Contro Carver

29 dicembre 2003
Pubblicato da

Appunti per un requiem sul post-minimalismo
di Alberto Bogo

carver.jpgSono allergico a Carver. Non tanto ai suoi libri (o ai libri del “prodotto Carver”, visto l´apporto consistente del suo editor), ma dei suoi figli illegittimi. Dello svarione che hanno preso tanti “giovani scrittori”. Carver è un prodotto semplice, non tanto nell’imitazione pedissequa, ma nelle sue infinite declinazioni, delle sue varianti parziali, delle parodie involontarie.

Ci sono una serie di piccoli editori che rovinano schiere di potenziali scrittori dandogli in pasto il kit del bravo minimalista. Il kit comprende una lista di scrittori con in cima Carver, storie superficiali di periferia, racconti di formazione senza epica, il nulla impacchettato a modernità. Nascono così contraffattori della letteratura, taiwanesi della parola, cinesi della narrativa.

Questo perché sono convinti che da Carver in poi sia tutto cambiato. Mai che considerino come spartiacque Gadda, o che ne so, Böll, Hrabal, la Duras, o altri importanti scrittori. Mica falsificano la complessità. Se Andy Warhol fosse stato un iperrealista non avrebbe avuto il successo che ha avuto. Tutti questi scrittori quarantenni che, intervistati sul terzo canale della radio, ripetono in automatico che Carver è il loro unico e importante riferimento. Io odio Carver. Non capisco la sua scrittura, la trovo noiosa come una telenovela di successo americana: ma questo è un problema mio. Sono libero di aprire o meno le sue pagine, la cosa finisce qui. Mi rattrista vedere in giro tutta questa presunta modernità pret-à-porter, facile da indossare, sportiva, poco impegnativa, omologante. Confezionare un racconto alla Carver quanta fatica costa? Oggettivamente, un kit del giovane scrittore minimalista è realizzabile in pochi giorni, e sei subito sul mercato.

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44 Responses to Contro Carver

  1. monica il 29 dicembre 2003 alle 16:06

    Sono d’accordo. Anche io, e credo che siamo in tanti, odio gli epigoni di Carver. Sono milioni. Fra i manoscritti che gli editori ricevono in casa editrice, o peggio fra i libri che vengono stampati, fra i nuovi autori che vengono lanciati, in Italia, in America o nel resto del mondo. Ce ne sono tonnellate. Ogni anno ci sono dozzine di “nuovi Carver”, “nuovi Salinger”, nuovi Qualsiasi Cosa.
    Ed è verissimo: confezionare un racconto alla Carver costa pochissima fatica. Gli ingredienti li conosciamo: frasi accennate, scene in interno, un televisore accesso di sottofondo, dialoghi – per l’appunto – minimali. Rifare Carver è di una semplicità quasi patetica. Come rifare col Photoshop le Marilyn di Warhol, che cazzo ci vuole?, o come campionare una canzone degli anni Settanta e farla diventare un’hit “per i giovani”. Come rifare una borsa a secchiello di Luis Vuitton. O, per restare nell’editoria, come imitare i libri di Harry Potter mettendoci un maghetto per protagonista e colori pastello in copertina, di Bret Ellis mettendoci uno psicopatico ricco, o – per dire – di Aldo Nove mettendoci degli anacoluti.
    Ma parliamo di epigoni, di imitatori, di brutte copie.
    Perché prendersela con Carver? O con Warhol, o con Stevie Wonder? Mica è colpa loro se hanno segnato una strada e poi diventano talmente “patrimonio dell’umanità” che a milioni cercano di imitarli (ma non essendo bravi lo fanno male, lo fanno inevitabilmente peggio)?
    In conclusione sono d’accordo con Bogo quando dice che è stufo degli imitatori, ma perché prendersela con l’originale? E’ come se Bogo, dopo aver ricevuto in dono a Natale un Rolex originale, faccia causa alla Rolex perché al mercatino sotto casa sua ha visto che i Rolex falsi venivano venduti a dieci euro da un napoletano. O da un marocchino, che è un epigono di un napoletano.

  2. belacqua il 29 dicembre 2003 alle 17:39

    Sono d’accordo anch’io. Se fosse per me la Minimum Fax andrebbe per stracci.

