I fatti diversi 2

2 febbraio 2004
Pubblicato da

di Jean-Jacques Magneto

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Spiato ad ora tarda. Istituto Italiano di cultura, a Parigi

Stanza buia con ottomana, tagliacarte su ampia scrivania, e Nuovo Direttore dell’Istituto Italiano di cultura a Parigi seduto su una poltrona di pelle girevole. Il Nuovo Direttore indossa un dolcevita nero, ha il volto illuminato da una lama di luce, che investe anche il libro aperto sulle sue ginocchia. Titolo del libro: “Il teatro di palazzo a Roma: Gian Lorenzo Bernini e Clemente IX”.

Il Nuovo Direttore, con occhi sgranati di bimbo, indugia sulle belle illustrazioni. È soggiogato dagli impianti scenografici giganteschi, che dilagano dal palcoscenico alla platea, stringendo il pubblico in una morsa di giochi prospettici e trucchi di scena. Suona il telefono. Il Nuovo Direttore risponde. “Giuliano Ferrara?!, pronto Giuliano!!” “Sono il fratello, prego…”
“Giuliano sei davvero dappertutto, sei ovunque!”
“Le ripeto che sono il fratello. C’è un equivoco…”
“Si, effettivamente c’è un macello, ti sento malissimo. Ma sei grande!”
“Non sono mio fratello. Sono io… l’altro… l’uomo di teatro!”
“Non sei tetro Giuliano, sei enorme, sei immenso!”
Rumore secco, seguito da un lungo e lento scuotimento di capo da parte del Nuovo Direttore. Torna alla lettura, ricollocandosi con attenzione nel fascio di luce. Legge a mezza voce, enfatizzando gli avverbi: “… il gioco di specchi tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo si moltiplica, con un effetto finale che deve convincere il pubblico della propria medesima essenza teatrale… nell’architettura, così, l’ornamento si trasforma in struttura, quello che costituiva il superfluo, il decorativo, viene addirittura a sostituire la struttura portante del nuovo edificio…”.
Poiché bussano alla porta, il Nuovo Direttore invita ad entrare. È un subordinato. Porta notizie, di sicuro non buone, non pertinenti.
“Neodirettore abbiamo un problema.”
“Mi dica. Che poi ho io da dirle una cosa urgente.”
“C’è quella questione dei corsi di italiano… Bisognerebbe regolare il rapporto con gli insegnanti…”
“Corsi di italiano?”
“Sì, sa quelli che organizziamo ormai da una quindicina d’anni…”
“E dove si tengono?”
“Qui all’Istituto naturalmente.”
“All’Istituto Italiano di cultura dei locali vengono occupati per offrire delle lezioni di lingua italiana a degli stranieri?”
“Certo…”
“Ma mi sembra c-o-m-p-l-e-t-a-m-e-n-t-e assurdo. Del tutto fuori luogo. È pazzesco!”
“Comunque ci sarebbero qui fuori gli insegnanti che vorrebbero parlarle un attimo…”
“Gli insegnanti? Gli insegnanti di che?”
“Ma di italiano.”
“Ah, sì. No… no! Che me ne faccio io degli insegnanti? E che ci stanno a fare nell’Istituto Italiano di cultura? Lasci perdere questa storia che non è per nulla pertinente e mi ascolti. Una scala!”
“Una scala…”
“Una scalinata. Ampia, di marmo policromo, con doppio curvone, e balaustra. Mi segue?”
“E dunque?”
“La voglio. Me la procuri. Ma non vede l’entrata? Sembra di entrare in un tinello. Ancora un po’ e accogliamo i visitatori con le pattine. La gente deve stupirsi, quando entra qui dentro! Dobbiamo agire su tutti i sensi dell’utente, frastornarlo con la maestà e la lucentezza dell’arredo. E quei locali?”
“Quali?”
“Quelli che erano adibiti al capriccio degli insegnanti di italiano…”
“Ebbene?”
“Ci stanno tavoloni da buffè?”
“Non saprei, ma gli ottocento iscritti ai corsi…”
“Niente. Vadano altrove. Non si preoccupi per i soldi. Una volta che abbiamo la scalinata, avremo anche lo sponsor. Mettiamo una Opel Astra arrampicata di traverso, con il muso rivolto verso il basso, come se scendesse le scale. E magari un manichino di Pulcinella seduto al volante… Se lo immagina che ossimoro! E il gioco è fatto. La borsa si riempie.”
“Lei dice che potrebbe funzionare?”
“Spignola!”
“Sì?”
“Lei non si fida.”
“Non è questo neodirettore, è che…”
“Mi chiami Cannabia. E torni qui anche lei.”

