di Carla Benedetti
Avignone. Ragazze sdraiate a terra. Sul corpo un cartello: “Spectacle vivant (barrato) = Culture Morte”. “Ci chiedono se morire ora o fra tre mesi”, dice uno degli intermittents (attori, registi e tecnici) dello “spettacolo dal vivo” (come lo chiamano i francesi) che hano fatto chiudere con sciopero e proteste il festival d’Avignone.
Mai successo prima. In più di un mezzo secolo d’esistenza, non era mai successo che questo festival non si tenesse. Eppure per molte compagnie è stato un sacrificio terribile. Molte si sono indebitate per poter presentare il loro spettacolo. Se non recitano soccombono. E hanno deciso di non recitare.
E’ un messaggio forte, estremo, ma proporzionale alla gravità della situazione.
Tutto ciò che c’è di vivo nel teatro e nell’arte rischia di morire soffocato. Ma non solo dai tagli del governo sull’indennità di disoccupazione.
Qualcuno ha detto che in Italia nessuno si è mosso contro tagli ben più pesanti. E’ una sfida. Cosa aspettiamo a dire cos’è che in Italia soffoca il teatro, l’arte e la creazione?
Non occorre un’analisi sofisticata. Basta parlare.
