Esilio (recensione)

18 giugno 2003
Pubblicato da

di Dario Voltolini

Dubravka Ugresic, Il museo della resa incondizionata, trad. dal croato di Lara Cerruti, Bompiani 2002, pagg. 335, ? 16,00

Il libro si apre con una fotografia in bianco e nero molto deteriorata in cui si vedono tre donne in un fiume. La didascalia dice: “Fotografia di bagnanti sconosciute. Scattata sul fiume Parka (Croazia settentrionale) all’inizio del Novecento. Autore ignoto”.

Questa immagine femminile che resiste sfinita al tempo, il fiume e l’anonimato sia dei soggetti sia dell’autore sono elementi di assoluta centralità nel romanzo della scrittrice croata (Kutina, 1949), che vive in esilio per motivi politici dal 1993.

Come sottolinea Predrag Matvejevic nella prefazione, valutando la qualità letteraria delle opere di scrittori dissidenti si è stati spesso più attenti alla dissidenza che alla letteratura, per ovvie ragioni di rispetto biografico, inevitabilmente (o almeno comprensibilmente) abbassando la soglia della severità critica.

Di fronte a Dubravka Ugresic questo pericolo di ipocrisia critica svanisce senza lasciare traccia alcuna. Si tratta di una scrittrice di primissima qualità, che per la prima volta possiamo leggere nella nostra lingua e di cui speriamo (e, se possiamo permetterci una piccola pressione editoriale, chiediamo) di poter leggere il resto dell’opera.

Il museo della resa incondizionata, pubblicato nel 1996, è un romanzo dalla struttura affascinante, apparentemente sgretolato in sezioni autonome, privo sia della linearità cronologica dei fatti narrati, sia di quella narrativa del soggetto che questi fatti racconta. Ma la lettura scorre senza alcun intoppo, incontrando e conoscendo zone di grande dolore e disperazione trattenute su una linea di sobrietà difficilissima da disegnare, di cui la scrittrice non perde mai il controllo. Passiamo fluidamente tra magnifiche descrizioni di città, stupendi ritratti di persone, acuti rilievi su fatti e situazioni, profonde intuizioni psicologiche.

Chiamare questo libro “romanzo” è un’ennesima implicita accettazione del fatto che questa parola ha un’elasticità davvero impressionante. L’andamento del testo della Ugresic è infatti di volta in volta diaristico, descrittivo, memoriale, critico, e nella varietà di queste scritture compaiono improvvisi racconti che sono tanto chiusi e perfetti in sé quanto magistralmente correlati al resto della narrazione e tra loro. Interi frammenti di scrittura compaiono dislocati in luoghi differenti del romanzo seguendo un disegno compositivo precisissimo che colloca il lettore dentro la situazione emotiva e rammemorativa dell’esiliato. Poiché tale è il punto centrale di questa storia.

La prima scena ci presenta una vetrina dello zoo di Berlino in cui sono esposti gli oggetti recuperati dallo stomaco dell’elefante marino Roland. Segue elenco: un accendino di colore rosa, quattro bastoncini da gelato, una spilla, un apribottiglie, un braccialetto, una matita…

Ed ecco che già siamo proiettati in una situazione di caos e di insensatezza che però è contenuta in un unico insieme. La condizione dell’esiliato è giocata su questa spaventosa e radicale tensione: fratturati e sparsi pezzi di passato, ricordi, luoghi del presente in cui si transita e in cui non ci si innesta, zone mentali un tempo unitarie che si disgregano, persone incessantemente incontrate e riperdute, altri esiliati, ex connazionali, cambi di scena repentini, sia geografici sia personali, inesausto e impervio confronto con indigeni sempre diversi, frammenti che un trauma ha fatto esplodere, forze centrifughe che disseminano altrove i resti di ciò che era unito. Da una parte.

Dall’altra: una forza centripeta di cui l’esiliato non sospettava nemmeno l’esistenza, un’inarrestabile ricerca e messa in salvo di quei frammenti, una capacità di accogliere nella memoria vigile ogni scheggia, una pazienza infinita di ricomposizione in una totalità tutta da reinventare, quotidianamente, di ora in ora, un dialogo mentale ininterrotto con figure lontane ma non perdute, un acuirsi della sensibilità, una comprensione priva di distrazioni e tentennamenti dei fatti artistici, personali, politici, ambientali.

E sono soprattutto donne, qui, a confrontarsi con questo conflitto, come sono donne quelle tre bagnanti senza nome e già quasi senza volto né contorno che nonostante tutto non capitolano di fronte al tempo e al fiume in cui sono immerse.

Deve trattarsi di una lotta titanica, benché silenziosa, sommersa. Di questa lotta Dubravka Ugresic ci fornisce l’elaborazione letteraria in una costruzione che appare allo stesso tempo libera (totalmente controllata dall’autrice) e necessitata (totalmente controllante l’autrice). Un punto di equilibrio narrativo e artistico di grande forza e nitore.

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Questa recensione è stata pubblicata sul supplemento ttL del quotidiano La Stampa il 1 febbraio 2003. Mi scuso per la grafia scorretta dei nomi slavi.

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