Trasloco

20 ottobre 2003
Pubblicato da

di Helena Janeczek

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Home is where the heart is
home is so remote,
home is just the emotion
sticking in my throat:
let’s go to your place

Lene Lovich

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L’Italia non è la mia patria. L’italiano non è la mia lingua madre. Vaterland, Muttersprache, ripeto in tedesco, perché suona meglio in tedesco, perché un tempo lo conoscevo meglio, il tedesco, perché sono nata e cresciuta su suolo tedesco. Ma il tedesco non è la lingua di mia madre, né la lingua di mio padre, né la lingua madre di mio figlio. Deutsch ist nicht meine Muttersprache.

Deutschland ist nicht mein Vaterland und nicht meine Heimat. “Heimat”, come il titolo del film che vedevi tappato dentro alla cineteca per dieci ore consecutive, come “Sehnsucht”, come “Zeitgeist”, come “Weltanschauung”, una tipica parola tedesca, compatta, precisa e profonda come un proiettile, una parola che dovrebbe usare solo chi ha approfondito la sua conoscenza e, dopo averla sparata, magari ti spiega che “Heimat” deriva da “Heim”, stesso etimo di “home”, quello che trovi nei quadretti ricamati a punto croce sopra i caminetti delle case inglesi e nelle cucine del corn belt, “home sweet home”, la casa che non è solo la casa dove vivi, ma quella dove ti senti a casa.

*

Questa settimana abbiamo traslocato. Ci siamo spostati di trecento metri nella stessa città, dal centro di Gallarate al centro di Gallarate, ma con centotrenta cartoni pieni di tutto, con quindici sacchi della spazzatura riempiti prima del trasloco e sei o sette riempiti dopo, con tutte le borse dei vestiti che non vanno più bene a nostro figlio perché cresce o a noi perché ingrassiamo o perché sono anni che non le mettiamo, e solo a prenderli in mano, sembrano più flosci di prima, sembrano stracci.

*

Chiamatemi pure “senza patria”, chiamatemi “heimatlos”, scegliete se preferite l’elegante “deraciné” o lo strappo palpabile quando lo traduci in “sradicata”, ricordatevi, se volete, che discendo da una tribù nomade, da un popolo da secoli disperso, conservatemi come esemplare autentico dell’ebreo errante, perché è vero che nel paese dei miei antenati, la Polonia, sono arrivati i tedeschi e li hanno uccisi tutti, nonni zii cugini di ogni grado tranne la mia mamma e il mio papà, e hanno cancellato la lingua materna di mio padre che per quelli che la parlavano si chiamava soltanto “mameloshn”, lingua madre, ed è per questo che non c’è via di ritorno, non c’è patria né Heimat in Polonia o in Germania e in Italia nemmeno.

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“Waliskiyid” si chiamavano nella lingua di mio padre quelli come un tempo era stato lui, gli ebrei accampati sulle loro valigie, pronti per ripartire al primo puzzo di bruciato, gente resa volatile dall’ansia, uomini-uccello rattrappiti come quelli disegnati da Bruno Schulz, non da Chagall: e io che mi ero sempre vista così, scopro di possedere tanta di quella roba che oltre a una decina di valigie ci vogliono centotrenta cartoni e quindi un camion intero e un giorno intero per spostarla di soli trecento metri. E mi fa orrore. Non parlo solo di certi giganteschi vasi per fiori o di un servizio di porcellana mai usato, non si tratta della borsa termica o del bollitore elettrico, no, persino i libri, i libri che occupano quasi la metà dei centotrenta cartoni, e dunque per una come me, per una che non ha smesso di leggere da quando glielo hanno insegnato, sono abbastanza pochi. Ma quando li tiro fuori non impregnano solo le mani di polvere: imprimono il disordine in cui erano finiti e rammentano quelli mancanti, quelli lasciati da qualche parte o prestati a non so più chi non so più quando, e infine si palesano per quel che sono, libri per gran parte acquistati nella prima edizione economica capitata a tiro, cose sformate dall’uso e poi trascurate.