  3. Gianni Biondillo il 29 dicembre 2003 alle 18:54

    Aridatece le grandi storie, aridatece Hugo; aridatece la grande scrittura, aridatece Gadda.
    Sugli epigoni c’è poco da dire: Michelangelo era più moderno dei suoi allievi, i petrarcheschi fanno cagare e Francesco era un genio, i Rossiani sono stati il cancro dell’architettura italiana non ostante il povero Aldo Rossi. E’ sempre così, sarà sempre così.
    Si può decidere, però, sul piano critico, di apprezzare anche chi non è ideologicamente ed esteticamente nella tua comunità di senso. Per poi, ideologicamente ed esteticamente (che forse è la stessa cosa in questo caso) amare o non amare un autore.
    A me capita spesso. Dire: “non lo amo ma lo rispetto. Comprendo il suo percorso estetico anche se non lo condivido”. Sui copisti non dico nulla. Una cosa è citare altro è plagiare.

    Adieu, me ne vo’.

    Gianni

  4. luminamenti il 29 dicembre 2003 alle 20:28

    Concordo con Scarpa e in più della minimum fax poi ho proprio una pessima idea! All’inizio mi sembrava diversa, ero speranzoso, ma alla distanza mi sembra molto deludente.
    A proposito poi di case editrici e libri seguendo il filo di Genna con le sue classifiche sui Miserabili, per me se devo dire di case editrici che mi piacciono e che sanno darmi una panoramica molto ampia e di grande qualità direi la Bruno Mondadori.

  5. raimo il 30 dicembre 2003 alle 02:28

    farei la difesa d’ufficio di carver (l’ufficio di minimum fax è molto confortevole e si difende da sé): direi che anche l’attacco a carver è un genere, ma per farlo secondo me occorre fornirsi di un kit un po’ più consistente di quello che pensa bogo (buoni esempi del genere controcarver si trovano da wallace a baricco). quello che ha fatto carver nella letteratura è per me irripetibile è fondamentale. c’è una lezione di scarpa su panta scrittura che lo fa capire molto eloquentemente. e la conferma della sua fondamentalità sta nel fatto che è uno scrittore miliare per altri scrittori così distanti da lui: mettiamo salman rushdie.
    poi, di cloni di carver, come di qualunque scrittore c’è pieno il mondo. ma: tra le cose migliori che ho letto quest’anno ci sono scrittori in cui la sua influenza e il suo rigore sono evidenti: daniel clowes, david means, matthew klam, ken kalfus. e un romanzo ispiratore che mi è sembrato paradigmatico per un’idea di scrittura del novecento: revolutionary road.
    guarda se uno si deve mettere a parlare bene della famiglia…

  6. raimo il 30 dicembre 2003 alle 02:28

    farei la difesa d’ufficio di carver (l’ufficio di minimum fax è molto confortevole e si difende da sé): direi che anche l’attacco a carver è un genere, ma per farlo secondo me occorre fornirsi di un kit un po’ più consistente di quello che pensa bogo (buoni esempi del genere controcarver si trovano da wallace a baricco). quello che ha fatto carver nella letteratura è per me irripetibile è fondamentale. c’è una lezione di scarpa su panta scrittura che lo fa capire molto eloquentemente. e la conferma della sua fondamentalità sta nel fatto che è uno scrittore miliare per altri scrittori così distanti da lui: mettiamo salman rushdie.
    poi, di cloni di carver, come di qualunque scrittore c’è pieno il mondo. ma: tra le cose migliori che ho letto quest’anno ci sono scrittori in cui la sua influenza e il suo rigore sono evidenti: daniel clowes, david means, matthew klam, ken kalfus. e un romanzo ispiratore che mi è sembrato paradigmatico per un’idea di scrittura del novecento: revolutionary road.
    guarda se uno si deve mettere a parlare bene della famiglia…

  7. monica il 30 dicembre 2003 alle 11:17

    Sì anche a me minimum fax mi sta un po’ antipatica. E’ vero hanno pubblicato buone cose qua e là, ma alla fine credo (anch’io concordando con i miserabili) che le cose migliori le faccia Stile Libero. Loro sì che sono simpatici.

  8. monica il 30 dicembre 2003 alle 11:51

    CONTRO MINIMUM FAX
    (questo testo lo metto qui nei “comments” perché non so come si fa a metterlo in home page, come “contro carver” di bogo, se qualcuno lo sa mi aiuta?)

