Roberto Bolaño, l’insopportabile!

23 settembre 2010
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elaborazione grafica di effeffe

Al (FILBA) gli scrittori Juan Villoro (messicano), Alan Pauls (argentino) e Horacio Castellanos Moya (salvadoregno) parteciparono ad una tavola rotonda dedicata allo scrittore Roberto Bolaño moderata da Pedro Rey dal titolo:

Roberto Bolaño: El escritor insufrible

1

La trascrizione della discussione è stata pubblicata nel blog della FILBA

Verso Roberto Bolaño: lo scrittore insostenibile traduzione dallo spagnolo di Maria Nicola2
Parte IIqui la I parte

Pedro Rey
Come spiegate il suo interesse o la sua passione per la letteratura che io chiamerei rioplatense? (perché a volte compaiono anche scrittori uruguaiani); e poi vi chiederei se siete d’accordo con il tipo di lettura che lui ne dà, con le sue appropriazioni e omissioni. Perché a volte lui omette anche.

Alan Pauls
Be’, io direi che Borges è una presenza costante in Bolaño, ma la curiosa impressione che ho è che Bolaño fosse un fanatico di Borges che scriveva come Cortázar, una cosa molto curiosa, direi. Perché, evidentemente, un libro come La letteratura nazista in America è un libro assolutamente borgesiano, così come è wilcockiano; ma un romanzo come I detective selvaggi è senza dubbio un romanzo molto più cortazariano che borgesiano. Io sono convinto che Bolaño usasse Borges per preservarsi dai difetti di Cortazar, per essere cortazariano nel migliore significato del termine e non nel peggiore. Borges come una specie di misura precauzionale.

E, al tempo stesso, mi pare si possa anche dire che una delle cose degne di nota che fa Bolaño con la sua letteratura è che in qualche modo queste due linee della letteratura argentina, la linea di Cortázar, da una parte, che è una linea piuttosto vitalista, surrealisteggiante, diciamo, ludica, di modernizzazione estetica; e la linea di Borges dall’altra, che è una linea, come si sa, intellettuale, concettuale, concettualista, di un classicismo perverso, ossia due tradizioni che nella letteratura argentina, io credo, non vanno affatto d’accordo, nella sua opera vanno d’accordo.
Quando dico Cortázar, potrei dire anche i beatnik e Kerouac. E allora mi pare ci sia un’altra cosa che Bolaño riesce a fare, come un alchimista abbastanza miracoloso, e cioè riconciliare due tradizioni reciprocamente ostili. Perché è facilissimo essere scrittori eclettici e mettere insieme tradizioni diverse, è una cosa che si fa da cinquanta, sessant’anni, facilissima. È quasi l’abicì dello scrittore contemporaneo. Ma è molto più difficile, io credo, riconciliare tradizioni ostili; ostili esteticamente, ostili politicamente. E credo sia proprio questo quello che fa Bolaño.

Horacio Castellanos Moya:
Quel che mi chiedo io è come mai Bolaño dovesse dire la sua sulla letteratura argentina. Mi spiego: perché non disse mai niente della letteratura peruviana? Lui non è vissuto in Argentina. Da dove gli viene tutta questa passione? Me lo domando. Certo, gli viene da Borges, gli viene dalle sue letture, però proprio lui che aveva passato otto o nove anni in Messico e se la prende con la letteratura messicana, fondamentalmente nella figura di Octavio Paz, facendo a pezzi il mito del «grande poeta», poi non ha niente da dire su nessun’altra letteratura latinoamericana con l’ossessione che mette in gioco quando ha a che fare con letteratura argentina. Per me è una cosa che vale la pena di domandarsi.

Alan Pauls:
No, io credo che in qualche modo la letteratura argentina sia più isolata e, al tempo stesso, essendo più isolata – e qui torniamo al Borges di “Lo scrittore argentino e la tradizione” –, proprio perché è una letteratura incredibilmente periferica, sia una letteratura che si prende il lusso di pensare tutto, di mettere tutto in relazione con tutto, di appropriarsi di tutto, etc. Io credo che questo sia quel che interessava Bolaño, anche nel senso che Bolaño già nei Detective selvaggi comincia a pensare con una certa mentalità globale. Io direi che già in Borges c’è una certa idea di letteratura globale, di narrativa globale. Non so, forse è questo l’aspetto della letteratura argentina che ha sempre attratto le altre letterature: il fatto che fosse una letteratura in un certo senso molto insulare e insieme molto connessa con tutto il resto.

Horacio Castellanos Moya:
Io credo anche che siamo di fronte a uno scrittore che si prende il lusso, non di ignorare, ma di mettere da parte e di muoversi molto al di fuori dalla sua letteratura nazionale, e di intendere l’America Latina come un luogo in cui scegliere e prendere quello che vuole. Lui si muove e sceglie quello che vuole, come se dicesse «questa è la tradizione che mi piace, qui mi sistemo e qui mi muovo con le mie fanatiche opinioni su questo e quest’altro».

Alan Pauls:
Si potrebbe anche pensare che c’è un aspetto abbastanza evidente nell’opera di Bolaño, che riguarda il modo in cui l’arte nell’esperienza artistica, intesa soprattutto come esperienza di vita, può redimere una sconfitta politica catastrofica. Diciamo, in questo senso, che l’opera di Bolaño è una grande opera post-anni Settanta dell’America Latina. Che cosa fare di questa enorme sconfitta politica continentale che abbiamo avuto in America Latina? E mi pare che l’idea di Bolaño sia reinvestire questo capitale nell’unica esperienza in cui la sconfitta non è una sconfitta ma un trionfo, ossia nell’esperienza artistica; questa è la vera esperienza avanguardistica di Bolaño, l’idea che il fallimento sia un successo. Mentre in politica il fallimento è fallimento, non c’è redenzione possibile.

Horacio Castellano Moya:
Questo è molto interessante perche negli Stati Uniti il successo di Bolaño dipende dal fatto che questo fallimento si rivela istruttivo per i figli del “boom”: «Siamo stati giovani tutti, abbiamo vissuto tutti l’avventura, tutti abbiamo rischiato, e guardate dove ha portato tutto questo». Questa è una delle idee di fondo che fanno di Bolaño il non plus ultra; è paradossale.

Juan Villoro:
Sì, però lo leggono molto anche i ragazzi, e le autolinee Autobuses del Norte stanno già modificando i percorsi a beneficio di tutti i gringos che adesso vogliono seguire le rotte di Bolaño. [Risate.] C’è già una nuova linea del deserto.

Horacio Castellanos Moya:
Io sento che cominciamo a trovarci di fronte a un fatto abbastanza nuovo – forse non per gli argentini, che hanno avuto Borges –: il fatto che uno scrittore che noi leggiamo in un certo modo, con certi criteri, e con un interesse determinato, di colpo, quando diventa un mito, diventa un mito e basta. E per di più, con tutta l’industria editoriale e il marketing di massa impegnati a costruire questo mito, ne avremo di sorprese…

Pedro Rey:
Di che tipo?

Horacio Castellanos Moya:
Non so, del tipo che uscirà nelle librerie la biografia di Bolaño, questo di sicuro, usciranno libri che indagheranno a fondo su tutto quello che ha fatto nei ventidue anni che ha passato in Spagna, se davvero è stato in Africa, cose così.

Juan Villoro:
La fama è un malinteso no? Sempre. Bene, avremo un Detective selvaggio sul ghiaccio, roba così, pero questo non ha nulla a che vedere con qualunque cosa abbia fatto Bolaño

Pedro Rey:
E il Cile? Quella sorta di pulsione negativa che Bolaño aveva nei confronti del Cile, almeno quando ci viveva, quando ci era tornato dopo venticinque anni, invitato da una rivista. A quanto ho sentito non se li filò neppure gli scrittori della cosiddetta nuova narrativa cilena che lo avvicinarono. Questo a cosa si deve?

Juan Villoro:
Sì, be’, con me se la prendeva molto ogni volta che parlavo bene di qualcosa di cileno.

