La società spaccata in due

29 ottobre 2003
Pubblicato da

di Marco Lodoli

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Alcuni pensieri si insinuano in noi un po’ per volta, scavalcando ogni resistenza culturale, ogni guardinga abitudine. Come ostinati piazzisti, i pensieri mettono un piede di traverso in modo che non si possa più chiudere la porta, e iniziano a parlare, a sciorinare prove su prove, a convincerci. In breve ci sono dentro e noi dobbiamo fare i conti con quelle novità di cui avremmo tanto voluto fare a meno. Insomma, oggi mi ritrovo con un pensiero sgradevole nella mente, qualcosa che può sembrare offensivo, scorrettissimo, ingiusto, ma che temo corrisponda alla verità dei fatti.

In breve: sono convinto che la società italiana si stia spaccando in due, da un lato una minoranza di persone che puntano cinicamente a un’eccellenza, dall’altra una maggioranza frastornata che rischia di trasformarsi in nuova plebe.

Per decenni c’è stato un progressivo miglioramento della società, le differenze tra le classi si attenuavano, quasi tutti gli italiani erano convinti che tramite il lavoro, l’impegno, lo studio e la partecipazione le cose sarebbero mutate positivamente. Il padre muratore o tranviere si sacrificava affinché il figlio potesse fare l’università, era orgoglioso di vedere il suo ragazzo chino sui libri acquistati con fatica.

D’altra parte molti giovani borghesi capivano che non dovevano essere ricchi e spietati come i loro genitori, che bisognava colmare le differenze, perché si viaggiava tutti sulla stessa nave. Un idealismo, a volte confuso e sognatore, spingeva verso un mondo senza ingiuste separazioni, dove tutti quanti potessero avere gli stessi strumenti per affrontare la vita, dove si potesse crescere insieme.

Ricordo che i primi libri importanti – Garcia Marquez, Brecht, Majakovski, Pasolini – e i primi bei dischi – Coltrane, Parker, Brel, De André – mi furono prestati da ragazzi che erano figli di operai dei cantieri navali di Monfalcone, il paese dove viveva mia nonna. Di soldi da sperperare non parlava mai nessuno, nessuno pensava al successo individuale come via di fuga, nessun giovane imparava niente dalla televisione, che era solo un elettrodomestico buttato in un angolo.

Come dice Wallace Stevens, la nobiltà era un dovere. Qualcosa di inspiegabile, un oscuro imperativo interiore, obbligava i ragazzi italiani ad arrampicarsi sulla quercia più grande, a sfidare le difficoltà per arrivare in alto, per vedere meglio, capire di più, respirare un’aria più fresca. Qualcuno cadeva o si perdeva tra i rami, ma i più imparavano a pensare alla vita in modo più ampio e generoso.

A un certo punto, verso i primi anni Ottanta, qualcosa è cambiato, e in modo abbastanza brusco. Non voglio annoiarvi con la storia degli ultimi vent’anni, ricordare ciò che tutti sanno benissimo, l’invasione dell’immaginario televisivo, l’escalation dei creativi e dei pubblicitari, lo sgretolamento sociale, la trionfale cavalcata di Berlusconi, la carica forsennata di nuove parole d’ordine come successo, moda, trasgressione, competitività etc.: fatto sta che in brevissimo tempo gran parte degli italiani è diventata massa e poi plebe. Ognuno di noi s’è fatto più furbo e più stupido, più aggressivo e più pigro, più solo. Sette tra le dieci medicine più vendute in Italia sono ansiolitici.

Ma che altro è accaduto? È accaduto che la distanza tra chi investe su se stesso e chi vive nello stordimento è spaventosamente aumentata. Brutalmente: si è ampliato il crepaccio tra i ricchi e i poveri. I giovani rampolli della borghesia ora studiano all’estero, frequentano stage e università di prestigio, puntano a carriere internazionali, del tutto indifferenti ai guai degli altri. Hanno delle possibilità e le sfruttano fino in fondo, salgono sulle poche scialuppe disponibili lasciando che la nave dei miserabili affondi, accompagnata solo da un trallalà di musichette idiote. La plebe non si accorge più di nulla, neanche di quanto la nave si è inclinata.