    Visti gli interventi degli ultimi giorni, forse sto sfondando una porta aperta. Ma non trovate anche voi che minimum fax sia una pessima casa editrice?
    In fondo che hanno fatto? Hanno pubblicato Carver, d’accordo, che prima era pubblicato (in traduzioni abbastanza bruttine diciamo la verità) da dei grandi editori: ma un autore così sta certamente meglio nel catalogo di un Mondadori, di una Einaudi che di una piccola casa editrice “indipendente” (ma saranno poi davvero indipendenti, o campano coi soldi di qualcuno alle spalle?). Ma diciamo la verità: che senso ha ripubblicare un autore già straconosciuto? E poi che altro hanno fatto? Provano ogni tanto a pubblicare qualche buon autore giovane americano (Wallace, Lethem, Whitehead sono tra le poche cose buone che hanno fatto) ma tanto prima o poi arriva un qualche editore più grosso e glielo prende, quindi vuol dire che non sono in grado di tenersi gli autori. E fra l’altro mi pare che sia una casa editrice maschilista, pubblicano solo uomini, non credo che abbiano in catalogo una sola scrittrice, né italiana né straniera. Poi fanno un po’ di “ricerca” sugli esordienti italiani, ma ne fanno non più di due o tre all’anno, quindi non so che senso abbia. Sì hanno fatto qualche discreto libri di cinema (uno di Scorsese e uno di Mamet, che io ricordi, ma non so se sono facciano parte di una collana o cosa) e di musica: l’autobiografia di Davis in effetti è un caposaldo, ma non mi pare di jazz abbiano poi fatto molto altro e quindi non si capisce cosa c’entri Miles in mezzo a tutta quella narrativa americana. Insomma, io non capisco bene dove vogliono andare a parare.
    Quest’anno come aprivi un giornale c’era minimum fax: recensioni interviste anticipazioni. Mi sa che che sono più bravi a comunicare che a fare libri. Saranno dei fighetti figli di papà ricconi che gli passano qualche migliaio di euro al mese per togliersi lo sfizio di giocare alla casa editrice, istruiti magari a qualche master in comunicazione di impresa con degli ammanicamenti coi caporedattori delle pagine culturali. Fanno delle copertine banali e spesso le traduzioni non sono granché. In ogni libro ci sono non meno di due o tre refusi. Ora gli ha preso la fissa delle antologie, e secondo me sono una mezza fregatura: in particolare quella di scrittori americani mi pare una ruffianata: con quel titolo che ammicca all’undici settembre… Mi piacerebbe sapere se il titolo originale era proprio lo stesso…
    Comunque, vorrei sentire il parere di gente più addentro di me alle cose dell’editoria. (Ah, e poi qualcuno sa dirmi che cosa vuol dire quel cazzo di nome?)

  9. don giovanni il 30 dicembre 2003 alle 13:20

    Per non parlare del loro sito. Con tutti quegli entusiastici punti esclamativi. Corri a comprare i nostri libri a prezzo scontato! Gusta i nostri menù! Costruisci anche tu un sito bello e fico come il nostro! Tralasciamo poi i corsi di scrittura. Che dei ventiseienni come Raimo – che pure è una bella promessa – e La Gioia insegnino a scrivere dopo aver scritto appena un libro, lo trovo comico. Oltre che disonesto.

  10. raimo il 30 dicembre 2003 alle 14:29

    sono la giovane promessa disonesta! i corsi di scrittura sono solo un modo per rimorchiare! chi si iscrive lo sa alla prima lezione! leggiamo solo anais nin e qualche racconto lubrico di brodkey! alla luce soffusa del neon di ponte milvio! beh è una giovinezza perduta come un’altra!

  11. monica il 30 dicembre 2003 alle 15:20

    Io questa cosa dei corsi di scrittura nemmeno la sapevo. E purtroppo non conosco Raimo (se non dalle cose sue lette qui su N.I.) né La Gioia. Sul sito di minimum fax ci sono dei loro testi? (Sono scrittori giovanilisti? Sono in grando di insegnare? E sono loro i proprietari della Minimum fax?)

