Nuovo cinema paraculo: Come ti smonto e rimonto un’umanità da cani

28 dicembre 2003
Pubblicato da

Dogville di Lars Von Trier

di Paolo Pecere

«Dogville è un geniale apologo sulla malvagità umana. La Grazia (una struggente e bellissima Nicole Kidman, riconsacrata al cinema d’autore dopo l’affaire Kubrick) venuta a dare un’ultima occasione alla Comunità umana-americana, si scontra con la comune crudeltà e ipocrisia, per tramutarsi infine in violenza distruttiva e… purificazione o provocazione? … Il geniale regista danese mette ancora una volta in scacco i nostri… toccare le corde più… trasparente e feroce come nessun altro… a nudo le nostre… » ecc. – così, forse, Lars Von Trier avrà immaginato la prima recensione al suo ultimo film.

In effetti, Dogville si presenta come un apologo tragico, con premessa, climax e catarsi, e rinuncia a qualunque altro strumento cinematografico che ritiene superfluo alla percussiva trasmissione dello choc morale, dallo scenario alla steady camera, dalla verosimiglianza psicologica alla credibilità dei dialoghi. L’operazione si snuda fino all’essenziale, uno schema in cui a violenza inferta corrisponde, nel finale, violenza corrisposta. Ricorda il procedimento di mio figlio che 1) ti dice «tu hai fatto qualtosa di cattivo!», puntando un dito accusatorio e cominciando a caricare la rincorsa e 2) ti mira col pugno e sentenzia: «Ci penso io a te!», 3) carica e suscita gratuita e divertente lotta.
Qui nel film di Von Trier, l’imputato, è inequivocabilmentre qualcosa come l’Uomo, ma presentiamo nei dettagli gli elementi del film:

Plot: Grace (Nicole Kidman) arriva nella cittadina (Dogville), popolata da una ventina di persone, che nella presentazione che ce ne fa la voce narrante e il cicerone-filosofo che ospiterà la stessa Grace si dividono in 1) peccatori impenitenti (“quello va al bordello”, “quelli del negozio sono tirchi” ecc.); 2) handicappati (“quello è cieco, ma non lo ammette e non esce di casa”, “quella è storpia”, “quello è ritardato”); 3) bambini con nomi mitici (Giasone, Teseo ecc.); 4) il giovane-filosofo stesso, inquieto e insicuro, mille volte più insopportabile di Zeno Cosini, che, incontrando Grace, decide di mettere alla prova le virtù dei suoi concittadini con un esperimento. Grace, che è in fuga dai gangster, e dunque manifestamente innocente (cosa mai messa in discussione dagli homines non sapientes che popolano il paesino) si nasconderà qui per qualche tempo. Il problema, di fronte a questa scandalosa proposta (?!) sarà: sono o non sono i dogvillesi (Cittadicanesi? Cagneschi? Accaniti? Canopoletani?) una Comunità davvero odiosa e ributtante di vizio, o colgono essi l’occasione per assolversi? Il teorema Von Trier, senza fornircene ragione, comincia con la conclusione. Che Grace possa restare nella comunità, presso la casa del giovane che desidera ospitarla, è questione da sottoporre al Gran Consiglio della Parrocchia; la discussione sarà aspra, e risulterà, grazie alla vis retorica del filosofo morale, nel conciliante verdetto: sì, ma deve lavorare come sguattera per tutti gli abitanti. Ergo: Dogville è fin dall’inizio la peggiore fogna umana dove uno sventurato possa capitare, peggiore della peggiore cittadina di provincia ipocrita della storia letteraria e non: isolate e distillate i vizi e le violenze di Aci Trezza, della periferia romana-pasoliniana, del bassofondo newyorkese di scorsesesca memoria, di Twin Peaks, della New York 1999 di Carpenter o di quella sprangatutti dei Guerrieri della notte, agitate con zelo e otterrete un luogo più abitabile e gentile di questo perfido e invelenito agglomerato di abitazioni, che senza dubbio è votato fin dall’inizio e ingoiare Grace nella sua merda e a restare in malora.

Eppure i personaggi discutono, vociferano, esitano, provano fugaci simpatie, dunque, pare, l’Autore ci vuole presentare simulacri di esseri umani, non una surreale nidiata di demoni nel rapido antefatto di un inseguimento con la motosega. Esseri umani colpevoli fin dall’inizio, se si pensa che nessuno lascia il paese e che ospitare Grace viene presentata come una prova da superare, dunque l’espiazione di una comunità cui manca ancora la patente di vivere.

Ma i vuoti psicologici del microcosmo di Von Trier (forse messi dallo sceneggiatore sul conto della rinuncia a ogni realismo) emergono anche altrove, nelle scene in cui Grace dapprima si accattiva gli abitanti della cittadina, poi all’improvviso si scontra con la loro crudeltà senza scurpoli. La bella servetta conquista il cieco, che, lo ricordiamo, nega la sua cecità, aprendo le tende della sua stanza e commentando la bellezza del paesaggio. Lui: “tu capisci molte cose, vero?”. E ancora: Grace diventa simpatica al ritardato aiutandolo a fare i compiti (lo vediamo infine mangiare tre dame con un sola mossa al filosofo allibito!), piace al caminionista puttaniere perché sa capirlo (“Ognuno deve prendersi i proprio piaceri”, se lo ingrazia: e lui, che sorride con uno sguardo inequivocabilmente infantile, ricambierà stuprandola), e in generale suscista l’interesse dei maschi di ogni età, che poi la stupreranno a catena di montaggio, maschi dei quali sappiamo solo che: 1) hanno la mente di bambini; 2) sono sessualmente repressi e dunque perversi – sadici e masochisti – a cominciare dal bimbo Giasone (così, vedete?, Grace sarà come la furiosa Medea! – eroina dell’omonimo film – 1988 – di Von Trier) che, per quello che sembra un desiderio frustrato verso la bella straniera, le implorerà di batterlo, per poi denunciarla con la madre e cominciare a infangarne la reputazione.Insomma, a Dogville nascono come legni storti e non crescono mai.

Così, l’inevitabile inversione. La polizia porta sempre più annunci di ricompense per la cattura di Grace, il denaro dunque invita già a vendere la domestica ai suoi probabili aguzzini; poi il piccolo Giasone (bambini immorali è proprio l’ultimo trend del più hollywoodiano cinema indipendente) sputtana Grace, il burbero contadino, padre di Giasone, vuole da lei “rispetto” (=scopata) durante la raccolta delle mele, e la violenta, poi racconta alla moglie di essere stato tentato, e la moglie stessa fracassa le statuette che Grace aveva faticosamente comprato con i suoi risparmi (“che rappresentano per Grace il legame tra lei e gli abitanti di Dogville”, ci chiarisce la voce narrante a scanso di equivoci), poi Grace tenta di scappare corrompendo il mansueto camionista e convincendolo a farla nascondere tra le mele da portare fuori paese, ma quello la tradisce, prima la violenta poi la restituisce alla popolazione incagnita, che decide di incatenarla a una pesante ruota di metallo; Grace viene tradita anche dal sensibile filosofo, che la accusa di un proprio furto (immotivato, forse frutto di cleptomania): finisce così che Grace viene considerata meretrice e ladra, così tutti che tutti i maschi in età virile si sentono infine liberi di stuprarla. Il filosofo non si oppone, sta al gioco dell’amore platonico, ma infine, siccome sotto sotto è geloso, la vende ai gangster.
Ma i gangster erano peggio di loro.
Il finale ci mostra Grace, che è la figlia del grande capo-gangster, che decide di assumere il potere finora rifiutato. Voleva vedere se l’umanità merita la crudeltà di una vita gangster che lai mal accettava: e ancora esita se assolvere i microcefali di Dogville. Ma infine, rimuginando sulle violenze subite, si risolve (“meritano di morire più di ogni altra cosa”) e ordina di sterminarli tutti e bruciare il paese. Il filosofo, che lei amò di amore platonico, cade per sua mano. Sopravvive solo il cane – Mosé! ! – che abbaia la sua disperazione allo spettatore.
E ora alcuni cenni su altri aspetti del film.

Scenario.
Von Trier desidera che lo spettatore sappia che il suo film è una finzione. La cittadina è disegnata col gesso su un pavimento, e frequentissimamente inquadrata dall’alto come il tabellone di un gioco. Non ci sono pareti, ma gli attori aprono porte invisibili, con tanto di doppiaggio. I margini della cittadina sono indistinti, bianchi o neri a seconda dell’ora del giorno. Von Trier ha probabilmente letto Beckett, ma la sua intenzione sembra nientemeno che quella di evitare un coinvolgimento dello spettatore, e concentrarne l’attenzione sull’azione, sull’apologo.

Dove si svolge il dramma?
In un nessundove, ma nello stesso tempo in un isolato paesino americano. È il primo film di una trilogia sull’America, pare, e Von Trier desidera ricordarcelo con una sigla finale in cui si celebra il suo geniale e visionario distacco provocatorio, con canzone sulla Young Americans su foto in bianco nero di americani homeless. La comunità si riunisce in parrocchia per deliberare le scelte comuni, ma l’unico rito cui si assiste è l’allestimento di festoni per il 4 luglio, giorno in cui cui Grace viene stuprata dal RACCOGLITORE di MELE (!!!!!!!, !!, !). Dopodiché, il posto potrebbe essere anche una campagna ibseniana o checoviana, con i suoi storpi e il suo giovane intellettuale frustrato innamorato della giovane borghese. Ma
Perché, innanzi tutto, il film fallisce?
Concesso lo scenario astratto – le velleità brechtiane di alienazione e apologo teatrale, l’affannante e dogmatica camera a spalla, i titoletti e il narratore barrilyndoniano disgraziatamente doppiato da un Albertazzi volutamente irrochito, i personaggi-tipo – resta il fatto che la sceneggiatura ridicola non incide mai, tantomeno a quel livello di shakespeareana universalità da cui vorrebbe vulnerare l’umanità tutta. I personaggi sono inverosimili e piatti, ma vabbé, siamo o non siamo sul tabellone di un gioco? (che magari è un “play” come la Vita), ma anche le loro frasi, i loro drammi, le loro crudeltà, non sembrano che i gesti nervosi con cui Von Trier rovescia i pezzi della partita che sta giocando. Ne risultano scatti improvvisi nell’azione, che se colpiscono lo fanno esclusivamente sotto la cintura, con i consueti espedienti della crudeltà mostrata, dell’umiliazione inflitta e subita, da un personaggio che non reagisce per lasciarne maturare il frutto allegorico in vista della catarsi finale. Si è parlato, fin dal martirologico Le onde del Destino, di cristianesimo. Se lo è, è quella versione inviperita e marcia di cristianesimo che dapprima apparecchia la rappresentazione del mondo in modo tale da sottolinearne i vizi, con pesanti pennellate di trucco, lividi, ceffoni su guance bagnate di lacrime e piacevolmente arrossate, accalca i suoi rifiuti umani in un cul de sac infernale, per poi lamentare la loro irrevocabile perdizione, indicando così la sola luce di una trascendenza purificata col filtro.
Ma secondo me queste sono parole grosse. La verità su Von Trier la dice tutta un suo vecchi film – forze il più riuscito -: The Kingdom (1994). Polpettone televisivo contro le regole, un po’ il Twin Peaks svedese, divertentissimo anti-ER. Vi si raccontano gli episodi surreali di un gruppo di medici, tra cui un norvegese paranoico e aggressivo, appena arrivato, che odia gli svedesi come razza, e un primario accannato somigliante a Hannibal Smith dell’A-team: la vicenda procede per accumulo, tra flirt incredibili, fecondazioni di corridoio, casi clinici dominati da patologie psichico-cerebrali, e l’immancabile momento splatter-viscerale del futuro autore di Idioti, con la bambina resa demente da un intervento alla testa che dondola e sbava per lunghi secondi in primo piano, mentre il chirurgo colpevole urla e se ne lava le mani. Ci sono poi i down lavapiatti nel sotterraneo, che ovviamente conoscono la storia dell’edificio (tipo Pet cemetery) e ne discutono con voci lynchiane, finché compare il fantasma della bambina che fu uccisa, e si procede verso il paranormale-splatter. Lo stesso regista, dopo che la sua testa viene partorita nell’ultima seguenza, viene a informarci di averci preso per il culo, come se non si fosse capito. Il genere potrebbe battezzarsi, citando Schrader, “trascendente da baraccone”, ed è uno stile verso cui convergono, senza mai toccarne però questa vanificante purezza, i vari Lynch, Coen e altri nipotini di Kubrick. Il regista ama toccarci lo stomaco, tamburellare sul cervello stimolando voci come “Morte”, “Aldilà”, “Deformità”, “Provocazione”, “Malignità”, “Vanitas vanitatum”, “Camera a spalla”, e dunque la seducente coppia “Vero/Falso”. Il risultato non lascia traccia, né l’autentico malessere di alcuni film di Lynch (primo di tutti l’ultimo, finalmente capace di trovare la chiave giusta), né il divertito compiacimento e la vena commovente di alcuni dei Coen, né tantomeno la potenza e la ricchezza di tutti i film di Kubrick. Rispetto a questi, Von Trier mostra più iperconsapevolezza tecnica e più radicale volontà metacinematografica, e nella stessa misura perde in capacità visiva e tecnica, per non parlare delle sceneggiature.