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Al reparto maternità di Busto Arsizio avevo conosciuto una zingara, una rom nata in Italia e domiciliata al campo nomadi di Cassano Magnago. Diceva che avrei “bruciato” il mio latte appoggiando il reggiseno vicino al bidé, che per la nascita di sua figlia il suocero avrebbe dovuto ammazzare due pecore e un maiale e che fosse di buon augurio posare una banconota, anche la più piccola, sul petto della neonata, ma quando parlava di soldi, ogni volta che li nominava, sputava per terra. I soldi, puh, vanno e vengono, i soldi, puh, i bei vestiti, tutte le vostre stronzate, io non sarò mai ricca, ma non starò mai male, noi siamo un popolo libero, ti dico, ripeteva nel suo italiano da madre ventenne con la elle slava .
Nella casa vecchia, una domenica di quando cominciava a vincere la Ferrari, sono venuti a portare via quelli che chiamano gli ori. Hanno lasciato le perle che portano sfiga, i coralli che portano bene e un medaglione con la foto di mio padre, perché la roba va e viene, ma i morti restano. Era tutto nel posto più banale, il comò in camera, e quindi hanno lasciato stare anche la casa. Mio figlio rovistava nella bigiotteria sparsa sul letto, un groviglio di perle colorate, esaltato. Non possedevo gioielli di famiglia, perché quelli li avevano già rubati i nostri comuni nemici, i nazisti. Mi sentivo ripulita e quasi rispettata e cercavo, senza riuscirci, di dispiacermi un po’ di più. L’anello antico che avevo ricevuto per la nascita e non avevo ancora messo per non graffiare il bambino quando lo prendo in braccio, un anello del genere non l’avrei mai più trovato. Come gli zingari, anch’io amo gli ori e mi chiedo perché continuano a rubarli in un modo che non lascia dubbi sul fatto che siano stati loro.

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Ricordati invece, cretina ingrata, che appartieni a un popolo notoriamente attaccato al soldo e alla mercanzia, e i gioielli, quindi, non dovevi lasciarli un’altra volta sul comò o in quell’astuccio per matite poggiato sulla libreria che i traslocatori, se dio vuole, hanno infilato in uno dei settanta cartoni con scritto “libri”, non li metti in valigia, ma te li porti appresso in borsa, li metti addosso, nelle tasche interne, nelle fodere e negli orli, anche solo per trecento metri, perché conosci la tesi di Max Weber secondo il quale lo spirito capitalistico nasce dall’etica protestante e dalla prassi ebraica mercantile, perché la mercanzia e i soldi, secondo quella prassi, sono in grado, a volte, di riscattarti la pelle.

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Adesso esageri però, adesso è giunta l’ora di piantarla. Lo sai benissimo che non ti succede niente, che questo tuo trasloco è solo uno sconquasso, una fatica, una rottura di coglioni come per tutti. Un trasloco non è facile per nessuno, mai, non importa di quanto ci si sposti. Si cambia casa, appunto. La casa che nasconde ma non ruba. Sembra il suo compito segreto: nascondere che i mobili siano mobili, non corpi radicati nel pavimento, fusi coi muri, fingere che tutto quello che ci sta dentro sia a suo posto come i capelli in testa. Ma per tutta la durata del trasloco, non lo fa più. Questa rivelazione, dà nausea e vertigine a chiunque, il momento in cui tutte le cose sono soltanto roba, e temi che quella massa diseredata possa vendicarsi del suo padrone, possa schiacciarti.

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Così è successo che mentre ho cercato di sottrarmi a quell’impatto, sono caduta sotto un altro influsso. Leggevo sull’ultima sedia della casa vecchia mentre imballavano gli ultimi cartoni, poi sul tappeto scartato, poi sulla tazza del water nella casa nuova mentre cominciavano a rimontare i mobili.

Leggevo di due uomini bassi e un po’ tarchiati a Parigi nel 1936. Uno ha la chierica, l’altro i capelli fitti e mossi con un ciuffo che gli cade in fronte. Non ci vedono, tutti e due, senza i loro occhialini dalle lenti spesse che li fanno assomigliare alla talpe disegnate nei libri per bambini. Uno è un ebreo tedesco, il filosofo che si chiama Walter Benjamin, l’altro un ebreo francese, lo storico Marc Bloch. Non sono ancora arrivati i tedeschi, ma arriveranno e allora il primo si ucciderà sul confine con la Spagna, a Port Bou, l’altro entrerà nella Résistance e verrà fucilato come partigiano. Camminano a braccetto come una coppia di comici del cinema muto, si sbronzano nei café per farsi coraggio.

Bloch compila schede che contengono nomi e date di tutti gli artisti suicidi passati, presenti e futuri; Benjamin gironzola per i passages e si lascia rifilare ogni genere di paccottiglia come modello originario per grandi opere d’arte: la sveglia di Finnegan’s Wake, la pipa di Magritte, il primo bullone della Tour Eiffel. Benjamin è un collezionista di cose di nessuna utilità e dal valore immaginario, le prende e le porta via dalla strada come fanno certe vecchiette eccentriche con gli animali randagi. Non ha tempo per fare altro perché è lui stesso randagio, non può fermarsi a contemplare a lungo, mettere in ordine, chiamare le cose perché restino con lui fino all’ultimo. Riempiendo i quindici e poi sette sacchi neri della spazzatura, neanche io ho buttato via nessun biglietto di auguri, e ho preso fiato prima di far sparire il guinzaglio e il libretto delle vaccinazioni del bastardino perso quasi dieci anni fa. Non so farmene altro che tenerli, i miei souvenir, li dimentico e li tengo.

