Il poema del disoccupato

di Gianluca Gigliozzi

gc94.jpg

Gli ultimi studi, sociologici o in forma d’inchiesta giornalistica, circa la vita quotidiana del disoccupato italiano in questo scorcio di millennio, nonostante la scrupolosità delle osservazioni e l’attendibilità delle statistiche, forniscono un quadro o troppo grigio o troppo nero della situazione, indugiando eccessivamente, a nostro modesto avviso, su una sequenza significativa di dati reali, quali potrebbero elencarsi come: aumento dell’apatia, innalzamento del coefficiente di irritabilità individuale, ora tarda del risveglio, aumento del numero medio giornaliero di sbadigli, in taluni casi aumento dell’attività sportiva e delle letture manualistiche (specie le guide alla Pesca e al Giardinaggio), ma anche indebolimento progressivo del sistema immunitario; ancora, in taluni casi diminuzione sensibile della volontà di vivere relazioni sociali mature, in talaltri casi, in sensibile incremento, diminuzione della volontà di vivere;

la tendenza principale è la trasformazione, lineare o travagliata, in vagabondi, più di rado in omicida o suicida; altra tendenza documentata è a essere assorbiti nelle sfere ineffabili del mercato nero, impiegandosi come accuditori di cani, accuditori di gatti, accuditori di tori e galli da battaglia, assistenti di vegliardi, custodi di padiglioni industriali, portieri, insegnanti di cristalloterapia, medici ayurvedici, massaggiatori di piedi, rinettatori di cantine ammuffite, rivenditori di aspirapolveri difettose, attori o suonatori di strada, scrutatori di alberi genealogici, buttafuori (ma sempre meno, per via che adesso occorre il diploma), disinfestatori e disinfesta acari, raccoglitori di bottiglie o poster, animatori di caffè, torrefatori di caffè, pappa. Tutto questo per noi rappresenta un quadro alquanto incompleto, e anche piuttosto ingrato. In verità, riviste e università hanno elaborato questa immagine deprimente della situazione solo perché esse, pedantemente conformi ai dettami di un’epoca che suppone reale solo ciò che è economico, ed economico solo ciò che è reale, rifiuta lo straordinario e multiforme apporto, più che altro inconscio, che ogni soggetto non impiegato e coinvolto nella produzione fornisce alla società civile, contribuendo a renderla più varia, più complessa, e perché no, più drammatica; dunque meno noiosa.

Il vero nemico delle civiltà attuali è infatti la Noia (N maiuscola), signori miei, altro che la disoccupazione, che è uno stato temporaneo e incerto; perché vedete, dal caos o dal disagio della disoccupazione può venire fuori qualcosa che può portare ad una trasformazione, ad una presa di coscienza, persino a qualche atto decisivo (perché no, anche un crimine; meglio di niente…), ovvero tutto ciò che può innescare una serie di micro o macro-eventi che possono portare alla svolta vantaggiosa per l’individuo. Dalla Noia (sempre N) invece che può derivare? Il NULLA, miei amici, proprio il NULLA dei nichilisti e di certi scrittori e cosmologi. Inoltre, tenendo conto della totalità in fieri delle cause-effetto che governano i mondi, in ispecie i capitali, le nazioni, le aziende e gli individui, come si può dire che Disoccupazione è uguale Disgrazia? Quanti giovani, subito dopo occupati, sono diventati egoisti, presuntuosi, guidatori spericolati, amanti dell’energia atomica, turisti nevrotici, incendiaboschi? E poi quand’è che governi e istituzioni la finiranno di usare in modo tanto spregevole la parola Disoccupato? Come se sulla Terra fosse possibile imbattersi in qualche essere privo di occupazioni, quando tutti gli esseri ivi presenti, dall’ameba alle acque del Mar Morto, passando per il ghiro e il corallo, sono tutti impegnati a mantenersi o a trasformarsi? Il contributo del non impiegato temporaneamente (chiamiamolo così, temporaneamente, NIT) alla società civile può essere enorme, in quanto, oggigiorno, tutto quanto non passa per il profitto e la sua aberrante e ramificata tirannia, può offrire a questa stessa società, corrotta e offuscata, una ventata d’aria salubre, un pizzico di attività disinteressata, anche solo un gesto compiuto per azzardo, e dunque senza destino, ma ammirevole per la virtuale libertà che lo supporrebbe.