In conclusione, Dogville si può collocare a mezza strada tra due analoghi film apologo, anch’essi bipartiti, aperti e chiusi dalla violenza (in quanto violenza-della-società) e certo noti al metaregista svedese: Arancia Meccanica di Kubrick e Decalogo 5 di Kieslowski (uscito in sala come Breve film sull’uccidere). Il primo fa anche ridere, al rischio del coinvolgimento e dell’identificazione entusiasta con il giovane protagonista Alex, e se enuncia lo fa con il paradosso, avvelenando le stesse risate che suscita e mutandole in sorrisi raggelati; il secondo è rigorosissimo e cupo, e afferma la sua tesi a chiare lettere nell’ultima sequenza. In entrambi i casi, siamo invitati a riflettere sull’origine e sulla gestione della violenza nella nostra società (ben riconoscibile anche nell’iperbole kubrickiana). Dogville dice che l’uomo e il potere sono maligni, liquida le ambivalenze kubrickiane (come la simpatia estetico-erotica per le stesse gesta di Alex) in un tautologico e antitragico “Foul is Foul”, ma in definitiva lo fa alzando la voce in modo tale che scorgiamo i pugni stretti del suo autore: il film, rispetto agli altri due, non è rigoroso e non fa ridere: infine si autodistrugge come un petardo senza scherzo.
(Forse saranno colpevoli anche i tagli per l’edizione italiana: o sono solo scene di stupro e altri bambini chiamati Isacco che vengono sgozzati?).

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44 Responses to Nuovo cinema paraculo: Come ti smonto e rimonto un’umanità da cani

  1. belacqua il 28 dicembre 2003 alle 14:02

    Come sono tosti questi minimum! Maronna, che paura che fanno! Sono cazzutissimi. Dopo Bellocchio e Tarantino, osano stangare nientedimeno che il Grande Lars Von Trier. Non hanno proprio rispetto per nessuno! Chi sarà il prossimo padre da uccidere? Marco Tullio Giordana (già me lo vedo il titolo: La peggio gioventù), Nanni Moretti, o David Lynch? O forse stavolta sarà una mamma a essere violata, fatta a pezzi, ridicolizzata? O forse – chi lo sa – un fratello maggiore? Continuate a seguire questi ragazzacci, ne vedrete delle belle.

  2. raimo il 28 dicembre 2003 alle 14:07

    ohi, a me dogville è piaciuto molto, ma mi sembrava ugualmente intelligente questa recensione di paolo pecere. marco tullio giordana è stata già sottoposto al rito, che è sinceramente espiatorio.
    e anche se non trova d’accordo nessuno, io credo serva da reagente, o no?

  3. franz krauspenhaar il 28 dicembre 2003 alle 14:20

    Premetto di non avere ancora visto Dogville. Penso anch’io che Von Trier sia furbo, ma come erano furbi Kubrick, Wilder e sono furbi Tarantino e Scorsese. Mi ricordo che quando uscì Dancer in the Dark molti critici dissero che Von Trier fa cinema per chi non conosce la storia del cinema, che gioca con i bassi istinti dello spettatore ecc. Posso dare un giudizio da spettatore di quasi tutti gli altri film: Idioti l’ho trovato sgradevole ma interessante nonostante il mal di mare da telecamera a mano. Le onde del destino è un melodramma pseudocristiano forse troppo lungo ma di grande impatto emozionale, la “soap” (bella la definizione di ER al contrario)l’ho vista in tv a ora tarda e dopo un pò, data la spropositata lunghezza, mi sono abbioccato. Dancer in the Dark, dopo i primi 20 minuti durante i quali non sapevo dove si voleva andare a parare, l’ho trovato intenso, morboso, cinico, a tratti francamente irritante, a tratti molto commovente, choccante nel terribile finale. Credo che Von Trier faccia del vero cinema, anche se spesso arrampicato sugli specchi: qualcosa che vedi e ti fa riflettere, che ti lascia qualcosa anche se questo qualcosa è un pugno sotto la cintura. Certo, Lars è una specie di Munch dei poveri (ma brutti), è il Bergman del piano di sotto, è l’Ibsen formato tascabile in economica. Secondo me è un regista furbamente coraggioso, anzi coraggiosamente furbo (e qui sta in ottima compagnia), un costruttore di favole senza lieto fine, e come ogni favolista è sempre sopra le righe. Non è un genio rivoluzionario (la rivoluzione è stata fatta dai Fratelli Lumiére), ma non è neppure l’imbroglione che certi critici da Santa Inquisizione Cinematografica Critica spergiurano ch’egli sia. Spande emozioni negative con grande originalità, e di questi tempi non mi pare poco.

  4. belacqua il 28 dicembre 2003 alle 14:29

    Raimo non ce l’avevo con te.

  5. gabriella fuschini il 28 dicembre 2003 alle 17:20

    Eh sì, a leggere le recensioni dei minimum sembra non si salvi nessuno…sicuramente è intelligente qs recensione, però non sono d’accordo con Pecere soprattutto quando afferma che l’intenzione sembra quella di non coinvolgere lo spettatore. Perché? Io ho trovato che l’unico oggetto della visione sia proprio l’attore stesso e quindi l’attenzione dello spettatore è sui corpi e sulle parole, proprio come accade a teatro. Può darsi che Von Trier sia un gran furbone,ma perchè non ammettere che sia un furbone che ti fa riflettere? In fondo,in Dogville viene rappresentata la peggior specie dell’umanità, l’archetipo del male in tutte le sue sfacettature e se si deve parlare di cristianesimo i riferimenti all’apocalisse sono ovvii. Oltre al fatto che finalmente la vittima stavolta non si sacrifica, ma fa giustizia. E nel dialogo finale con il padre/logos venuto a mettere ordine nel caos, la sottile distinzione tra perdono e arroganza vale tutto il film. E che dire della figura del filosofo/scrittore perso nelle sue argomentazioni sulla morale senza nessun fondamento? ricorda molto il nulla in cui si dibattono molti pensatori odierni. Ecco l’ho letto così Dogville e l’ho amato molto.

  6. arnaldo il 28 dicembre 2003 alle 21:00

    mah…a me pare che più che in quella del paraculismo il cinema di Von Trier andrebbe iscritto nella rubrica del sado-masochismo. “un film è come un sassolino nella scarpa” credo che lui stesso abbia detto una volta, con grottesca autoindulgenza: i suoi film sanno essere crudelmente fastidiosi, altro che sassolini.
    ciò detto, ho visto cose più riprovevoli dell’apologo sul paesino-umanità-senza-pastore alle prese con la grazia, che soccombe come l’apprendista stregone senza il maestro.
    che ti devo dire? come tutti i film di VT canopoli è un film violentemente ideologico, lars afferra di peso i suoi personaggi, li inchioda alla bruttodio alla sceneggiatura e governa il tutto con la mazza ferrata ma, d’altra parte, tu la grazia sei mai riuscito a tenertela a lungo?

    ps. LVT è danese, non svedese
    pps. il deficiente-filosofo che gioca a fare l’alchimista e il prete non ruba i soldi per cleptomania ma per prestarli a Grace

  7. helena il 28 dicembre 2003 alle 21:37

    Dario Voltolini riassumeva “Kill Bill” col provverbio: “Non svegliar il can che dorme”.
    Per Dogville, io invece proporrei “I cani son meglio dei cristiani”.
    Per me ci sono molte cose che non tornano per niente nel cinema di von Trier. Magari aggiungo qualcosa di più articolato, quando ho tempo. Intanto ringrazio Paolo.

  8. andrea barbieri il 28 dicembre 2003 alle 22:02

    Scusate ma quest’anno di von Trier non è uscito solo Dogville, ma anche THE FIVE OBSTRUCTIONS, presentato a Venezia. Secondo me è molto bello, eppure nessuno ne parla.

    http://www.tederick.com/reviews/five_obstructions.html

  9. dreyer il 28 dicembre 2003 alle 22:08

    questo articolo è viziato da contenutismo. mica bisognerà tornare a invocare la specificità del cinema?

  10. Gianni Biondillo il 29 dicembre 2003 alle 18:41

    Si fa critica o agiografia? La storia, intesa come approccio critico al reale, è per natura revisionista.
    Si è fatto bene a rileggere criticamente “la meglio gioventù”. Che pecca innanzitutto sul piano della sceneggiatura (andate a rileggerlo https://www.nazioneindiana.com/archives/000113.html).
    Gli sceneggiatori da noi non sono molto amati, prova è il fatto che facciamo fatica a ricordarci i loro nomi, mentre non abbiamo problemi nei confronti dei registi, che hanno, in Italia, spessissimo, una cultura letteraria, non visiva. Scrivono i film, non li “vedono”. (quindi va bene anche una sana critica a tutto un certo morettismo). Qui ha ragione Dreyer (ma si può? Come ti devo chiamare? Carletto?). Non bisogna dimenticare la specificità del cinema. Gli americani, su questo sono maestri (erano, anzi). Vedono. Però sanno anche quanto pesi una storia, che importanza ha.
    Mi ricordo che quando Pulp Fiction vinse l’oscar per la sceneggiatura (oscar FONDAMENTALE per Hollywood) qualche critico da quattro soldi in Italia disse: “un oscar minore”. Roba da matti. Mentre basta guardarsi The Players di Altman (regista regista, che “vede”) per capire come sia centrale la figura dello scrittore per il cinema nell’industria americana. Almeno fino a qualche anno fa. Perché ormai (l’ho già scritto qualche post addietro) pure loro fanno film di un orribile didascalico. A partire dal tanto decantato Truman show, che aveva un bel primo tempo e poi svacca nella mega spiegazione al popolino bue.
    Ormai i registi americani sono allo sbando. Vedono, in modo strepitoso, storie vuote. Puro intrattenimento. Rimbambimento collettivo. Siamo in pieno maccartismo, ce ne rendiamo conto? Ma se gli americani sbagliano il cinema siamo fritti; il cinema muore. Bisogna ammetterlo.
    Sono epocale?
    No, soprattutto perché non ne ho la minima idea di cosa sarà domani il cinema. Mi piace immaginare di essere smentito al più presto.

