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les nouveaux réalistes: Barbara Uccelli

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La ragazza del treno

di

Barbara Uccelli

 

Due punte bianche su sfondo nero. Oggi le sue scarpe sono riconoscibili. E piove: inadatte, estive. Dalle scarpe che una persona indossa se ne capisce l’umore. Lei oggi voleva il sole e non ha creduto al luccichio sulla strada, all’acqua residua nelle fessure dell’asfalto. Nemmeno agli ombrelli aperti. La banchina del resto oscura il cielo e una volta lì sotto si può anche far finta di.

Siamo stretti su questo lungo marciapiede, sembra che arriviamo sempre tutti insieme da est, da ovest, e prendiamo posto come gli uccelli sul filo, pronti per la migrazione. Immobili, fissi, sguardo avanti. Ogni tanto un’occhiata fugace a destra per vedere il compagno di viaggio. Capire se potremo fidarci oppure dovremo stargli alla larga.

Così tutti i giorni si forma questo stormo migratore, ordinato e in attesa su una linea immaginaria che scorre parallela ai binari.

Ehi, ciao come stai? Oggi ti senti ribelle, vuoi sfidare le intemperie e credere a tutti i costi che l’estate sia arrivata. Ti ammiro, coraggiosa, io non potrei pensare di restare con i piedi zuppi per un giorno intero. Lo so che anche se piove fa caldo, ma il senso di umido alle estremità mi tormenterebbe da sotto la scrivania e finirei per non combinare nulla in ufficio. E poi chissà. Forse volgerà al bello, forse le nuvole si apriranno e il sole di giugno ci riporterà alla giusta stagione e allora tu avrai avuto ragione. E camminerai per strada fiera della tua scelta iniziale. E io sarò felice, per te, per me..

Avrei voluto dirle tutte queste parole, in quest’ordine o anche in uno inverso. E avrei voluto usarne molte, per una questione matematica, per il tempo necessario a pronunciarle, con le rispettive pause. Non immaginavo anche una risposta, ma sarebbe stata a sentire, in silenzio, immobile. Guardandomi negli occhi e finalmente ne avrei scoperto il colore, la sfumatura vera, che immagino nera piuma di corvo.

Ma lei è arrivata al solito un po’ in ritardo, un po’ in sordina, e non ha fatto passi verso il bordo, come se non aspettasse davvero il treno, ma fosse lì a osservare noi pronti a partire. Come se fosse venuta solo per salutare qualcuno e poi tornarsene a casa.

È così il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì no. Il venerdì sì. Tranne quando è malata o quando lo sono io, la vedo quattro mattine a settimana e non le parlo mai.

Sai noi ci conosciamo da parecchio, siamo compagni di viaggio. Che detta così sembra tanta roba e forse in un certo senso lo è. Volevo invitarti a prendere un caffè, anche se non so dove scendi, anche se non so dove il tuo viaggio finisce, se prima o dopo il mio. Ma potremmo fermarci insieme, in una stazione intermedia e ordinare un caffè in un bar che ha il dehor perché sento che ti piace stare fuori, anche se fa freddo. E così mentre vado al lavoro occupo con gli occhi i tavoli adatti, di tutti i caffè che incontro e ci sediamo su sedie di vimini e sul rigido ferro battuto ingentilito da cuscini a righe. Non so se ne vuoi uno macchiato o lungo, se lo riempirai di zucchero o ciondolerai con il cucchiaino senza mescolare alcunché, così a ogni caffè immagino qualcosa che potrebbe stare bene tra le tue mani.

Ancora una volta passo del tempo a mettere in fila parole per lei. E lo faccio in questo viaggio che percorriamo insieme anche se non la vedo nè salire nè scendere, ma penso che fuori il paesaggio scorre per entrambi alla stessa velocità e con gli stessi colori. Mi piace condividere il tempo e lo spazio, sento che parlare con lei anche solo nella mia mente sia un moto a luogo e mi porta comunque lontano.

Stamattina ero in ritardo, così dal parcheggio alla banchina ti ho preso per mano e abbiamo corso. In mezzo alla folla, come sciatori provetti o come fantasmi, scansavamo le sagome di gente regolare che teneva un ritmo monotono e prevedibile. La tua mano era liscia e fresca e avevo paura di perderla per strada, così l’ho stretta più forte e guidavo sicuro come a vedere i buchi che potevamo occupare tra una persona e l’altra senza andare a sbattere e passare entrambi, come fossimo uno solo. Stamattina mi hai parlato: sembriamo due adolescenti, hai detto e poi hai riso, leggera come una sedicenne che scappa al mare mentre tutti riposano in un pomeriggio agostano. Stamattina ti ho presa per mano e ti ho portata fino al binario, fino alla carrozza, e ho aspettato che mi guardassi salire e che mi salutassi con parole mute dietro un vetro sporco di pioggia seccata. Le tue labbra si muovevano lente, a scandire le sillabe. Ne ho capito ogni lettera, perché il tempo   ha rallentato e il treno è andato indietro e io mi sono perso. Una manciata di secondi sospesi, come se le parole per staccarsi dalla tua bocca e raggiungere i miei occhi, attraversassero uno spazio atemporale. E mentre io solo partivo, ho capito che tu eri la ragazza del treno, quella che arriva al binario e si assicura che non resti più nessuno a terra. Lei sola aspetta immobile che il treno si allontani. Lei sola che saluta. Ho pensato che venissi tutti i giorni per me, per augurarmi buon viaggio e farmi capire che la stazione di partenza è quella giusta, che il treno è quello giusto, che il tragitto, anche se sempre uguale, può essere diverso. Così mi sono andato a sedere, con la tua mano ancora nella mia, e ci ho appoggiato il viso dentro per annusarti e conservare. Quando mi sono svegliato ia distanza era trascorsa per metà e ho pensato che tu sei la ragazza del treno e che aspetti di vedermi partire, ma che non ci sei mai all’arrivo, come se l’importante non fosse la destinazione ma il viaggio.

10 Commenti

    • la ragazza del treno non lascia la banchina, non poggia il piede sul predellino. osserva comunque che il viaggio si compia.

  1. con la violenza di una dolce carezza, Barbara ci fa riscoprire tutta la poesia che ci circonda. Non delle cose eccezionali ma della vita quotidiana. Nei semplici gesti. Come quello di prendere un treno. Le descrizioni dei luoghi si fondono con le emozioni che i protagonisti vivono nel suo racconto. e ce li fa respirare come se fossero i nostri.

    • respirare.. grazie per aver usato un verbo sensoriale fatto di gusto e di olfatto. le parole liquide scivolano e si adattano all’alveo dei discorsi.

  2. Un viaggio mentale in un luogo fisico. L’equilibrio tra il coraggio di osare e i nostri limiti. Il contrasto tra la meraviglia della scoperta e la sua amarezza. Il fascino di deliziosi dettagli. Grazie.

    • Lettore e critico, parole sensibili e ricerca dell’equilibrio tra gli opposti. Che piacevole sorpresa..

  3. Cara Barbara, la ragazza del treno non è altro che un sogno vissuto allo specchio, ove la tua persona si riflette nella poesia della tua anima

    • il finestrino di un treno può essere uno specchio quando meno te lo aspetti. è sempre una questione di punti di vista, dove si ferma l’occhio, a che profondità

    • chi sei buffa donnina del treno? una donna ritratta in una pubblicità? un’inserviente che controlla la carta? un nuovo seguace che aspetta Godot? tu che osservi fai finta di averlo capito. da questo dipende il tutto.

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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