuni di noi della vecchia guardia, che l’inconscio dello scrittore “forte” dica o possa dire cose più avanzate, articolate, di quanto gli dica, ad esempio, la sua “coscienza” ideologica. E quindi il buon vecchio Lukács su Balzac. Nulla di nuovo, sul piano critico, ma benissimo ricordarlo. E siamo pure d’accordo sull’amarezza per la lingua standard del romanzo standard. Ma perché quando si arriva alla poesia, Siti sostiene la tesi che “la metrica è considerata reazionaria e i poeti si sentirebbero sminuiti a fare quello che fa Sfera Ebbasta”. Grande semplificazione sotto il sole.
Di che metrica sta parlando Siti? Di quella tradizionale, che precede il verso libero e che scatenò scandalo, ad esempio, nei lettori degli Alcools di Apollinaire negli anni Tredici del secolo scorso? Sta parlando semplicemente di poesia in versi (verso libero) rispetto a testi che rifiutano sia la scansione versale sia la tradizione della prosa lirica? E Simonetti non chiarisce granché, quando parla di “poetiche costruite come teologie negative”, che già si trovano nel Montale degli Ossi di seppia. Certo, siamo sul “Giornale”**, si tratta di un’intervista, è già anomalo che si parli di poesia, ma caro Siti facciamo uno sforzo di chiarezza. Ciò renderebbe altrimenti efficace la tua curiosità e onestà. Davvero la faccenda della poesia oggi (e delle sue adiacenze) si riassume a un immaturo pregiudizio contro la metrica tradizionale? Non pensi, invece, che la prosa in prosa, le scritture non assertive, siano alcune vie, tra diverse altre, per fare qualcosa di diverso rispetto alla letteratura standard e a quella edificante che giustamente biasimi? Ma anche rispetto alla lirica standard e edificante? Non pensi che la necessità di sperimentare forme diverse, nell’ambito della poesia, ma anche in narrativa, nasca non da un partito preso ideologico (la tradizione alla destra, la rottura alla sinistra), ma, come ho scritto altrove recentemente, “dal disagio di un poeta nell’utilizzare strumenti, forme, figure che ha ereditato e attraverso le quali si è ‘costruito’ come soggetto poetante [?] E questo vale evidentemente per il romanziere, o il drammaturgo, ecc. (…) [I motivi dell’innovazione] sono semplicemente conseguenza di un conflitto tra il mondo, come l’autore lo percepisce, e la forma (letteraria e linguistica) nella quale questo mondo dovrebbe ridursi / rivelarsi / posarsi / arrendersi.”
Questo non lo dico per difendere la bontà letteraria del mio libro, ma per invitarti a confrontarti più spesso, nel tuo panorama della “letteratura circostante”, anche con queste forme che difficilmente possono essere associate alla letteratura standard e a quella edificante. Certo la loro rilevanza editoriale (si legga: vendite) è minima. Ma non credo che sia questo il criterio che condizioni interamente la tua attenzione critica.
Note
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Riporto per intero il passo dell’intervista di Siti e Simonetti dedicato alla poesia:
“Si diceva che manca il recinto delle regole, utili anche per trasgredire. Ha qualcosa a che vedere, ad esempio, con la crisi della poesia?
SITI: «Perché la metrica è considerata reazionaria, e i poeti si sentirebbero sminuiti a fare quello che fa Sfera Ebbasta. Così non vanno più nemmeno a capo: fanno “prosa in prosa”. Con la prosa ormai si può fare di tutto: in Sotto il vulcano di Lowry ci sono metafore che qualunque poeta invidierebbe. Nei Prati di Andrea Inglese è come se un verme solitario impedisse il formarsi della narrazione e dell’argomentazione: ci si blocca dove dovrebbe partire un racconto e dove dovrebbe partire una riflessione.
Forse sono regole in negativo».
SIMONETTI: «Sono poetiche costruite come teologie negative, a partire da ciò che gli autori sanno di non voler fare. Un po’ come la sinistra da qualche decennio, nascono da ciò che non si può fare: non nel senso del politicamente corretto, ma in senso strettamente letterario. Uno sperimentalismo frutto di molte sconfitte politiche».
SITI: «Loro le chiamano poetiche non assertive, contro una tradizione in cui un io forte dice delle cose, in genere lamentandosi.
Qualcuno parla di scritture adiacenti alla poesia, come se la poesia fosse un prato minato: stanno attenti a dove mettono i piedi».
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Non m’interessa qui discutere della linea politica del “Giornale”, ma non posso non manifestare una difficoltà d’ordine immaginativo. Faccio fatica a immaginare come un lettore che ha assaporato frasi dell’editoriale del 6 ottobre (“Una sinistra confusa, che non sa più distinguere tra dibattito parlamentare e retorica da Brigate Rosse…”), si getti poi con altrettanta golosità sulle analisi di Siti sulla mancanza d’inconscio dei dispositivi dell’IA, nella creazione letteraria. Così come faccio fatica a far rientrare tale quotidiano nell’orientamento politico che generalmente gli si attribuisce (centro-destra o liberal-conservatore), dopo che titola il 10/10: “Premio Nobel per Hamas”, allineandosi con le posizioni isolatissime del presidente USA (che pretendeva per sé il premio Nobel della pace) e del capo del governo di estrema destra israeliano, Netanyahu, colpito da un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Ma probabilmente si può senza ombra d’incongruenza condividere l’opinione che vede il comitato del Nobel come un raduno di antisemiti pro-Hamas e leggersi poi delle lunghe interviste a scrittori e critici contemporanei che citano i giudizi del marxista Lukács su Balzac.
Immagine: Edward Ruscha