    Corro, scusate la laconicità un po’ da santone. Se non muoio assiderato sulla bocca del vulcano partenopeo (da cui vedrò i fuochi di capodanno), ci si rilegge a gennaio.

    Gianni

  11. don giovanni il 29 dicembre 2003 alle 20:11

    Dove l’hai visto FIVE OBSTRUCTIONS? A Venezia? Quando esce in Italia?

  12. luminamenti il 29 dicembre 2003 alle 20:31

    Dogville mi sembra un gran film, cmq questa recensione è ottima.

  13. andrea barbieri il 29 dicembre 2003 alle 22:05

    Ehm, Dongiovanni, THE FIVE OBSTRUCTIONS in Italia è già uscito, prima di Dogville, almeno a Forlì, dove l’hanno tenuto per 1 giorno. Io l’ho visto a Venezia, dentro un tendone enorme con l’aria condizionata, le porte del tendone sprangate e i manifestanti fuori a urlare buffoni! buffoni! (credo per problemi nella prenotazione), insomma mi sentivo in colpa, pensavo che ero passato dall’altra parte, allora per togliermi un po’ l’alone del fighetto a Milano dopo il concerto di Dylan aspettando il treno ho dormito nella guardiola della polizia, steso a terra tipo Tom Waits, e quando aprivo gli occhi vedevo solo degli anfibi neri che andavano su e giù. Ma alla fine era anche quello un modo di essere fighetto.

  14. don giovanni il 29 dicembre 2003 alle 22:57

    No, a Roma, non è uscito: io ho visto tutto di lui, anche l’Elemento del crimine, anche la tesi per la scuola di cinema, e già da diversi anni. Five, qui, non è uscito. Spero esca prima possibile. Com’è? La solita genialata?

  15. andrea barbieri il 29 dicembre 2003 alle 23:43

    Diciamo – parafrasando Dalì – che la differenza tra Five e gli altri geniali film di von Trier è che questo è un film geniale.
    Per il resto non ti dico niente così a vederlo godi di più.

  16. franz krauspenhaar il 30 dicembre 2003 alle 21:05

    Ho scoperto sul giornale che qui a Milano Five di von Trier esce domani all’Eliseo.
    Come direbbe Ghezzi: buona visione!
    Un caro saluto all’amico Andrea Barbieri.

  17. cletus a.a.. il 31 dicembre 2003 alle 00:45

    un film fantastico, unico nel suo genere: sono rimasto in sala fino allo scorrere sullo schermo dell’ultimo dei titoli di coda: mi incuriosiva conoscere la location ;.)

  18. bra il 31 dicembre 2003 alle 03:43

    Von trier experiences:
    1) All’uscita dalla proiezione di dancer in the dark mentre moretti sbraitava contro il danese e il gruppo di persone che eravamo andati al cinema ci si divideva tra sbocchi di pianto e maledizioni finali, io pensavo (con buona pace di moretti – che pure, ma forse non per lui, ci ho pianto alla stanza del figlio) che quel film era proprio supercinema, che pure che il musical non mi piace quello era diverso e (grazie franz) era intenso, morboso, cinico, irritante, commovente, choccante, insomma sofferto assurdo e poi ricchissimo e generoso;
    2) Idioti dopo la prima mezzora per abituarmi alla camera a mano e capirci qualcosa, quando è finita la proiezione stavo, diceva qualcuno, “lievemente scosso”. A metà strada tra kierkegaard e il vomito. Forse anche perché era il primo film suo che vedevo;
    3) In genere vado al cinema per farmi abbindolare (per esempio mulholland drive (grazie paolo per la chiave, anche se il càuboi…) è una presa per il culo a cinque stelle), e quindi mi va bene pure che parta young americans come sigla di un martirologio con cambio di finale;
    4) Per una serie di ragioni mi sono trovato a riconoscermi nel personaggio del filosofo deficiente new age, e forse non è così assurdo farsi coinvolgere;
    E però, premesso premesso, questa volta sono uscito dalla sala chiedendomi -perché?
    Perché imbastire una storia zeppa di riferimenti – semplicemente grevi più che brechtiani – al Cristo (Grace. Anche Truth ci poteva stare.) che finiscono per fare a pezzi qualsiasi possibilità di una struttura narrativa autonoma (la frontiera, la febbre dell’oro, i gangster cattivi, la stessa messinscena teatrale)? Perché poi calcolare questo Cristo tutto immanente, orfano – o figlio adottivo di Pilato (il boss) – che alla fine invece di tacere “con grande meraviglia del governatore”, parla giudica e stermina? Che è? La penultima tentazione di Cristo? Eppoi Scorsese, che pure partiva con un handicap fatale volendo fare un film sull’uomo-dio, almeno ci si sporcava le mani, cercava di assumere tutti i paradossi e la complessità del caso. Perché se è vero che la specificità del cinema e tutto quanto – e il film, sono d’accordo con paolo, fallisce anche da questo punto di vista – questo si presenta esplicitamente come un apologo, e, a partire da quello di Menenio Agrippa sul sussidiario delle elementari, io non conosco apologhi senza morale. E allora? “Quando il pastore se ne va e non si sa se tornerà, e Dio più che nascondersi si ritira, quando gutenberg e lutero lasciano a regolare le umane questioni l’ibrido danese koenigsberghese sterile filosofo di cui sopra, arriva il messia che scappa da papi che l’ha rimproverata, e però il messia non esiste. Sulle prime sembrava xxzzyyxxx e invece era xxzzyyxxz”.
    Grazie, Lars. Grazie.
    E comunque queste cose le ho scritte perché il mese prossimo ci ho un esame con un tema e mi devo esercitare. Esercizi di stile. Sigla.

  19. andrea inglese il 31 dicembre 2003 alle 14:00

    Il Dogville migliore l’ha probabilmente realizzato Haneke con “Le temps du loup”, sorta di aggiornato “Angelo sterminatore”. Anche “Le temps du loup” è un film a tesi, seppure più aperto e ambivalente nella conclusione. E non solleva i malumori che solleva Trier. Non corre di certo i rischi di estetismo di Trier. Eppure Dogville dovrebbe essere assai indigesto per ogni mentalità a sfondo cattolico; l’idea più forte e controversa, a volerlo leggere per la sua argomentazione esplicita, risulta essere quella del rifiuto del perdono, del limite posto alla compassione, dell’equità tra giudizio su di sé e giudizio sugli altri. Una tesi tutt’altro che facile, mi sembra. (Cristo è una figura assai interessante di maniaco-depressivo, con questo suo oscillare tra umiltà e docilità, e scatti di arroganza e permalosità da, appunto, boss-mafioso.) Eppoi le Dogville esistono, fuori dalla favola crudele di Trier, fuori dal suo intento argomentativo e conservano un loro autistico e implacabile meccanismo. E Trier è stato capace di riprodurlo. Che non si cerchi pero’ la profondità dei personaggi. Qui è l’azione che conta, non il carattere, come d’altra parte in ogni intreccio tragico. In ogni caso il film va visto, e sopratutto per la coda, la serie di fotografie USA con sonoro di Bowie. E’ senz’altro la cosa che ho più apprezzato del film.

  20. smilzi il 1 gennaio 2004 alle 19:44

    bella bra
    ma premesso premesso, da dove nasce la necessita’ del perche’? che cosa ci sta nel film di cosi’ spudoratamente testuale da non suggerire letture diverse? sporcarsi le mani con film sulla tragedia di cristo, in finale, e’ piu’ facile che non sporcarsele, lo sporco in questi casi trasuda da qualsiasi tentativo di immanentizzare quello che per forza di cose deve restare trascendentale in una certa misura, intendo anche in senso squisitamente visivo, perche’ ai nostri occhi resti un senso puro di grazia, non violato da questo mezzuccio ‘sporco’ appunto, che si chiama cinema. a me sembra che lars non si stia molto a porre il problema di che farci con il cristo che a sto giro non si vuole accollare la croce, o va finire che qualsiasi personaggio tragico ha in se’ l’ombra di nostro signore, o ancora peggio surrogati di surrogati di edipo e i compagnetti suoi.