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“Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo”: il libro che finisce con questa frase è stato sistemato in soggiorno, nella libreria nuova. Poi ci sono “la storia della matita”, i saggi “sulla stanchezza, sul jukebox, sulla giornata riuscita”. Non potrei mai scrivere come questi cantori dell’ordine delle cose, fare quei giri lenti e meticolosi intorno a quattro oggetti, gesti, passi e paesaggi vuoti, darmi tutta quella importanza perché rifaccio con cura la punta di una matita o allaccio un paio di scarponi. Ma anche a me viene da dire che dalla scrivania nella casa vecchia vedevo passare i treni delle linee Milano-Varese, Luino e Domodossola con destinazione Basilea, Ginevra o Bruxelles, i treni passeggeri e i treni merci, mentre dalla stessa scrivania nella casa nuova, nei giorni limpidi appare il Monterosa, spunta mezzo coperto da un albero gallaratese, un gigante sconosciuto che per la forma spiovente immagino provenire dal Giappone. Potrebbe invece essere un cedro, non del Libano, o un cipresso di Monterrey. Ci sono sempre gli aerei le cui strisce si incrociano nel cielo, di qua e di là sono la stessa cosa, stesso aeroporto, quello dove hanno rubato le urne dei passeggeri precipitati altrove. Non vorrei mai vivere senza i miei libri nella mia casa, guardando fuori. Potrei ritrattare quasi tutto di quanto ho scritto prima.

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Il mio partigiano personale non si chiama né Johnny, né Milton, nemmeno Gigi, Lelio o Toni, però è stato lui a mettermeli in mano, più l’amatissimo Carlo Emilio Gadda che per anni masticavo come leggendo in esperanto o in moldavo. Soltanto Gadda avrebbe osato affibbiargli un nome come Scipio, Professor Scipio Sarcinella, nato a Busto Arsizio, residente da mezzo secolo nel paese di San Macario, diviso a metà fra i comuni di Ferno e Samarate.

Aveva messo in saccoccia il suo Dantino quando è partito per la Valdossola a cercare i partigiani nel ’43. Non era ancora laureato, non era né comunista né monarchico, molto cattolico sicuramente. Possedeva la stessa montatura di occhiali di Benjamin e di Bloch, ma non deve mai averli persi nel momento più inopportuno, ed è riuscito a non fiatare, non starnutire, non tossire, non battere i denti dal freddo o dal panico mentre per un giorno e una notte stava accovacciato con il suo fucile dietro a un nocciolo sulle pendici del Monte Zeda e si vedeva passare accanto il rastrellamento.

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Dal massiccio del Rosa discendono sui due lati la Valsesia e la Valle Anzasca, Francia e Svizzera a seguire. Nel giorno del trasloco arriva un vento insolito che secca la pelle e screpola le labbra. Verso le quattro del pomeriggio, quando scaricano finalmente il camion dei mobili, il cielo visto dalle doppie finestre del soggiorno è di un azzurro elettrico e l’uomo che sta per montare la prima libreria sembra riconoscere tutte le cime. Le punta col dito e dice: Lyskamm, Breithorn, Gornergrat, dietro ci sono il Cervino e il Monte Bianco, le Grandes Jorasses. Gli chiedo se è un alpinista e lui scuote la testa dichiarando di aver soltanto frequentato per qualche anno, così dice, il circo bianco. L’avevo preso per siciliano, invece è calabrese. Non so come faccia a conoscerle, lui sciatore occasionale di Catanzaro, se, come sembrano suggerire i suoi colleghi, per darsi delle arie, in parte bara. Però so bene che non essere del posto fa crescere il desiderio di dare un nome ai luoghi. Non si era visto il giorno prima fra quelli che preparavano i centotrenta scatoloni e oggi, quando si sono ripresentati alle otto e un quarto, è andato dritto a smontare la cucina. Ce l’hanno su con lui perché sembra voler fare solo il suo mestiere di falegname, perché non corre a caricare uno dei cartoni che alle sette e mezza cominciano appena il loro viaggio dal camion al cortile, dal montacarichi al terrazzo. E’ gentile fino al sussiego con noi proprietari, gli daranno del terrone. Gli altri parlano tutti con l’accento della zona, anche se uno altissimo e molto giovane con un codino biondo e un chiodo da motociclista conosce un certo Julio Sosa, grande interprete di tango degli anni venti, perché sua madre, spiega, cresciuta in Argentina, del tango continua a fare una malattia.