  12. andrea barbieri il 30 dicembre 2003 alle 15:43

    Uhm, scusate, quando ci fu il black-out su tutta Italia ero a Roma, la mia ragazza frequentava un corso alla Minimum, così, dato che verso le otto Roma era senza energia elettrica, i bar erano senza caffè e la gente diceva: E’ un chiaramente un attentato di Bin Laden! il paese è fottuto! ho chiesto se mi ospitavano alla sede della minimum per la mattina. Quindi ho partecipato senza disturbare troppo a una giornata di corso di editing proprio con Nicola Lagioia (non La Gioia) e l’imminente nichel Francesco Pacifico (Il caso vittorio). A parte la gentilezza e l’accoglienza, il corso era niente male, e giuro che quelle ore da attesa della tragedia sono diventate utilissime proprio per l’intelligenza di Lagioia e la bravura di Pacifico. Certo non ho termini di paragone con altri corsi, però a me pareva gente molto in gamba. Che poi nichel sia una collana debole, questo forse è vero: poche uscite poco scouting.

    P.s. nell’articolo è scritto che se Wharol fosse stato iperrealista col cacchio il successo, ecco se c’è una cosa che ha sempre funzionato nell’arte figurativa per le vendite e il successo sono realismo e iperrealismo, comprare un volume sull’arte contemporanea per credere. Tra l’altro la cosa è parecchio imprecisa per il fatto che l’iperrealismo è nato proprio dalla pop-art.

    http://famrivista.clarence.com/archive/038408.html

  13. b.georg il 30 dicembre 2003 alle 15:53

    con tutto il rispetto, ma il kit di qualsiasi cosa è realizzabile in pochi giorni. Vogliamo parlare del kit del giovane scrittore dickiano? O del giovane scrittore moreschiano? Non è che si può sempre trasformare le proprie antipatie in manifesto letterario. Le “mode” hanno un significato che non si può limitare esclusivamente a qualche superpotere mediatico (o letterario in questo caso), ma vanno lette nelle trasparenze e nelle opacità del desiderio e delle autorappresentazioni sociali. E’ un gioco ambiguo che ha sempre almeno più di un significato. Così come il ruolo delle “grandi personalità” va sottratto alle mitologie del Genio, ma anche al tritacarne del “tutto è uguale a tutto”. Un po’ di misura, secondo me. E tra l’altro sarebbe facile dimostrare che oggi il funzionamento della moda è che non esiste “una” moda, e ciò che si batte contro la moda è una moda.

  14. aurelio il 30 dicembre 2003 alle 16:07

    Anche io ho partecipato a uno dei corsi della minimum fax, e ne sono entusiasta: mi ha aiutato molto a scrivere, e soprattutto a leggere me stesso, le cose che scrivo, cosa che prima non facevo molto. non so se questo c’entra con la polemica contro la casa editrice, che fra l’altro io giudico invece molto buona (e non sono nemmeno d’accordo sul “poco scouting” di andrea e di monica: secondo me meglio fare poche scelte ma oculate che pubblicare tante schifezze) ma mi andava di dirlo. soprattutto in difesa” di raimo e lagioia, che secondo il mio modestissimo parere di scrittore in erba 24enne in ricerca di stile, sono quasi dei modelli. okay adesso basta che poi quelli della minimum si montano la testa…

  15. don giovanni il 30 dicembre 2003 alle 17:29

    Intanto ci hanno messo dieci anni per pescare qualcosa di buono – Raimo e Lagioia -, prima solo copertoni e scarpe bucate. E dieci anni, francamente, mi sembrano tantissimi. Quanto ai corsi, non credo che le ragazze vengano lì per rimorchiare – a pagamento tra l’altro. L’atmosfera è gradevole dice Barbieri, ma se cerchi l’atmosfera gradevole e l’aria fina non vai a un corso di scrittura: vai a Fregene. La scrittura è un processo misteriosissimo che non può essere insegnato da nessuno, tantomeno da ragazzi al loro esordio, che nemmeno si ricordano tanto bene come l’hanno scritti quei libri lì. D’altronde scrivere significa volere andare a
    Parigi in vespa con un litro di benza. Ma è un viaggio che si fa da soli, ed è impossibile anche raccontare…

  16. don giovanni il 30 dicembre 2003 alle 17:44

    Dimenticavo: Brodkey, il grande immenso Brodkey, come saprai ha scritto una manciata di libri – uno ogni dieci, quindici anni – e non ha mai insegnato in vita sua. Mai. Quando doveva mettere il nome della sua professione su qualche tessera o su qualche documento scriveva: Imparante. “Non” Insegnante.