Ho il sospetto che questo abbrutimento generale sia stato in gran parte pilotato, perché la plebe crea meno problemi, non protesta, non immagina mondi diversi, consuma e basta, rumina balle avvelenate nelle stalle e negli stadi. E allora avanti con i comici, il calcio sette sere su sette, le belle figliole ghepardate, e se qualcuno ha ancora qualche smanietta ci sono sempre i tatuaggi, i piercing, la cocaina, le palestre per placare l’insoddisfazione, per inventare a buon mercato una diversità.

Ormai è così, i ricchi hanno fiutato l’aria pestilenziale e hanno ripreso il largo, ormai fanno parte di una società sovranazionale e tirano dritti per occupare i posti migliori. La plebe ha perso ogni riferimento, sopravvive nell’inganno tra telefonini da rinnovare e schifezze sempre più assurde da digerire.

Di qui l’esigenza di radunarsi in piccole comunità cementate dal rispetto per la ragione, il buon senso e la bellezza. E forse in esse, in mezzo al generale abbrutimento, sopravviverà persino la poesia, divenuta prerogativa dei sani tra gli insani, come un tempo lo era degli insani tra i sani: così scriveva Milosz, premio Nobel per la letteratura, invitando a una resistenza non puramente moralistica.

Mentre i ricchi fuggono lungo le vie del privilegio e le masse impazziscono nella palude del nuovo nichilismo, qualche spirito lucido dovrà iniziare a indicare un’altra strada, che ci allontani dalla follia. Nel vuoto che si è creato tra un’élite egoista e una plebe malata bisogna immaginare una vita più consapevole, naturale, poetica, e sperare che cresca.

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17 Responses to La società spaccata in due

  1. franz krauspenhaar il 29 ottobre 2003 alle 22:04

    E’ bello il pezzo di Marco Lodoli. Con dolcezza dice cose terribili.E vere. In un senso, secondo me, tutto poetico. Era tempo che non leggevo qualcosa di così forte. E’ stato un dolce pugno nello stomaco che mi ha fatto un pò male.
    Poi anche a me è venuto un pensiero; si è insinuato, proprio.
    E ho pensato a me.
    Da che parte sto,io?, ho pensato.
    Non certo lassù nell’alto dei cieli delle elites. Ma nemmeno tra la plebe impazzita nella palude del nuovo nichilismo. So solo che riesco a svangarmela in qualche modo. Per avere un pò di tempo per leggere. E per ascoltare musica. E per spegnere il fottuto cellulare. E per voler bene. E per scrivere.
    Ho pensato a mia madre, anche. Lei ha 72 anni, passa gran parte della giornata incollata davanti alla tivu. L’altro giorno mi ha detto di aver visto in un programma un sociologo che diceva che le soap-operas riflettono la vera vita delle persone. Questa cosa mi ha fatto riflettere… Anche se mia madre ha solo la quinta elementare non è affatto stupida. Quando è in vena, poi, legge anche ottimi libri. Mi pare una donna saggia. Però pensa che il sociologo delle tivu abbia detto qualcosa di bello. Io invece penso che abbia detto una colossale stronzata e informerò mia madre di questo quanto prima.
    E’ tutto giusto quello che scrive Lodoli; e la sua è Letteratura. Ma la Poesia cosa può fare? Io penso che possa ben poco, ora come ora. Perchè riesce a smuovere pochi; perchè la Poesia non ha MERCATO.
    Dopo l’impegnativa giornata allo stage qualche figlio di papà- ci giurerei- legge poesie.
    Per rilassarsi.
    Grazie a Lodoli, comunque, per quello che ha scritto.

  2. bazlen il 29 ottobre 2003 alle 23:23

    sento odor di tromboni. non credo che l’italia degli anni cinquanta impegnata nel boom fosse differente…. se è per ripropinare lo stupore e meraviglia per i passati anni sessanta e settanta (che come classe politica hanno lasciato il vuoto che ora viviamo) abbiamo già dato. e allora basta guardare la nuova letteratura italiana, autoreferenziale a più non posso, occupata dal proprio ombelico (compreso corso trieste etc) a creare nicchie aristocratiche. sembra ci sia un vuoto di prospettiva, come il commento precedente giustamente fa notare, responsabilità e non vuote e “poetiche” dichiarazioni d’intenti

  3. dario il 30 ottobre 2003 alle 02:17

    Non condivido il parere di Bobi sulla letteratura italiana, a meno che non specifichi a chi si riferisce. Inoltre ho il fortissimo sospetto che categorie come “ombelico” servano a fare più fumo che chiarezza.