  21. helena il 2 gennaio 2004 alle 22:54

    Se von Trier è un genio, è soprattutto un genio della manipolazione. Il che sta un grado più in là della furbizia. Non è solo furbo prendere un gruppo di star hollywoodiane compresa la vedova Bogart e l’unica attrice contemporanea in odor di divismo (cioè la Kidman) e sbatterle in un film programmaticamente “europeo” (lento, antirealistico, difficile, “d’autore”) e “antiamericano” a rappresentare dei miserabili e minus habens o a farsi umiliare e stuprare pubblicamente – cioè sotto gli occhi dei Dogvillesi e di noialtri : è un modo per abbindolare noi spettatori “colti” europei e, mentre ammiriamo l’arte registica di von Trier e tifiamo per la povera Grace, farci diventare complici ignari dei Dogvillesi (o Dogvillani).
    A differenza di Brecht (che io non amo particolarmente) o di un apologo cinematografico che invece amo moltissimo come “Teorema” di Pasolini, qui il messaggio non contiene nessuna difficoltà, niente di dialettico e, soprattutto, non richiede di essere elaborato attraverso una riflessione che lo spettatore deve compiere da solo. Nonostante la freddezza antirealistica e “brechtiana”, tale messaggio viene in realtà trasmesso facendo presa QUASI SOLO sulle emozioni (e sugli istinti) dello spettatore. Oltre alla trama dimostrativa di quello che Girard chiamerebbe un classico meccanismo vittimario, il coinvolgimento passa attraverso l’uso di immagini morbide, calde e luminose (la preraffealitica Nicole dopo lo stupro sul camion fra le mele, per esempio) e del sottofondo musicale – credo sia lo Stabat Mater di Verdi. Il problema non è che si tratta, di nuovo, di qualcosa di non rigoroso e, come scrive Andrea, estetizzante, ma che von Trier procede alla stessa maniera della pubblicità e con le stesse intenzioni manipolative.
    Io non so se von Trier si consideri cristiano e nello specifico cattolico, luterano, calvinista o che cos’altro. Se vuol essere un moralista o un nichilista dichiarato. Credo però che il tipo di commento del narratore richiami un’introspezione e una sensiblerie di stampo nordico luterano come quella che trovi in Ibsen e Strindberg, Bergmann e Kierkegaard, e dei cui accenti la sceneggiatura di “Dogville” sembra un imitazione rinsecchita e manierista. Roba dei paesi suoi che con l’America puritana c’entra solo per processo analogico – e perché fa più comodo per il successo in todo el mundo, Stati Uniti compresi, elevare a modello universale da criticare una Dogville piuttosto che una Hoendeborg (chi conosce qualche lingua scandinava abbia venia di me).
    E’ chiaro però che usa un topos teologico. Dogville viene visitato dalla Grazia. E poiché, signore, non fummo degni della tua grazia, meritiamo il tuo castigo. Dogville era SUB GRAZIA e torna SUB LEGE. Che è quella della vendetta, quella veterotestamentaria (per la precisione: secondo l’interpretazione tradizionale dell’antico testamento fatta dal cristianesimo) impersonata dal Dio-padre James Caan. Cristo è presente solo attraverso la sua grazie, cioè Grace.
    A seconda delle correnti cristiane poteva esserci la grazia per tutti (gli appartenenti al rito, ovviamente), per pochi meritevoli ed eletti, per pochi eletti a casaccio (calvinismo) e varie. Nel caso di “Dogville” non c’è più grazia per nessuno. Zero eletti. Tuttavia il modello antropologico mi pare molto simile a un cristianesimo che afferma che solo per grazia del Signore e del suo sacrificio l’umanità, nata colpevole, può salvarsi.
    Dogville, dove la vittima predestinata diventa carnefice (e tertium non datur), mi ha fatto capire fino a che punto le protagoniste di “Le onde del destino” e “Dancer in the dark” erano della stessa pasta: una pasta da santa martire che è l’eccezione dell’umano immerso nella tenebra e nel peccato. E’ così che è stata usata nei secoli la devozione ai santi e alle loro vite: come rafforzativo del disprezzo per le vite dei comuni peccatori.
    Von Trier è maestro della manipolazione, ma non conosce – in nessuno dei suoi film – la compassione. E perché mai dovrebbe, visto che siamo tutti fondamentalmente malvagi e colpevoli. Infatti, modella noi spettatori a sua immagine e somiglianza calcolando l’effetto che dovrebbe avere il massacro finale dove “occhio per occhio” si traduce, per esagerazione, in ogni figlio di Vera ammazzato per ogni statuina kitsch che Vera ha rotto. E noi ovviamente ci lordiamo nel trovarlo liberatorio e “giusto”.
    Von Trier fa film dogmatici e dunque uno ha il diritto di respingerli proprio per la loro ideologia. Anche perché qui la forma con la sua rinuncia ad ogni riferimento mimetico – non c’è mica bisogno di guardare agli uomini e al mondo per dire che sono male – è perfettamente coerente. Ultima cosa: non importa stabilire se e fino a che punto von Trier CI E’ o CI FA. Non fa nessuna differenza. Per me il suo antiumanesimo patinato, cool, magari morboso fino al limite del psicotico ma non sofferto (non c’è in questo nessuna contraddizione), è da rifiutare e da combattere. E a differenza di certi autori di cui rifiuto l’ideologia (Celine, prima di tutti), non ci trovo nessun di più, nessuno scarto di verità che riguardi anche me. Nulla.
    Scusate la lunghezza e la veemenza.

  22. gabriella il 3 gennaio 2004 alle 13:34

    Mi hanno fatto molto riflettere le tue parole Helena e vorrei capire meglio perché parli di manipolazione. Al di là della lettura dei contenuti che ognuno legge con le proprie categorie, io trovo che accusare di presunzione VT sia fin troppo facile; VT è decisamente irritante ma ha anche il coraggio di provocare e non trovo ci siano molti registi che fanno questo tipo di operazione. Questo annullamento degli spazi esterni e interni porta a puntare l’attenzione sulle parole, il personaggio non esiste più ma è l’espressione di un concetto. Io non riesco a vedere l’intenzione manipolativa, sicuramente vedo il dogmatismo.
    Poi per quanto riguarda la rappresentazione delle sue eroine/vittime sacrificali, c’è una differenza tra le due vittime di Onde del destino e Dancer in the dark e Grace. Le prime due vanno a sacrificarsi per quello che loro considerano il bene mentre Grace alla fine non ci sta, Grace fa giustizia e non vendetta. Ma qui entra in gioco l’interpretazione personale, sicuramente la mia riflessione è inquinata dal mio background culturale psicoanalitico e psicologico. Trovo che VT rappresenti bene nei suoi film la parte del femminile masochistico che si annulla per l’altro, fino a farsi ammazzare. Anche Grace ci prova con il suo buonismo legato al desiderio di perdonare. E qui i cattolici potrebbero insorgere perché il perdono viene considerato una forma di arroganza, l’arroganza di sentirsi superiori e dall’alto concedere il perdono. Ma il perdono non arriva: è necessario radere tutto al suolo per ricominciare. Dogville come rappresentazione dell’immaginario collettivo legato all’ America che inquina le nostre menti? Perché no?
    Scusa le riflessioni un po’ in ordine sparso,
    con stima

  23. smilzi il 3 gennaio 2004 alle 15:36

    Perché Dogville deve per forza fallire? Cioè perché è così necessario tirare in ballo la categoria del fallimento? probabilmente perché Dogville si presenta nella forma non mediata di un teorema, e allora la sintesi che arriva dopo tanto di tesi e antitesi può essere solo assolta o condannata, o meglio, riuscire o fallire nella sua pretesa di assoluta coerenza. Dogville si presta fondamentalmente a due interpretazioni principali, una come nuova parabola del cristianesimo, l’altra come critica all’America. Nel primo caso un cristiano doc. potrebbe ritenersi offeso e irritato da tanta semplificazione che arriva a demolire il sacrificio cristico per dirottare la vera catarsi nella pura vendetta, che appare tanto ingiustificata quanto non pacificante. Un non cristiano potrebbe ritenersi invece infastidito dal fatto di vedersi ripropinata per l’ennesima volta la frustrazione coatta di un eretico che gioca col cristianesimo trendy per riuscire ad essere provocatorio. Nel secondo caso non so dire quale possa essere la reazione di un filoamericano ma per quanto riguarda quella di un anti-americano la sigla di chiusura strappa a tutti un cinico sorriso d’approvazione, ma l’empatia stenta ad andare oltre. Quello che non capisco è perché Dogville non possa essere invece considerato come la rappresentazione di una semplice storia d’amore, tragica perché impossibile. Tu, Paolo, parli di una sceneggiatura ridicola, a me sembra la sceneggiatura perfetta di una favola triste, in cui i personaggi sono semplici e piatti, se vuoi, proprio perché sono personaggi favolistici. Grace è una donna in fuga dall’universo armonico che le era stato destinato, perché in quell’universo era strutturalmente impossibile sviluppare forme di amore e di apertura verso l’altro. Si rifugia a Dogville, la nuova frontiera, il mondo nuovo, il posto dove ricostruirsi una vita fuori dalle leggi meccanicistiche della sua origine. Qui lei si innamora, ossia da un senso pieno alla ragione della sua fuga. Si innamora e crede di essere corrisposta. Accetta le umiliazioni della comunità di Dogville perché spera, e fino ad un certo punto ne è certa, che il futuro sarà diverso, ossia che il futuro sarà possibile solo a patto di tanta sofferenza. Grace si sacrifica perché ama. Crede nel suo martirio perché le condizioni del suo amore passano attraverso il martirio, perché lei, come il filosofo, non sono esseri liberi, per il momento.
    Nell’idea di amore di Grace esistono lei e la persona amata, che devono lottare contro la comunità, e quindi simbolicamente contro il mondo, per poter rendere reale ed effettivo il loro amarsi. L’amore di Grace è esattamente questo, la scelta di un singolo rispetto alla comunità, l’idea di potersi realizzare completamente in una sola persona. E Grace crede di essere corrisposta. Poi il tradimento. Il disvelamento. La fine dell’illusone. Che cosa esiste di peggiore di un falso amore? Il filosofo amava Grace di un amore mediato, non era frutto di una scelta quasi aprioristica, ma il risultato di una serie di varianti statistiche, il risultato di un calcolo. Il filosofo non è in grado di rinunciare alla comunità, che pure egli dice di disprezzare, per Grace. Non ha il coraggio di rinunciare alla propria frustrazione e alla propria ansia congenita, che in qualche modo lo fanno comunque sentire vivo, per fidarsi ciecamente di Grace, e credere insieme a lei in un futuro in cui la comunità saranno solo loro due. Non so mi in questo senso mi sento più dogmatica di Von Trier, ma se non assegniamo una radicalità necessaria almeno alla nostra pretesa di amare, che cazzo resta?

  24. emi il 4 gennaio 2004 alle 12:21

    Accidenti, Paolo… E a me che era sembrato un bel film, e magari avrei pure sottoscritto la tua iniziale “fantasia della fantasia di recensione di VT”! Mi hai fatta sentire sprovveduta e out dallo Stream of coolness di Minimumville! Ma ho ripiegato in una duplice consolazione: innanzitutto, leggendomi le decine di commenti qui sopra, e poi (magra consolazione, certo) pensando… Che ne sarebbe stato del povero De Sica, se il Pecere fosse stato già 50 anni fa lì pronto a recensirgli Ladri di biciclette? E se fosse esistito ben 150 anni fa, su quale altro mestiere meno nobile avrebbe dovuto ripiegare Hugo, per espiare di una paraculata del calibro dei Miserabili? Perché, prese le debite distanze, anche Dogville mi sembra vada visto come un’opera che ricerca intenzionalmente e a ragion veduta quella stessa ambiguità di populistico e colto, di melodrammatico e sistematicamente critico, che si trovava anche nei romanzi dell’Ottocento, o nel neorealismo italiano… Un’ambiguità un po’ paracula, ma non perciò da fare a pezzi! Ho letto da qualche parte (ma, appunto, è chiaro a tutti) che fosse intenzione di VT creare per Dogville un registro insieme cinematografico, teatrale e letterario. Riguardo al letterario, devo ammettere (mea culpa) di amare nei film la struttura in capitoli e (di nuovo…) la voce narrante fuori campo (però, mi sa che tutto il film era doppiato in modo poco adatto): ma il punto è che proprio la chiave favolistica che così accoglie lo spettatore, gli permette di vedere nella luce giusta il tutto, ABBASSANDO LE PRETESE. Citi Arancia meccanica e Decalogo 5 come esempi di film con affinità tematica e a tuo parere miglior riuscita… Per me Kubrick è intoccabile e inarrivabile (ma nessuno ha detto che Von Trier per non essere il peggiore debba essere il migliore), però, cribbio, dopo tutto quello che dici, non puoi usare come modello alternativo quel merlettaio leziosone di Kieslowski(con tutto il bene che gli ho voluto da ragazzina)! uno che è maestro irraggiunto del cinema paraculo, con i suoi burattinai e laccetti rossi di scarpe e caffè della stazione e partiture musicali che svolazzano e si accartocciano nel vento e bambini che pattinando sprofondano nel laghetto ghiacciato perché il padre si è fidato delle previsioni del tempo, presuntuoso prometeo munito di satellite spaziale (nemmeno danzante)! uno che ha generato un erede come l’orrendo megalomane bolso Jerzy Stuhr, il re delle parabole moraleggianti senza sottotesto (ti sei mai imbattuto, al Nuovo Sacher, in “Una settimana nella vita di un uomo” o in “Storie d’amore”, in cui Stuhr si moltiplicava in sceneggiatore, regista, 4 protagonisti, e doppiatore stentato di se stesso per la versione italiana?)! Almeno Dogville è un esperimento, anzi, una vera opera di cinema sperimentale. L’idea teatrale del paese tratteggiato col gesso è un’idea BELLA: come dici tu, non è un riferimento al teatrale tout court, ma a quello Cechov, o di Beckett… e a tutte quelle opere che invitano a costruire una scena che non vuole più emulare la realtà (nemmeno più quella borghese, per schernirla) ma indicare uno spazio sospeso sul nulla, o sulla notte… una zona esemplare dove si vuol dar l’illusione si concentri e converga tutto, in cui si cerca di svelare la trama semplice che sta dietro al chiasso delle società come la netta linea di gesso di una “campana”. Si prova a filtrare l’elemento sociale per far venire fuori quello che vale universalmente: noi saltiamo dall’otto al nove e dall’arancia alla susina con tragico automatismo; l’automatismo della struttura narrativa di Dogville è quello del comportamento di tutti davanti all’estraneo, all’altro in generale: prima diffidenza, poi entusiasmo, poi di nuovo ostilità; ed è la duplice, sola reazione possibile davanti all’iniqua ostilità piena di malafede: o perdono o vendetta. Che i personaggi siano piatti fa parte del gioco, come pure ne fanno parte i riferimenti simbolici (forse, quelli, troppo piatti e benserviti, a discapito della poeticità… Ma sempre perché VT non vuole essere regista per pochi, ed è per pochi trovarli benserviti). Ma funziona quella nebbiolina in cui tutto si stempera, in cui il dolore sfuma nell’indifferenza degli altri, anche se le porte e le mura mancano, perché la comunità pigra e inesorabile non è che il vestito comodo per l’istinto grezzo, il meccanismo primario. I più non hanno voglia di mettersi in proprio col pensiero, e l’unico che dichiara di averne, che pretende consapevolezza, è talmente concentrato su se stesso, sul vanitoso soggetto di questa consapevolezza piuttosto che sui suoi oggetti, da restare tale e quale agli altri, troppo bisognoso e della loro inferiorità e del loro consenso. Forse un film così puro, apologetico, teorematico, può essere fatto una volta sola,e poi rompe. Ma poiché è così, è rivoluzionario. Insomma mi è piaciuto. C’è da dire che partivo talmente mal disposta, che mi ha presa in contropiede. Non amo Von Trier (a vedere The Kingdom mi sono divertita, ma sicuramente non quanto lui a girarlo!), ma in Dogville c’è il (per me) giusto equilibrio tra melodramma e concetto che nelle Onde o in Dancer in the dark barcollava pericolosamente (contribuendo alla mia nausea molto più dell’odiosa camera a spalla); e soprattutto, non ci sono finali dogmatici – da scervellarsi se siano di volta in volta criptocattolici o pseudonichilisti – ; il film non vuole essere che un cammino di esperienza, che conduce all’apertura su un dilemma, a metterne a fuoco i due capi: il principio animatore del vecchio e quello del nuovo testamento, la vendetta e il perdono. E’ il cammino da un lato dell’umanità tutta, e dall’altro di una società, quella americana, che sembra voler chiudere il cerchio e tornare al principio di vendetta. Insomma, tutta questa chiacchera per dire non ci ho visto niente in più di quello che ci hai visto tu, e una cosa di meno, cioè il fallimento.

