L’arresto di Italo Trabucco

Di Giacomo Verri

L’amore si nutre di compromessi. I compromessi sono dolci quando discendono dall’amore. Italo Trabucco non aveva voluto far compromessi con il proprio paese e il paese si era dimenticato di lui senza che lui dimenticasse il paese. Se ne era andato ogni volta che l’aveva ritenuto utile, per bisogno o, non raramente, per comodità. Era diventato l’elemento esterno che tornava di tanto in tanto, senza potersi amalgamare: la sua pelle non profumava come quella dei suoi concittadini, di un’altra pasta erano le sue membra. Era lì, ma cercando grano a grano gli avvenimenti come da fuori, gustando e dolendo il privilegio e il castigo d’uno sguardo irrimediabilmente forestiero.

Nel borgo si iniziava davvero a uccidere, e le vie, soprattutto le strette, diventavano un mattatoio: il professore partecipava a una tragedia non sua: anzi lo era ma non poteva prenderla nelle carni. Stava come il pesce fuor dell’acqua, come l’uccello con l’ali avvolte di spago: senza respiro e senza volo, gli occhi gravi di lacrime. Non era così Maria? col sofficetto corpo tra le braccia, Gesù bambino, dall’innocenza piccolissima delle membra ancora incapaci dei lattanti, carico d’un male tutto degli uomini, che solo lui poteva redimere, ma al quale la madre, impotente, doveva assistere salendo con il liquido degli occhi ai futuri travagli del putto? A lei non restava che piangere sul figlio, da nato e da morto.

Italo davanti al presepe scrutava il corpo voltato del bimbo, ancora nella scatola di tolla, ancora fuori dal mondo di muschio, le braccia vezzosette e tenerelle, fatte di un legno che neppure lontanamente riusciva a imitare il morbido della carne attorno alle ossa, brevi come quelle di un pollo, né la faccia aperta e rosa. Maria avrebbe cantato la nenia, invocato il sonno, chiamato il silenzio della terra e del cielo, schhhhh… il silenzio che avrebbe apparecchiato il dolce convegno in paradiso, di madre e di figlio, dopo la morte e la sofferenza. Italo scopriva allora il dolore nelle pieghe dure, nella bocca di tannino che diceva la ninna nanna, che invocava il sonno e scongiurava il vagire, che al figlio chiedeva, grigia, d’essere come gli altri bambini.

Ma non poteva essere come gli altri: avrebbe certo preso il succo bianco dal petto della mamma, ma a lui era già apparecchiato l’aceto, il fiele, i chiodi acuti in luogo dei capezzoli, gli sputi, gli schiaffi, i tormenti, le piaghe delle lance. E mentre Maria nutriva il corpo divino e guardava nel futuro i frutti dell’odio che le avrebbero trapassato il figlio, contemplava nel presente il suo bene, mettendo lo sguardo a mezzo tra la terra e il cielo.

Bussarono. Toc. Un colpo unico.

Chiesero di Italo Trabucco, professore collocato in pensione.

“Sappiamo che sta qui… la prego, signora, mi faccia entrare. Il comandante della legione, tenente colonnello Zuccari Merico, desidera conferire immediatamente con il signor Trabucco”.

Le voci giunsero come l’ignoto trapestio delle sorprese che fanno girare la testa. Caterina spaterlò e mandò dentro allo studio la bocca tremante, la faccia di foglia secca: sapeva che Italo era lì. Il marito, una volta tanto, era invece rimasto con lei in cucina, entrambi ideando confusi su ciò che significava l’arrivo della legione. E mentre Caterina, suo malgrado, componeva una probabile risposta nella mente, una risposta parziale ma pur sempre un colpo di rimando alle occhiate date fuori dagli scuri, le venne in faccia il profumo dell’albero di Natale, la percezione più intellettuale che olfattiva di cedro del Libano e di neve: il presepe e l’albero odoravano lenti come l’incenso di una processione.