Pedro Rey:
E parlava sempre bene del Messico.

Juan Villoro:
Sì, esattamente. Anzi, quando me la prendevo col Messico, lui si arrabbiava; ma se parlavo bene del Cile, a lui dava un fastidio tremendo, diceva che era un paese di psicotici. Chiaro, no? Leggeva i cileni come può farlo solo chi è interessato a trovarci dei difetti. Però era sempre attentissimo a tutto quel che succedeva in Cile. Il fatto è che la separazione radicale che si era venuta a creare nella società cilena con il golpe militare, e poi quella che lui considerava come una specie di acclimatazione o assimilazione di molti scrittori che erano stati ribelli, che avevano patito anche loro l’esilio e non avevano conservato una posizione radicale… be’, credo che siamo tornati al punto di partenza: tutto questo aveva a che vedere con la lotta di titani che si svolgeva nella sua testa e col fatto che lui aveva bisogno di costruirsi un territorio da idolatrare e un asse del male, no? Proprio come cercava – era una delle cose che lo affascinavano , e più volte gli era riuscito, di risolvere la battaglia di Waterloo a favore di Napoleone creando altre condizioni.

Horacio Castellanos Moya:
Riguardo al Cile, mi colpisce il suo rapporto con Donoso. Io credo che a un certo momento lui stia dialogando con Donoso. È il maggiore scrittore cileno prima di lui, è lo scrittore cileno che aveva avuto tutto ciò che lui non aveva, perché apparteneva a una classe sociale, a una tradizione impostata in un altro modo, e che per di più aveva scritto due grandi romanzi. Lui non ha una grande passione per Donoso, che rappresenta uno spartiacque importante nella letteratura cilena. Anche se adesso è un po’ dimenticato, be’, Donoso è un grande narratore, e ci si sarebbe aspettati che Bolaño si definisse a partire da lui e non a partire da Cortázar e Borges. E invece su questo punto c’è una sorta di silenzio, che trovo molto interessante.

Juan Villoro:
Roberto era uno che non potevi mai convincere di niente. Non posso vantarmi di averlo mai convinto di qualcosa. Si dice che tutti gli scrittori messicani abbiano sognato di discutere con Octavio Paz e di poterlo convincere di qualcosa, no? Io ho discusso molte volte con Roberto; lui mi consultò sul titolo di Notturno cileno, perché voleva intitolarlo Tormenta di merda [risate], lui aveva questa sua parte un po’ da spaccone, mi ricordo che gli sarebbe piaciuto essere un pistolero o un cherokee e vivere una di quelle vite eroiche e solitarie, essere un avanguardista e compagnia bella. E allora gli dissi che a me quel titolo sembrava di un infantilismo provocatorio. E allora lui disse: «Guarda, sto pensando di chiamarlo Tempesta». E io: «Be’, non mi sembra una gran trovata, ma vista l’alternativa…». Allora lui fece come quei tennisti che ti lanciano la palla bassa perché tu risponda con un pallonetto e poi ti sparano una schiacciata tremenda. Mi chiese cosa ne pensassi della tempesta e visto che io non ero molto entusiasta, mi disse: «Non ti ricordi di uno scrittore di cui forse avrai sentito parlare, un certo William Shakespeare, che scrisse una cosa con un titolo del genere? Non ti sembra un idiozia che gliel’abbiano pubblicata?». Discutemmo e lui schiacciò e vinse, punto, set e partita, come succedeva regolarmente quando si discuteva con lui.
Una volta una giornalista gli chiese: «Perché lei contraddice sempre tutti?» E lui rispose: «Io non contraddico mai nessuno». [Risate] Diciamo che anche quella volta lui chiuse la discussione a suo favore, era così che lui intendeva le discussioni, ma il titolo lo cambiò.

Alan Pauls:
Credo che Bolaño sia abbastanza unico, nel senso che ha inventato, si può dire, un mondo relativamente inedito. Mi è difficile oggi immaginare scrittori unici, perché per immaginare scrittori unici uno deve trovarsi a una certa distanza rispetto a quello che giudica, e soprattutto rispetto a uno stato planetario della letteratura che, almeno a me, sfugge completamente. Mi pare che lui sia stato uno che ha inventato qualcosa, e che questo qualcosa sia entrato nella circolazione sanguigna della letteratura planetaria a una velocità stupefacente, il che è abbastanza unico. Insomma, trovo difficile dare un giudizio estetico tassativo ora, siamo troppo vicini ai fatti. Credo che per dare questo tipo di giudizio ci si dovrebbe trovare a una certa distanza, no? Diciamo che io non leggo in altri scrittori quello che leggo in Bolaño. Be’, leggo pochissimi scrittori, perché ce ne sono sempre di più.

Pedro Rey:
Ancora una domanda, per concludere: Che cosa penserebbe Bolaño della mitizzazione della sua opera, della sua trasformazione in un James Dean della letteratura, in un’icona pop ? Non ne sarebbe felice?

Juan Villoro:
No, io credo che lui se la riderebbe di tutti noi. Voglio dire che la prenderebbe come uno dei tanti equivoci di cui la realtà è stata prodiga con lui, e con un’alzata di spalle tirerebbe dritto per la sua strada.

16 novembre 2008

  1. Il titolo della tavola rotonda, ispirato a El gaucho insufrible, tradotto in italiano con il gaucho insostenibile, ha suggerito la traduzione di insufrible (insopportabile) con insostenibile []
  2. Sollecitato dalla discussione che ha avuto luogo su Nazione Indiana e altri blog sulla responsabilità degli scrittori, un lettore e commentatore di NI, Carmelo Pinto mi aveva proposto il testo della conferenza. Maria Nicola, traduttrice di molti libri di Roberto Bolaño, su mia richiesta, ha rivisto la traduzione di Carmelo e ci è sembrato giusto, alla fine attribuirgliela. Per ragioni di lunghezza lo abbiamo diviso in due parti sperando possa portare un contributo alla “giusta causa”. effeffe []

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46 Responses to Roberto Bolaño, l’insopportabile!

  1. véronique vergé il 23 settembre 2010 alle 10:02

    Ho iniziato la lettura del magnifico “les détectives sauvages” e rimpiango la mancanza di tempo per seguire. Abbandono la lettura ogni amttina, prima di partire alla scuola. E’ un romanzo che mi fa attraversare un mondo mentale, quello di un poeta. Il motivo della poesia illumina la vita del personaggio, scatta avventura e sessualità. La luce è strana, bizarra, ironica. Il personnagio è sempre alla margine. Tutto gesto reale diventa
    creazione del mondo, esperienza particolare.
    Invece 6666, non mi ha convinta. Ho provato la lettura, ma la noia mi è calato addosso.
    Penso che il personaggio des détectives sauvages è l’anima gemella di Bolano, la sua ombra poetica, assillante, compagna anche, l’ombra angelica e demoniaca della poesia. Considero Bolano come un poeta per l’immensità del suo romanzo, come Cortazar; la sua enigma.

  2. véronique vergé il 23 settembre 2010 alle 10:03

    mattina

  3. quetzalina il 23 settembre 2010 alle 10:35

    Allora mi sembra che un’altra cosa che Bolaño riesce a fare, come una sorta di alchimista abbastanza miracoloso, è di riconciliare due tradizioni reciprocamente ostili. Perché è molto facile essere scrittore eclettico e creare, fondere tradizioni, è una cosa che si fa da cinquanta sessant’anni, in sè molto facile. È quasi l’ABC dello scrittore contemporaneo. Ben più difficile, credo, è riconciliare tradizioni ostili; ostili esteticamente, ostili politicamente. E credo che sia proprio quello che fa Bolaño.(cit. Pauls Alan)
    Sento molto queste frasi di Pauls, Bolaño sta diventando ormai un mito, non solo per ciò che ha scritto ma soprattutto per ciò che rappresenta col suo modo di scrivere e di affrontare la vita.

  4. Elena il 23 settembre 2010 alle 10:38

    io sto leggendo adesso uno dei suoi libri, e mi sembra interessante.