Uscito il subordinato, il Nuovo Direttore ritrova la pace. E s’immerge nuovamente in una processione di fondali, stucchi, pilastri attorciati, cupoloni, spalti da vertigine. Sillaba con tenerezza nomi a lui familiari: Nicola Sabbatini, autore del celebre trattato Pratica di fabbricare scene e macchine di teatri (Pesaro, 1637), Padre Pozzo, autore dell’ancor più fortunato Prospettiva di pittori e architetti (2 volumi, Roma, 1693) e ovviamente i Bibiena di Bologna. E per un attimo, sciolta ed ardita, s’impenna la fantasia del Nuovo Direttore, manovrando l’intera metropoli francese su pedane mobili, in giochi sfrenati d’inabissamenti e salite, finché dispaiono i quartieri prosaici in lugubri dirupi e svettano, nel fuoco incrociato dei fari, palazzi e monumenti, archi maestosi e fontane, case patrizie e cinema multisala. “Questo è il senso della cultura, a ben pensarci – rimugina tra sé il Nuovo Direttore -, un’attenta regia di luci ed ombre sulla realtà circostante, affinché la bruttura e la rogna del mondo non affatichino lo sguardo e non turbino l’umore. Il cuore leggero è lo scopo ultimo, e questo apice si ottiene per profusione di luminarie, vestiti dal taglio pregiato e fantasioso, salatini di qualità, e scalinate con duplice curvone. E chi, se non noi italiani, ha nel sangue il talento per rendere morbida l’esistenza?”
Tra un pensare e l’altro, gli avvenimenti seguono il proprio corso. Ed infine, nuovamente, qualcuno bussa alla porta. Si tratta di Spignola, uomo con pantaloni a piega, e di Cannabia, uomo con blusa blu senza un bottone.
“Accomodatevi signori.”

Spignola si siede, e incrocia avambracci e gambe. Cannabia rimane saldo sulla sua iniziale posizione.
Il Nuovo Direttore: “Cannabia, da quanti anni vive in Francia?”
“Almeno trenta Neodirettore.”
“Sa coniugarmi al congiuntivo il verbo albeggiare, in francese?”
“No, direttore. Mai fatto.”
“Allora il passato remoto del verbo prendere, sempre in francese.”
“Per niente.”
“Come si dice cacciavite, in francese, Cannabia?”
“Turnevìs.”
“Spignola?”
“Sì?”
“Ha visto?”
“Cosa Neodirettore? Ero un attimo distratto.”
“Quanti corsi di francese ha seguito da quando è qui, Cannabia?”
“Nessuno.”
“Ha capito adesso Spignola?”
“Penso di sì.”
“Posso andare, che ho ancora un lavoretto…” l’uomo in blusa comincia a roteare un braccio.
“Fermo Cannabia!”
“Che ho fatto?”
“Aspetti ancora un momento, la prego. Ha mai sentito parlare di Pietro Bembo?”
“No. Mai successo.”
“E di Elsa Morante?”
“Niente.”
“E mi dica… Trussardi le dice nulla?”
“Guardi, non sono esperto.”
“Cannabia! Versace! Sa chi è Versace?”
“Ah, sì. Uno che fa i maglioni. Una marca di moda.”
“Vede Spignola?”
“Ecco, adesso proprio ho da finire con il contattore…” l’uomo in blusa solleva un ginocchio nell’aria.
“Ancora un secondo, per favore. Risponda senza pensarci su troppo. All’entrata, ce la vedrebbe una scalinata ampia, con balaustra e doppio curvone?”
“Perché?”
“D’accordo… Buonasera Cannabia!”
“Buonasera Neodirettore, e al dottor Spignola…” l’uomo in blusa sembra perdere di peso e volare leggero attraverso la porta.

“Spignola lei crede ancora che la cultura sia una bella serata con un professorone che ci parla di Ungaretti e Apollinaire? E tutti inchiodati sulla sedia a fissare le chiazze di lacca sui capelli radi della nostra vicina, la solita vedova sessantenne seduta di fronte a noi, che emana un profumo dolciastro? E l’oratore che s’imbarazza soltanto nell’atto di estrarre il microfono dalla sua guaina rigida, per rendere minimamente intelligibile la sua nenia avvilente? E qualche studente con lo zainetto ai piedi e magari un blocco di appunti sulle ginocchia, che scruta la sala di soppiatto? E ci contagia con le sue odiose, risapute, fasulle complicazioni adolescenziali? Vuole questo, lei, per l’Italia? Vuole questo per la sua vita, per il resto della sua non più lunghissima vita? Vuole davvero sapere che cosa si dicevano due poeti rincoglioniti, che lei non ha mai più letto dopo l’esame di maturità o, nel migliore dei casi, dopo la sua laurea in lettere moderne? O forse vuole sentire gli interventi confusi e compiaciuti del dibattito, quando dalla sala spuntano come funghi degli scrittorucoli improvvisati? Ed è questo quello che un parigino, oggi, nel 2004, deve scoprire dell’Italia? No Spignola, non si può andare avanti così. È ora che anche i parigini, i preminenti trai parigini, i più elitari di loro, sappiano cosa si è lasciato incompiuto del genio italiano, è ora che sappiano che cosa, in modo miracoloso e quasi clandestino, abbiamo prodotto, e poi disconosciuto e abbandonato a metà… Spignola dobbiamo portare a compimento quello che a Milano si era cominciato, aurorali e già così perfetti, Spignola! Spignola! Gli ANNI 80’!!! Dobbiamo portare a termine gli anni Ottanta di Milano, e proprio qui a Parigi, e proprio nel 2004, questa è l’unica, sensata, missione che possiamo darci. L’Opel Astra metallizzata, nel fuoco degli spot, con un’americana alta due metri e lunga sei, e giù per la scalinata, giù tra i riverberi dei marmi policromi, con la musica di Philip Glass, tra un pulcinella che danza silenzioso e dei tableaux vivants di Valentino o Armani, con invitati degni: Pavarotti, Zeffirelli, Amanda Lear, Claudia Cardinale, la figlia di Deleuze, la figlia di Coppola, è questa la cultura che ci serve, e poi gli stilisti, solo quelli emergenti, omosessuali, che sanno tenere in mano i bicchieri di champagne! Perché diciamolo, è avvilente Ungaretti, e pure la poesia, il dolore, la vecchiaia, e le traduzioni, e le nuove edizioni critiche! Sono faccende opache, tristi. Per non parlare di Fenoglio, di Gadda, basta! Al massimo venga Baricco, ma defilato, e che ci parli dell’opera, del Nabucco.”