  25. helena janeczek il 5 gennaio 2004 alle 10:31

    Gabriella, cerco di chiarire. “Dogville” è un film che vale la pena aver visto e von Trier è un regista con cui vale la pena confrontarsi. Non mi sogno di cavarmela dicendo che è presuntuoso e neanche che è tutto sommato un po’ furbo o paraculo come sostiene Paolo. I migliori autori di cinema e letteratura – come ricordavano Franz ed Emi – hanno sempre usato i loro trucchi per fare presa sul pubblico. E qui siamo al nocciolo: narrativa e cinema (anche il teatro) creano finti mondi, finti uomini ecc. e avvolgono i loro fruitori nell’illusione di realtà (anche quando si tratta di Beckett o Kafka). In tutta questa arte è previsto il ruolo dell’autore come piccolo demiurgo che fa ballare le marionette a suo piacimento, che facendole scannare o abbracciarsi suscita precisi sentimenti nel suo pubblico. Ma questa, che è una condizione basilare del fare letteratura e cinema, è anche il suo pericolo, il suo lato oscuro. Quello per cui certa arte è sempre stata sospetta a teologi e filosofi a cominciare da Platone. Che va corretta con la volontà di perforare la fiction, di mettere a nudo la propria macchina dell’illusione. Per me è importante che quanto scrivo rimanda a un fuori dove io non ho potere né capacità di controllo, dove incontro il male mio e altrui e devo farci i conti, dove sono un essere umano in mezzo agli altri e in mezzo al mondo. Non è questione di piatto realismo, tantomeno la richiesta implicita che la visione del mondo sottesa non sia troppo negativa o nichilista. Se leggo o vedo a teatro Beckett sento disperazione, un senso dell’umorismo partecipativo, uno slancio utopistico all’oltrepassamento, un’attenzione incredibile verso la vita creaturale degli esseri. Se leggo Bernhard sento indignazione, astio, derisione ecc. Se vedo un film come “L’Argent” di Robert Bresson (il suo ultimo) dove un operaio stermina una famiglia per una somma piuttosto piccola di denaro, sento in ogni inquadratura l’orrore, la disperazione per la forza del male che il regista sta mostrando con assoluto rigore, la pietà per le vittime ecc, sento che chi fa il film, vi è partecipe. (Bresson è uno di quei cristiani che credono il dominio del male). Invece von Trier mi sembra esterno a tutti i suoi film. Mi sembra comodamente adagiato nella parte del demiurgo che fa ballare le marionette, vuoi che siano concepite come tali come in “Dogville” (ed è forse per questa ragione che anche a me come a Emi è piaciuto di più: mi sembra più conforme alla natura del regista), vuoi che siano bambole musical-melò o personaggi di un cinema povero e puro. Ho l’impressione che von Trier usa la forza d’impatto emotiva delle sue storie vittimarie, la loro presa sugli archetipi femminili e anche maschili, ma che non stia con loro. Che né Grace né Selma né la protagonista delle Onde rimando fuori a donne vere (nonostante certo vi sia rappresentazione della vocazione sacrificale femminile). Ho visto descrivere von Trier come sadico e misogino, attributi usati in modo neutro, persono lusinghiero. Non so se sia misogino, ma credo non sia sadico. Credo sia di quelli che hanno bisogno di suscitare sentimenti, di legare a sé gli altri attraverso quelli, ma che non sanno ricambiare, non conoscono empatia. Non voglio scrivere definizioni psicologiche, perché mi sembra ridicolo. Naturalmente von Trier ha il diritto a tutte le sue nevrosi, i suoi disturbi della personalità o altro. Quello che a me non piace è il fatto che giochi in questo modo col male e con le sue vittime, da apprendista stregone di talento.
    Anche a me il dialogo finale fra figlia e padre è sembrato fra le cose più interessanti. E’ vero che c’è hybris nel perdono cristiano (vedi Nietzsche). Ma com’è che quella sottile disquisizione di scuola introspettiva nordica poi sfocia in un’alternativa arcaica fra perdono e vendetta? Guarda che io intendo “vendetta” come “giustizia riparatrice”, ma si tratta appunto di un’idea di giustizia che prevede il diritto-dovere di ammazzare. E in questa license to kill non c’è hybris? Che alternativa è subire e perdonare TUTTO o ripagare TUTTO col sangue e cogli interessi?
    Tu ne dai una lettura simbolica? Uccidere simbolicamente i propri oppressori per ricominciare? E sei sicura che è un gesto interiore che si possa compiere una volta sola? Che funziona? Personalmente, grazie a un percorso terapeutico, ho proprio imparato che di volta in volta ci sono molte strade percorribili fra il subire e il rivalersi simmetrico.
    Spero di essere riuscita a farmi capire un po’ di più. Del resto, anch’io mentre scrivo cerco di mettere a punto cose che non ho ancora pensato fino in fondo.
    Un buon anno a te e agli altri frequentatori di NI.

  26. gabriella fuschini il 5 gennaio 2004 alle 16:29

    Helena, grazie per la tua riflessione articolata. Ora mi è molto più chiaro quello che intendevi. Sì, forse hai ragione quando parli del distacco dalle storie narrate; c’è un eccessivo estraniarsi, come se VT ti portasse sull’orlo dell’abisso senza però sporcarsi le mani fino in fondo. Un autocompiacimento per la rappresentazione del male. Ciò non toglie che abbia la capacità di narrare una storia che ci riguarda un po’ tutti. Bisogna vedere dove poi andrà a parare…visto che Dogville è il primo di una trilogia con protagonista la stessa Grace.
    Leggevo in sua intervista che il suo discorso sul perdono partiva da riflessioni sul potere. Come il potere genera arroganza così anche il perdono.
    Tu mi chiedi se do una lettura simbolica alla giustizia/vendetta riparatrice; beh, io l’ho letta come catarsi necessaria per porre fine alla tragedia. Poi certo, sono d’accordo con te che le strade percorribili fra il subire e il rivalersi sono molteplici, ma al subire fino all’estremo la risposta è necessariamente l’uccisione simbolica degli oppressori per ricominciare. Quando arrivi all’apice dell’abuso e del maltrattanento non c’è altra soluzione, poi si può giungere al perdono ma è una strada lunghissima che richiede, a mio avviso, il pentimento da parte dell’oppressore.
    Non so se sono riuscita a spiegarmi, ma tutta la tematica del perdono mi interessa moltissimo ed è oggetto di interesse e di studio per motivi personali.
    Buon anno anche a te.

  27. andrea inglese il 6 gennaio 2004 alle 14:02

    D’accordo che Trier sia manipolatore, d’accordo che sia estetizzante, d’accordo che sia programmatico e dogmatico, ma questa serie di ricchi commenti mi pare dimostri una sua efficacia indubitabile; e anche le ragioni, come quelle di Helena e di altri, per combatterlo (o per difendersi dalle sue malie) dimostrano come non sia facile smontarlo.
    Ma possiamo non condividere in nulla l’aberrante demenza del Céline razzista e antisemita, senza per questo negare che la sua scrittura abbia un’efficacia senza pari, una capacità di trsfigurare il mondo, celebrandolo e irridendolo, che pochissimi scrittori hanno.
    Insomma, vi è qualcosa che non si puo’ diminuire in questo film, nonostante le pecche del suo autore, e forse grazie anche all’arroganza del suo autore.
    In quale diavolo di film veniamo acchiappati per le trippe, perché ci venga alla fine propinata una riflessione sul perdono? Costringendoci a ripensare a Brecht, Beckett, Bresson,Kierkegaard, ecc.? (Forse Kill Bill…?) Sono d’accordo con Gabriella. La questione del perdono è assai cruciale, e anche in un’ottica puramente laica.
    Alla fine del film, questo invito a giudicare gli altri con la stesso rigore che si usa con se stessi, mi ha fatto pensare all’esperienza che ho avuto insegnando in carcere. Le carceri sono abitate quasi solo da personnaggi usciti da Dogville. Da quelle condizioni di miseria e ignoranza. Implacabile fatalismo di classe, direi io nella mia lettura marxista. Eppure la riflessione che Triar solleva ha scosso tutto un sistema di giustificazione attraverso-le-condizioni-di-provenienza. Possiamo, insomma, fregarcene degli sfondi luterani o trendy-cristici di Triar, e ripensare l’intreccio di Dogville in chiave esclusivamente laica, mettendo sulla bilancia il grande, limpido, scintillante valore della TOLLERANZA, e facendolo giocare con le crudeltà del piccolo mondo, delle piccole vite. La crudeltà dei derelitti è più giustificabile di quella dei privilegiati, e fino a quando?
    Insomma, bene o male questo è un film che, manipolando a modo o smodatamente, costringe a METTERE ALLA PROVA determinate idee nostre, sia sull’arte che sulla società o la religione. E in questo senso, io vedo la sua efficiacia, la sua riuscita, al di là dei giudizi ultimi che possiamo dare sull’opera.

