Libertà obbligata

17 gennaio 2004
Pubblicato da

di Luciano Coen e Achille Varzi

specchio.jpg«Laura? Ciao, sono io. Sono appena arrivato. Ti richiamo dopo con calma, quando torni dal lavoro. Ti lascio un messaggio giusto per dirti che il viaggio è andato bene e che anche l’albergo è più che dignitoso. La camera è ampia e luminosa, e ben arredata. Peccato solo che i suoni rimbombino un po’ (sento l’eco della mia voce), ma pazienza. Ho disfatto i bagagli e adesso mi faccio una doccia, poi esco a fare due passi ed esplorare i dintorni. Nel breve percorso dalla stazione ho già avuto modo di vedere il meraviglioso Parco che si estende a Est e la spiaggia che si apre a Ovest sull’Oceano infinito. Questa Finis Terrae sembra proprio una località magica, come diceva la guida. Già pregusto le giornate di meritato riposo che mi attendono.»

«Ciao Laura, sono sempre io. Dovresti vedere lo specchio che c’è in questa stanza. È enorme. Occupa una parete intera, proprio di fronte a quella con la finestra, e si ha l’impressione che l’ambiente sia ancora più spazioso e luminoso. È così che pensavi di ristrutturare lo studio, no? Beh, devo dire che mi sembra proprio un’ottima idea: la stanza sembra davvero grande il doppio. Ne parliamo dopo.»

«Laura, ma dove sei? Hai sentito i miei messaggi? Non sono ancora uscito, forse è meglio che prima mi riposi un po’. Il grande specchio è assolutamente incredibile, dovresti vederlo. Mi chiedo come siano riusciti a farlo entrare in stanza: dalla porta non può essere passato. Forse l’hanno montato prima di terminare le altre pareti. È fissato direttamente sul muro, senza sostegni visibili, e la superficie è perfettamente pulita, senza il benché minimo granello di polvere. Le immagini sono così nitide che sembrano vere. Pensi che si possa trovare qualcosa di simile anche da noi? Mi raccomando, chiamami appena torni.»

«Scusa, sono sempre io. Spero di non intasarti la segreteria. Purtroppo non sono riuscito ad appisolarmi, nonostante la stanchezza. Questo specchio mi turba. L’ho osservato molto da vicino: è semplicemente perfetto. Non solo. Ho provato a toccarlo e non è rimasta alcuna impronta. Di solito se tocchi una superficie di vetro rimane un segno, no? Invece in questo caso è come se non l’avessi nemmeno sfiorato. Di che materiale sarà fatto? Ti confesso che ho anche provato a graffiarlo, ma nulla da fare. Altra cosa strana: su questo specchio è impossibile scrivere. Ho provato in mille modi, anche con un grosso pennarello indelebile. Non succede nulla!»

«Pronto Laura? Adesso dirai che sono matto, ma comincio a sospettare che quello non sia affatto uno specchio. Non esistono specchi del genere. Comincio a sospettare che lì non ci sia proprio niente, e che quello che io vedo nello specchio in realtà sia del tutto reale. È come se ci fosse un piano che separa due parti assolutamente simmetriche della stanza. Il problema è che non posso andare dall’altra parte a controllare, perché mi scontro sistematicamente con la mia immagine. Anzi, non so bene come dirlo, ma temo non sia affatto la mia immagine. Temo sia qualcun altro che mi assomiglia per filo e per segno e che si muove esattamente come mi muovo io! Che razza di scherzi sono questi?»

«Laura? Laura? La superficie è calda al tatto!»

«Laura, ma perché non chiami? Sono davvero preoccupato. Ho fatto mille prove e non c’è verso: quello lì fa esattamente gli stessi movimenti che faccio io. Mi copia in ogni minimo dettaglio e ripete tutto quello che dico io. L’unica differenza è che quello che io faccio con la mano destra, lui la fa con la sinistra. E naturalmente porta l’anello sull’altra mano. Mi chiedo da che parte batta il suo cuore.»