  5. carmelo il 23 settembre 2010 alle 10:46

    @veronique
    nei libri di bolano c’e’ molta “finzione autobiografica”
    ne I detective selvaggi arturo Arturo Belano è l’alter ego di bolano

    bolano in un’intervista tra le altre cose ha detto che nei suoi libri c’e’ anche quello che lui avrebbe voluto essere e non è stato e quello che lui ha rischiato di essere ed è riuscito a non diventare.

    2666
    quando lo cominci a leggere è come un colpo allo stomaco, ma chi è questo? ma cosa scrive?

    ma se superi le prime 20 o 40 o 60 pagine ti ritrrovi trascinata dalla corrente di un fiume impetuoso che si porta via tutto e poi si perde in mille rivoli, finisce in un lago stagnante, sprofonda sottoterra ma non perde mai quel respiro di sottofondo quella vitalità e potenza che fa di 2666 il primo grande romanzo del XXI secolo.

    i lettori o arrivano a pag 40 e chiudono il libro oppure proseguon oe l odivorano

  6. sergio il 23 settembre 2010 alle 12:35

    @paolo castronovo
    tu giustamente dici (commento 1^parte):
    “I poeti e gli scrittori popolano tutti i romanzi del cileno.”
    e aggiungo che di solito son odetective alla ricerca di non si sa bene cosa.
    Qualcosa che non trovano mai e vengono sopraffatti da una realtà frantumata fatta di sensibilià senza territorio di identità mutanti, sradicate “liquide”.
    Ecco, volevo dire che oltre ai poeti e agli scrittori, l’universo bolaniano è popolato, di vagabondi, prostitute, falliti, pazzi, sradicati ,squilibrati, criminali,
    ovviamente sottopongoa tutti lo spunto di riflessione.
    grazie

  7. véronique vergé il 23 settembre 2010 alle 13:46

    Grazie Carmelo per la risposta. Iniziando la lettura di 6666, mi sono perduta nelle considerazioni dei personaggi e la storia non mi ha appassionata.
    Un libro è una storia d’incontro, si fa o no.

  8. carmelo il 23 settembre 2010 alle 14:15

    @veronique
    beh forse bisogna trovare il momento giusto, la calmna e il tempo necessari per entrare nel ritmo del libro; poi non te ne stacchi piu’.
    quando ho cominciato a leggere 2666 (attanta al numero, è un numero su cui è stato scritto molto) non sapevo niente ma proprio niente, l’ho iniziato perche’ non avevao niente altro da leggere, mentre le vacanze stavano per finire. Sono tornato a roma che avevo finito di leggere le prime tre parti: ho chiesto altri due giorni di ferie per terminarlo. La lettura di bolano ha trasformato un lettore pigro e occasionale quale i oero, in un lettore appassionato e forse anche malato, quale sono diventato.

  9. Larry Massino il 23 settembre 2010 alle 14:33

    C’è pure qualche estremista che sostiene si possa usare Bolano al posto dell’olio di ricino. Non so…

  10. carmelo il 23 settembre 2010 alle 15:00

    sono molti quelli che avanzano dure critiche alla letteratura di bolano e lo considerano per niente grande;
    molti affermano che la sua prosa è piatta elementare
    Per esempio Fernando Vallejo ha detto che è del tipo “io Tarzan, tu Chita”
    ben vengano le critiche! le critiche!

  11. Enrico Macioci il 23 settembre 2010 alle 15:31

    La forza di Bolano, più che nella qualità della prosa (traduzione data per buona) è nel ritmo e nella potenza della visione. E’ dotato di un’immaginazione incandescente, e riesce a sintonizzarsi perfettamente su questa immaginazione con le parole, col respiro della narrazione (cosa che per es. non riesce a mio avviso a Moresco, che pure possiede una visionarietà a tratti forte). In questo primo decennio di narrativa del nuovo secolo e millennio, che io sappia non è stata prodotta un’altra opera robusta come 2666. Con ciò non pretendo comunque d’aver letto tutto ciò che andava letto.

  12. carmelo il 23 settembre 2010 alle 15:47

    chiedo scusa, il lavoro……….ufff

    anche Bruno Arpaia, che pure ama bolano muove delle critiche:

    “””I miei nove lettori sapranno che Bolaño non mi esalta incondizionatamente: lo considero un bravissimo scrittore che però, almeno per i miei gusti, gira troppo attorno alla letteratura e agli ambienti letterari, per quanto provi a farne una metafora della vita stessa. E tuttavia è innegabile che per moltissimi giovani autori spagnoli e latinoamericani Bolaño costituisca un solido e ostinato punto di riferimento, al quale guardare per cercare nuovi sentieri e magari nuove autostrade narrative.””””

    queste critiche per la verita son ostate avanzate da molti

    ma qualcuno e cioe’ Javier Cercas le ha smontate

  13. Paolo Castronovo il 23 settembre 2010 alle 16:20

    @Carmelo

    Personalmente non condivido la critica di Arpaia. Bolano riesce a trasformare un salotto letterario in baratro esistenziale talmente avvolgente che si fa presto a scordare che i suoi protagonisti sono scrittori. Più di una volta ho dimenticati, leggendo “I detective selvaggi”, che Belano e Lima erano poeti. Per me, il libro s’intitola “Gli sciamani selvaggi”. Lo scrittore bolanano non è chiuso nel mondo narcisista dell’intellighenzia letteraria (o editoriale). Sono uomini che si pongono domande e si mettono in cammino.
    Mi piacerebbe sapere che ne pensi/pensate.

  14. Paolo Castronovo il 23 settembre 2010 alle 16:21

    Il primo intervento di Pauls in questa seconda parte è folgorante.

  15. carmelo il 23 settembre 2010 alle 17:55

    @PAOLO CASTRONOVO
    io sono d’accordo con te
    per bolano la letteratura è una cosa seria non è contemplazione o autocompiacimento. Soprattutto è la vita stessa o meglio lui ne fa una metafora della vita e bruno arpaia che ha letto javier cercas lo sottolinea.
    i poeti sono “”””perduti nella “disperazione congetturale” del tempo “senza ordine né successione rispetto al passato e rispetto al futuro” ,,,,,,,,Poeti ammaliati da qualche magia nera. Dalla follia, dal deserto, dal male. Vittime dei tiri mancini della vita. Vittime ammaliate dal mito stesso della poesia. (massimo rizzante).
    la letteratura e la vita, la vita e la letteratura un tema quanto mai attuale secondo me.
    in 2666 i critici disquisiscono dottamente sulla letteratura vanno ai congressi scrivon odotti trattati, ma lasciano fuori la vita, il male, l’orrore, l’abisso…
    dice javier cercas
    “”””
    nei libri di Bolaño la letteratura o la vita letteraria è solo una metafora della vita, e uno dei principali meriti di Bolaño consiste nell’aver dotato l’aggeggio letterario di una dimensione quasi epica, nella quale tutte le passioni, le vertigini e le perplessità dell’essere umano scoprono una espressione lacerata e nuova. “””

  16. cristiano prakash il 23 settembre 2010 alle 21:20

    @ Véronique:
    2666 è un universo. le prime pagine ti introducono alla soglia e ti tengono lì, un pò sospeso, senza ammiccare, senza promettere chissà quali meraviglie. ma dopo la prima curva, si apre un panorama incredibile e Bolano ti conduce in mille strade secondarie, in tragitti imprevisti senza mai perdere la bussola e senza imporre alcunché. è un grande classico senza età.
    questa è la mia opinione: lo dico perché non sono un critico e non so scrivere di libri

