Sono davvero irritato, mi urta…

23 novembre 2003
Pubblicato da

di Andrea Raos

Sono davvero colpito, profondamente irritato, mi urta l’assurda, nonché (dato il momento storico che viviamo) colpevole genericità di molti interventi recenti sulle culture ed i paesi del Vicino Oriente. In particolare, e semplificando molto, mi sconcerta che si insista a dire “l’Islam” (sempre al singolare!), “i musulmani”, per descrivere universi di tale complessità; rinchiudendo così milioni (miliardi) di persone in una gabbia (una sola! fossero almeno molte, come le nostre…), che forse in parte esiste, ma che in molti, fra loro, mettono o vorrebbero mettere in discussione.

A me, per avventura nato italiano (europeo), darebbe fastidio essere identificato in quanto “cristiano”. In quanto “cattolico”, poi… Ciò non farebbe che produrre in me un’involontaria reazione di riaffermazione identitaria, di sbarramento. È esattamente ciò che accade quando ci si rivolge non alle persone, ai partiti, ai gruppi, alle idee, ai contrasti, ma sempre e solo a “i musulmani”. È questo che si vuole? Costringerli ad asserragliarsi nel loro recinto? Se anche fosse, c’è già Oriana Fallaci per questo.

È inutile, è pericoloso distribuire patenti di “democraticità” (sottintendendo “civiltà”) parlando di culture, storie, tradizioni di cui non si sa (io per primo) davvero nulla, nemmeno quando loro espressioni (ossia persone) sono già sotto casa, già mischiate alla folla. È criminale non essere attenti, e non trasformare questa attenzione in pensiero sulle “nostre” culture (al plurale, ossia: sulla “nostra” presunta unità).

Due esempi.

Il crocifisso nelle scuole: perché se ne è parlato solo di recente, in seguito alla denuncia di un genitore che afferma di essere musulmano ortodosso? Perché sino ad oggi non si era impostato in Italia un dibattito serio (una forma di pressione e di lotta calma, meditata, lontana da ogni ricatto dell’attualità) sulla laicità dell’insegnamento pubblico? Perché si è dovuto aspettare l’arrivo di un qualunque fondamentalista pseudo-ortodosso, palesemente in malafede, senza alcuna legittimità all’interno della sua comunità di origine, se non quella che certi politici e certi quotidiani italiani, al solito assetati di sangue e di scandali oltre che – al solito – crassamente ignoranti, gli hanno riversato addosso? L’incontro in Italia, come già in altri paesi, fra una cultura (presunta) cattolica ed una (presunta) islamica è inevitabile, è in atto da tempo, ed io penso che sia un’ottima cosa, se recepita con apertura mentale e senso di responsabilità. Quel senso di responsabilità che manca a Silvio Berlusconi e a Letizia Moratti, che per affrontare questa immensa onda lunga, meticciante, viva, non trovano niente di meglio da fare che aumentare i contributi alle scuole private cattoliche… Si deve essere coscienti che politiche di questo tipo porteranno, fra venti o trent’anni al massimo (e sono ancora ottimista), ad un’autentica catastrofe sociale. È chiaro che a Berlusconi non importa nulla di cosa accadrà in Italia fra venti o trent’anni, a lui basta schivare i processi di oggi. Non è certo a lui che mi rivolgo ora per spingere a reagire, ad agire, a pensare.

I carabinieri di Nassirya: per qualche giorno dopo la loro morte si è subita un’orgia tossica di “unità nazionale” degna della miglior propaganda (aspirante) totalitaria. Era prevedibile. Ma è possibile rispondervi non semplicemente rifiutandola, o smascherandola in quanto tale, né proponendo alternative che partano dagli stessi presupposti (“l’Italia” non dovrebbe fare questo, “l’Italia” dovrebbe fare quest’altro)? Chi ha mai deciso che noi siamo italiani? Che siamo pro o contro i carabinieri?

Ma come sempre, ciò che davvero conta è voler ascoltare, capire, accumulare esperienza e sapere. Propongo una riflessione sul velo islamico, che mi sembra importante innanzitutto perché scritta da una donna, e poi perché concepita sul campo, per esperienza diretta.

Da una poetessa giapponese.