  17. margherita il 30 dicembre 2003 alle 17:56

    Io non sono mai andata ai corsi di Minimum fax anche perchè vivo a 400 km da Roma però ho letto alcuni dei loro libri italiani, e l’unica cosa che so è: non è vero che ci hanno messo 10 anni a pescare Lagioia e Raimi, io sapevo che quelli erano due fra i primi itraliani che hanno pubblicato. La primavera scorsa sono andata a una lettrua che hanno fatto quelli di Minimum fax al Salone del Libro di Torino e c’erano parecchi scrittori della collana di autori italiani, ma erano cinque o sei in tutto. Credo che dopo aver pubblicato una fracca di americani due o tre anni fa si sono messi a fare gli esordienti (io la Minimum F. l’ho conosciuta così, con un libro di Marco Drago) e quindi per me se in questi pochi anni (dopo gli americani) hanno scovato Raimi, Lagioia, Drago, e almeno un’altra brava autrice, Valentina Parrella (e magari anche altri che io non ho letto) beh allora il loro apporto non è stato così malvagio. Per il resto, anche io odio gli imitatori di CArver (ecco, per esempio una cosa buona che hanno questi esordienti della MF è che nessuno di loro imita Carver)
    buon anno a tutti, margi

  18. monica il 30 dicembre 2003 alle 18:03

    AAAAAAAHHHH! A me il libro della Parrella (che by the way si chiama Valeria, non Valentina) non è piaciuto per niente!!! Invece ho letto delle ottime recensioni di Il caso Vittorio, altro autore italiano della casa editrice romana. Infine: non è necessario aver scritto milioni di libri per insegnare a scrivere.

  19. don giovanni il 30 dicembre 2003 alle 18:34

    Non è così. Raimo e Lagioia (a citarli sempre in coppia sembrano due comici d’avanspettacolo) sono stati pubblicati due o tre anni fa. Nei sette anni di vita precedenti, la minimum ha tirato fuori solo libri inutili. Mi ricordo un Del Giudice (non Daniele). Mi ricordo Francesco Apolloni, il regista, pessimo. Mi ricordo, sì, anche Marco Drago, ma non l’hanno scoperto loro. L’ha scoperto Feltrinelli. Anzi, il Maltese, la rivista.

  20. Giordano Tedoldi il 30 dicembre 2003 alle 19:30

    Leggo tra gli interventi stroncatori su minimum fax che “Stile Libero, invece, sì che fa cose simpatiche”. Ora, di case editrici che pubblichino stronzate ce ne sono, ma con una collana come “Stile Libero” mi sembra si sia dispiegata una filosofia del libro stronzo. Se la sentono, questa della filosofia del libro stronzo, la mettono in quarta di copertina.
    Ciao e non prendetevela con Raimo. Egli è in crescita.

  21. don giovanni il 30 dicembre 2003 alle 19:36

    Ma chi cazzo se la prende con Raimo? Leggi bene.

    ps: sì, Stile libero a volte fa libri stronzi. Ma mai così inutilmente stronzi come ne ha fatti – e ancora fa – minimum fax. La missionaria è una cosa vergognosa.

  22. stefano il 30 dicembre 2003 alle 19:37

    Per monica: “la sicurezza degli oggetti” è molto bello e Homes è una ragazza.

  23. Giordano Tedoldi il 30 dicembre 2003 alle 19:42

    Don Giovanni, ma come ti chiamavano alle partite di calcetto, Coda di Paglia?
    Il libro sulla missionaria non l’ho letto. Come non ho letto la quasi totalità del catalogo minimum fax. Ma Christopher Hitchens è un giornalista, un autore Stile Libero è uno stronzo.
    Alla prossima.

  24. don giovanni il 30 dicembre 2003 alle 19:56

    E’ una donna, Homes, non una ragazza. E’una grande scritrice, ma, come Drago (che grande non è, è solo un bravo scrittore), non l’hanno scoperta loro. Dieci anni fa uscì per Rizzoli il suo romanzo La fine di Alice. Un gran libro. Tostissimo. Sulla pedofilia.

  25. don giovanni il 30 dicembre 2003 alle 21:19

    Tedoldi, come stava Richler quando l’hai intervistato? Presagivi qualcosa?