  17. sergio il 24 settembre 2010 alle 10:15

    è interessante l’idea che Bolano aveva del romanzo e di come secondo lui si dovesse sviluppare la narrazione:
    “ogni romanzo è una successione di storie”
    leggendo l’intervista di raul schenardi del maggio 2003 (poco prima della morte di bolano)
    http://www.archiviobolano.it/bol_int_schenardi.html
    alla fine Raul Schenardi dice
    “All’inizio dell’intervista, parlando del parallelo stabilito da molti critici fra I detective selvaggi e Il gioco del mondo di Cortázar, e di quanti contrapponevano il Cortázar scrittore di racconti all’autore dei romanzi, presuntamente inferiore, Bolaño ha sviluppato un’acuta analisi del celeberrimo racconto di Borges, L’Aleph”:

    ed ecco cosa dice Bolano:
    “”””””
    “Come tutti i racconti di Borges, è costruito in una maniera esemplare. Vale a dire che racconta una storia, o due storie, ma racconta anche come si costruisce una storia o qualsiasi storia. Nell’Aleph abbiamo la storia d’amore fra Borges e Beatriz Viterbo, poi c’è la morte di Beatriz, nel fiore della gioventù, appassionata, superba, affascinante, che oltretutto muore lasciando Borges con un palmo di naso perché lui non riesce mai ad averla in nessun modo. La prima parte è purissima, nella seconda c’è frustrazione, morte, agonia, e c’è un amore non corrisposto. Poi c’è la terza storia: come Borges cerca di far rivivere nei gesti quotidiani il ricordo di Beatriz, e ci riesce andando a visitare una volta l’anno la sua casa. Quarta storia: l’apparizione di Carlos Argentino Daneri, cugino di Beatriz e la sua successiva amicizia con Borges. Poi viene la quinta storia, e ormai non è più questione di Borges né di Beatriz Viterbo, ma di Daneri e dei suoi tentativi poetici. Sesta storia segreta soggiacente: Carlos Daneri come una satira di Pablo Neruda e del suo tentativo di creare un’opera d’arte totalizzante (in quel periodo Neruda stava scrivendo il canto generale). Daneri è, diciamo, ritratto speculare e assolutamente infernale di Neruda. Settima storia: la realizzazione di Daneri nell’Aleph. Borges scende e contempla L’Aleph, e diciamo che questa storia è il nucleo principale del racconto. Ottava storia: vendetta dell’innamorato rifiutato, ergo Borges, sul cugino, che probabilmente aveva avuto una relazione carnale con Beatriz Viterbo. Ultima storia: distruzione della casa, che porta con sé la distruzione dell’Aleph, e una nota finale sui destini letterari di Borges e di Carlos Daneri: Daneri vince un secondo premio a un concorso di poesia e Borges resta a bocca asciutta. Insomma, in un racconto di dieci pagine ci sono già dieci storie, mi dici come cazzo si fa a scrivere un romanzo di oltre seicento pagine con una sola storia? È assolutamente impossibile, chi pensa una cosa del genere è un idiota. Ogni romanzo è una successione di storie che si vanno intrecciando. Stendhal l’aveva già visto con una chiarezza solare: la letteratura, un libro, è uno specchio, uno specchio che non se ne sta quieto però, ma si muove su una strada, e sullo specchio si riflettono via via le cose che succedono durante il percorso, e ogni cosa può restare in sospeso, con un punto interrogativo, oppure può finire. In questo senso Il gioco del mondo di Cortázar, che racconta moltissime storie, non fa che seguire la legge naturale del romanzo. Nemmeno lo scrittore più monotono potrebbe scrivere un romanzo dove vi sia una sola storia. Il romanzo, in questo senso, sarebbe una successione di racconti, perché la vita è una successione di racconti. Di fatto, un anno è la successione di quattro stagioni, un anno in realtà non è un anno, sono quattro stagioni, e un giorno non è un giorno, c’è il mattino, il pomeriggio, il tramonto, la notte. E cosa fa un romanziere? Una successione di racconti… Certo, poi possiamo discutere della struttura, della forma che si dà a questa successione, ma su un piano assoluto non si tratta di nient’altro che di una successione di racconti”.
    R.B.””””””””””

  18. Arturo il 24 settembre 2010 alle 11:39

    Credo che il rapporto tra Bolaño romanziere e Bolaño poeta venga spesso frainteso.
    In prima istanza, Roberto Bolaño non era affatto un poeta mediocre, ma un buon poeta, anche se la sua produzione lirica ha molto probabilmente una qualità inferiore a quella narrativa.
    In secondo luogo, l’autore cileno affermava che la più grande opera poetica che si possa realizzare è il romanzo o che i vertici della poesia possono essere raggiunti solo nel romanzo. Non ricordo in quali termini precisi esprimesse questo concetto, quello che tengo a sottolineare è che non considerava il romanzo inferiore alla poesia; la narrativa, per lui, non rappresentava in alcun modo un ripiego.

  19. carmelo il 24 settembre 2010 alle 12:22

    @paolo castronovo
    riflettevo su quanto hai scritto

    intanto bisogna dire che il tema di bolano non è propriamente la letteratura.
    E’ vero i suoi personaggi sono poeti, scrittori, quasi sempre detective che cercano qualcosa che non trovano mai. vivono ai margini della lettaratura e della società, sono dis-ubicati, indefiniti, fantasmi, che svaniscono ed evaporano nel nulla; riflettono la liquidità dei nostri tempi, la perdita del “qui e ora”, lo spazio e il tempo sono deformati e si potrebebro fare molti esempi al riguardo.
    I personaggi hanno una caratteristica in comune: sono extra-territoriali, perennemente in cammino non si sa verso dove;
    emergono come fantasmi dalle macerie della storia, dall’orrore del XX secolo (le dittature latinoamericane, la sconfitta delle utopie rivoluzionarie ed estetiche, la seconda guerra mondiale) senza una meta precisa, scompaiono in mezzo a una guerra d’africa (Belano nei detective) o in nicaragua (ulises lima) e di loro non si sa piu’ niente, finiscono nei manicomi (font oppure lola), nelel fosse comuni…..

    il vero tema dei romanzi di bolano è il male e i personaggi sono i “detective” che vivono ai bordi dell’abisso, e non fanno altro che interrogarsi sul male, sull’orrore.
    E cio’ che rende la scrittura di Bolano potente ed efficace è l’humor nero, che entra in campo quanto piu’ si approssima all’abisso (p.esempio la paret dei critici)
    a proposito del male leggiamo ne i “detective selvaggi”

    “”””””
    All’improvviso qualcuno, non so chi, si mise a parlare del male, del crimine che ci aveva coperti con la sua enorme ala nera….Allora gl idissi quel che m igirava e rigirava in testa. Belano, gli dissi, il nocciolo della questione è sapere se il male (o il delitto o il crimine o come lei vuole chiamarlo) è casuale o causale. Se è causale, possiamo combatterlo, è difficile sconfiggerlo ma c’e’ una possibilità, più o meno come tra pugili dello stesso peso. Se è casuale, al contrario, siamo fottuti. Che Dio, se esiste, ce la mandi buona. E in questo si riassume tutto.
    [ I detective selvaggi p.529]

  20. carmelo il 24 settembre 2010 alle 13:03

    @arturo
    sul valore estetico delle poesie di bolano non tutti son od’accordo. Alan Pauls per esempio ritiene che la poesia di bolano non sia eccelsa.
    Sul secondo punto sono molto d’accordo con te. La poesia di Bolano si respira nei suoi romanzi

    la citazione che dicevi eccola qui:

    “Tutta la poesia, in una qualunque delle sue molteplici forme”, “era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo”
    2666, parte 5 – pag 530

  21. véronique vergé il 24 settembre 2010 alle 14:35

    Carmelo e Kristian, provero in un tempo di estate. In realtà come Carmelo e Helene Janeczek avevano parlato del romanzo. Ho comprato les détectives sauvages et preso in prestito alla biblioteca 6666. Ho iniziato le due nello stesso tempo ( mi accade di seguire tre o quatro letture diverse ). Mi sono trovato incantata con les détectives sauvages come si fosse davanti a una foreste tropicale, in un climato che mi piace, invece 6666 mi è sembrato arido con personaggi troppo dedicati allo studio. Trovo più di affinità con il personaggio des détectives sauvages.
    La poesia abita il personaggio, vive con lei, ha sempre nella testa letture, scrittura, sogni, fantasmi. Ha sempre un rifletto strano della realtà nella mente fino alla distorsione comica.
    Carmelo, non sono ancora arrivata al tema del male nel romanzo: les détectives sauvages.
    Dunque per tornare all’idea principale. Ho privilegiato les détectives sauvages nella mia lettura.