  4. Tiziano Scarpa il 30 ottobre 2003 alle 13:27

    Caro Dario,
    sei molto cortese a rispondere in modo cosi’ garbato. Chi dice “basta guardare la nuova letteratura italiana, autoreferenziale a più non posso, occupata dal proprio ombelico (compreso corso trieste etc) a creare nicchie aristocratiche” non sa di cosa parla, o sa di parlare in malafede. Ignoranza o provocazione gratis? La “nuova letteratura italiana” ha fatto reportage in tutta la penisola e in giro per il mondo (Covacich, Veronesi, Camarca, Mozzi…), ha scritto romanzi storici e d’attualita’, ha esplorato tutte le classi sociali, la realta’ che suda sangue e quella che abbaglia di pixel, le merci e il denaro, e’ sbrigliatamente fantasiosa e puntigliosamente rappresentativa… Non sto dicendo che gronda capolavori, ma che quello che puo’ dare lo da’ tutto.
    Davvero, non vale la pena perdere tempo a rispondere a queste supponenze. Che, faccio notare, si mettono pure addosso la medaglietta dello pseudonimo arraffatto ai grandi intellettuali del Novecento. Continuiamo a occuparci di cose serie, Dario! Che gente cosi’ mira solo a farci perdere tempo. Io con questo post ne ho perso gia’ troppo.
    L’amore sia con voi

  5. andrea barbieri il 30 ottobre 2003 alle 14:18

    Scusate, dico una cosa un po’ fuori topic (ma un po’ no): sull’ultimo Fernandel, c’è una bella intervista a Benedetta Centovalli, argomento Patrie impure, la super raccolta di racconti sull’Italia di autori italiani. Due paginone di intervista molto bella.
    Ok fatto. Torno alle mie assorbenti angosce lavorative, che finalmente domani sera svaniranno.

  6. franz krauspenhaar il 30 ottobre 2003 alle 15:50

    Non è vero, secondo me, che gli scrittori italiani “giovani” guardano solo al loro ombelico. Io noto molta varietà tra i narratori e i poeti italiani d’oggi. Fermento. E diversità. Stili e linguaggi diversi. Anche incompatibili tra loro. E va benissimo così. C’è gente che sperimenta. C’è chi sperimenta dall’interno dei “generi”. C’è chi dei generi se ne fotte e sperimenta più o meno su se stesso. Ritorno sull’ombelico: non tutti gli ombelichi sono uguali; anzi, come ben sappiamo, in natura non esiste un ombelico uguale all’altro. Molti ombelichi sono davvero interessanti. Pozzi senza fondo, alcuni. E vogliamo parlare dell’ombelico delle donne?…
    Per fare lo scrittore, oggi in Italia, ci vuole un bel coraggio. Portare avanti una propria poetica, qualunque essa sia, non è mica facile. Provare a dire cose “altre”, approfondire. Fare i reading, le presentazioni magari con 4 gatti… Ci vuole passione e tenacia. Secondo me, paradossalmente, l’operazione “faccio lo scrittore” è più ardua oggi di 30 anni fa. Ci sono scrittori che vanno in tivu per combattere in casa del “nemico”, talvolta.
    Il minimalismo tanto vituperato diventa massimo quando punta all’universale. Il romanzo cosiddetto sociale viene riattualizzato ai tempi in cui viviamo. Lo scrittore, oggi, ha da lottare contro la tivu, le canzoni, i film fintamente autorali; e “gioca” contaminandosi, spesso, con queste forme, per arrivare a una specie di sintesi che possa aspirare ad essere davvero letteraria. La letteratura fa il suo mestiere e, giustamente, vampirizza. Certi scrittori fanno letteratura da “scaffale”, e basta. Certi comici come Luttazzi, invece, fanno letteratura. Guzzanti Corrado, a me, fa pensare a Petrolini. Il “passo ritmico” d’oggi, grosso modo, è il rap, come il “passo” di Kerouac era il be-bop. Se il rap sta diventando fenomeno di massa da un bel pezzo non c’è problema: la letteratura di oggi spesso è rap senza aver bisogno di accompagnamento musicale, del sottofondo, perchè la sua musica è interna e il suo passo è lungo: è mezzofondo che tenta di andare oltre il fondo. Il mercato, spesso, si affida agli autori stranieri: dunque impazzano le traduzioni: la solita esterofilia italiana. Facciamo fatica ad accorgerci dei talenti di casa nostra. Welsh (cito lui tanto per fare un bel nome, di uno a mio avviso bravo)sbanca il botteghino; ma di scrittori al suo livello, in Italia, ce ne sono non pochi. Gente anche molto al di sopra, in alcuni casi. Sto sempre parlando di letteratura “giovane”. Alcuni nomi li ha fatti Tiziano Scarpa, se ne potrebbero fare altri.
    L’Italia anche è l’ombelico del mondo.
    L’ombelico è il mondo.

