L’io in rete. Tra desiderio d’immortalità e spartizione del capitale simbolico.

23 giugno 2003
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Ecco che ritorna. La vecchia questione. Puntuale ed elusiva come una cometa. La sua orbita che ci torce il collo, annunciandosi ogni volta con rinnovata urgenza: “A che punto siamo con l’identità?”oppure “State pronti con l’io!”

Una ricorrente resa dei conti con la nostra eredità, noi così testardamente ottocenteschi, così pervicaci nel fare delle crisi d’identità. Ed è quindi questione appassionante questa, che covava in alcuni interventi di Nazioneindiana da tempo, e che ora Tiziano Scarpa ha quasi didatticamente sollevato, senza troppe perifrasi, prima interrogandosi sull’Autore Autorizzato (il caso Covacich) poi sugli Autori Non Autorizzati (i cosiddetti bloggers). Un’appena celata necessità lega un intervento all’altro. Scarpa s’imbatte in questo paradosso dalla duplice fronte 1): Com’è possibile che l’Autore Autorizzato sia delegittimato proprio da quel processo editoriale che concorre ad autorizzarlo? 2) Com’è possibile, per di più, che gli Autori Non Autorizzati siano vieppiù legittimati indiscriminatamente, laddove non si confrontano minimamente con le fatiche dell’Autorizzazione?

Che Scarpa vada così a toccare una buona questione, ne sono testimonianza non solo la quantità di reazioni che paiono, d’un tratto, affacciarsi alla mente di tutti, ma anche la complessità delle possibili risposte, difficilmente riducibili a qualche arguzia o massima facilmente condivisa. Con la sua svagata perspicacia, Scarpa scalcia non già un semplice tappo di bottiglia incontrato sull’asfalto, ma un detonatore più temibile, la cui reazione ha sempre carattere sismico e prolungato, fin nelle fibre nostre più intime: “Come andiamo con l’identità dell’autore?”. Di colpo ci tocca trasalire, mettere mano al valium o allo specchio, e così agitati rimaniamo per il resto della giornata, guardando noi e gli altri con rinnovato sospetto. Certo, è il vecchio innesco, sempre lì, appena sotto il pelo dell’acqua, sempre pronto ad affiorare da una fessura nel selciato… L’attacco d’identità. Il vecchio, classico, ottocentesco, attacco d’identità. Con tutte le sue aggiuntive variazioni novecentesche. Eppure non c’è niente di paragonabile a questo brivido. Mettere l’io sotto la lente: che spettacolo! Che verminaio di polipi a perdita d’occhio, per gironi sempre più fondi e stretti, a guardarsi nell’identità propria, che subito si scioglie e fa schiuma come fosse burro in pentola. Quale fascino quel fumo che sale dal dentro! Quella così tenue solidità! Quell’agitarsi di volti che senza requie cercano un loro consenso, si fanno avanti, si affacciano sotto la posa della mia faccia, pigolanti, impertinenti!
Contro queste allucinazioni c’è un sicuro antidoto. L’introspezione, si sa, è una droga pesante. Ma ci si cura senza troppa pena con il battesimo sociale, l’anagrafe e le sue innumerevoli conseguenze. C’è la rete di salvataggio dei gruppi d’appartenenza, la panoplia degli status. Insomma ci sono mille ciondoli pesanti che si possono appendere al pallone gonfiato dell’io. Per venirne a capo, poi, il vecchio metodo marxista serve sempre. Non chiude mai il discorso, ma ne rende superflua una buona parte: mestiere di papà e mamma, loro livello d’istruzione, case di proprietà, tipologia di contratto, di conto in banca, ecc. Tutto serve per ormeggiare la scialuppa. Per chiudere la botola sull’abisso dei polipi. E vedersi dentro le maglie delle aspettative sociali, dei legami relativamente rigidi con le altre persone e le istituzioni.