  22. véronique vergé il 24 settembre 2010 alle 14:37

    Vive con lui

  23. carmelo il 24 settembre 2010 alle 14:48

    @veronique
    avrai modo di ricrederti se lo leggerai

    2666 eh eh eh 2666

    sul titolo ci sono diversi riferimenti
    su amuleto e su I detective selvaggi

    c’e’ anche un’intervista di dario voltolini su radio tre che potete ascoltare qui (spero che il link funzioni)

    http://www.archiviobolano.it/bol_2666_intro_titolo.html

  24. véronique vergé il 24 settembre 2010 alle 14:54

    Carmelo,
    faccio molto confusione ogni giorno
    con nomi, cognomi, numeri;
    è un vero caso di medicina,
    lapsus…

    Ascoltero l’intervista.
    Grazie,
    scappo, è l’ora della lezione.

  25. carmelo il 24 settembre 2010 alle 14:57

    tranquilla, stai rivolgendoti a uno che per nominare le persone usa il termine “coso” eh eh eh eh

  26. andrea inglese il 24 settembre 2010 alle 18:27

    Intanto ringrazio Carmelo Pinto per quest’opera di ossigenazione che fa su Bolano. Quest’ultimo rischierebbe malgrado gli sforzi di alcuni, come il nostro Rizzante ad esempio – che gli dedicò un monografico su “Nuova Prosa” – di crescere in uno spazio astratto e decontestualizzato, ben adatto a un mito editoriale, poco adatto alla comprensione lunga e accidentata di un’opera importante.

    Poi ho trovato un bell’esergo, da spendere in futuro:

    Juan Villloro:
    “Il successo è un malinteso no? Sempre.”

  27. carmelo il 24 settembre 2010 alle 18:56

    grazie, sono felice che questa discussione abbia potuto interessare o incuriosire …..
    E’ vero il numero di nuova prosa 46
    Greco&Greco, Milano, dal titolo:
    America Latina: dalle derive del realismo magico alla realtà del romanzo. Inediti, testimonianze, saggi”
    è molto utile per capire cos’e’ la letteratura latinoamericana della generazione venuta dopo il boom.

    vorrei ringraziare il team di Ni ed in particolare Francesco Forlani: lui non lo ha scritto, ma senza il suo lavoro di revisione editing e correzione la traduzione avrebbe lasciato molto a desiderare.
    Si è

  28. giuseppe zucco il 24 settembre 2010 alle 20:08

    ciao a tutti,

    ho appena letto “un autore a molte dimensioni”, un densissimo e folgorante saggio su roberto bolano. lo ha scritto nicola lagioia, e lo trovate nell’ultimo numero de “lo straniero”, cioè qui:

    http://www.lostraniero.net/archivio-2010/121-ottobre–n124/436-inabissarsi-un-autore-a-molte-dimensioni.html

    fateci un giro, vale davvero la pena.

    giuseppe zucco

  29. carmelo il 24 settembre 2010 alle 21:06

    @giuseppe zucco
    l’ho letto, molto interessante, il carattere frattale dell’universo bolaniano, che si puo’ leggere come un’enorme ipertesto dove i personaggi saltano da un libro all’altro (per esempio carlos wieder di stella distante è un personaggio di letteratura nazista in america, dove pure compare il generale romeno di 2666, lalo cura compare anche in un racconto di puttane assassine etc etc etc), il carattere extraterritoriale e transgenere sono stati molto studiati e ci sono moltissimi saggi al riguardo. Lo stesso vale per “il buco nero” Santa teresa (ciudad juarez) l’abisso del sonora dove finiscono tutte le pista. Il saggio di miguel angel roca pubblicato qui ne è un esempio.

    C’e’ una grossolana imprecisione a mio avviso. Non è vero che l’opera è sta scritta negli ultimi 10 anni di vita di bolano. la gioia confonde le date di pubblicazione con quelle di scrittura e riscrittura.
    Bolano legge e scrive, scrive e legge senza soluzione di continuità.
    Horacio castellanos moya in un video che si puo’ vedere su you tube conferma questo fatto che assurdo pensare che bolano abbia scritto i suoi libri negli ultimi anni.

  30. dino il 25 settembre 2010 alle 09:33

    ho letto con molto interesse i vostri commenti perchè la lettura di 2666 mi ha emozionato e non ne capivo completamente il motivo. ma non sono riuscito a capire il senso del titolo. qualcuno sa perchè si chiama 2666? grazie

  31. véronique vergé il 25 settembre 2010 alle 10:57

    Da lungo non avevo letto un romanzo toccando ai registri diversi, étrangeté, comico, lembo di sogno, erotismo ( Les détectives Sauvages).
    Questo romanzo mi dà energia, slancio. Mi sono sorpresa a ridere durante la lettura. Amo i personaggi; sono strani, ma di questa étrangeté
    che mi sembra familiare. Il personaggio come dice Carmelo dell’autore, scrive, legge, fa l’amore in continuità; in giro nella città, anima vagante.
    Il mondo dei poeti è vissuto anche con occhio critico e divertito. I nomi mi fanno immaginare molto: Laura Damian, la grande poetessa.
    Il vincolo tra i poeti e le donne sono di una sontuosa verità.
    E condivido totalmente l’opinione di un poeta nel romanzo:
    la poesia è omosessuale, l’ho sempre pensato, eccetto che lui dà dell’omosessuale ai poeti. Lo penso della poesia stessa.

  32. Elvis Pavan il 25 settembre 2010 alle 14:59

    Dante, Stephen Jay Gould, Hemingway sono icone e autori di culto. Che male c’è se lo diventa anche Bolano? Non è meglio che noi uomini della strada si legga dei libri grandiosi piuttosto che della m…a?

  33. alcibiade il 27 settembre 2010 alle 03:07

    @ veronique

    6666 perchè Bolano ne sà una più del diavolo.

  34. alcibiade il 27 settembre 2010 alle 03:15

    <>

    meraviglioso, un po’ come dire …in pura perdita…

    p.s.: Non capisco come si possa mollare 2666 a pagina 60, la parte dei critici è davvero incredibile, la prosa è scorrevole, inesorabile e insieme profondissima, molto più che in altre parti.

  35. carmelo il 27 settembre 2010 alle 10:37

    E’ interessante leggere c osa dice Juan villoro a proposito de I detective selvaggi in un articolo (El copiloto de Impala):
    “”””
    Costruita nella forma di uno stadio dove la gente entra ed esce senza tregua, il romanzo è una marea di storie, le mille e una notte di una generazione drogata daqi paradisi artificiali della poesia e del tequila bianco. Questa saga incommensurabile dura 609 pagine ma potrebbe abbracciare una biblioteca concentrica; a rigore, non finisce; si dissipa dietro un’ultima finestra”””””

    juan Villoro ha sempre sottolineato le capacità di affabulazione di Bolano; il fatto che conversazioni banali, che si ascoltavano nel cafè Quito (citato ne I detective selvaggi) lui le trasformava in storie quasi epiche. lui riusciva a penetrare la banalità superficiale della realtà riuscendo ad aprire squarci profondi di vita.