  7. elle il 30 ottobre 2003 alle 15:56

    Faccio coscientemente parte della plebe silenziosa e senza scialuppe di salvataggio. Non posso decidere come vivere nè come morire, che solo chi ha le parole può staccare la spina. Posso solo sentire il vuoto, intuirlo al modo di un folle, appunto.
    Ma questa intuizione è una tortura quando si è muti. Immaginate il dolore di chi vive in questo mondo di ombre senza riuscire a nominarle…
    Non ho mai letto il Woyzcek, eppure lo sento così vicino. Volete raccontarmi di lui? volete raccontarmi ancora di noi?

  8. Francesco il 30 ottobre 2003 alle 17:39

    Non si offende nessuno se dico che il pezzo di Lodoli mi sembra una sbrodolata completamente priva di contenuti? Ma di cosa parla Lodoli? Dei ricchi e dei poveri? Della plebe? Ma ha letto qualche testo di sociologia, o anche solo qualche articolo di giornale? Ha letto qualcosa di Nazind, tanto per non andare lontano? E cosa rimpiange? Quale Italia, quale mondo rimpiange?
    Mi sembra che i commenti, in questo come in altri casi, siano molto più interessanti del post che li ha provocati.
    Un caro saluto soprattutto a Dario Voltolini, e sempre complimenti a tutti!
    Francesco Pieruccini

  9. Marco Lodoli il 30 ottobre 2003 alle 17:50

    Cara Elle,
    se sei approdata alla Nazione Indiana, non sei certo parte di quella plebe stordita e abbandonata di cui scrivevo nel mio articolo. Ti sentirai spesso sola e triste, infelice, ma di sicuro sei anche una donna che cerca e scava e tenta in ogni modo di uscire dal carcere cupo dei giorni. Senti il vuoto, come tanti di noi, ma provi anche a riempirlo, magari solo agganciandoti a questo sito, o guardandoti intorno con attenzione. Sei consapevole, dunque soffri. Io credo che tutti quelli che scrivono hanno familiarità con il dolore. E credo anche che il dolore sia quasi inevitabile. Tutto parte da quella ferita. Chi ci ha messo sopra una crosta ha rinunciato a sanguinare, ma forse anche a sentire intensamente la vita. Non ti abbattere, sono sicuro che sei una persona speciale. Baci, Marco

  10. Marco Lodoli il 30 ottobre 2003 alle 18:26

    Caro Francesco Pieruccini,
    no, non ho letto Nazind, è vero. Leggo il giornale, questo sì, ma soprattutto, per casualità esistenziali, mi sono trovato a frequentare ambienti molto distanti tra di loro: giovani borghesi e giovani poveracci. Forse perché insegno in una scuola di borgata da quasi vent’anni, e perché ho anche tanti rapporti con ventenni meglio sistemati. La mia, hai ragione, è sociologia spicciola, anzi forse non è nemmeno sociologia: è semplice osservazione. Così ho notato, ad esempio, che nella quinta dove insegno – ragazzi di Tor Bella Monaca, per capirsi – nessuno sa nulla della guerra, del governo, delle cose reali e anche di quelle fantastiche ma interessanti (che so, un bel film, un libro, un fumetto, un CD, scegli tu). Però sanno tutto de Il bello delle donne e di Totti e Cassano e del laboratorietto dove sperano di farsi un nuovo tatuaggio sul culo. A me dispiace. Lotto, cerco di spostare un po’ l’attenzione, ma temo di non farcela. Dall’altra parte i giovani borghesi che conosco, tanti anche loro, se ne fottono di tutto tranne che dei loro studi e delle loro carriere. Sgobbano per distanziarsi, per svignarsela. Tutto qui. Un caro saluto, Marco Lodoli

  11. Francesco il 30 ottobre 2003 alle 19:33

    Ti ringrazio della risposta e del tono. Non mettevo in dubbio la tua sincerità e il tuo impegno, eccepivo su alcune categorie che mi sembravano un po’ “facili”.
    Un caro saluto anche a te.
    Francesco Pieruccini

  12. Bob Blake il 31 ottobre 2003 alle 14:22

    caro lodoli,
    quindi basta leggere Nazione Indiana per smarcarsi dall’odiata plebe?
    fiuuu, allora l’ho scampata!