Ma torniamo al punto. Scarpa scorge lucidamente, nel fiume delle scritture degli Autori Non Autorizzati, una sistematica “rimozione collettiva dei traumi individuali”. Nel gran pullulare degli io scriventi, nei blog e nei forum, l’identità mostra sempre il suo volto più euforico, rarefatto, leggero. Il peso della finitezza umana non grava su questi diari, ma solo il luccicare inarrestabile di un reciproco intrattenimento. Come se si trattasse di grandi riti per dimenticarsi, ma in modo attivo e laborioso, scrivendo di questo e di quello, da Kafka a Bush senza soluzione di continuità, purché si schivi l’impaccio del rasoterra, della propria miseria e impotenza. E questo eludere il dolore, il proprio nervo scoperto, non pare consentire alla scrittura di superare la soglia di una ricreazione illimitata e, anzi, vieta ad essa l’ingresso nello spazio in cui le parole lottano pericolosamente con le nostre vite, alla ricerca di una chiarezza spesso sconsolante, e comunque difficile. Ed è certo un sintomo di cattiva letteratura, di letteratura mancata questo: la vita che scivola costantemente altrove, separandosi puntualmente dal nostro prendere la parola. Il divario esiste sempre, ma la letteratura nasce dall’esigenza di tagliare la strada alla vita, per itinerari avvolgenti e subdoli, o attraverso imboscate improvvise. Ciò che rende lo scritto di qualcuno socialmente prezioso, ossia letteratura, è la capacità di familiarizzarci con quella finitezza che religioni e filosofie hanno per secoli tentato di esorcizzare, sanare, redimere. Insomma, Scarpa ha ragione quando percepisce le scritture di rete una grande occasione mancata per indagare e mettere in forma il caos delle nostre vite. Forse non è pertinente il termine che usa, quando parla di “rimozione”. La rimozione, per Freud, implica una mancata consapevolezza del lavoro di occultamento che la coscienza produce. Ma in questo caso, io parlerei di elusione, consapevole e attiva. C’è troppa realtà da tenere a bada in un’esistenza, troppe occasioni d’infelicità e dolore, troppa vergogna con cui avere a che fare, per passare ore del giorno e della notte a tirare i fili di tutti questi piccoli e grandi disastri. C’è quindi molto bisogno di oppio, di eroina, di anestetici vari, ma anche di eccitanti. Droga casalinga, artigianale, a buon mercato. Ogni riga scritta come una sottile pista da inalare. E nello stesso tempo, ogni riga, che magicamente diventa pubblica in tempo reale, solleva il frantume dell’io al cielo di un’immortalità passeggera.

Di questa nuova scimmia, scrive bene Zygmunt Bauman (da Medicina, informatica e vita eterna).
“Grazie all’infinita capacità e all’insaziabil appetito della memoria artificiale, oggi l’iscrizione nei sacri annali non è più un premio per le imprese personali di pochi eletti. Oggi ognuno ha una chance che il suo nome e le sue azioni vengano eternati nella memoria del computer (…). Per la stessa ragione, nessuno possiede la chance di conquistarsi un accesso privilegiato (che contraddistingua il possessore dal resto della gente), né tantomeno garantito, alla commemorazione perpetua. La fama, questa premonizione d’immortalità, è stata sostituita dalla notorietà, simbolo di transitorietà, di instabilità e di capriccio del destino. Se da un lato tutti possono trovarsi sotto le luci della ribalta, dall’altro nessuno può contare sul fatto di restare a lungo sulla scena; però nessuno va in depressione perché condannato a restare nelle le tenebre per l’eternità. Alla morte come evento unico, ineluttabile e irreversibile si è sostituito lo sparire di scena, evento sostanzialmente recuperabile e di per sé reversibile: i riflettori sono stati puntati in un’altra direzione, ma possono sempre tornare indietro. Gli scomparsi di vista sono temporaneamente assenti, ma non per sempre o in modo totale: tecnicamente sono presenti, anche se nascosti nei vasti magazzini della memoria artificiale, perché sempre pronti a risuscitare e a riemergere in qualunque momento.”

Ecco allora che la questione assume un aspetto diverso. Certo, c’è stata la campagna pubblicitaria, l’innesco economico: bruti e bestioni collegatevi alla rete prima che il vostro cervello sia troppo atrofizzato per cogliere il bagliore delle nuove meraviglie! E noi, irrequieti e annoiati, non aspettavamo da tempo che un consistente diversivo. Ma il pullulare degli io in rete, dei diari irrilevanti, non è la conseguenza di una deficienza di vocazione, che si potrebbe in qualche modo correggere, magari con esortazioni e impietose critiche. Mi dispiace dirlo, ma noi poeti, veri paria del sistema editoriale, della letteratura-merce, su questo genere di questioni (le moltitudini poetanti) siamo stati, purtroppo, resi edotti molto presto. Non c’è nessun megafono da imbracciare per convertire o redimere questi scrittori minimalisti. Essi non sono in rete né per cavalcare la tigre, ma neppure per caracollare su cavallucci a dondolo. Come tutti noi, Scrittori Autorizzati o Impostori, vogliono esorcizzare una totalità minacciosa e complessa, esorbitante, che tradisce e irride ogni tentativo di rappresentarla, capirla, controllarla. L’Autore Autorizzato presume, a torto o a ragione, di poter anche evocare il mostro, non solo allontanarlo. Tutti gli altri hanno solo bisogno di toglierselo di dosso.

