Come scomparire (e riapparire). L’idiota di famiglia di Dario Ferrari

di Ornella Tajani
Si legge così bene, L’idiota di famiglia di Dario Ferrari (Sellerio 2026), che quasi non vien voglia di scriverne, la recensione essendo fra le altre cose un modo di portare a compimento una lettura, di completarne il godimento. In questo caso il gesto sembra innecessario, e il piacere provato si accompagna a una strana forma di gelosia, a un impulso di non condivisione.
Costruito su una struttura classicamente nitida ed esatta, da romanzo ottocentesco, riattualizzata però da una lingua e da un’impostazione contemporanee e dissacranti, il libro dispiega una trama che avvolge il tanto che basta a sedurre chi legge. Nessun bizantinismo, détour o inscatolamento eccessivo nell’intreccio, ma un’impalcatura solida, non didascalica, mirabilmente governata, che consente all’autore di raccontare una storia, semplice quanto si vuole (il rapporto di un figlio col padre, la battaglia contro la sua malattia di Alzheimer), cui s’intrecciano mille altre corde: il risveglio da adulti a quarant’anni, i conti con ciò che si è diventati sul piano professionale, sentimentale, emotivo – umano. Se la vita è un infinito romanzo di formazione, un percorso lifelong learning di quelli così odiati dal protagonista Igor, di professione traduttore dall’inglese, non è detto che lungo la via non si possa anche incantarsi a guardare un cielo stellato nel momento meno opportuno, o ridere di gusto per una battuta altrui mentre si è a cena con gente insopportabile.
Ferrari ritrae con leggiadria tanto l’ambiente editoriale romano «radical cool» quanto la provincia viareggina impastata di antica beatitudine, spumeggia nei dialoghi spassosi senza diventare inverosimili, diffonde un’eccentricità nei personaggi che sorprende come fa il quotidiano nei momenti più impensati, mentre si è in fila al supermarket, in metro, in sala d’attesa dal dottore. Se l’umorismo è una spiccata qualità dell’autore, si apprezza anche la delicatezza di affrontare la malattia o la morte dei genitori con misurati dettagli toccanti – uno su tutti: l’istante in cui il figlio scopre che il padre, ormai conscio della propria incipiente malattia, annotava su un foglietto argomenti di conversazione e informazioni utili da usare durante le loro telefonate; la brutalità con cui riagganciava la cornetta era dunque dovuta non a un’improvvisa insofferenza, ma al fatto che aveva esaurito il contenuto degli appunti.
Una profondità particolare della narrazione viene dal rapporto con la Storia, cui s’intreccia ripetutamente, inanellando vari decenni del secolo breve. Come l’indole del padre, docente alle scuole superiori, era legata a doppio filo al suo essere comunista, così Igor è governato da una sensibilità novecentesca, nel bene e nel male. In tale prospettiva trova posto il manoscritto paterno, un resoconto immaginario delle Giornate rosse di Viareggio (1920), che, da metà romanzo in poi, si alterna al récit principale. Se in questo inserto metanarrativo – forse meno coinvolgente di quello che già figurava in La ricreazione è finita, ma non per questo sterile o superfluo – il protagonista si chiama Idargo in omaggio all’hidalgo di Cervantes, va detto che l’intertestualità è ricca in tutto il testo: da Dostoevskij che fa capolino sin dal titolo insieme al Flaubert sartriano, a Sandro Penna o Wisława Szymborska. Questo perché, nel libro di Ferrari, fuori e dentro la pagina, la letteratura costituisce una maniera di guardare al mondo, di costruire un tessuto connettivo di visioni – poco importa che nella vita si faccia la scrittrice, il traduttore, l’insegnante o il lettore.