  26. Giordano Tedoldi il 30 dicembre 2003 alle 22:33

    Io ho amato quell’uomo. Parlo di Richler. L’ho incontrato a Roma credo l’anno stesso in cui se ne andò. Era venuto per il tour promozionale organizzato dall’Adelphi. C’era quella piattola di Matteo Codignola (il suo traduttore) che snobbeggiava a destra e a manca – e guardando lui e Richler capivi subito la differenza tra un vero snob (e quindi non uno snob) e uno che finge (perciò uno snob da discount). Era un bel grassone, capelli grigi unti e troppo lunghi per la sua età, disinvolto, vestito da venditore di palloncini. Alla presentazione del romanzo lesse alcuni paragrafi – opportunamente scorciati e ritoccati – di Barney’s Version. Non sembrava malato. Sembrano molto più malati certi esaltati che circolano oggidì e che appena gli metti una pagina bianca o un microfono una videocamera a disposizione la colmano fino a esaurimento memoria e pazienza altrui. Gli feci le mie domandine dementi offrendogli una cosa da bere. Stava sul punto, non divagava, se ne è andato da professionista, per parafrasare Paolo Conte. Un modello.

  27. cletus a.a. il 31 dicembre 2003 alle 00:38

    Carver non ha alcuna responsabilita’ se sulla sua scia stanno uscendo brutte copie pret-a-porter, altri tentativi (non riusciti) d’imitazione. Il problema sollevato da Bogo, ne sottende un altro, cosa e’il minimalismo ? Lo sport nazionale sembra essere quello di ricercarne paternita’ ad ogni uscita di questo o quell’epigono. Tanto tuono’ che piovve. Bogo arriva, non so se e’ recente il pezzo, gia’ con molto ritardo. Facile sparare sul pianista, Carver e’, suo malgrado, un classico che vanta un numero molto alto di imitazioni gia’ da tempo. E che minimum.fax sia al limite di pubblicarne (complice la moglie) anche le eventuali liste della spesa o della lavanderia, e’ un’altro dei capisaldi di ogni attivita’ commerciale, “business as usual”. Hanno fiutato il fenomeno, per tempo, e ai piu’ attenti non sara’ sfuggita in questo senso una polemica sulla fedelta’ delle traduzioni del “nostro”. Cio’ detto, di grazia, ma quali mai saranno questi racconti lubrici di Brodkey ? Quelli di Primo Amore e Altri Affanni ?
    saluti
    cletus a.a.

  28. don giovanni il 31 dicembre 2003 alle 01:06

    Quello della leccata di fica che dura quaranta pagine, in “Racconti in modo quasi classico”. Il volume verde, non quello rosso. Mondadori editore.

  29. chabon il 31 dicembre 2003 alle 03:08

    giusto per restare in tema di cunnilungus.
    sono costretto a smentire il dottor raimo anche riguardo all’ultima risorsa offerta dai corsi minimum: manco per niente che si rimorchia. quella è una cosa seria, mica come i velleitarismi dei minimum boys. ho avuto esperienza in prima persona, e confermo che essi sono un’accolita di bolscevichi imberbi

  30. cletus a.a.. il 31 dicembre 2003 alle 10:38

    piuttosto, il volume che ho di storie in modo quasi classico, trovato a due lire su una bancarella vicino coin a s.giovanni, ha la copertina grigia. (il primo, quello acquistato canonicamente in libreria, fui cosi stolto da regalarlo ad un’amica del tempo). A giudicare dalla noia con la quale lo lesse, credo non abbia avuto un gran appeal per il pubblico femminile.
    Inoltre, sono grato da qui all’eternita’ a Mr.Cassini & c. per aver pubblicato la triologia di Thom Jones. Ora e sempre.

  31. artù il 31 dicembre 2003 alle 10:46

    ragazzi, voi siete pazzi. tutti.
    non c’è casa editrice migliore di minimum fax in italia. a me giuseppe genna non mi sta nemmeno troppo simpatico ma sui miserabili in questi giorni dice una cosa sacrosanta: che a minimum fax va la palma d’oro per la casa editrice che sta facendo le cose migliori quanto a narrativa straniera. come dargli torto? pensateci: david means (la loro migliore scoperta), lethem, wallace, homes, granta, carver, bukowski (anche se le poesie non mi piacciono tanto: ma avete letto le sue lettere?), yates, barth, barthelme: tutto in anno solo, e per la stessa casa editrice. invidiabile.
    quanto agli italiani, è vero prima che iniziasse un progetto di collana minimum fax non aveva fatto molto di italiano, ma da quando è iniziata la collana “nichel” hanno scoperto almeno cinque ottimi talenti: e oltre a raimo (non raimi!) e lagioia (non la gioia!) ci sono francesco pacifico, valeria parrella e, il migliore di tutti, ernesto aloia, anche lui come drago proveniente dal vivaio del maltese.
    e comunque i giovani bolscevichi di minimum fax mi sembranto tutto all’infuori che imberbi!!!
    (e per chi li ha conosciuti (ebbene sì anche io ho frequentato i loro corsi) sono tutt’altro che figli di papà: mi pare che si facciano un culo così per sopravvivere agli attacchi dei grossi editori, e (almeno a quanto dicono loro) non hanno nessun capitale o finanziatore occulto.
    la homes è vero, anche io ho letto il suo libro pubblicato da rizzoli. ma va detto che quando uscì quello nessuno se ne accorse, e da quando la homes è pubblicata dai giovani bolscevichi è stata davvero scoperta in italia.
    di drago non so nulla: non sapevo fosse uscito anche per minimum fax.
    cletus un altro si scrive senza apostrofo.
    anche io concordo sulla merdosità di molti libri stile libero.
    alzi la mano invece chi apprezza minimum fax.