  28. gabriella fuschini il 7 gennaio 2004 alle 22:45

    Eh sì, Andrea, sono d’accordo con te. E riflettendo ulteriormente non sono nemmeno sicura che VT intenda poi lanciare il suo j’accuse unicamente agli stati uniti come delle volte ha detto, ma veramente ci costringe a rimettere in discussione le nostre idee sulla società tutta. Perlomeno questa è la chiave di lettura che ho utilizzato anch’io.

  29. helena janeczek il 8 gennaio 2004 alle 22:12

    Non credo, Andrea, che sia così difficile smontare “Dogville”, se è questo ciò che uno intende fare. Volendo si può smontare quasi tutto con buoni e ben documentati argomenti. E “Dogville” mi sembra nascere da una combinazione di elementi parecchio sperimentati nei loro ambiti tradizionali (teatro, letteratura) e poi neanche così inauditi per il cinema. Ma, appunto, la cosa non mi interessa.
    L’altra sera ho visto “I cento passi”. Mi è sembrato un film televisivo, improntato a una retorica riveduta e corretta in tono minore (non ti fa vedere la madre in nero che urla, ma ti spara Janis Joplin come sottofondo ai funerali) e per questo ancora meno coraggiosa. I film di Germi – se la memoria non mi inganna – erano di una stoffa diversa. Ma pazienza. Non mi vien voglia di lanciarmi in un discorso sul perché il cinema di Giordana non rappresenti la rinascita del cinema civile. A questo livello non ne vale la pena.
    Il fatto che invece il cinema di von Trier mi fa venire voglia di svilupparci a proposito un discorso critico, significa certo che lì la posta in gioco è più alta. Ma che vuol dire? Vuol dire che in questi tempi grami di omologazione cinematografica dobbiamo accontentarci di tutto ciò che se ne discosta con decoro? Che anche per noi –come per la critica “ufficiale” – conta (se va bene, se si è onesti) solo il livello “artistico”?
    “Kill Bill” l’hanno definito capolavoro: per come ibridava, per come montava, tagliava. risolveva ecc. E su questo sito è stato pubblicato un pezzo che sosteneva che fosse un film sostanzialmente vuoto.
    A me – scusate se mi ripeto un po’- anche “Dogville” sembra meno pieno di quel che appare. E mi sembra avere in comune con Tarantino la stessa carenza di profondità emotiva. Si tratta delle diverse articolazioni di una debolezza di fondo che si trova anche in letteratura e che appare un tratto generazionale. Detto in modo consapevolmente grossolano e da questo punto di vista, a me von Trier sembra un Bergman col segno meno e Tarantino uno Scorsese meno. E con un dominio dei mezzi in più. Questo indebolimento dell’intelligenza emotiva correlata all’accrescimento della capacità tecnica nell’arte mi inquieta. Mi pare sia importante ragionarci su.
    Andrea, tu (riprendendo molti nomi fatti da me) citi i grandi autori che “Dogville” fa riconsiderare. Potrei risponderti – grossolanemente a memoria – che, ad esempio, il cartone Disney/Pixar (bellissimo!) Monsters & Co apre una dibattito su Freud, Winnicott, Bachtin, magari Lorenz sulla dialettica servo/padrone di Hegel, su Marx e critiche più aggiornate al capitalismo; cita Orson Welles, i quadri di Esher e altro ancora. E giuro che molti di questi riferimenti sono realmente nascosti nel sottotesto del film: non sono io che mi prendo la legittima licenza di leggerci ciò che voglio e proiettarci addosso le mie letture. (Chiedo l’assistenza di Gianni Biondillo)
    Non lo dico per “smontare” te, Andrea. Perché non mi sembra questo il punto. Il punto – per me, credo per te pure – è quel dialogo finale sul perdono che rappresenta la cosa più forte del film, anche se prenderne alla lettera le conclusioni è micidiale. Infatti tu ne hai ridimensionato la questione a un ripensamento del relativismo buonista di sinistra, mentre Gabriella applicava l’idea del farsi giustizia a un processo psichico di affrancamento interiore. Ma uccidere simbolicamente , dentro di sé i propri aguzzini è ciò che consente di NON correre il rischio di volerli ammazzare in carne e ossa o riversare la violenza subita su una nuova vittima. E’ un atto di libertà conquistata che si sottrae al meccanismo del subire e/o ripetere la violenza.
    Poi c’era anche smilzi che leggeva il film come fallimento (e tradimento) dell’amore.
    Insomma: vedo che vi sottraete alla scelta secca fra perdono e vendetta, l’essere vittima o carnefice. E vedo anche che viene elusa la questione di dove stia il regista. Chiunque può fare partire le proprie riflessioni dagli spunti offerti da qualsiasi opera. Ma esistono anche delle interpretazioni che stanno sul “testo”. E a me pare che il “testo” di “Dogville” proponga nel finale la radicale aporia fra perdono e vendetta, due non alternative, entrambe viziate.
    Senza nessun parallelismo diretto: il razzismo e antisemitismo di Celine (che schiere di critici di sinistra hanno cercato di negare arrampicandosi sugli specchi) è parte organica della sua opera. Non esiste un grande scrittore al dilà dell’antisemita delirante. C’è un di più, un di sotto ecc., ma non c’è nulla che trascende, riscatta e affranca quei lati della sua voce.

  30. Gianni Biondillo il 9 gennaio 2004 alle 11:49

    Un lettore intelligente, diceva Proust, può trovare interessante anche la lettura della carta del burro (o era il detersivo? No, non credo che Proust usasse il detersivo. Io so che, bimbo, seduto sul cesso, mi paralizzavo di fronte alla scatola del detersivo e la leggevo TUTTA!).
    Non ho visto (sai che novità!) Dogville. E mi è passata la voglia di vederlo. LVT è uno di quelli che ami o che odi, l’ho già detto da qualche parte. Ha, di certo, tutti i difetti che gli si attribuiscono. E credo anche molti dei pregi. Ha ragione Andrea Inglese, LVT fa parlare di sé, mette in moto la discussione. Nessuno qui mette in dubbio che il suo sia cinema. Anche Helena lo sa. Non stiamo parlando di spazzatura, dell’ultimo film di Boldi e De Sica.
    Però è anche vero che LVT è proprio l’autore che tanto ci manca. Lo impersona alla perfezione. Colto, europeo, tecnicamente ineccepibile. La riscossa dell’intellettuale di sinistra italiano che, diciamocelo, non se la sente più di stare dietro a tutte le paturnie morettine, ma che, anche, si vergogna di urlare in piazza di giorno contro gli USA e poi guarda Kill Bill la sera, affascinato.
    Non abbiamo più Bergman, Kubrick è morto, all’Anteo danno solo filmetti minimalisti franco-pakistani, Hollywood impera nella sua vuotezza mirabolante, cosa ci resta? LVT, appunto. Trendyssimo. Del film di Olmi non ha detto nulla nessuno, ad esempio. (roba vecchia, del secolo scorso. Un modo di girare come si faceva 40 anni fa… cioè quando si faceva il cinema che raccontava storie per gli occhi).
    Però, che ci piaccia o no, LVT è, a tutti gli effetti, un protagonista del cinema oggi. Fa, dice, inventa, ricicla. Da protagonista.
    C’è modo e modo di fare critica. Uno è da cialtrone, scanzonato, giovanilista, trendy. E poi c’è quello di Helena. Così si fa anche la letteratura, il cinema, l’arte, l’architettura, etc.
    Un arte trendy, ben fatta, tecnicamente ineccepibile, pulita, intelligente, furba, a me non interessa. Credo di essere un buon lettore, anni seduto sul cesso con il detersivo in mano mi sono serviti.

    Un saluto, Gianni

  31. franz krauspenhaar il 9 gennaio 2004 alle 13:40

    Helena, sai che ti dico? Mi hai fatto passare la voglia di vedere Dogville… Per il resto, caro Gianni, come darti torto? Praticamente impossibile.
    Manca il rigore. Il rigore che portava Kubrick ad andare in esilio in GB e a isolarsi dal mondo, il rigore di Bergman, il rigore, anche, di De Sica.(Nonostante le frequenti visite al casinò). Ci manca il rigore di Germi, pure (grazie Helena di aver ricordato questo grandissimo del cinema italiano che io, personalmente, non ho mai capito perchè così poco considerato, ci manca il “rigore anarchico” di Fellini.
    Si vuole arrivare al massimo risultato col minimo sforzo. Si scrivono le sceneggiature in un mese, si gira in una settimana: senza essere dei maghi del B movie di una volta come Roger Corman o Joseph H. Lewis. Effetto notte permanente ed effetto speciale permanente ed effettivo. Due palle così. Non se ne può più.
    Ciao a tutti, buon anno Indiani!
    Franz

  32. gabriella fuschini il 9 gennaio 2004 alle 14:57

    Beh Gianni sai una cosa? anch’io leggevo le scatole dei detersivi in bagno quando i miei fratelli nascondevano i miei amati libri di Salgari! A volte rimpiango il fatto che mio figlio quattordicenne non abbia più voglia di vedere i film di animazione, però l’ho trascinato a vedere Il mestiere delle armi e si è innamorato di Olmi tanto da chiedermi di andare poi a vedere Cantando dietro i paraventi: film di una poesia e di una grazia incredibile. Lui, tra un film e l’altro di pura azione, sostiene che Olmi è il più grande regista. Detto da un quattordicenne mi fa sperare che si appassioni al buon cinema, il che non è poco date le attuali programmazioni. In ogni caso ci siamo intrippati in questa discussione, che sinceramente ha arrichito i miei punti di vista, perché il pezzo era su VT…prima o poi qualcuno magari scriverà qualcosa di più articolato sul cinema in generale. Per esempio un mio amico sostiene che il cinema non è arte…punti di vista, appunto.
    un saluto