«Non resisto a non chiamarti ancora. Sono qui da quattro ore e mi sembra un’eternità. O forse dovrei dire: siamo qui da quattro ore. È chiaro che siamo in due. E forse siete in due anche voi. Altrimenti a chi starebbe telefonando lui in questo momento? Sono sicuro che non solo eseguiamo gli stessi movimenti, ma abbiamo anche le stesse sensazioni e probabilmente le stesse preoccupazioni. Laura, non ridere, ma sto pensando che questo “specchio” sia una specie di confine invisibile che separa due universi perfettamente simmetrici. Il confine tra il nostro universo e la sua replica. Adesso esco e cerco di appurare se il confine prosegue anche fuori o se è solo una diavoleria di questa stanza.»

«Ciao, sono sempre io. Non sono uscito perché non mi fido. Stando qui almeno ho la sensazione di avere la situazione sotto controllo: controllo tutti i suoi movimenti. È come se la mia replica fosse un burattino che faccio muovere come mi pare e piace.»

«Laura, e se fosse lui che invece controlla me? E se fossi io la sua marionetta? Eppure mi sento perfettamente libero di fare quello che voglio, come ho sempre fatto. Sono io che decido di telefonarti e di lasciarti tutti questi messaggi. Sono io che decido di voltarmi dall’altra parte, se voglio. Forse siamo tutti e due liberi e controllati al tempo stesso? Laura, per favore chiamami appena rientri!»

«Non ce la faccio più. Libero controllato copiato plagiato in continuazione dalla mia immagine che immagine non è. Mi sembra di impazzire.»

«Ma dove sei, Laura? Devo fare qualcosa. Devo sbarazzarmi di questo qui. Il problema è che non ho la più pallida idea di come fare. Ho provato a uscire dalla porta e poi a rientrare, ma ovviamente l’ha fatto anche lui.»

«Accidenti, se non chiami in fretta va a finire che io a questo gli sparo. Ma no, che dico? Non potrebbe funzionare: sparerebbe anche lui (ha una pistola identica alla mia), e i nostri proiettili si scontrerebbero proprio lì, nel mezzo della stanza. Laura, chiamami, questo è un vero incubo.»

«Laura? Forse un modo per toglierlo di mezzo ci sarebbe…»

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Pubblicato su La Stampa, 11 settembre 2003

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9 Responses to Libertà obbligata

  1. uvizeta il 18 gennaio 2004 alle 10:27

    Non so chi siano gli autori e non frequento La Stampa. Dunque le mie sono semplici impressioni di frettoloso lettore. Allora: l’argomento non è nuovo; la tensione non “passa” a chi legge; l’idea della segreteria telefonica potrebbe essere – questa sì – interessante. Ma frasi del tipo “Nel breve percorso dalla stazione ho già avuto modo di vedere il meraviglioso Parco che si estende a Est e la spiaggia che si apre a Ovest sull’Oceano infinito…” a stento vanno bene in un tema di terza media. Quei tre aggettivi (breve, meraviglioso, infinito) – piazzati lì dove sono piazzati – sono terrificanti. Uno che si rivolge alla moglie / morosa / amica può davvero permettersi di parlare così? Uno che alla moglie / morosa / amica dice “Già pregusto le giornate di meritato riposo che mi attendono”, uno che alla moglie / morosa / amica dice “Questo specchio mi turba”, uno che alla moglie / morosa / amica dice sempre “nulla” invece di “niente”, “alcuna” invece di “nessuna”, forse si merita tutto intero l’incubo che si ritrova a vivere. È questo che si vuole dimostrare? Che il piccolo-borghese in vacanza (“libertà obbligata…”) – il piccolo-borghese che parla alla segreteria telefonica con il linguaggio di un tema di terza media – è il più alienato di tutti?