I militi, fermi in cucina, sbrogliata la bocca messa in pastrocchie dalla formalità dell’ambasciata, posero le membra in attesa, nervosamente vigliacche. Almeno così era parso all’Amilcare che s’era messo a intrattenere il gruppo nerovestito.

Caterina non riuscì a scorgere subito Italo e neppure sapeva se far precedere le parole alla sua immagine. Poi si decise, vedendo alzare dietro il lungo noce la testa del cognato: “Ti cercano. Sono quelli della legione”. Infine tacque, voltandosi per scoprire se l’avessero seguita.

Italo esclamò: “Parla”, intuendo che gli occhi di lei chiedevano altro. Ma Caterina taceva e lui, con la faccia valangata dal nulla e dallo sgomento che gli fioriva in ritardo sulla pelle, come a volte il rossore: “Non so perché. Non chiedermelo”. Gettò un’occhiata ai legni, al disegno crudele e intelligente del Natale, e camminò masticando le ragioni bizzarre che gli riusciva di scovare per dare una spiegazione all’arrivo dei militi a casa loro: una parola di Pietro (che avessero preso anche lui?), una spia nel Comitato la sera che parlò, uno scambio di persona, uno scherzo crudele? Ma alla fine concluse che qualcuno doveva averlo diffamato affinché quella notte, senza che egli avesse fatto nulla di male, venisse tratto in arresto.

(Questo brano è un estratto dal romanzo d’esordio di Giacomo Verri, Partigiano inverno, Nutrimenti 2012, Finalista alla XXIV edizione del Premio Calvino)

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6 Commenti

  1. Ho preso questo libro giusto qualche giorno fa, coincidenza! L’ho letteralmente divorato in due giorni. E dire che non è proprio un romanzo ‘facile’, usa e getta. Al contrario: l’uso sapiente che Verri fa della lingua e del registro ti riporta indietro di almeno cinquant’anni, (penso a Fenoglio, Calvino, Contini o Volponi, per assonanza con Verri). Romanzo notevole e originale, penna affilata e sapiente. Sorprendente, soprattutto trattandosi di un esordio…

  2. Assolutamente da leggere, un po’ difficile l’approccio con il linguaggio ma molto originale e piacevole…Lo divorerete in pochi giorni! Bravissimo l’autore….complimenti!

  3. Me lo segno subito! Da quel poco che ho letto qui sopra mi sembra molto promettente.
    grazie per la segnalazione!

  4. Ho letto il romanzo in poco tempo!! La trama è molto avvincente e non si riesce a non sentirsi coinvolti, i personaggi mi hanno offerto il loro punto di vista e le loro idee….mi hanno trascinata!

  5. Veramente un libro interessante ed emozionante, fantastiche le descrizioni dei paesaggi
    Complimenti all’autore!

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davide orecchio
davide orecchio
Vivo e lavoro a Roma. Libri: Lettere a una fanciulla che non risponde (romanzo, Bompiani, 2024), Qualcosa sulla terra (racconto, Industria&Letteratura, 2022), Storia aperta (romanzo, Bompiani, 2021), L'isola di Kalief (con Mara Cerri, Orecchio Acerbo 2021), Il regno dei fossili (romanzo, il Saggiatore 2019), Mio padre la rivoluzione (racconti, minimum fax 2017. Premio Campiello-Selezione giuria dei Letterati 2018), Stati di grazia (romanzo, il Saggiatore 2014), Città distrutte. Sei biografie infedeli (racconti, Gaffi 2012. Nuova edizione: il Saggiatore 2018. Premio SuperMondello e Mondello Opera Italiana 2012). Provo a leggere i testi inviati, e se mi piacciono li pubblico, ma non sono in grado di rispondere a tutti. Perciò, mi raccomando, non offendetevi. Del resto il mio giudizio, positivo o negativo che sia, è strettamente personale e assolutamente non professionale.
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