Il NIT se si sveglia tardi la mattina è perché la notte ha inseguito aromi tra un palazzo e l’altro, bagliori estivi tra Aldebaran e Alpha Centauri, e se ha tracannato tre bottiglie di cognac per arrivare a comporre questa visione, perché deve sentirsi in colpa se ha sfruttato il denaro di IT (impiegati temporaneamente)? Venerare il boom economico di trentacinque anni prima, solo perché chi lo mantiene ha avuto il culo (scusate, ma ci scaldiamo a questi argomenti) di passare per le maglie dorate di detto boom, il quale ha lasciato eredità variabili che giungono, per tortuose vie private e pubbliche, fino all’era della non occupazione attuale, e a ciò che le sta intorno, un poco come la luce solare o stellare, che ci illumina adesso, ma che è invero stata generata milioni di anni-luce fa? E se si sveglia con un’emicranea opprimente, perché deve approfittare di quel deficit temporaneo per caricarsi di tutte le colpe di questo cinico mondo di produttori e consumatori? Se il nostro è comunque per natura un tipetto morale, per quanto appannato o traballante, la moralità lo porterà per forza di cose al risparmio o alla gestione oculata del modesto capitale che eventualmente qualcuno degli IT potrebbe offrirgli (modalità del prestito o del più diffuso e pericoloso “me li ridarai in forma d’affetto”); il risparmio lo affrancherà dal ciclo frenetico della produzione e consumo quel tanto che basta perché egli possa godere delle virtù impagabili di chi se ne sta fuori del detto ciclo, ovvero: attitudine filosofica, apprezzamento dell’aria relativamente pulita dei parchi o della campagna, gusto nella ricerca di percorsi urbani alternativi, capacità di rilassamento per ogni occasione, sviluppo delle facoltà dell’immaginazione, sensibilità politica, afflato mistico col cosmo, capacità di osservazione, pazienza nel sopportare il prossimo, le file o l’attesa che il pesce abbocchi (o che il gelsomino o la rosa finalmente spunti in bellezza), tempo per visitare musei e leggere tomi giganteschi (inconsultabili una volta impiegati).

Il NIT immorale, scialaquone e perdigiorno ha pure le sue risorse poetiche, e i suoi poemi e le sue magnifiche libertà li scrive con i piccoli delitti che compie con discontinuo impegno e variabile rigorosità, distribuendoli all’interno di settimane sempre vitali e intense; e quando incappa nella giusta sferzata della legge, state sicuri che verrà corretto, e diventerà un NIT morale, e affermerà la propria libertà e poeticità senza far più alcun danno al prossimo; e qualora la sua tendenza vitalistica e temporanemente non riciclabile lo avesse portato all’autoannullamento fisico, state certi che qualcuno dei temporaneamente balordi che lo circonda e lo imita o anche lo indottrina, ne trarrà spunto per una svolta decisiva e luminosa (questione di statistiche). Si tratta di avere tempo e pazienza. Nel caso il nostro faccia uso di sostanze stupefacenti, si tratta di tollerare questa passione per l’essere vellicati dal vuoto non-filosofico, almeno temporanemente, e questo perché, in una certa ragionevole misura, la lisergia significa regressione del Sé nell’Ego incomunicabile; e si sa che stare soli per qualche tempo può aiutare a chiarire le idee. Il NIT non dannoso per costituzione, per calcolo o perché già riciclato, sviluppa dunque quelle qualità che da cittadino IT gli occorreranno per migliorare la qualità della vita sua e del prossimo, con particolare attenzione ai familiari, ai parenti, alla fidanzata o sposa, agli amici, ai futuri figli e colleghi, alla nazione intera e persino a interi continenti, magari sfortunati, perché nel periodo cruciale del NI, il NIT avrà sviluppato anche una vena umanitaria.