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Ryoko Sekiguchi

La nudità arretra

Ricordo la prima volta che ho assistito ad uno “svelamento”. Era d’estate, a Teheran, sei anni fa. Mi trovavo, in compagnia di una ventina di ragazze, in una pensione di Stato, una strana “prigione dorata”; vi alloggiavamo sotto lo sguardo vigile di sorveglianti alle quali abbiamo proposto, un giorno, di prendere il tè con noi. Acconsentirono, a condizione che si restasse “tra ragazze”. Quel giorno le giovani, che sino ad allora – benché fossero, per la maggior parte, occidentali – non avevano potuto mostrarsi che coperte dal foulard e dalla mantella di rigore, si riunirono in una delle stanze della residenza, dolci alla mano, e per la prima volta scoprirono la loro tenuta “privata”. Ci siamo divertite, non senza una certa qual sensazione di spaesamento, a rivelarci delle personalità più pronunciate; per esempio, ebbi la sorpresa di vedere un’amica greca dai modi molto femminili scoprire capelli corti e pantaloni, e fui colpita dal gusto di una giovane turca per i colori vivaci nei vestiti e nella tintura dei capelli.

Ma la sorpresa più grande venne dallo “svelamento” delle sorveglianti. Arrivate dopo di noi, si tolsero il chador (l’ampio tessuto nero che copre tutto il corpo tranne il volto) nella stanza. E ciò che apparve ai miei occhi fu, più che corpi, carne.

A differenza dell’impressione che conservo delle altre ragazze, non ho alcun ricordo dei vestiti portati da queste sorveglianti. Non che fossero brutte. Quelle donne non erano né grasse né vecchie, tutt’altro, dovevano avere vent’anni al massimo. Non era una questione di bellezza, ma di una spiccata differenza che si manifestava nella coscienza del corpo. Il corpo di queste ragazze, probabilmente di famiglie conservatrici e che in virtù di questo lavoravano come sorveglianti in una residenza ufficiale della Repubblica islamica, sfuggiva completamente alla concezione di “corpo sociale”, la quale presuppone che un corpo possa essere oggetto dello sguardo altrui. In assenza di questo sguardo, erano corpi inesistenti in quanto corpo sociale, direi quasi fermi – benché vestiti – allo stadio della nudità, come in uno stato anteriore, quasi crudi, che ci venivano mostrati, senza difese.

Questo choc del primo svelamento mi accompagna da allora. Sicché me ne sono ricordata quando, più di recente, mi è capitato di assistere ad un’altra scena di svelamento, altrettanto crudele. Stavolta era in Afghanistan, in un autobus interregionale. Fra i passeggeri vi era una grande famiglia, che contava quattro donne fra cui due in chadri – cioè velate dalla testa ai piedi, volto compreso -, e due in foulard e mantella : una ragazzina di forse dieci anni e una donna anziana. Contrariamente a queste “non ancora” o “non più” donne, supposi che le altre due dovessero appartenere alla fascia d’età “donna”; sensazione rafforzata dai gesti che si indovinavano dietro al tessuto. Quando l’autobus si fermò per una breve sosta, queste donne si allontanarono di qualche passo dagli uomini per andare a bere al fiume e sollevarono per un attimo il chadri; notando il mio sguardo, mi sorrisero. Erano due ragazze giovanissime, più o meno dell’età di quella che portava solo il foulard; le si sarebbe potute vedere in strada, a giocare come delle bambine. In seguito mi informai sulla loro età e appresi che avevano appena dodici anni; la ragione dello scarto nell’abbigliamento con l’altra ragazzina non dipendeva dall’età, che era la stessa, ma dalle differenze d’educazione fra le due famiglie, che avevo creduto fossero una sola.

Questa volta, ciò che mi colpì non fu il loro corpo (certo, erano ben coperte contro il freddo, anche sotto il chadri, ma questa non era un motivo sufficiente per non prestarvi attenzione), ma la nudità – cosa esposta, indifesa – apparsa su questi volti era per me del tutto imprevista: ciò che credevo nascosto sotto multipli strati di vestiti, dietro il velo, era in realtà così vicino alla superficie!