  2. Giordano Tedoldi il 18 gennaio 2004 alle 13:03

    Sottoscrivo parola per parola il post qui sopra. E aggiungo che occorrerebbe un’Authority (indipendente o no, chi se ne frega) contro la prosa finto-quotidiana-ma-in-realtà-io-le-parolacce-non-le-scrivo. Che poi è il mio modo involuto di dire “linguaggio di tema di terza media” o anche “linguaggio ammissibile sulla Stampa di Torino”. Che poi, ovviamente, non è il linguaggio la cosa scandalosa. E’ che non si abbia nulla di urgente e sentito e profondo (aggettivi terzomedieschi, pazientate) in grado di rendere, inevitabilmente, il ricorso a quel linguaggio assolutamente ridicolo. E così, paradossalmente, questo tipo di racconti funzionano. E infatti circolano. Ma è la congruenza delle mediocrità.

  3. Dario il 19 gennaio 2004 alle 00:38

    Ho pubblicato io il pezzo di Coen e Varzi, dunque mi sento in dovere non dico di difenderlo, ma di puntualizzare una cosa. Dopodiché ben vengano tutte le critiche negative, ci mancherebbe.
    La cosa da puntualizzare è che Coen e Varzi per “La Stampa” scrivono pezzi di divulgazione scientifica e filosofica, non dei racconti letterariamente intesi come tali. Questo “racconto” è un modo – credo – di parlare di simmetria, di materia/antimateria, libertà/determinismo e via così.
    Tutto qui. Saluti.

  4. uvizeta il 19 gennaio 2004 alle 18:10

    Il mio intervento metteva in discussione soprattutto il livello di credibilità / attendibilità del (della lingua usata dal) protagonista del “racconto”.
    Il problema della credibilità / attendibilità è meno rilevante in un testo di divulgazione?
    Da lettore ingenuo mi viene da pensare esattamente il contrario.
    Sono disposto a patteggiare i livelli di credibilità e di attendibilità di un testo letterario (non c’è solo l’istanza realistica o mimetica) [e però, se trascrivo una serie di messaggi telefonici – testo letterario o no, realismo o no – devo pormi il problema di come parla la persona che detta quei messaggi].
    Sono disposto a patteggiare i livelli di credibilità e di attendibilità di un testo scientifico o specialistico (devo fidarmi, non ne so abbastanza).
    Ma un testo di divulgazione?
    Un testo di divulgazione si propone di distribuire il pane del sapere a tutti. Un testo di divulgazione normalmente si appella al senso comune e al buon senso, vuole dare informazioni certe o comunque non insopportabilmente incerte, pretende di dire che “quella” è la realtà, che così funzionano (o non funzionano) le cose.
    Dunque – per come la vedo io – un testo di divulgazione (anche se nell’anomala veste di “racconto” enigmatico) non può assolutamente fare a meno di un (una lingua con un) elevato indice di credibilità / attendibilità.

  5. francesco il 19 gennaio 2004 alle 20:48

    Mi accodo a Dario per la precisazione. Agli altri: quanti problemi! Il fine del racconto credo sia far pensare, invitare al ragionamento e alla riflessione, e in questo ci riesce benissimo. terzimedismi o meno.

  6. uvizeta il 20 gennaio 2004 alle 22:48

    Caro Francesco, in effetti rischio di spaccare il capello in quattro. Ma ho l’impressione che tu non scherzi, quanto ad ossequio del principio di autorità.

  7. francesco il 22 gennaio 2004 alle 17:24

    già. del resto che c’è di male nel principio d’autorità se sta dalla mia parte?

  8. uvizeta il 22 gennaio 2004 alle 18:28

    Già. Questo si chiama parlar chiaro. Assertivo. O asservito (faccina).

  9. francesco b. il 25 gennaio 2004 alle 17:13

    Curioso! Una versione breve de Le Horla di Maupassant.



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