  13. Bob Blake il 31 ottobre 2003 alle 14:28

    quella di prima era una battuta per dire che anch’io -come altri lettori, mi par di capire -trovo quest’intervento un po’ “qualunquista”, poco argomentato. Vada per lo sfogo ma se non lo si puntella con qualcosa di più resta tale, uno sfogo appunto, buono per le discussioni da treno (chi mai ci può contraddire, anche la presunta odiata plebe che non legge NI sarebbe pronta a sottoscrivere quanto lei dice), buone al più per ingrassare la già obesa dossologia conteporanea.
    con immutata stima, cordiali saluti.

  14. Marco Lodoli il 31 ottobre 2003 alle 18:21

    Caro Bob,
    a volte ho l’impressione che in certi ambienti la cosa più importante sia dimostrare la propria intelligenza. Un’intelligenza un po’ francese, obliqua, anche sprezzante. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere di sentirmi poco intelligente. Faccio una fatica enorme a decifrare e spiegarmi le cose. Le parole spesso mi sfuggono e non riesco a seguire il filo di certi ragionamenti che forse mi sarebbero utili. Capita però che a forza di stare in mezzo a certe realtò, alla fine mi si affacci alla mente una sensazione: semplice, magari banale, e però la sento vera per come mi si impone. La trasformazione del popolo italiano in plebe è una di queste rare e potenti impressioni. Come scrivevo in una risposta precedente, ho sempre insegnato nelle borgate. Vent’anni in quelle scuolette sul bordo della città, in mezzo a quartieri difficili. Ebbene, ciò che è accaduto e sta accadendo in questi luoghi è spaventoso. Forse un sociologo, un economista, uno studioso serio di costume potrebbe scrivere pagine mille volte più efficaci delle mie cinquanta righe. Però ho sentito il bisogno di accennare a questo degrado terribile, e al contempo di indicare il nuovo cinismo borghese. In mezzo a questa forbice sempre più aperta e affilata devono crescere comunità diverse, più consapevoli, politicamente e poeticamente vive. Forse Nazione Indiana è una di queste comunità nuove, se non alza troppo la cresta di una superbia intellettuale. Ma io penso che siamo su una buona strada, soprattutto se togliamo qualche dossologia, che ci sfonda il semiasse. Un caro saluto, Marco Lodoli

  15. Raul Montanari il 31 ottobre 2003 alle 20:44

    Scusate, ma qua ci risiamo un’altra volta.
    Marco Lodoli, con il tramite di Tiziano Scarpa, posta su NI un pezzo che contiene considerazioni semplici espresse in un linguaggio semplice. Nemmeno io sono svenuto sotto il peso delle nuove informazioni contenute nel pezzo. L’ho letto, ho pensato: Bene, Lodoli la pensa come me, come molti di noi, usa categorie (giusta la definizione di Pieruccini) diverse da quelle che userei io, che c’è di strano? Si fa capire, basta. Testimonia un punto di vista, particolarmente significativo perché è quello di un uomo pubblico che si firma con nome e cognome. Una prima critica arriva da Pieruccini, altra persona che si firma con nome e cognome, e che alla replica garbatissima di Lodoli risponde in modo ugualmente decente.
    Poi compare Bob Blake. Bob ha la sua da dire su Lodoli, e la sua si può riassumere così: le cose che dice Lodoli sono scontate, non si capisce il senso di farne un pezzo e di postarlo.
    (Fra parentesi, Marco, a me la “dossologia” di Bob non dà particolarmente fastidio: mi pare che anche lui, come te, si faccia capire benissimo. Non farei perno sulla dossologia per avanzare il timore che “Nazione Indiana” – tutta? I redattori? I visitatori? – “alzi troppo la cresta della superbia intellettuale”.)
    Scusa, Bob, detto molto sommessamente: ma sei sicuro che un punto di vista abbia diritto di essere espresso solo quando ti travolge con una densità e novità di contenuti da lasciarti senza fiato? Marco ha messo insieme un’opinione precisa, ha scelto un linguaggio per veicolarla e anche per difenderla.
    Io Lodoli non lo conosco, non so neanche se è bianco o nero, come si diceva in una poesia di Catullo che cito giusto perché tutti l’abbiamo letta al liceo. E’ venuto qui e ha detto la sua, in un modo rilassato nel tono e palesemente molto sentito nel coinvolgimento personale.
    Io vedo un contenuto ANCHE in tutto questo preso nel suo insieme, in questo gesto, questo atto che non ha nessuna pretesa se non di aggiungere uno sguardo ad altri sguardi.
    Facciamo un esperimento, Bob? Immagina di essere giusto sul famoso treno che giustamente evochi, un luogo o nonluogo molto adatto a varie esperienze di comunicazione.
    Sei sicuro, proprio sicuro, che sia facile sentire in treno un discorso come quello che fa Lodoli? Se sì (può darsi, non so che treni prendi tu), sei sicuro che proveresti la stessa irritazione che hai espresso (liberamente, giustamente: giusto il pezzo di Lodoli, giusta la possibilità di criticarlo, magari giusta anche la mia osservazione che sto scrivendo ora)? Non ti sembrerebbe, la persona che ha detto quelle parole, un interlocutore interessante? Sicuro sicuro? E se per caso ti sembra interessante sul treno, perché non qui?