  33. andrea inglese il 10 gennaio 2004 alle 15:52

    Perché abbiamo bisogno di idolatrare Lars Von Trier? E’ vero, Helena, posta cosi la questione mi sembra parecchio interessante. E mi sembra che Biondillo sollevi il medesimo problema. In effetti LVT non è uno dei miei autori preferiti, anche se lo reputo uno dei registi che vale la pena di andare a vedere. (E mi sorprendo un po’ per quelli che prendono delle sagaci critiche ad un film non banale, come un invito a non andare a vederlo. “Ah, be’, se ci hanno già pensato gli altri, mi risparmio la fatica di pensarci da me.”
    Ho capito che quello che vi dà fastidio di Dogville è la moda, la facile ricezione, l’aspettativa debole di un certo pubblico. (Oltre che le debolezze intrinseche dell’opera.) Il mio discorso era meno articolato, e si poteva effettivamente risassumere: in quale lusso artistico dobbiamo vivere per buttar via Dogville?
    E vorrei aggiungere solo due piccole cose sul film. La figura del giovane intellettuale rimane una delle più interessanti (qui c’è più il personaggio “spesso”). Il discorso finale mi ha provocato, ma lo trovo comunque molto programmatico o forzato (ossia artisticamente debole). Detto questo, a me non è del tutto chiaro quale sia la posizione ideologica esplicita di LVT. Ma non mi sembra, almeno relativamente al dialogo finale padre-figlia, che vi sia un’alternativa tra vendetta e perdono. Cosi sarebbe davvero poco interessante (quasi un film di Sergio Leone). Lui dice a lei: “perché nei loro confronti sei più clemente di quanto tu sia nei riguardi di te stessa, non è una forma di superbia la tua?” Se vogliamo davvero saggiare il tenore della sua tesi, questo mi sembra il passaggio importante. (E scusate se lo ripeto.)
    Quanto invece ad un discorso più generale, condivido quanto dici Helena, e bene, LVT un Bergman col segno -.
    Infine su Céline, ossia l’autore e l’opera.
    Mi sono riletto brani di “Bagatelle” due estati fa. Dopo anni che non prendevo in mano Céline, dopo averlo letto con estrema passione e ingordigia. La lettura di quelle righe mi ha nuovamente stupefatto. Come puo’ una persona che si dimostra per certi aspetti molto intelligente, scrivere non solo delle cose ripugnanti, ma delle cose cosi SCEME. E non sto riducendo la portata dell’antisemitismo. Sto dicendo che gli argomenti che Celine usa sono davvero gli argomenti più beceri, da sottoproletario rincoglionito dal rancore, la fatica e il pastisse. E non era il suo caso. Quindi enigma. Questo non toglie nulla del giudizio sulla persona e su certi aspetti dell’opera. Ma grazie al cielo, in un grande artista, l’opera veicola altro dall’intenzione esplicita dell’autore. Cosi accade in Céline. (C’è molto altro che non il razzismo che salta fuori, che quella scrittura ci lascia vedere). Cosi forse non accade in LVT, e di certo nei mille scribacchini antisemiti, francesi, inglesi o nazi, tra le due guerre.

  34. franz krauspenhaar il 11 gennaio 2004 alle 15:36

    Trovo questo discorso di Andrea su Cèline molto interessante. Lo scatarroso Cèline era, credo, un piccolo borghese di genio, un medico della mutua francese pieno di rancore, un prodotto umano scaturito dalle pieghe della 1ma Guerra Mondiale. Da un punto di vista umano il personaggio Cèline è probabilmente un enigma che andrebbe condotto nelle mani tese della psichiatria. Certe sue opere (come Bagatelle) sono assolutamente da condannare. Certo è che la letteratura mondiale, a partire dal suo Voyage, è cambiata. Cèline è un cantore dell’ansia, del rancore, delle tenebre, è un minimalista ante litteram, un piccolo uomo (Ferdinand) alle prese con un mondo grande e cane. Cèline è forse, soprattutto, il cantore della disperata disillusione, che sfocia in rabbia sorda e cieca, che diventa reazione spropositata e, alla fine, palese ingiustizia. Prenderlo per un pensatore del 900 è dargli un attestato che non merita. Egli è stato uno dei più grandi scrittori (nel senso di narratori) del 900, e lo è stato soprattutto per lo stile “parlato” fino in fondo,proprio fino al termine della notte.Voglio arrivare anche a dire questo: non è giusto, secondo me, confondere l’artista con l’uomo. Certo, dall’artista di valore ci si aspetta una dirittura morale superiore, ci si aspetta una certa nobiltà d’animo, ci si aspetta rigore professionale e morale e onestà intellettuale. Ma possiamo affermare con sicurezza che tutti gli artisti di segno + erano e sono delle brave persone, delle persone coerenti, sane, oneste? Credo proprio di no. Non tutti arrivano all’arte per lo stesso motivo e con lo stesso treno. Cèline è uno degli esempi più eclatanti di personaggio perlomeno discutibile (per il suo antisemitismo tanto viscerale quanto inspiegabile)che, forse, ha venduto la propria anima (e dunque la propria opera) al diavolo di un nichilismo selvaggio. Nella morte, insomma, ci sguazzava per bene, e della morte aveva fatto una “maniera”. Ci sono altri esempi di “maniera” particolarmente riuscita. Prendiamo il caso di Thomas Bernhard: nei suoi libri bellissimi e monocordi, ossessivi e pieni di disperata vitalità, i protagonisti io narranti sono quasi sempre studiosi solitari alle prese con i fantasmi della depressione e della solitudine, e dunque della morte. Come in Cèline, anche in TB c’è però un sottofondo più o meno presente di umorismo (spesso nero e paradossale) che riscatta in qualche modo il portante dell’angoscia di vivere, che alza il tono, che rende in qualche modo sopportabile la lettura, la fruibilità. Ora, von Trier è anch’egli un cantore della disperazione; e poco c’importa, alla fine, se è una brava persona, se porta i figli al parco la domenica o se picchia la moglie. Sarò cinico, ma è così. C’importa se, come regista d’attori e di storie, ci fa sentire qualcosa, se ci da delle emozioni, se ci fa riflettere, se riesce ad essere empatico con le sue eroine (e qui non sono d’accordo con Helena, perchè VT è molto empatico) e con i suoi spettatori.
    L’artista, in conclusione, riesce ad arrivare al cuore dell’uomo, e anche al suo lato oscuro? Se la risposta è si, l’artista avrà avuto ragione.

  35. helena janeczek il 13 gennaio 2004 alle 22:45

    Sono sostanzialmente d’accordo con voi, ma quello che non trovo giusto, onesto e utile a nessuno è ogni tipo di strategia che mira a rimuovere e rimpicciolire i lati oscuri di un grande artista come Céline. Dato che senza Céline ci mancherebbe un pilastro della prosa novecentesca, dato che Céline difficilmente tocca solo l’intelligenza del lettore, ai tanti amanti di Céline viene voglia –e lo capisco perfettamente – di epurare l’immagine del loro prediletti. Uno dei modi più corretti è scindere l’artista dal uomo. Giustissimo, ma poco conforme alla passione per un autore che non si attiene (la passione, intendevo, ma in questo caso anche l’autore) al comandamento per il quale conta “sola scriptura”.
    E poi proprio Céline – a differenza, per esempio, del sempre citato Rousseau che sbatteva i figli in istituto – non era uno che predicava bene e razzolava male. Proprio in Céline noti la coerenza dell’energia vitale ritrovabile nella rabbia, nel rancore bilioso che permea le sue opere e ne detta il ritmo, e questa bile nera da cui scaturisce anche la forza di denunciare celiniana si travasa anche in antisemitismo, razzismo ecc. Che sarà scemo da far cascar le palle, ma è fatto di pura energia céliniana. (E che, fra parentesi a un soggetto come la sottoscritta che ama la letteratura quanto voi, ma tiene alle spalle una famiglia di ebrei sterminati ad Auschwitz e dintorni, fa venire un profondo, irriducibile mal di pancia: detto senza volontà di irrigidimento moralista politically correct, ma senza mezzi termini) E’ per questo che affermavo l’impossibilità di scindere i piani. Ed è forse qui lo scarto fra Céline e vari scrittori nazistoidi e antisemiti suoi coetanei, nella capacità sua di esprimere e di far vedere, comunque, cosa c’è sotto, il rancore piccolo borghese, il bisogno di crescere nell’odio e così via. Insomma in Céline, in qualche modo, la merda si rivela. Ma se dovessi riprendere in mano “Bagatelles” per verificare quanto ho detto, mi verrebbe da rispondere con un bel “preferirei di no”.
    E’ stato comunque un piacere discutere con voi.

  36. franz krauspenhaar il 14 gennaio 2004 alle 08:17

    Capisco la tua posizione. Questa discussione è stata un piacere anche per me.

  37. andrea inglese il 14 gennaio 2004 alle 17:29

    Cara Helena,
    vorrei cercare di inoltrarmi nella questione, per capirci di più. Anche se non vorrei costringerti a indugiare su di un tema dalle implicazioni cosi crudeli, per te innanzitutto.
    Mi sembra del tutto comprensibile e legittimo che questa distinzione tra artista e persona a responsabilità giuridica, o anche soltanto morale, tu non la possa fare e che tu non la voglia fare. Mi chiedo ora se questo rifiuto possa essere universalizzabile, se possa essere valido anche per qualcuno che non ha origini ebraiche e non ha vissuto direttamente sulla sua pelle le conseguenze dell’antisemitismo. Se il tuo discorso è universalizzabile significa che Céline è un artista mediocre, che non vale la pena di leggere non solo “Bagatelle” (ma chi ci riesce a leggerlo, io non sono andato oltre cinque o sei pagine a campionatura, e mi è bastato), ma neppure il Voyage e Mort à crédit.
    Scusa sonop costretto a interrompere.

  38. andrea inglese il 14 gennaio 2004 alle 17:54

    Riprendo e concludo.
    Se non possiamo fare distinzione tra l’atteggiamento dell’uomo e l’opera, questo significherebbe che l’opera sarebbe, come l’uomo, un errore ripugnante, indipendentemente da una sua presunta qualità “tecnica”. E’ questo che vuoi dire?
    O forse tu dici: l’opera, in cio’ che ha di meglio, si nutre di cio’ che ha di peggio, e di inaccettabile. Quindi, in definitiva, non è mai possibile cogliere un aspetto dell’opera che sia fuori dall’orizzonte dell’errore e dell’aberrazione morale.
    Io fino ad ora, seppure confusamente, pensando anche ad altri artisti come Pound, ho creduto che fosse invece possibile, anzi importante poter scindere l’opera dall’autore, anche laddove i legami sono multipli e viscerali.
    Il tuo punto di vista mi impone di rivedere questo principio.
    Ma una cosa mi sembra importante dirla. La distinzione tra opera e uomo, nel caso Céline, non mi sembra una mossa, consapevole o meno, per “minimizzare” il suo crimine. Infatti qui si parla non solo di tara morale, ma di crimine. E a me sembra del tutto legittimo pensare che Céline avrebbe potuto avere lo stesso destino di Gentile, che si meritava lo stesso destino. Ma cio’ detto, di solito, è la confusione tra uomo ed opera ad essere più insidiosa. Infatti, essa permette, in certi casi, di assolvere l’uomo, o in qualche modo di redimerlo, nella sfera sacra della genialità artistica.
    Non credo invece che cio’ accada dicendo, il signor Céline, in quanto attore attivo della propaganda antisemita, non si è solo comportato come un odioso razzista, ma come un criminale, con tutte le conseguenze del caso. Ma questo implica che i suoi primi due romanzi (che già presentano opinioni inequivocabilmente razziste) debbano essere ridotti a letteratura mediocre, inutile? E la domanda non è retorica, seppure io non sia ancora convinto che la tua posizione sia universalizzabile.
    A mia volta ti ringrazio e ringrazio franz di var dato peso a pensieri cosi sparsi e improvvisati.