  36. raffaella grasso il 27 settembre 2010 alle 11:31

    Roberto Bolaño, 2666, secondo volume

    Chiunque cerchi svago, divertimento, riflessione sì, ma condita da un velo d’ironia, una strizzatina d’occhio ogni tanto, può tenersi alla larga da questo romanzo.
    2666 è un’opera mastodontica, eccessiva, implacabile, per certi versi mostruosa. Non di meno, se, al termine della lettura del primo volume e dopo il breve interludio di Stella distante, mi ero convinta che i romanzi brevi di Bolaño fossero meglio, quanto meno per prendere le misure, ora ho cambiato parere. Di 2666 si continuerà a parlare, ognuna delle sue 1105 pagine continuerà a parlare ancora per molto, di qui bisogna passare prima o poi. Tanto vale cimentarsi e accada quel che accada!
    Per me è stata dura, ne esco stremata come dopo una lunga apnea, trasformata anch’io nel bambino-alga che salta fuori a un certo punto del racconto, quasi a ricordarmi chi sono mentre leggo, quale parte ho nella narrazione, che tutto era previsto, nulla affidato al caso, compreso il mio bisogno impellente di venir fuori a prendere aria, la disperazione ingolfata, scomposta, paonazza che mi coglie quasi subito all’inizio del secondo volume, che, poco a poco, si fa serena, a tratti persino piacevole. E alla fine (ma solo alla fine) vorrei ricominciasse daccapo. «Ancora una volta!» come le favole ascoltate da piccoli, i racconti del terrore o le dipendenze, tutte un po’ tossiche, sviluppate qualche anno più in là.
    C’è un che di perverso in questa narcosi del lettore nel romanzo, e un che di prodigioso. Bello non è l’aggettivo appropriato per un libro del genere, che forse non è neppure un romanzo ma cinque, e forse non è neppure un romanzo ma una storia universale dal percorso accidentato, faticoso, a tratti snervante, una selva di incastri, di digressioni narrative, didascaliche, enciclopediche che non vanno da nessuna parte, perché è precisamente lì che devono andare, come nei canti omerici o nell’epopea di Gilgamesh.

    Torna a riproporsi la metafora dell’acqua, del racconto fiume che travolge, a ondate e reflussi, in cui è difficile stare a galla. Ne La parte dei delitti, che apre il secondo tomo, mi sono letteralmente impantanata e ho temuto di non sortirne più. I femminicidi di Santa Teresa – città di frontiera nel nord del Messico trasposizione letteraria di Ciudad Juarez dove i fatti in questione accadono davvero, sfondo narrativo della sezione precedente – occupano la scena, diventano oggetto principale del racconto. Oggetto non a caso, dal momento che di ogni singolo evento delittuoso viene offerto un quadretto sintetico e dettagliato, più consono ai toni devitalizzati, professionali e asettici, dei verbali di polizia, dei referti autoptici, delle pagine di cronaca nera. Di bozzetti, contenenti ogni tipo di atrocità, se ne affastellano un bel po’, uno dopo l’altro, centinaia fino a perdere il conto. Tanti che non do più peso alle aberrazioni che leggo, quasi non me ne accorgo, quasi non riconosco più (io, una donna) nell’ennesima morta una mia simile, un’altra donna.
    La mia sensibilità si risveglia in certi intermezzi ambientati in carcere. La violenza tra maschi, descritta con dovizia di particolari, mi sembra atroce, insopportabile. Anche questo deve essere voluto, frutto di estrema maestria nella composizione e nel dosaggio, come il gusto per l’elenco, la catalogazione degli orrori, il ritmo ricorsivo, cadenzato, ipnotico, con cui Bolaño ammucchia cadaveri femminili rendendomeli indifferenti. E, tuttavia, è pur sempre noia quella che provo, e della peggior specie, d’una qualità oscena, una noia che non “dovrei” provare.

    Torno a prender fiato ne La parte di Arcimboldi. Proprio quando il bambino-alga comincia ad immergersi, per me ha inizio la risalita.
    Dentro questo ragazzino schivo e allampanato, che diventa uomo, gigante, sotto i miei occhi, ci stanno due guerre, una generazione, un secolo, i Mari del Nord Europa, le steppe siberiane, il deserto del Sonora, il mondo intero. Tutto condensato in un unico personaggio, un filamento flessibile, esile, lungo e stretto che proprio in virtù della sua adattabilità, del suo anonimato riesce a strisciare, a insinuarsi in situazioni incredibili, costellate da coincidenze siderali, assurde, impensate, che però non puzzano mai di finto, di forzoso o artefatto. Un anonimato il suo che non è mancanza di personalità, ma filtro, amore per il sedimento.
    Con i suoi piedi enormi attraverso lande mai viste, per sbucare all’improvviso su incroci già noti, vicoli ciechi che avevo abbandonato e che ora rivelano un passaggio.
    Imparo ad amare il timido omaccione, intriso di disciplina prussiana e furore rumeno, fiumi di vodka russa e gelo polare, anche per questo, perché grazie a lui tutto sembra trovare un senso, una precisa collocazione, perché in sua compagnia sembra possibile tornare indietro, rifare la strada, che è costata tanta fatica, evitando, ’sta volta, dubbi e smarrimenti.
    Una bugia meravigliosa e tremenda, di cui sono saldamente convinta alla fine, tanto da aver voglia di rituffarmi subito in una seconda lettura. Il trucco finale, l’ultima ironia raffinata e crudele di Bolaño, che racconta un uomo, una storia, il mondo, ma non spiega l’arcano, che di nuovo mi porta, questa volta dolcemente, sfruttando a pieno l’incantamento del racconto, faccia a faccia con l’oscenità e l’abisso.
    Chi è l’assassino di tutte quelle donne? Ora che conosco Arcimboldi, che so tutto di lui, posso veramente escludere che c’entri qualcosa? O non accade piuttosto che, avendolo visto da vicino, semplicemente non mi interessa più se sia o meno un assassino, che non significa nulla perché, come si dice a un certo punto, anche “un assassino, in fondo, è buono”?
    Questo al fondo mi sembra il nucleo duro dell’opera di Bolaño, che la letteratura è capace di tali e altre simili atrocità.

    http://la-gi-raffa.blogspot.com/

  37. raffaella grasso il 27 settembre 2010 alle 12:17

    un mio tentativo di recensione a 2666.
    lo trovate anche sul mio blog: http://la-gi-raffa.blogspot.com

    Roberto Bolaño, 2666, secondo volume

    Chiunque cerchi svago, divertimento, riflessione sì, ma condita da un velo d’ironia, una strizzatina d’occhio ogni tanto, può tenersi alla larga da questo romanzo.
    2666 è un’opera mastodontica, eccessiva, implacabile, per certi versi mostruosa. Non di meno, se, al termine della lettura del primo volume e dopo il breve interludio di Stella distante, mi ero convinta che i romanzi brevi di Bolaño fossero meglio, quanto meno per prendere le misure, ora ho cambiato parere. Di 2666 si continuerà a parlare, ognuna delle sue 1105 pagine continuerà a parlare ancora per molto, di qui bisogna passare prima o poi. Tanto vale cimentarsi e accada quel che accada!
    Per me è stata dura, ne esco stremata come dopo una lunga apnea, trasformata anch’io nel bambino-alga che salta fuori a un certo punto del racconto, quasi a ricordarmi chi sono mentre leggo, quale parte ho nella narrazione, che tutto era previsto, nulla affidato al caso, compreso il mio bisogno impellente di venir fuori a prendere aria, la disperazione ingolfata, scomposta, paonazza che mi coglie quasi subito all’inizio del secondo volume, che, poco a poco, si fa serena, a tratti persino piacevole. E alla fine (ma solo alla fine) vorrei ricominciasse daccapo. «Ancora una volta!» come le favole ascoltate da piccoli, i racconti del terrore o le dipendenze, tutte un po’ tossiche, sviluppate qualche anno più in là.
    C’è un che di perverso in questa narcosi del lettore nel romanzo, e un che di prodigioso. Bello non è l’aggettivo appropriato per un libro del genere, che forse non è neppure un romanzo ma cinque, e forse non è neppure un romanzo ma una storia universale dal percorso accidentato, faticoso, a tratti snervante, una selva di incastri, di digressioni narrative, didascaliche, enciclopediche che non vanno da nessuna parte, perché è precisamente lì che devono andare, come nei canti omerici o nell’epopea di Gilgamesh.

