A destra di Albert Camus: Andrea Di Consoli

20 novembre 2012
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La contradiction est celle-ci : l’homme refuse le monde tel qu’il est, et pourtant, il n’accepte pas de lui échapper. En fait les hommes tiennent au monde, et dans leur immense majorité, ils ne désirent pas le quitter. Loin de vouloir le quitter, ils souffrent au contraire de ne pas le posséder assez, étranges citoyens du monde, exilés dans leur propre patrie.
Albert Camus, Roman et révolte, in L’homme revolté

Il verbo napoletano piglià (pigliare) sebbene abbia il medesimo etimo (lat. volg. piliare, dal class. pilare rubare, saccheggiare, sottrarre ) del corrispondente pigliare della lingua italiana, si differenzia da quest’ultimo per un molto più ampio ventaglio di significati; numerosa è infatti la fraseologia che in napoletano si può costruire con il verbo piglià; (…) – pigliarse collera = arrabbiarsi, dispiacersi; collera = collera, ira,dispiacere (dal lat. chòleram);
Raffaele Bracale – Napoli-

Per raccontarvi le ragioni del mio interesse per l’ultimo romanzo di Andrea Di Consoli, La collera, edito da Rizzoli, vi anticipo che queste, in esergo, sono state le due suggestioni che mi hanno accompagnato lungo tutta la narrazione delle vicende di Pasquale Benassìa. Da una parte una fenomenologia della rivolta individuale sul modello di quella tentata da Albert Camus e dall’altra il paesaggio linguistico in cui la parola collera si distacca dalla sua prima e determinata accezione di rabbia per diventare molte altre cose. Prima di farlo occorre riassumere per chi non lo avesse ancora letto l’intera vicenda raccontata da Andrea Di Consoli.

La faccenda

Due enormi malintesi, faccende, consegnano Pasquale Benassia nelle mani di uno strano destino. La scoperta della coincidenza della sua data di nascita con quella della morte di Adolf Hitler e l’essere stato testimone di un miracolo vero e proprio a quasi dieci anni della nascita. Agli occhi di Pasquale bambino, appare infatti la visione: Il gregge di suo padre stremato, avvelenato, probabilmente da un pastore concorrente dopo l’apparizione di uno strano francescano, improvvisamente guarisce. Queste due faccende accompagnano l’esilio del giovane calabrese, un doppio esilio che si determina da una parte attraverso la partenza, necessaria, dalla Calabria verso l’operosa Torino e dall’altra il divampare del fuoco del sapere che ne farà un autodidatta tanto appassionato quanto irregolare e confuso. Come migliaia di suoi conterranei verrà accolto da madre Fiat benevolente nei confronti di quel giovane filosofo del Sud, che si professa anti comunista nel pieno degli anni sessanta, dei movimenti operai, delle manifestazioni. Come se non bastasse Pasquale trova anche l’amore tenero, educato di una giovane ragazza affascinata dal vitalismo disperato di quello strano operaio. Ecco però che quando ormai tutto lascia presagire ad un riscatto assoluto del nostro protagonista, il sogno si rompe, determinando un ritorno alla casella di partenza, all’odiato paesiello, che in un monopoli immaginario in luogo di diventare un nuovo via, una rpartenza si rivelerà una prigione che anno dopo anno innalzerà le proprie mura fino a togliergli ogni cosa, soffocarlo nella tosse maligna che lo accompagna dalla prima infanzia, dalla prima di infinite sigarette e che d’un colpo lascerà emergere dal fumo, ancora una volta, un piccolo miracolo.

L’ostile


Di Andrea Di Consoli ho sempre amato i racconti ed è stato proprio un suo racconto, che pubblicammo sulla rivista Sud a farmi conoscere un autore che rappresentava la parte più indomita, poetica della nouvelle vague dei narratori di quel crogiolo di sensibilità e lingue che è il meridione d’Italia. Pasquale Benassia – Be(ne)nasci sembra suggerirci il cognome aggiungendo al danno la beffa- è un personaggio che soprattutto nella prima parte del romanzo mi ha ricordato quello che considero un po’ come uno dei più bei libri dedicati alle vite minori, ovvero “Vite di uomini non illustri” di Giuseppe Pontiggia. Ecco che la forma racconto, micro narrazione in grado di portare seppure su brevi distanze temi anche gravissimi, in un tono sicuramente novecentesco, si ripete qui nella forma romanzo. In una successione di eventi, faccende, esperienze e soprattutto grazie alla ricca galleria di personaggi incontrati dal protagonista, La collera sembra mantenere dell’uno, del romanzo, il passo sicuro e il respiro, mentre del racconto, grazie allo stile scarno, diretto, di tanto in tanto attraversato da passaggi molto lirici, la densità, quella dimensione materica propria delle narrazioni brevi.