  39. helena il 16 gennaio 2004 alle 10:49

    Anche per me Céline è uno scrittore fondamentale – mi riferisco ai primi due libri, soprattutto – anche io non vorrei mai farne a meno. Niente di ciò che lo riguarda come uomo può togliergli questa grandezza.
    E poi Céline è anche un esempio atipico essendo uno dei pochi che ha pagato (e tanto) ed essendo stato uno dei pochi a mostrare in tutta la sua bruttezza viscerale il suo antisemitismo. In questo senso sostenevo che in Céline la merda si rivela. Letterariamente è un pregio: perché la capacità di restituire il vero, anche il vero orribile, è compito della letteratura.
    Molti grandi scrittori del novecento appaiono assai meno scindibili in “vita” e “opera” di quelli dei secoli precedenti, la loro opera – non sempre autobiografica – sembra tutta pregna del loro percorso personale: penso a gente diversissima come Kafka, Svevo, Hemingway, Mishima e, appunto, Céline. Nessun secolo passato ha vissuto così fortemente nel desiderio che la barriera fra “vita” e “opera” cadesse, nessuno, d’altro canto, ha avuto così poca fiducia nell’esistenza di un mondo fuori dal sé e dal linguaggio. Il secolo che ha generato il formalismo, ha espresso probabilmente il numero maggiore di artisti dalle vite fatte “come un romanzo”.
    Quindi io sostenevo la non totale scindibilità riguardo a Céline anche per non fare un torto a lui, alla sua poetica complessiva, al modo di intendere il ruolo di scrittore.
    Ma resta un’altra questione che tu sollevi, quella dell’universalità. Confesso: anch’io volevo toccare questo nodo quando ho messo in mezzo alle altre riflessioni i miei fatti personali.
    Su questo punto sono semplicemente l’esempio che casca a fagiolo: se leggo “Bagatelles” non mi fa solo orrore il suo contenuto, non mi chiedo soltanto come cazzo è possibile che un essere intelligente, colto e sensibile come Céline vomiti tutto quell’odio, ma io sento che quel odio lo sta vomitando addosso a me, che vorrebbe morta anche me. Intendo dire: lo sento fisicamente.
    Altro esempio: pur comprendendo benissimo che non si tratta affatto di un libro che approva la reificazione dei corpi, ma che anzi la denuncia, ho fatto una certa fatica a leggere la prima parte di “Canti del Caos” per la reiterazione in crescendo degli stupri e tutto l’immaginario snuff. Poi ho scoperto che questa esperienza era stata condivisa da molte – non tutte – lettrici. Per la precisione: di donne che sono a casa nella letteratura e che, alla fine, apprezzano il libro di Moresco pari agli uomini, condividendo le ragioni per apprezzarlo ( o anche per criticarlo).
    Gli artisti della mia “razza” sono da sempre allenati a scindere la loro parte ebraica da quella artistica diventando, per esempio, grandi discepoli di Wagner e Dostojevskji: da Mahler a Kafka, persino Singer e Imre Kertesz (che scampato ad Auschwitz e Buchenwald, si nutre di Wagner, Nietzsche ecc.). Lo sono anch’io ed è bene così.
    Sono totalmente contraria alla tendenza relativista, multiculturalista che – detto molto grossolanamente – ci propone una letteratura di neri per neri, di donne per donne, gay per gay, ebrei per ebrei ecc. Perché questa visione segna la fine di quel universalismo al quale si deve la (per niente conclusa) emancipazione di neri, donne, gay, ebrei ecc.
    Credo che si debba, soprattutto oggi, fare di tutto per riaffermare l’universalismo. Cioè la convinzione della radicale uguaglianza degli esseri umani.
    Condividiamo la ragione come dicevano gli illuministi, ma anche come, dice Sting “we share the same biology in spite of ideology” e, aggiungo io, la stessa attrezzatura psichica. Così come attraverso la mia parte mentale o, se vuoi, spirituale riesco a riconoscere la grandezza di Cèline anche quando mi vuole morta, così chiunque può correggere il suo punto di vista implicitamente white christian male (che, per la precisione, non appartiene solo ai white christian male) con un’allenamento a uno sguardo empatico più radicale con l’altro, il diverso, le vittime. Impegnare con coscienza anche il cuore e le trippe nelle proprie attività intellettuali, senza – scusa se è pleonastico – spegnere il cervello. Pensare l’alterità non disgiunta dall’ugualianza, il corpo e l’anima dalla mente: credo che vada in questa direzione la risposta da dare sia agli ideologi dell’Occidente (e dell’Oriente) sia a coloro che credono all’impossibilità di trascendere la diversità di cultura, gender ecc. Praticamente: rivedere la “dialettica dell’illuminismo” e rilanciare più in alto.

  40. franz krauspenhaar il 16 gennaio 2004 alle 15:03

    M’inserisco (e dico m’inserisco nel caso Andrea voglia replicare ad Helena); devo dire, cara helena, che quello che dici non fa davvero una grinza. Sono d’accordo con te su molte cose; tra l’altro chiarisci il discorso su Cèline, cioè a dire il tuo personale approccio all’opera di Cèline e nonostante le tue riserve comprensibilissime arrivi grosso modo alle mie stesse conclusioni sull’artista Cèline riuscendo ad assolvere, così mi è parso, l’uomo Destouches, il medico della mutua e, alla fine delle sua triste vita, dei poveri. Tra i grandi artisti ebrei del passato io citerei anche Joseph Roth. Sarà che amo questo scrittore in modo viscerale -pur non essendo ebreo- sarà che in lui vedo un contraltare di Cèline. Come il francese, a mio modo viscerale di vedere, Roth parla in buona sostanza di disgregazione dell’uomo in un contesto di disgregazione storico-sociale. Se Cèline è il piccolo borghese sensibile e intelligente che nemmeno la letteratura praticata a massimi livelli riesce a pulire delle proprie rabbie originarie e del livore che si trasforma in razzismo, Roth è l’errante impegnato – o forse disimpegnato – in una fuga senza fine, uomo allo stesso tempo “dentro” e “fuori” dalla società del suo tempo, bon vivant e barbone, quasi masochisticamente felice d’imbarcarsi sulla nave della propria rovina, della propria disgregazione. Se Cèline urla e strepita col suo parlato farsesco e al contempo tragico, Roth, al contrario – o forse all’opposto – procede con una scrittura felpata, accattivante, melodiosa, aprigna e dolce, caustica e commovente. Forse mettere in relazione questi due grandi è un’operazione discutibile, ma io penso che, in nome dell’universalità della grande arte (al di là degli steccati ideologici e di “razza”)ciò sia lecito. Se Helena e Andrea vorranno commentare questa mia “presa di paragone” mi farebbe piacere.
    Dal momento che nel frattempo sono andato a vedere Dogville, volevo anche dire due parole su questo: il film mi è piaciuto moltissimo; e anche in Dogville ci vedo una visione nera, sia straniata che allucinata,della realtà umana. In altre parole, definirei il film una favola tragica, un incubo di realtà sulla natura umana. Nella visione pessimistica del suo autore, sia chiaro. Una visione pessimistica che permea l’opera di Cèline ( i primi due romanzi ma anche romanzi della maturità come il nonostante tutto godibile e tragicomico Da un castello all’altro) e quella del grande Joseph Roth, l’uomo e lo scrittore in fuga da sè stesso e dal mondo, l’uomo che, come Cèline, in sostanza, ha pagato con la vita per ciè che ha scritto. Letteratura e vita, arte e vita, a questi livelli non possono essere disgiunti. E’ compito nostro, forse, perdonare gli eccessi dell’uomo, soprattutto – come ha ricordato Helena- se l’uomo “rivelando la propria merda nell’opera” ha fin dall’inizio parlato senza mascheramenti di comodo.
    Von Trier è un artista perfettamente moderno nel senso di attuale, invece: credo che al massimo paghi con le sue fobie, con le sue paranoie molto “kubrickiane” (paura dell’aereo, tendenza alla misantropia ecc.) Per il resto divide, e giustamente: perchè, al di là della sua bravura, ci mette il cuore fino ad un certo punto…

  41. gabriella il 16 gennaio 2004 alle 21:59

    Non so riuscirò a esprimere così bene il mio pensiero ma sto riflettendo molto su quello che hai scritto, Helena. Quando Andrea ha parlato di possibilità di universalità, mi sono detta che anche a me è capitato, pur non avendo origini ebraiche, di sentire fisicamente l’odio, di provare orrore per le cose scritte e non solo per empatia. Lo stesso succede leggendo Moresco. Ho sempre affermato che Moresco mi piace di pancia…ma che fatica all’inizio entrare nel suo mondo. E’ molto bella la tua riflessione sull’impegnare il cuore e la pancia senza spegnere il cervello…e come dice Franz forse il nodo su VT sta proprio lì: sul metterci il cuore fino a un certo punto. Comunque grazie a tutti voi, è un bell’arricchimento questo scambio di riflessioni.
    Alla prossima

  42. andrea inglese il 17 gennaio 2004 alle 01:45

    Sento che cio’ che dici, Helena, è detto bene ed è giusto. E qui condivido tutto. E concepisco la tua stessa avversione per la celebrazione delle identità minori. Credo che sia un’inevitabile fase di passaggio nel processo di lotta per il riconoscimento e di negoziazione, ma trovo che diventa pericolosa quando porta al relativismo culturale tipo Stanley Fish. Quanto al secolo del formalismo letterario e della totale implicazione biografica dell’autore nella sua opera è senz’altro uno dei paradossi più interessanti e forse ancora meno chiariti…
    Mi hanno poi interessato molto le vostre (e includo gabriella) note di lettura su Moresco.
    Quanto a Franz, perdona la mia ignoranza, ma ho letto molto tempo fa Roth (un paio di romanzi), quindi non potrei dire nulla né per avvalorare né per inficiare il tuo paragone. Intanto un rimando l’hai stabilito tu, e quindi hai aperto un possibile spazio di risonanza (magari a rovescio).
    Intanto sogno nuovi interventi che vadano sotto la categoria: cosa succede nel sistema cardiocircolatorio-viscero-cerebrale del lettore e della lettrice quando leggono Moresco, Céline, Arno Schmidt, la Bachman, Vian, Gadda, ecc.?

  43. helena janeczek il 17 gennaio 2004 alle 16:12

    Anche a me Joseph Roth piace molto (più di Schnitzler e, de panza, anche di Canetti)e mi dispiace della fama melassosa da Sacher-Torte che si porta appresso dai tempi in cui fu bestseller per Adelphi. Non è formalmente un innovatore, questo è chiaro, ma a modo suo va a fondo e non bara mai per niente. Nel suo modo avvolgente è capace di un assoluta radicalità, forse malgré-soi. Non so, forse l’associazione con Céline si fonda si qualcosa di atmosferico, perché in effetti te li vedi, seduti negli stessi bistrot di quartiere parigini, in quei posti non fetidissimi ma tristanzuoli, malmostosi, per niente “ville lumière”, locali alla Simenon.
    Posti per il declino della piccola borghesia, niente a che vedere con le glorie della bohème al “Procope” prima e al “Deux Magot” dopo.
    Anch’io sono d’accordo che l’affermazione delle identità distintive è stato un passaggio necessario e utile, se ora non finisce per incrostarsi in tanti piccoli fondamentalismi e si banalizza nel bon-ton della politically correctness. Purtroppo le tendenze ci sono.
    Buona domenica, amici, e grazie.

  44. franz krauspenhaar il 19 gennaio 2004 alle 12:17

    Assolutamente giusto, i due li vediamo chiaramente stare in un bistrot a bere, (anche se, ahimè, separati…) proprio in un posto à la Simenon, per la precisione – dico io tanto per rincarare la dose – in uno dei posti dove il Kees Popinga de “L’uomo che guardava passare i treni” guardava il mondo, staccandosene totalmente, nella sua allucinata fuga dal mondo.
    Grazie per i vostri bellissimi interventi, buona settimana!



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