La nudità non può esistere su strati multipli; è costituita solo da una specie di fronte che avanza od arretra. È per questo motivo che è puro delirio la fantasia secondo cui, portando il velo, la nudità distribuita fra i vari tessuti e tenute costituisca una serie di strati, e che ciò accresca il piacere dello svelamento. Al contrario, il fatto di portare costantemente il velo come tenuta sociale fa avanzare la nudità sotto il velo; a tal punto che, quando lo si alza, è la nudità che subito appare, che sia sul vestito o sul volto. Ciò rende inane la rivendicazione secondo la quale, imponendo il velo, il fatto di nascondere parti del corpo allontani la nudità. Se una parte del corpo è esposta in pubblico all’esterno, uno strato di “corpo sociale” la ricopre immediatamente. In teoria, sia le donne che espongono il volto e le braccia nudi sia quelle che portano il velo sono allontanate dalla nudità da un solo strato. Ma anche immaginando una donna occidentale, in possesso quindi di un corpo sociale, che in più portasse il velo, ciò non significherebbe aggiungere uno strato supplementare. Se si porta il velo, poco a poco il corpo sociale, suo malgrado, si smorza ed avanza sul velo. Anche all’inizio, quando il velo è vissuto come un elemento di troppo sovrapposto ai vestiti sul corpo, ci si comporterà forse “come se non ci fosse”; ma il velo non può essere ridotto ad uno strato supplementare. E quando ci si abitua alla presenza di questo tessuto e ci si abitua al contatto con questa presenza il corpo sociale, che sotto persisteva, subisce già una metamorfosi in nudità cruda.

La sfortuna delle donne costrette a portare il velo è di dover vivere ad un tale livello di nudità cruda ed unificata, imposta da altri; la nudità avanza sul volto o sul corpo vestito, e così perde coscienza di sé. Cosa resta a queste donne costrette ad accettare questa forma di nudità imposta, senza possibilità di rifiutarla sbarazzandosi del velo? Ricordo ancora lo choc che provai di fronte alla ragazzina afghana che, sollevato il velo, mi fissò – non osavo ricambiare lo sguardo. La prospettiva era stata sconvolta sin dall’inizio, come se non riuscissi più a misurare la distanza da questo altro che di colpo si avvicinava, tanto che mi sembrava, mio malgrado, di toccarla a piene mani. La nudità, che le donne che non portano il velo mostrano solo in privato, si trovava proiettata davanti a me che la vedevo per la prima volta. Da questo punto di vista, la sorpresa prodotta dallo svelamento, da questa improvvisa apparizione dell’intimità, colpisce forse più le donne degli uomini. Infatti, mettersi a nudo in questo modo di fronte a una donna può significare non già esporsi come carne indifesa, ma aprirsi ad una nuova forma di intimità, di complicità. E se la società maschile impone di portare il velo, si può almeno decidere di non svelarsi agli uomini, non solo per non svelare la propria nudità, ma soprattutto per non suscitare nemmeno il pensiero della “profondità”, che suscita fantasie di nudità plurali, di modo che noi stesse restiamo superficie, fantasma fermo e vivace ad un tempo, fatto solo di tessuto. Dato che si è costrette a vivere, si dovrebbe almeno poter scegliere se portare o no questo velo – così mi sono detta, laggiù.

[Apparso in francese in L’Animal, n. 14/15, 2003, p. 21-23]

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7 Responses to Sono davvero irritato, mi urta…

  1. Elio Paoloni il 24 novembre 2003 alle 15:51

    Magnifiche le impressioni della poetessa. Grazie.

    Quando non si è d’accordo con qualcuno si sostiene che semplifica troppo. Il che, su un forum è SEMPRE vero. Ma un intellettuale sa che non sono questi gli spazi adatti per tracciare la storia di una grande religione, in questo caso per delineare i mille rivoli e i puntigli parentali dell’Islam, contristandosi ovviamente per il fatto che Ibn Arabi oggi sia di fatto proscritto e così la meravigliosa mistica Sufi. Lo stesso intellettuale, infatti, si accontenta di semplificare quando parla degli americani e degli israeliani (al plurale) anzi, per meglio distinguere, ricorre al singolare: Bush e Sharon (che sono come i confetti Falqui: a un certo pubblico basta la parola per capire di quali insulti si tratta) semplificazione tanto più ignobile in quanto si riferisce a esponenti di due vere democrazie, variegate per definizione, e non a una satrapia orientale.