Il NIT inoltre, sarà privo di invidia, avendo anche possibilità di meditare sulla multiformità necessaria all’esperienza umana, e dunque approverà i soldi dei fortunati e le inaccessibili bellezze dei vip e dirigenti, indovinando quanta necessità abiti anche in quelle esistenze remote; si aiuterà in questo ripetendosi, saggiamente, quanto dolore deve essere nascosto anche nella vita apparentemente più dorata. Il NIT avrà tempo di maturare un equilibrato antirazzismo, e nel caso-limite in cui l’ambiente in cui vive lo portasse ad avversare individui di razze apparentemente inferiori, il suo NITtismo gli consentirebbe di inquadrare il problema pacificamente, in modo che il suo laborioso talento diplomatico possa offrire, presto o tardi, una risposta soddisfacente all’ambiente senza per questo partecipare in maniera eccessivamente definita alla schiera degli espulsori della momentanea vittima espiatoria. Riguardo i casi più scottanti e ardui della vita sociale e morale della nazione (eutanasia, masturbazione sì, masturbazione no, linciaggio dei pedofili, frutta gigante) egli, potendo permetterselo, potrà affrontare il problema da tutte le prospettive e le angolazioni possibili, consultando fonti, interpellando esperti, promuovendo dibattiti, moltiplicando veleni dialettici, nella speranza che possa cavarsene qualcosa di univoco; nel frattempo il problema potrebbe risolversi da sé. Talvolta potrà offrirsi per raccogliere firme, perché è un passatempo istruttivo che permette l’osservazione dei propri simili alle prese con una vità più rapida e densa; ma in nessun caso dovrà gloriarsi di come quegli stessi simili esibiscano delle facce in cui non v’è segno di pensiero in fieri o di una qualsiasi sollecitazione interna che non sia allegria o sconforto, perché l’alterigia è una brutta bestia (e se, per ricordarsi che non si è superiori a quella folla febbrile di soggetti tutta azione, può esser di qualche supporto lo spillare da quei frettolosi qualche quattrino, al NIT si consiglia di procedere immediatamente a codesto modesto spillaggio).

Il NIT, altresì, avrà avuto tempo di imparare a non credere alle menzogne e alle contraffazioni degli attuali mezzi di comunicazioni di massa; in ogni caso, può riservarsi di seguire la massa nell’errore, perché ha compreso come nulla, come già accennavamo, sia più pernicioso nelle relazioni sociali della presunzione o della superbia di chi sa di aver ragione a dispetto di tutti gli altri miseri fratelli umani; ebbene sì, il NIT è, per umiltà, reale o potenziale, un santo, o una figura che al santo s’avvicina molto, e ogni giorno di più. La sua partecipazione alla realtà democratica e civile è sempre vigile e accorta, sulle prime, quando si tratterà di discernere la validità dei concorrenti alla poltrona; in seguito si innescherà un produttivo entusiasmo; non voterà per un partito in particolare, ma sarà felice di poter recarsi alle urne; la sua preferenza andrà a chi avrà dimostrato con la dialettica meno vischiosa, e con parole meno roboanti, magari piene di amore, contrizione, e verbale rispetto per l’avversario, che proprio lui, il NIT, è destinato presto a cessare di essere NIT. Lui è tutto felice che la società lo chiami a sé, perché, dopo aver dato il meglio di sé in quanto NIT, ora potrà tranquillamente riposarsi soddisfatto nell’amabile e vitalistico ciclo della produzione e del consumo. Prima che questa transizione possa avere effettivamente luogo, e dunque giungere ad acquisire quel ruolo che vorrà dire anche perdita di libertà e autonomia e adesione completa ai meccanismi generalizzati di guadagno e dispendio (un mondo fatto di eccessi tutti adultamente programmati, pacificamente organizzati, possibilmente da respingere nelle forme ma non nei principi), il NIT avrà conosciuto cittadini e città diverse, avrà inglobato principi nuovi, specie dopo aver sperimentato temporaneamente qualche istruttiva ristrettezza, e avrà decostruito le forze dell’odio, accordato ozio ad amore, ma soprattutto avrà pubblicato qualche notevole volume di versi, o avrà esposto con altri duecento NIT le proprie fulgenti tele nella sala della cultura del suo quartiere, o composto qualche canzone sulla disoccupazione, perché, dovete sapere, miei cari, che in ogni NIT si nasconde un artista; e quando l’arte del NIT viene fuori, alla società tocca soltanto il tacere, sbigottita…

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

Tags:

  1 comment for “Il poema del disoccupato

  1. 10 gennaio 2004 at 16:08

    Ciao,
    Il pezzo mi è piaciuto molto. Come faccio ad avere l’email del Gigliozzi? Dovrei proporgli una cosa.

    la mia è claudio@mattislegati.com

Comments are closed.