    Torna a riproporsi la metafora dell’acqua, del racconto fiume che travolge, a ondate e reflussi, in cui è difficile stare a galla. Ne La parte dei delitti, che apre il secondo tomo, mi sono letteralmente impantanata e ho temuto di non sortirne più. I femminicidi di Santa Teresa – città di frontiera nel nord del Messico trasposizione letteraria di Ciudad Juarez dove i fatti in questione accadono davvero, sfondo narrativo della sezione precedente – occupano la scena, diventano oggetto principale del racconto. Oggetto non a caso, dal momento che di ogni singolo evento delittuoso viene offerto un quadretto sintetico e dettagliato, più consono ai toni devitalizzati, professionali e asettici, dei verbali di polizia, dei referti autoptici, delle pagine di cronaca nera. Di bozzetti, contenenti ogni tipo di atrocità, se ne affastellano un bel po’, uno dopo l’altro, centinaia fino a perdere il conto. Tanti che non do più peso alle aberrazioni che leggo, quasi non me ne accorgo, quasi non riconosco più (io, una donna) nell’ennesima morta una mia simile, un’altra donna.
    La mia sensibilità si risveglia in certi intermezzi ambientati in carcere. La violenza tra maschi, descritta con dovizia di particolari, mi sembra atroce, insopportabile. Anche questo deve essere voluto, frutto di estrema maestria nella composizione e nel dosaggio, come il gusto per l’elenco, la catalogazione degli orrori, il ritmo ricorsivo, cadenzato, ipnotico, con cui Bolaño ammucchia cadaveri femminili rendendomeli indifferenti. E, tuttavia, è pur sempre noia quella che provo, e della peggior specie, d’una qualità oscena, una noia che non “dovrei” provare.

    Torno a prender fiato ne La parte di Arcimboldi. Proprio quando il bambino-alga comincia ad immergersi, per me ha inizio la risalita.
    Dentro questo ragazzino schivo e allampanato, che diventa uomo, gigante, sotto i miei occhi, ci stanno due guerre, una generazione, un secolo, i Mari del Nord Europa, le steppe siberiane, il deserto del Sonora, il mondo intero. Tutto condensato in un unico personaggio, un filamento flessibile, esile, lungo e stretto che proprio in virtù della sua adattabilità, del suo anonimato riesce a strisciare, a insinuarsi in situazioni incredibili, costellate da coincidenze siderali, assurde, impensate, che però non puzzano mai di finto, di forzoso o artefatto. Un anonimato il suo che non è mancanza di personalità, ma filtro, amore per il sedimento.
    Con i suoi piedi enormi attraverso lande mai viste, per sbucare all’improvviso su incroci già noti, vicoli ciechi che avevo abbandonato e che ora rivelano un passaggio.
    Imparo ad amare il timido omaccione, intriso di disciplina prussiana e furore rumeno, fiumi di vodka russa e gelo polare, anche per questo, perché grazie a lui tutto sembra trovare un senso, una precisa collocazione, perché in sua compagnia sembra possibile tornare indietro, rifare la strada, che è costata tanta fatica, evitando, ’sta volta, dubbi e smarrimenti.
    Una bugia meravigliosa e tremenda, di cui sono saldamente convinta alla fine, tanto da aver voglia di rituffarmi subito in una seconda lettura. Il trucco finale, l’ultima ironia raffinata e crudele di Bolaño, che racconta un uomo, una storia, il mondo, ma non spiega l’arcano, che di nuovo mi porta, questa volta dolcemente, sfruttando a pieno l’incantamento del racconto, faccia a faccia con l’oscenità e l’abisso.
    Chi è l’assassino di tutte quelle donne? Ora che conosco Arcimboldi, che so tutto di lui, posso veramente escludere che c’entri qualcosa? O non accade piuttosto che, avendolo visto da vicino, semplicemente non mi interessa più se sia o meno un assassino, che non significa nulla perché, come si dice a un certo punto, anche “un assassino, in fondo, è buono”?
    Questo al fondo mi sembra il nucleo duro dell’opera di Bolaño, che la letteratura è capace di tali e altre simili atrocità.

  38. Enrico Macioci il 27 settembre 2010 alle 14:25

    Bello ed esaustivo il commento di Raffaella Grasso. Questo straordinario romanzo è del 2003; e pensare che c’è chi si ostina a dichiarare – parlo di parecchi critici nostrani – la morte del romanzo. Bah.

  39. raffaella grasso il 27 settembre 2010 alle 15:13

    cerco di chiarire il mio punto di vista riprendendo un paio di osservazioni di paolo castronuovo e carmelo.
    il tema bolaniano per eccellenza è la letteratura o il male? direi il punto mediano in cui i due poli si incontrano.
    non soltanto, banalmente, l’analogia tra vita e letteratura pone un’ipoteca grossa sulla redenzione che quest’ultima può offrire.
    non soltanto si dà il caso che la letteratura possa essere “nazista”, che uno scrittore o un poeta geniali possano essere al tempo stesso perversi torturatori o crudeli assassini.
    vi è un’immoralità intrinseca alla letteratura stessa, a prescindere dalla biografia dell’autore.
    - sia quando sembra smarrire ogni ambizione letteraria, ridursi a mera verbalizzazione (la parte dei delitti), con l’effetto di devitalizzare lo sguardo del lettore.
    - sia quando fa uno sforzo in più, approfondisce la psicologia dei personaggi, pur conservando un alone di neutralità (gli intermezzi dal carcere). un breve intervento condiziona, ridesta l’attenzione del lettore. ma perché proprio adesso? perché questa disparità di trattamento? non è un intervento arbitrario, ingiusto rispetto a tutti gli orrori venuti prima?
    - da ultimo quando si riappropria del suo mestiere, torna a raccontare una grande storia, l’epopea di un uomo e del mondo che si porta dentro. la capacità di prospettare una sensatezza che non c’è, data dal modo in cui si selezionano i pezzi del racconto, provoca una suggestione nel lettore. quella di capire a tal punto da poter trascurare certi “dettagli laterali”, il male commesso, il mal non spiegato.
    in questo senso, forse, bolano è implacabile, impietoso e insopportabile.

  40. raffaella grasso il 27 settembre 2010 alle 15:16

    errata corrige: eliminare “tuttavia” da quart’ultima riga, please!

  41. giuseppe zucco il 27 settembre 2010 alle 19:12

    ciao a tutti,

    a proposito del legame tra la rappresentazione del male e la poetica di bolano, mi piace sempre ricordare questo passo che appare in “2666″ a p. 251:

    “Una volta Amalfitano gli chiese, tanto per dire qualcosa mentre il giovane cercava sugli scaffali, quali libri gli piacevano e cosa stava leggendo in quel momento. Il farmacista gli rispose, senza voltarsi, che gli piacevano i libri tipo La metamorfosi, Bartebly, Un cuore semplice, Canto di Natale. E poi gli disse che stava leggendo Colazione da Tiffany, di Capote. Anche trascurando il fatto che Un cuore semplice e Canto di Natale erano racconti e non libri, i gusti di quel giovane farmacista colto, che forse in un’altra vita era stato Trakl o a cui forse in questa era ancora riservato il destino di scrivere poesie disperate come il suo lontano collega austriaco, erano indicativi di una preferenza netta, indiscussa, per l’opera minore a scapito dell’opera maggiore. Sceglieva La metemorfosi invece del Processo. Sceglieva Bartebly invece di Moby Dick, sceglieva Un cuore semplice invece di Bouvard e Pécuchet e Canto di Natale invece di Le due citta o del Circolo Pickwick. Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire le vie dell’ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore.”

    da cui si evince che:

    a) i grandi romanzi (i grandi libri in generale) esistono e continueranno a esistere.

    b) spetta al lettore prendersi cura dei libri: il lettore responsabile – una responsabilità che sconfina nel puro godimento – è colui che continua a interrogare le grandi opere senza disdegnare tutto il resto, comprese le opere minori.

    c) le grandi opere non sono mai perfette, sono semplicemente opere umane (e di questo bisogna ricordarsene prima che tutto si trasformi in mito e marketing, così come sta avvenendo per bolano, trasformato in una specie di jim morrison della letteratura, tra l’altro jim morrison ha subito lo stesso trattamento – ora che si diffonde questa aurea di gigantesca santità bisognerebbe ricordarlo prima che come scrittore come essere umano).