    Approfitto di questo intervento per spiegare meglio la mia posizione, accennata su altri post: le guerre vanno giudicate dalla loro efficacia. L’efficacia si giudica partendo dagli scopi. Quelli veri, non quelli dichiarati, che ho detto (scritto) insufficienti sin dal primo momento (non falsi, insufficienti – ma non condannerei in astratto le mezze verità della ragion di stato). Lo scopo reale era di portare lo scontro là dove stati più o meno totalitari assecondano o non combattono efficacemente le organizzazioni terroristiche. Questo avrebbe permesso di:
    1) allontanare la minaccia dei kamikaze dalle città dell’Occidente (voglio spiegarlo ancora più crudamente: un soldato in teatro di guerra muore al posto di tre suoi concittadini in una discoteca di Bali o in una banca europea. Aritmetica atroce, ma è l’aritmetica della storia.
    2) arrivare velocemente e direttamente sui santuari del terrore, troncandone i legami che si incrociano esattamente in Iraq.
    Il primo obiettivo è stato ottenuto (quanto temporaneamente non sappiamo). Il secondo, no, per ora.

    Se si è dotati di un minimo di onestà intellettuale, bisogna riconoscere che l’obiezione principale (così si irritano altri strati delle popolazioni musulmane), ragionevole nel passato prossimo, non ha alcun senso ora, nel momento in cui si scopre che cellule dormienti erano pronte da tempo ad agire in Italia (per non parlare del resto del mondo).
    Adesso una posizione del genere non può che risultare pavida e testardamente illusoria (se non reagiamo a chi ci bastona, forse si acquieta). E si abbia il coraggio di esprimerla chiaramente: forse, se facciamo quello che vogliono (non appoggiare gli alleati che reagiscono) loro si limiteranno a colpire altri paesi dell’Occidente (non vi illudete, l’Achille Lauro attaccata dagli amici dal nostro – specie all’epoca – pupillo Arafat, era italiana).
    Certo che la guerra può risultare un errore tremendo ma si deve avversarla comprendendone la logica (attendere le azioni del nemico sul proprio suolo è un errore) e contestando quella logica, non ricorrendo a certi argomenti (non irritare il nemico). A questo punto sta all’Islam moderato fare delle scelte chiare e agire seriamente contro i fanatici. Non sta a noi dimostrare amicizia, ma a loro, e molto concretamente.

  2. gina il 25 novembre 2003 alle 09:59

    Non so. Secondo me raos e sekiguchi affrontano la questione di togliersi la trave dagli occhi da un punto di vista diverso, che è quello della relazione, dell’esperienza diretta dell’altro e con l’altro.
    Chi mi dice che sono italiana o giapponese. Direi prima di tutto il comitato centrale, con la sua infinita macchina delle infinite ripetizioni. Stato, scuola famiglia psicoterapia lavoro e pedigree. E poi la relazione con l’altro, con chi italiano o giapponese non è. Relazione che se da un lato mi situa in italia o in giappone dall’altro mi deterritorializza, mi spaesa, mi mostra per sottrazione, per sottrazione della visuale dell’io che resta solo: uno che racconta.
    Quindi è in questo senso che io ho inteso lo svelamento.
    Come narrazione imprevista, inaudita dell’altro, come interruzione che mette a nudo l’uno e lo svela come l’uno: e l’altro.