  16. bianca il 2 novembre 2003 alle 19:33

    Ho letto con molto interesse anche questo brano, e sul serio devo dire che mi ha fatto riflettere. Mi vengono in mente un paio di osservazioni sparse. Lodoli scrive:

    “Ho il sospetto che questo abbrutimento generale sia stato in gran parte pilotato, perché la plebe crea meno problemi, non protesta, non immagina mondi diversi, consuma e basta, rumina balle avvelenate nelle stalle e negli stadi. E allora avanti con i comici, il calcio sette sere su sette, le belle figliole ghepardate, e se qualcuno ha ancora qualche smanietta ci sono sempre i tatuaggi, i piercing, la cocaina, le palestre per placare l’insoddisfazione, per inventare a buon mercato una diversità.”

    Ecco, mi piacerebbe sapere cosa intende Lodoli con la parola PLEBE. Se cioè la adopera con un’accezione culturale o economico-classista. Perché nel primo caso, intendendo per “plebe” tutti coloro che oggi scarseggiano in cultura (intesa nel senso più ampio del termine), mi trovo forse d’accordo con lui. Se invece per “plebe” Lodoli intende le classi economicamente svantaggiate, quelli che più avanti chiama “i poveri”, su questo non sono assolutamente d’accordo. Ovvero non penso che tutto ciò che c’è nella descrizione qua sopra della plebe si attagli solo ai poveri. Assolutamente. Anzi. Dove li mettiamo tutti i figli dei piccoli e medi imprenditori del Nord(Est?) del nostro paese, che di studiare, di acculturarsi non gliene frega niente, ma che su tutto quello di cui parla Lodoli li troveresti preparatissimi? E quelli, sono poveri? In denaro, intendo. Non credo.

    Prosegue poi Lodoli:

    “Ormai è così, i ricchi hanno fiutato l’aria pestilenziale e hanno ripreso il largo, ormai fanno parte di una società sovranazionale e tirano dritti per occupare i posti migliori.”

    Forse è così, ma ho delle forti perplessità su ragionamenti così paradigmatici. Probabilmente Lodoli intende dire che ormai oggi per diventare classe dirigente sia condizione necessaria (ma ancora non sufficiente, spero) avere i soldi, essere ricchi. Oggi più di ieri, dice Lodoli. Ecco, io me lo chiedo. Oggi più di ieri? Mah!

  17. Angelo il 11 novembre 2003 alle 23:34

    Sara’, ma a me questo ragionamento di Lodoli fa venire in mente la “societa’ degli apoti”. No — non ci basta dire “grazie non bevo” — la societa’ si sta spaccando in due — forse non piu’ di cinquant’anni fa, ma certo piu’ di trenta, e soprattutto sembra che si sia spezzato il filo che comunque teneva insieme i pezzi. Ma forse si e’ spezzata sul piano dell’economia prima ancora che della cultura. E certo non sara’ la letteratura a dare delle risposte. Non perche’ la letteratura non puo’ cambiare il mondo. Ma perche’ non puo’ farlo se accetta di essere rinchiusa nei circoli dove si apprezza ancora il bello e il giusto. O no?



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