  32. artù il 31 dicembre 2003 alle 10:53

    chi sono Mr. Cassini & c.?

  33. cletus a.a.. il 31 dicembre 2003 alle 10:55

    bacchettata…dov’e’ la lavagna ?
    enjoy
    cletus a.a.

    (apostrofo o non buon anno nuovo).

  34. don giovanni il 31 dicembre 2003 alle 11:51

    E tu ancora ascolti Genna? I suoi sono sempre abbracci mortali. E poi, ricordati, chi dà parecchio è perché vuole treattenere parecchio. Si sotttragga Raimo a questi abbracci…

  35. belacqua il 31 dicembre 2003 alle 14:19

    Se Genna gli dà la palma allora stai sicuro che è una sola. A lui piace Bevilacqua. E adora le librerie Feltrinelli. E…dì un’altra cazzata, e a lui gli piace.

  36. andrea barbieri il 1 gennaio 2004 alle 03:37

    Volevo ricordare un famoso aforisma dello scrittore rovinato e molto appartato Learco Pignagnoli (lo adatto in questo caso a Don Giovanni e Belacqua):

    “Cari Don Giovanni e Belacqua, il mondo è pieno di gente strana, e anche voi siete un po’ strani”

  37. chabon il 2 gennaio 2004 alle 01:51

    artu, nella stanza minimum in cui si tengono i corsi la tavola è rotonda come quella che accoglie i tuoi amici cavalieri.
    ma proprio per misurarne l’ampiezza, invece del compasso capita che uno usi l’ironia

  38. Giuseppe Iannozzi il 3 gennaio 2004 alle 02:48

    Che gran bel thread mi sono perso… Vabbé. A’ la Carver, mi dovrei disperare o che altro? Buon 2004, ragazzi. E state buoni se potete! ;-)

    Giuseppe Iannozzi

  39. andrea falegnami il 6 gennaio 2004 alle 19:55

    Anche a me Carver piace poco, ma ho il sospetto sia una questione di sensibilità, laddove per “sensibilità” leggi “soglia minima di abbandono richiesta per riuscire ad apprezzare certi contenuti”. ho l’impressione di essere desensibilizzato a certe sfumature. mi piace essere scosso da quel che leggo, e Carver raramente mi scuote. In Cattedrale lo fa, e lo fa anche in Vitamine e in quel racconto dei pescatori che trovano un cadavere di cui ora mi sfugge il titolo. insomma, può piacere o no, ma è un grande. A minimum concediamo perlomeno il merito di rispolverare grandi come Barth (qualcuno di voi ha letto “l’opera galleggiante”?); e poi il discorso “che ci fa un grande come Carver lontano da Enaudi o Mondadori?” mi pare una cazzata. lo hanno pubblicato loro, lo hanno pubblicato meglio. stop. per il resto tutto vero: da minimum non fanno un cazzo tutto il giorno, campano solo in grazia di un pesante lascito da parte di uno zio d’America di Raimo – il quale, tra le altre cose, è il vero burattinaio di quel disorganizzato teatrino di giovinastri della risma intellettualoide più becera della roma-bene.
    concluderò quest’intervento con un haiku:
    “Al tuo Hi-Fi
    mancava una pila;
    a me, la voce.”