  3. andrea inglese il 25 novembre 2003 alle 17:32

    Ecco interventi come quello di Gina mi sembra che riescano veramente a spostare la prospettiva, vanno nel senso di percorrere gli eventi, oggi molto sanguinari dell’attualità, per altre strade che non sia l’alzabandiera delle reciproche identità forti (credute forti).
    Non saranno questi cammini a fornirci risposte immediate, ma cambiano abitudini di pensiero. E non è poco (tanto sulle riposte immediate, purtroppo, in democrazie o meno, abbiamo poca presa).
    Non cerco ora di rispondere all’argomento saliente avanzato da Paoloni, ma voglio toccare una cosa secondaria che dice. Come ha ricordato Voltolini, tutti siamo a rischio di utilizzare parole di cui abbiamo perso i precisi contesti d’uso, tutti siamo a rischio di parlare a vuoto.
    Ma riferirsi a Sharono o a Bush, è non ad americani, israeliani, arabi o musulmani, è cio’ che ci distingue dal ragionare in termini RAZZISTI. (Per inciso: gli americani non so neppure chi siano: gli abitanti della terra del fuoco, di Lima, del Messico, i canadesi, gli statunitensi? Boh?) Bush invece è il presidente degli Stati Uniti, un repubblicano alla testa di un governo repubblicano, figlio di un altro capo di stato, di una certa famiglia, circondato da un numero in realtà assai ristretto di individui, di cui possediamo sufficienti dati biografici. E per Sharon e per Berlusconi o per qualsiasi capo di stato di paesi arabi vale lo stesso discorso. O Paoloni mi vuol dire che Berlusconi e il signor Brambilla sono la stessa cosa, due individui di cui uno non conta più dell’altro per il destino politico dell’Europa e del mondo? Che siano stati eletti più o meno democraticamente (e penso a Bush, ma anche al nostro Berlusca e al suo Conflittone d’interessi), non significa che essi rappresentino l’opinione, la volontà e soprattutto gli interessi di una società intera. Quindi finché non mi minacciano di prndermi a bastonate e incarcerarmi per le miei opinioni, io indico nei governi di questi paesi i responsabili di gravi errori, di cui pagheremo per lungo tempo le conseguenze (tutti). Quanto ai paesi arabi, alle loro classi dirigenti dagli anni Sessanta in poi,possiamo stendere anche per loro una lista di errori. E il fatto che governino paesi meno sviluppati non ci rende più indulgenti nei loro confronti. Ma ci dovrebbe rendere ancora più severi nei confronti degli errori dei nostri governanti, dei rapprsentanti delle superbe, superiori, democrazie occidentali, più ricche ed evolute, più forti e più civili (?).
    Quanto al discorso che ha fatto sui suoi vicini musulmani, quello davvero è un BRUTTO discorso; uno perché si arroga un potere telepatico, due perché inevitabilmente porta a generalizzare le sue (presunte) scoperte. E dire che in fondo tutti i musulmani (analfabeti o meno, poco importa)sostengono il terrorismo, questo è un ‘indebita generalizzaione che ha un nome chiaro: razzismo. Questo non toglie nulla ad altri argomenti che lei ha avanzato, più o meno discutibili. Ma questo che lei ha formulato (sui musulmani di sua conoscenza, in un commento al pezzo di Lodoli, credo) NON E’ un argomento.

  4. Elio Paoloni il 25 novembre 2003 alle 19:31

    TELEPATICO? Ueh, ragazzi, io con la gente ci parlo. Sono così ansioso di capire che ci sto a parlare per ore, facendo il socratico o, se preferite, il finto tonto. Per i miei amici la frase “condanniamo i terroristi” è solo una formale locuzione d’esordio (come per qualsiasi notabile che abbia potuto parlare in televisione per più di dieci minuti).
    Siccome non amo le mediazioni (telepatico!!!) sono andato a trovare un palestinese di passaporto giordano – e da moltissimi anni anche italiano – che fa lo psichiatra in un paese vicino. Volevo sentire dalle labbra di un acculturato di lingua araba l’opinione sulla “pericolosità” del Libro. Ma Kamel, come moltissimi palestinesi, è laico e nonostante abbia fatto parte in gioventù dei fratelli musulmani del Corano non sa nulla.
    Non mi è restato che ripiegare sugli “esperti”: secondo l’opinione più diffusa i fondamentalisti sono almeno il 5% dei musulmani. Non so se il premio Nobel Naipaul, del quale sto leggendo Fedeli a oltranza sarebbe d’accordo su una percentuale apparentemente così bassa, certamente destinata ad aumentare se le scuole dei paesi musulmani resteranno quelle descritte da Panella nel suo ultimo libro, ma il cinque per cento è un po’ poco per additare una razza (e quale, poi? non crederai, Andrea, solo perché mi scappa, per fretta, un “arabo” al posto di “musulmano”, che io non sappia quanto sia variegata la composizione dell’Islam?).
    Niente razze, Andrea, io credo alla diversità delle etnie, delle culture. Credo che se una generazione viene educata sul Mein Kampf potrà essere molto pericolosa. Questo è razzismo? E’ mancanza di comprensione per le altre culture?
    Il cinque per cento di un miliardino, comunque, costituisce un numero militarmente preoccupante.