Pigliarse collera

In napoletano la collera si piglia, come una malattia e generalmente si usa nell’accezione di dispiacere. E in effetti è quello che provano coloro che amano Pasquale, dai genitori- molto riusciti come personaggi sia la madre che il padre, interpreti perfetti di quel pensiero meridiano evocato da Camus – alle due donne, Magda e Simona, che gli faranno sentire i due possibili profumi della felicità, dal caporeparto che lo accoglie in casa sua al dottor Anile, un medico che tenterà di fargli trovare una via d’uscita ma che verrà annientato dal suo nichilismo. Quella di Pasquale non è propriamente collera, per quanto i suoi tic, la foga, l’eccesso, lo sbatacchio, ci suggeriscano i sintomi dell’indolenza, dell’insofferenza. In realtà Pasquale Benassia è un uomo in rivolta, ovvero colui che, per riprendere la citazione di Albert Camus in apertura, ” rifiuta il mondo così com’è, ma non accetta l’idea di sfuggirgli”. Esule in patria, come ogni uomo in rivolta si rivela attraverso il suo dire: no. Semplicemente quasi, anzi soprattutto, per principio, ma non per rivoluzionare il mondo quanto per cambiare la vita, più dalla parte di Rimbaud che di Marx, per dirla ancora una volta con le parole di Albert Camus.Un uomo, in definitiva, che vorrebbe accedere a quel “Cogito ergo sum”, intravisto nelle sue disordinate letture e che più o meno consapevolmente trasforma, e dunque vince in qualche modo la propria battaglia, in un « Je me révolte donc nous sommes. »

§

Eccola lì, la sua Calabria, la terra che aveva provato a dimenticare, a rinnegare con il lavoro e con uno studio disordinato e matto. Eccolo lì il suo mare grigio, disteso nella calma, senza brillii, senza partenze, senza fortuna – sfortunato di bellezza, d’una bellezza feroce, da togliere il fiato. Eccole lì le case coloniche, i caselli ferroviari aggrediti dall’edera e dai fichi d’India, le case senza intonaco, le ringhiere arrugginite, le persiane scolorite, i castelli diroccati di poveri principi depressi e crudeli e viziosi, le terre mal coltivate, le curve chiuse a gomito, gli strapiombi, le agavi, i cippi stradali dei Borboni, le insegne blu divorate dal salmastro, le facce tristi, stanche, perplesse del popolo calabrese, in attesa di un riscatto non voluto, non cercato, non sognato, di un favore, di una questua, del miracolo di un santo, di un sindacalista tenace, di un deputato grasso e senza fiato, di un assessore, di un pezzo grosso. Eccola lì la sua Calabria di miserabili – il perenne fallimento, l’ignoranza, il disprezzo del progresso, la brutalità dei gesti, il fischio del padre che richiama all’ordine i figli come stesse richiamando pecore disobbedienti in fuga dal branco” (Andrea Di Consoli, La collera, p. 101).

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One Response to A destra di Albert Camus: Andrea Di Consoli

  1. Nunzio Festa il 20 novembre 2012 alle 11:05

    caro François, infatti io, per esempio, ne avevo parlato così:

    La collera di Andrea Di Consoli (Rizzoli). Intervento di Nunzio Festa

    “E’ sicuramente un caso che abbiamo letto il nuovo sublime romanzo d’Andrea Di Consoli, “La collera”, nei giorni della morte del poeta post-novecentesco del Novecento, Roberto Roversi e mentre sentivamo ancora la presenza del Damìn del Volponi del “Lanciatore di giavellotto” (non ci crederete, comunque solamente dopo aver scritto queste righe abbiam incrociato la notarella di Paris) e quando un’altra idea di Mezzogiorno è proposta e riproposta, per esempio, dal paesologo Arminio. Però tutto questo, sicuramente, in qualche maniera ha a che fare con il libro di Di Consoli. Fra fenomenologia dell’emigrazione, prima del concetto stesso di ‘migrazioni’, proprio quindi niente a che vedere col De Luca, racconto dell’allontanamento dalle origini e illustrazione crudele del cordone ombellicale attaccato da ovunque e sempre alle origini, Pasquale Benassìa è l’estraniato. Un personaggio che divora chi legge, certo, ma di facile analisi. Perché, innanzitutto, per quanto il protagonista della Collera abbia la maschera del forza originale che vien dal Sud senza voler quelle compromissioni della maggioranza silenziosa e “catarrosa” del Meridione, lo stereotipo voluto dal poeta nato a Zurigo e di discendenza della Rotonda di Lucania è rintracciabile viaggiando nei tempi e nei modi di Calabria, Basilicata, Puglia. Ché il narratore fa del suo manichino una figura da teatro della realtà. Ne conosciamo, dunque, di fascisti sui generis. Posizionati e rintanati nei paesi. Tipo dopo aver subito una sonora sconfitta: vedi, appunto, il dramma del rancoroso Benassià. Insomma Pasquale Benassìa dice d’odiare infinitamente la sua terra, le Calabrie e il Paese dei Mori. Tutto il Sud di “mendicanti, miserabili e vigliacchi”. D’asserviti al potere di turno. Quando i comunisti e i sindacalisti son vissuti alla stregua del male peggiore che possa esistere e il potere del Mancini della Calabrie e d’altri socialisti in forma di potere che compre e corrompe. La famiglia di Pasquale è una famiglia di pastori. Pasquale, invece, rifiuta il contatto diretto con la terra e insieme ai suoi pacchetti di sigarette prova a varcare la soglia della Fiat di Valletta e Agnelli. Eppure son gli anni Settanta. Eppur la politicizzazione, specie di sinistra, della fabbrica è forte. Eppure l’operaio Benassìa non pensa che a studiare, da autodidatta puro, i pensatori che fortemente gli piacciono e a faticare senza catapultarsi negli scioperi rossi. Tanto da entrare, per dire, nelle grazie d’un capetto che rappresenta in faccia a Benassìa il nobile Nord dei buoni di spirito e ultima ricaduta del lascito delle monarchie da lui tanto vantate e sperate. Fino a quando tra l’incontro col capo-turno e una maestrina di Rivoli si mette una giovane siciliana che fa sentire la furia del suo corpo appassionato e appassionante. Una rovina, in pratica, per il Benassìa integerrimo – che dall’impatto con la forza vera del sesso è messo all’angolo. Quanto, ovviamente, dalle conseguenze, che non starem di certo qui a riportare, della dipartita improssiva della giovine. Sta di fatto che l’estraniato, certo inconsapevolmente, si trova costretto a fuggire. A tornare in Patria. A riprendere i favori che stanno ad attendere, è chiaro, dove l’erba trema. Perché lo Stato, come a lui stesso è dimostrato, non tutela e non protegge; le autorità non sono forti. Il lirismo di Di Consoli si palesa dove le prove del “tramonto da bestia macellata” abbracciano la rivolta sostanzialmente interiore di Pasquale Benassìa. Quasi celato, il lirismo. E questo scarto della società, Benessìa, non può che farsi annegare dal narratore onniscente che possiede trama e vocazione dell’opera (per questo il poetico è più in ombra). Quarant’anni or sono, pare dirci Andrea Di Consoli, stavamo quasi come oggi. L’Italia e il Sud sono posti massacrati da tanti mali. Qui un Benassìa, tra macchinette mangiasoldi e solitudine che il fascista fiero invoca quale valore aggiunto, deve per forza soccombere. L’autore, furioso polemista, nel suo personaggio carica tutta la rabbia e la disperazione che è possibile sentire. Per questo Pasquale Benassìa ci sbrana. Mettendo in ridicolo, tra l’altro, persino le figure più importanti che galleggiano nell’ambientazione del romanzo. Il confronto con la potenza del protagonista, su tutto, manco è retto dal dott. Anile o dai vari padroni socialisti di sottofondo. Lo scrittore, ancora una volta diversamente dall’indimenticabile romanzo d’esordio, “Il padre degli animali”, si fa dare il destino dal suo Meridione”.

    b!

    Nunzio Festa