  40. andrea barbieri il 6 gennaio 2004 alle 22:59

    Ma quale lascito dello zio, un vostro nichel si è attaccato al risotto della mia ‘morosa mangiandosene tre quarti dopo una carbonara intera. Altro che Roma bene e minimalismo e post-moderno: dei mangioni!
    A proposito il tuo racconto non è un po’ troppo esercizio sul post-moderno? Non è che se non fai quella specie di installazione di parole almeno “una parola di verità” (che la letteratura dovrebbe dare) si trova meglio?

    La citazione viene da qui:
    http://famrivista.clarence.com/archive/049217.html

  41. andrea falegnami il 7 gennaio 2004 alle 00:53

    può darsi. ma può anche darsi il contrario. me lo sono chiesto anch’io, e la risposta che mi sono dato è quel racconto. ho avuto paura che con una narrazione tradizionale sarei potuto incorrere, e per il tema trattato, e per mia incapacità, in un “La stanza del figlio” cartaceo (elettronico) che francamente non m’è piaciuto affatto. mi è sembrato un documentarione sulla morte. no, no non potevo raccontarlo senza annullare la distanza tra narratario e lettore implicito. poi, di fondo c’è che a me la metanarrativa piace, penso al tristam shandy di Sterne, penso a lost in the funhouse di Barth che è una delle cose più belle che mi sia capitato di leggere.
    E grazie per il “vostro nichel”. diciamo che se alla minimum fax c’è un’ultima ruota del carro, io vado a piedi. li conosco solamente un po’ e perché loro sono disponibilissimi, poi. prima di tutto sono un affezionato lettore del loro catalogo: lethem, klam, whitehead, jones, homes io li ho scoperti grazie a loro. tutto qua…
    ciao
    a.
    “esistiamo anche noi lettori che non sappiamo riconoscere le parole di verità scritte a chiare lettere nei libri”,La citazione viene da qui:
    http://famrivista.clarence.com/archive/049217.html
    grazie per avermi dato la possibilità di leggerlo tutto quell’intervento.

  42. luminamenti il 11 gennaio 2004 alle 08:43

    Il minimalismo è in scrittura l’arte di sbrigarsi a finire un libro. Non è come lo stile aforistico che può impegnare per un mese nella scelta di un aggettivo. Stile Libero è sopravvalutata.
    Non c’è da stupirsi se ci sono in giro tanti ammiratori di Carver. Corrisponde nel nostro presente a un sentimento diffuso in relazione alla lettura dei libri. Pensare poco, leggere poco e di fretta e brevemente, stare meno possibili incollati alla sedia, sognare il meno possibile, ripetere degli slogan per farsi accettare.

  43. cletus a.a.. il 13 gennaio 2004 alle 22:37

    Alla faccia della democrazia. Sembra che tu non abbia altro tempo che per leggere. Ignoranti noi tutti che invece scantoniamo, essendo voluttuosamente dediti al cercare di arrivare alla fine del mese. “L’arte di sbrigarsi a finire un libro”. Bella, se fosse una battuta, ma il tono serioso col quale sembri plaudere all’investimento temporale di un mese per la scelta di un aggettivo la depotenzia, e di brutto, alla stregua di un offesa, e nel caso di Carver, per di piu’ gratuita. Se solo si desse atto al paziente lavoro di limatura dei testi (d’accordo, non solo suo, ma anche del suo editor), gli andrebbero conferite, d’ufficio, le chiavi del paradiso. Poi, un’inesattezza: per Stile Libero (Einaudi) il nostro ha avute pubblicate solo le lezioni si scrittura ne IL MESTIERE DI SCRIVERE. Che dire ? A volte traspare da questo ragionare un disprezzo mal celato nei confronti del minimalismo. Come dire, la chiave del suo successo ? la pigrizia mentale dei suoi lettori. Nulla di piu’ sbagliato. Luminamenti, dai retta, scherza con i fanti, ma lascia stare i santi (visto ? un altro slogan…cosi il tuo paradigma e’ salvo).

  44. franz krauspenhaar il 17 gennaio 2004 alle 13:57

    Già, perchè sparare a zero su Carver? Cletus ha detto bene, dietro c’è un lavoro tremendo di limatura, c’è arte ed artigianato in grandissimo stile. E basta con gli abbasso il minimalismo, viva la mamma, viva Villa (Claudio)ecc…. Ciò che ci interessa è la grande letteratura, e Carver ha fatto della grande letteratura.
    E se amate Carver, non dimenticate di leggere anche il grande John Cheever, detto il “Cechov americano”!
    Un caro saluto a tutti



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