    “un repubblicano alla testa di un governo repubblicano, figlio di un altro capo di stato, di una certa famiglia, circondato da un numero in realtà assai ristretto di individui, di cui possediamo sufficienti dati biografici. E per Sharon e per Berlusconi o per qualsiasi capo di stato di paesi arabi vale lo stesso discorso…Che siano stati eletti più o meno democraticamente… non significa che essi rappresentino l’opinione, la volontà e soprattutto gli interessi di una società intera”.

    Questo è esattamente ciò che intendevo, Andrea: per te il capo di stato di un paese di antica democrazia non differisce in nulla da un Saddam o da un principe saudita. Disprezzi talmente la democrazia (quella democrazia faticosamente raggiunta nei secoli, imperfetta come qualsiasi costruzione umana che non sia mortuaria utopia) che Bush a parer tuo rappresenta soltanto la sua famiglia e i suoi accoliti.
    Perché, dunque, lottare per difenderla, questa nostra democrazia occidentale? Che schifo quest’occidente evoluto e ricco, hanno ragione i talebani: se possono essere eletti Berlusconi e Bush, non vale niente.
    Qual è l’alternativa, Andrea? Dillo chiaramente. Sei tu l’interprete dei miei interessi? Grazie alla tua superiore comprensione?

  5. andrea inglese il 26 novembre 2003 alle 00:42

    Paoloni le rispondo, ma non voglio innescare un interminabile battibecco. Solo due cose. La prima sulla democrazia. Credo senza dubbio che sia il sistema politico e culturale migliore (non in assoluto, ma comparativamente, rispetto a quelli esistenti)almeno quello in cui preferirei vivere. Credo inoltre che sia per sua natura un sistema perfettibile. Attraverso la critica. E’ anche un sistema fragile, e può distruggersi, trasformarsi nel peggio. Io lo vorrei migliore di quello che è, penso che sia migliorabile, e probabilmente lo sarà sempre attraverso dure lotte, non attraverso semplici scambi d’opinione.
    Quindi si può avere un presupposto in comune: la convinzione che la democrazia va difesa, e poi si possono avere mille altri importanti motivi di disaccordo. Non siamo d’accordo sul modo di vedere il terrorismo e la guerra in Irak e i musulmani. Ma non per questo io devo essere un nemico della democrazia.
    L’ultima cosa. E’ uscito un articolo oggi su Repubblica, che rende vane tante cose che potrei cercare di scrivere, argomentazioni, ecc. E’ di Rampoldi. Non mi sembra un veteromarxista, immaturo, un’anima bella della sinistra svagata. Ebbene, in quell’articolo c’è quasi tutto. Poteva intitolarsi: “Perché in Irak e non in Arabia Saudita?”
    Come mai nessuno accusa questo Rampoldi di essere un nemico della democrazia o un difensore del terrorismo o un disfattista? Io credo per un unico motivo: ha detto tutto quello che doveva dire, ha solo evitato di tirare le conclusioni. Le conclusioni sarebbero infatti state “Questa guerra è un errore politico molto grave, nonostante abbia cercato di fare gli interessi degli Usa.” E detto questo, il passo che porta a dire “Invertite la rotta il prima possibile e come potete” è breve. Ma il giornalista si è guardato bene dal tirare le conclusioni. Ma quelle possiamo tirarle anche noi.

  6. andrea raos il 26 novembre 2003 alle 18:30

    ringrazio gina per il suo commento, davvero bello e sensibile. a chi non conoscesse, mi permetto di consigliare la lettura di un fumetto, “persepolis” dell’iraniana marjane satrapi (in italia e’ tradotto mi pare da sperling e kupfer, ma potrei sbagliarmi). storia d’iran e d’europa dalla rivoluzione di khomeini ad oggi, vista dagli occhi di una trasfuga, prima bambina poi adolescente.

  7. […] [Questa poesia è già stata pubblicata da Henri Lefebvre nei suoi Cahiers de la Seine. Ringrazio lui e l’autrice per la gentile concessione. Il testo originale prevede una disposizione grafica che non è stato possibile rispettare qui. Della stessaautrice, in italiano, una riflessione sul velo islamico : “La nudità arretra“. A.R.] […]



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