Il fenomeno è vasto, e s’innesta probabilmente su due spinte profonde e diverse. Una è quella individuata da Bauman, e che fa capo ad una revisione del desiderio d’immortalità. Tarlo di natura religiosa, ben ancorato, sotto gli strati della modernità, al nostro io più arcaico e terrorizzato. L’altra spinta è invece di natura laica, fa capo ai processi di democratizzazione dei capitali simbolici che le società gerarchiche spartivano tra gruppi ristretti di persone.

Negli anni Ottanta esistevano le fanzine, oggi i blog. E prima ancora gli anni Settanta avevano messo all’ordine del giorno l’esigenza di entrare come un’orda svagata nel laboratorio dello scrittore o dell’artista e di fare esproprio proletario di tavolozze e calamai. Da allora, ognuno vuole una sua fetta del capitale simbolico, e se la prende in modo legittimo o piratesco. Ma le conseguenze di questo fenomeno inarrestabile sono difficilmente prevedibili. Mi pare perciò chiaro che la lotta di classe tra scrittori e bloggers è insensata, in quanto ciò implica il miraggio di un’egemonia culturale che lo scrittore dovrebbe realizzare nei confronti dei bloggers. Ma questa egemonia, di fatto, già esiste. La coorte degli Scrittori Illustri (da Joyce a Burroughs) già campeggia, in modo serio o caricaturale, nell’immaginario dei bloggers. Ciò nonostante l’egemonia non è mai completa, totale, in quanto il blogger può scoprirsi, a sua volta, scrittore, e quindi introdurre la sua parola inedita e di rottura dentro il sistema ereditato. Di certo l’Autore Autorizzato non potrà controllare questo fenomeno, cavalcarlo verso qualche meta più autentica. Non potrà deviare il flusso, indirizzarlo, né acquisire in esso una specifica autorità. Da un giorno all’altro potrebbe essere disarcionato, scoprirsi obsoleto, vetusto. Nuovi minimalismi, ancor più disastrati, potrebbero imporsi e detronizzarlo. Minimalismi che lo lasciano inetto, impotente, sorpassato da tanta capacità di semplificare, illanguidire, banalizzare. Oppure sagaci virate di rotta, imprevedibili e violente, di quelle che solo i non autorizzati possono a volte realizzare.

Che degli scrittori bravi siano anche mirabolanti bloggers, questa è una felice coincidenza, come quella tra Boris Vian e la tromba. Lo scrittore, però, non dovrebbe sentirsi chiamato più di tanto a plasmare l’ideologia della rete e le modalità degli Scrittori Non Autorizzati. Il rischio è, infatti, quello di entrare in un pericoloso gioco di rispecchiamento. La scrittura in rete vive di una straordinaria quantità di autocensure e di regole tacite, che si rischia di interiorizzare, così come già accade nell’universo letterario ed editoriale. La scrittura in rete è innanzitutto un fenomeno sociale piuttosto che un’occasione decisiva di espressione individuale. Lo scrittore deve dunque stare nel flusso, ma con una certa noncuranza per ciò che avviene in esso. E questa non vuole essere una presa di posizione snobistica, ma semmai un principio precauzionale. Nella grande onda collettiva, il veleno dell’autore non deve rischiare di diluirsi.

(Molte altre cose vorrei dire intorno a queste ossessioni d’identità. Ma per ora mi fermo.)

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5 Responses to L’io in rete. Tra desiderio d’immortalità e spartizione del capitale simbolico.

  1. leo il 24 giugno 2003 alle 19:22

    ma siete sicuri che la questione è davvero così interessante?
    Yawn.

  2. Emma il 24 giugno 2003 alle 19:48

    Eppure, è un bellissimo intervento. La questione, apparentemente astrusa, riguarda chiunque abbia mai scritto qualcosa, in un qualsiasi spazio (dotato di memoria fissa o labile), credendo di farlo per puro piacere. Anche in buonafede.

  3. b.georg il 25 giugno 2003 alle 01:24

    Ascoltami, i poeti laureati
    Si muovono soltanto fra le piante
    Dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
    Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
    Fossi dove in pozzanghere
    Mezzo seccate agguantano i ragazzi
    qualche sparuta anguilla:
    le viuzze che seguono i ciglioni,
    discendono tra i ciuffi delle canne
    e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

  4. l'animale il 25 giugno 2003 alle 16:26

    vi segnalo questo commento che ho trovato sul blog di strelnik:
    http://www.strelnik.it/blog/index.htm#s202
    che esprime perfettamnete anche il mio punto di vista.

  5. Emma il 25 giugno 2003 alle 23:19

    Non so, (molto) personalmente penso che sia stato un tentativo di estendere il discorso all’esperienza della scrittura in senso ampio. Poi, si può condividere o meno, del tutto o in parte, ma non mi paiono soltanto contorsioni intellettualistiche o puntigli accademici.
    Per il resto, sarò una cafona, ma io non bado alla forma :-) Emma



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