Era invece di Macerata il nonno dell’argentino immigrato cinque anni prima che qualche giorno più tardi sbaglia strada quando assieme a un peruviano vengono a consegnare le scatole dell’Ikea.

Però non mi sarei mai aspettata che il falegname mandato dal mobiliere di Samarate a riadattare i pezzi della nostra vecchia cucina potesse rivelarsi un cattolico siriano. Parla con una leggera inflessione araba, una cantilena morbida che non ha niente di gutturale, niente degli arabi imitati in tv, e con quella vaga dolcezza orientale sostiene che i musulmani hanno la testa dura.

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Scipio Sarcinella era stato insegnante di italiano, latino e greco al liceo classico di Gallarate, poi vicepreside, infine, in pensione, autore semiclandestino di note, introduzioni e curatele varie, di cui potrei citare solo il bigino in tre volumi della Divina Commedia uscito presso una concorrente della Bignami, perché con gesti e dichiarazioni di umiltà me ne aveva tirata fuori una copia in occasione del mio esame universitario d’italiano. Mi è stato utilissimo e resterò sempre convinta che Scipio avrebbe potuto curare anche un’edizione dei “Meridiani”.

Il professore suona il pianoforte, e un tempo, quando era molto cattolico, suonava l’organo in chiesa, ma sempre prediligendo il protestante Bach. Si è sposato non prestissimo, dopo aver incontrato una collega di matematica che per tutte le sigarette che fumava e per come usciva in bici e in ciabatte, era già stata accantonata da quelli del paese come una che “sa spusa pû”, anzi “sa spusa no”. A San Macario, ma anche a Ferno e Samarate, non avevano mai visto nulla di simile, due professori secchi e orbi che arrivavano a messa tenendosi per mano, lei per quattro anni col pancione. Non avevano nemmeno mai sentito un nome come Scipio.

Non ho in mente nessuna altra persona cui il proprio nome, bello o orribile, possa stare così male come quello che gli era stato affibbiato da un padre scappato dalle campagne pugliese, autodidatta con la passione per la romanità. Infatti si fa chiamare Pio, ma anche Pio è un nome troppo molle, troppo scemo per un uomo che sembrava anziano già da giovane e da anziano non appare invecchiare, per il suo corpo magro, il viso dalle guance scavate e dal naso d’uccello, per quella sempre uguale sagoma spagnolesca addobbata dagli occhiali e dei baffetti, dove anche i baffetti sembrano una nota di dolcezza, e dove ogni gesto esprime un cerimoniale di modestia e cortesia.

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Uno accanto all’altro marciano su una stradina di campagna, fucili e saccocce a tracolla, con stivali militari e stracci civili assortiti, un uomo basso e rotondo e uno magro e alto che, presi da dietro, sembrano Don Chisciotte e Sancho Pansa anche se vanno a piedi. Visti in faccia, uno ha i baffi alla Chaplin, però somiglia a un personaggio di Braccio di ferro, l’altro a Harold Lloyd. Scipio Sarcinella e Marc Bloch li avevo da parecchio messi assieme, da quando ho saputo che l’autore dei “re taumaturgi” e della “società feudale” era stato ucciso non come ebreo, ma come combattente partigiano. Scipio Sarcinella ha sempre manifestato le classiche difficoltà a far partire la lavapiatti o a cambiare una lampadina, figurarsi ad ammazzare qualcuno con un fucile. Un professore, un professore puro, espressione superstite di tutta la mitezza perfino esasperante che forse un tempo apparteneva agli uomini di cultura. Adesso vive solo nella casa di San Macario costruita per farci dormire quattro figli, riarredata l’ultima volta da sua moglie negli anni settanta con mobili dipinti di argento opaco. Ha superato un lutto che lo incollava in casa, ma continua a spostarsi poco, per il timore, sostiene, che quando è via, possano entrarci per rubare. Anche, penso io, perché sta meglio se non si allontana troppo dal pianoforte, pur suonandolo di rado, e dalle sue librerie in stile “Barbarella”. Ci saranno dentro cinque volte i libri che ho appena finito per sistemare io.

Io vivo a Gallarate con la mia famiglia perché ho sposato un compagno di uno dei figli di Scipio e scrivo, forse in assoluto, sicuramente scrivo in italiano perché sono cresciuta conoscendo lui. Gli auguro di non doversi mai spostare dalla casa che cura e che sembra, a sua volta, prendersi cura di lui Home is where the heart is.

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I libri citati sono di: Michele Mari, Gianni Celati, Peter Handke, Beppe Fenoglio, Luigi Meneghello

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Pubblicato in
AA.VV. PATRIE IMPURE
ITALIA, AUTORITRATTO A PIÙ VOCI
A cura di Benedetta Centovalli
Rizzoli 2003
pp. 496
? 15,00

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