    d) “i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore”: il male presente nel romanzo, o nelle grandi opere, non entra per scelta, il male esiste, e bolano e gli altri scrittori non possono fare finta di niente. in particolare in “2666″ il male è sia un luogo, santa teresa, un posto ricalcato sul disegno reale di ciudad juarez, sia una persona fisica, un serial killer, o una molteplicità di assassini, ed entrambi sembrano non redimersi mai, sono due buchi neri che attraggono tutto quanto, dentro cui sparisce ogni speranza. ma i buchi neri sono previsti nel disegno dell’universo, esistono ci piaccia o no: bolano e i grandi scrittori per questo lottano costantemente con la materia e l’antimateria, il loro è uno sforzo titanico destinato alla sconfitta. il male puoi mapparlo in un romanzo, ma non sconfiggerlo. se alla conoscenza segue l’azione, quella cosa si chiama politica e non letteratura. ma anche così è detta male. anche la conoscenza è una forma di politica. la conoscenza, i grandi romanzi, sono spazi di condivisione.

    a presto

    giuseppe zucco

  42. carmelo il 27 settembre 2010 alle 19:50

    @zucco
    sono convinto che hai toccato un punto essenziale: il ruolo del lettore, il rapporto del letteroe con la letteratura per Bolano è speculare e altrettanto importante del rapporto tra la letteratura e lo scrittore;
    bisogna coniugare vita e letteratura; la letteratura non è un passatempo, e leggere, non è mero godimento di un’opera estetica. La letteratura è in forma di conoscenza di indagine della realtà e nello stesso tempo un modo per cambiartla o perlomeno per tentare di cambiarla, perchè la lettaratura ti apre gli occhi e ti rende consapevole.

    Il male. Il male esiste e compito dello scrittore è quello dell’investigatore che indaga, le sue forme le sue cause (Il male è causale o casuale – si chiede un personaggio de i detective ); solo attraverso la letteratura si puo’ riscattare l’orrore (lo stalinismo, il nazismo, il crimine dei criminali ed il crimine del capitale cosi’ ben evidenziati in 2666) e la sconfitta.

    Santa Teresa è l’unico spazioo geografico al mondo dove si concentra ed è visibile l’orrore del mondo contemporaneo.
    l’unica frontiera tra il primo ed il terzo mondo passa per il nord del messico.
    santa teresa prefigura in qualche modo l’orrore del futuro.
    non solo l’orrore del crimine dei narcotrafficanti (con un fatturato annuo di 34 miliardi di dollari e oltre 30.000 morti negli ultimi due anni), non solo l’orrore dei migranti (800 mila l’anno) che dal centroamercia tentano di varcare la frontiera, esponendo i propri corpi alla fame allo stuproallo sfruttamento alla morte.
    Ma anche l’orrore del capitale che si sottrae ad ogni vincolo ad ogni legge, e sfrutta in modo disumano e feroce il lavoro nei paesi del terzo mondo pagando gli operai a 2 (due) dollari al giorno nelle famose maquilladoras.
    In questo regno del profitto selvaggio, tutto diventa banale, persino ilò rapimento di giovani ragazzi a volte bambine, che vengon orapite all’uscita del lavoro o delle scuole e vengo stuprate torturate bruciate e abbandonate nel deserto.
    Chiedersi chi è l’assasino è un falso problema, cercare l’assassino con i metodi tradizionali dell’indagine poliziesca è tempo sprecato.

    Noi che viviamo qui nel primo mondo e che magari digitiamo su pc assemblati a ciudad juarez, noi se ci illudesimo che la barbarie è altrove confinata nel deserto sperduto del sonora faremmo un grave orrore.
    In quel deserto si è arenata tutta la società contemporanea

  43. raffaella grasso il 27 settembre 2010 alle 20:07

    @carmelo: hai ragione che il punto non è sapere se l’assassino è il maggiordomo. volevo semplicemente mettere in evidenza il ruolo che ha la narrazione (i registri, le scelte stilistiche) nel mettere in orbita domande e nel farle poi tramontare o cadere. l’immoralità della letteratura, a cui facevo riferimento, compromette pure il lettore, che è parte attiva, personaggio dentro la storia e non fuori, responsabile delle proprie domande, delle proprie curiosità oltre che della mancanza di esse. credo poi che bolano ci prenda in giro sul fatto che una storia abbia senso, che dia il proprio contributo a “spiegare”. sensazione che si fa strada nel lettore alle prese con l’ultima parte, ma che, a mio avviso, è pura illusione, gioco di specchi e di incastri.

  44. raffaella grasso il 27 settembre 2010 alle 20:23

    bolano è ossessionato dalla letturatura, ma non da concezioni mistiche, mitologiche o palingenetiche di essa. anzi, mi sembra che in bolano la letteratura non riscatti niente e nessuno, che la pretesa è per lui in sè aberrante (forse ineludibile, ma immorale).
    la polemica su questo fronte viene condotta su più livelli. quelli più immediatamente evidenti, già indagati da altri grandi romanzieri (l’intelligenza non intelligente di musil, lo scrittore talentuoso e grottescamente stupido di kundera), resi ancora più abissali nei personaggi bolaniani (in stella distante, ma anche in 2666). quelli più reconditi, l’incapacità dell’opera di “risolvere” alcunché anche quando sembra stia risolvendo, il restare aperta anche quando va (e sembra vada) a chiudersi.
    un bug nel cuore stesso del motore letterario.

  45. carmelo il 27 settembre 2010 alle 23:30

    tra le persone che amano Bolano c’e’ anche Patti Smith. Un suo saggi osu 2666 è in corso di traduzione da parte di Paolo Castronovo
    ecco cosa dice di lui patti:
    “””
    “2666 è il primo capolavoro XXI…E’ il nuovo Finnegans Wake, il romanzo del nuovo millennio. Semplicemente, mi ossessiona e credo che la sua influenza sugli altri scrittori sarà inevitabile. leggere Bolaño è stata una rivelazione per me, per la sua tenerezza, la sua poesia e la sua filosofia. Credo che il fatto che sapesse che stava per morire sia fondamentale per capire le riflessioni dei suoi libri. Il suo grande senso di umanità e,quindi, della disumanità hanno molto a che vedere con questa imminenza della morte. Semplicemente ogni giorno apprendo da lui “”””

    il 23 luglio la cantante ha interpretato una canzone dedicata a Bolano. Il figlio lautaro in quell’occasione suonava la chitarra:

    http://www.youtube.com/watch?v=ZQE8dwf5NW4

  46. carmelo il 29 settembre 2010 alle 18:09

    A proposito dell’importanza del ruolo del lettore nell’opera di Bolano di cui si è discusso nei precedenti post, mi capita di leggere, su segnalazione di un amico, leggo un articolo di Enrique Vila-Matas su Walter Benjamin. Lo scrittore spagnolo in viaggio verso l’Italia si ripropone di leggere “Ensayos escogidos” di W.B. che aveva letto 30 prima e di cui l’aveva colpito una frase:
    “”Baudelaire confidava in quei lettori ai quali la lettura della lirica li mette in difficoltà”
    posegue Vila_matas:
    “””””Nell’aereo, non avendo a portata di mano il saggio benjaminiano, potevo fare ben poco per comprendere nella sua interezza quella frase. Era chiaro che la frase aveva fiducia verso un tipo di lettore attivo, simile a quel tipo di scrittore esigente nel quale Bolano percepiva una disposizione intellettuale que lo portava a vedere, nel gioco del destino umano, un problema di scacchi o una trama poliziesca da decifrare”””””””

    Ecco, Il testo bolaniano, invoca, chiede, pretende la presenza del lettore attivo di un lettore-detective selvaggio.

    Non si puo’ spiegare altrimenti come possa reggere un romanzo mutli-centrico, composto da una infinita successione di storie, di oltre mille pagine