Oggi è morto Pontiggia

di Raul Montanari

Oggi è morto Giuseppe Pontiggia. Io voglio, anzi devo dire una cosa su di lui. Per due terzi vi sembrerà una stronzata; il terzo finale forse vale la lettura di quello che lo precede.

Nel ’91 Pontiggia ha letto i miei primi racconti. Era consulente dell’Adelphi. Lui e Luciano Foa sostennero la loro pubblicabilità, ma Calasso non era d’accordo. Lo stesso avvenne poco tempo dopo con un romanzo. Pace. La lettura della scheda che Pontiggia aveva preparato per il romanzo, fattami al telefono dal vecchio Foa nell’autunno del ’92, fu decisiva per aiutarmi a capire quello che potevo o non potevo chiedere alla mia scrittura, e dare un indirizzo a tutto il lavoro futuro.

Da allora Pontiggia ha letto tutto quello che pubblicavo, mandandomi sempre un breve biglietto di incoraggiamento (mai generico, sempre puntuale, preciso, con un complimento esplicitato e tante critiche lasciate implicite ma sempre chiarissime per absentiam). Mi ha sempre mandato i suoi libri, con una dedica amabile. Nel ’98 ha portato la mia raccolta di racconti “Un bacio al mondo” in finale al Premio Bergamo. Insomma, è stato in tutto e per tutto un punto di riferimento, una presenza gentile, costante, che da oggi, dopo 12 anni, mi mancherà.

Fin qui niente di strano, no? Abbiamo avuto tutti i nostri piccoli e grandi santi patroni o fratelli maggiori.

Però una cosa strana c’è.

Io e Pontiggia non ci siamo mai incontrati di persona. Mai.

Abitiamo a Milano, a una distanza di circa 3 chilometri in linea d’aria, ma in 12 anni non ci siamo mai nemmeno scambiati una stretta di mano, mai visti neppure da lontano.

Questo secondo me rende straordinario e preziosissimo quello che lui ha fatto per me. Non amicizia o complicità nata a tavola, magnando e bevendo e ciacolando di conoscenze comuni, non crassa e umidiccia solidarietà da scambi di favori come un sacco di gente che conosco io e che conoscete voi, e nemmeno semplicemente la legittima simpatia di pelle, l’annusamento reciproco, il guizzo di sguardi che si incrociano, la risata condivisa. Solo la purezza strabiliante di questo raggio benevolo, distante, fatto di pura stima. Molto milanese, verrebbe da dire, se l’aggettivo non fosse così sputtanato.