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Il Neodirettore remix: estratti di rassegna stampa

Base 1: feat. Clelia Cirvilleri (da Liberazione)

L’Hôtel de Gallifet è senza dubbio uno dei palazzi più belli di Parigi. Dal suo ingresso in rue de Varenne, di fronte all’Ambasciata italiana e a pochi passi dalla residenza del Primo ministro francese, l’Hotel de Matignon, si accede a un piccolo giardino silenzioso, dal quale si scorgono le sontuose sale tardo settecentesche. L’ufficio che fu di Tayllerand, ministro degli esteri di Napoleone, il salone dove danzò Madame de Staël, gli specchi che rifletterono Arnault leggere i suoi versi: è qui che ha la sua sede, dal 1962, l’Istituto Italiano di Cultura, il centro istituzionale di diffusione della nostra lingua e della nostra cultura in terra di Francia.

Come altre nove sedi ritenute di particolare prestigio, il direttore dell’Istituto di Parigi non è un funzionario della Farnesina, ma una personalità indicata dal Ministero per la «chiara fama» raggiunta in ambito accademico, artistico, letterario. Sono stati prestigiosi direttori dell’Istituto Francesco Caruso, Paolo Fabbri, Pietro Corsi, Guido Davico Bonino. Quest’ultimo, storico del teatro all’Università di Torino, francesista e traduttore, ha deciso di lasciare il suo incarico con due anni di anticipo. La ragione? L’ex direttore la spiega senza reticenze: «Non posso rappresentare all’estero un governo in cui non mi riconosco – dice. Non condividono una virgola di quello che questi dicono o pensano. In due anni abbiamo organizzato 300 manifestazioni, quasi una al giorno visto che sabato e domenica siamo chiusi. Ma ora basta, non ci sto più».

Rientrato Davico a Torino, per l’ufficio di Tayllerand bisognava trovare un nuovo inquilino. E quale nome poteva essere più esplicita conferma alla linea privatistica che il governo italiano privilegia in tutti i campi? Fratello del direttore de Il Foglio, Giorgio Ferrara è regista cinematografico. Arrivato a Parigi già da un paio di mesi, il nuovo direttore si è limitato, fino alla fine dell’anno, a gestire il programma già stabilito da Guido Davico Bonino. Ma fra una conferenza rimandata e un concerto disertato, già filtravano le prime indiscrezioni sulla nuova linea che Ferrara avrebbe impresso alle attività dell’Istituto.

«Non sono un professore. Io sono un regista», pare abbia da subito chiarito. Dunque, non più presentazioni letterarie, mostre e illustri ospiti per discutere di storia e politica italiane; ma le sale e i giardini dell’Hôtel de Gallifet trasformati in scenari per accogliere eventi e rappresentazioni che mettano l’Italia in scena. Dalle feste barocche al racconto degli ultimi quarant’anni della nostra storia, che dovrebbe diventare un film in quattro parti, una per decennio, una per anno trascorso da Giorgio Ferrara alla guida dell’Istituto.

La scorsa settimana, il direttore ha inaugurato l’inizio del mandato con una grande cena nei saloni dell’Ambasciata italiana: diplomatici e ospiti titolati hanno assistito ad una breve rappresentazione teatrale. Protagonista, Adriana Asti, moglie di Giorgio Ferrara, nei panni di Eleonora Duse. Dalle poche voci che sono filtrate dall’esclusiva serata, la denuncia: Ferrara ha deciso l’interruzione dei corsi di italiano. E anche la biblioteca Italo Calvino, con un fondo ricco di più di 40mila titoli sarebbe in pericolo.

«Il nostro direttore ha di fatto dichiarato la sospensione dei corsi senza averne informato gli studenti», denuncia Francesco Forlani, da diversi anni docente dell’Istituto. «Si evince dai cambiamenti in corso che tutte le attività non di vetrina ma essenziali dell’Istituto (biblioteca e corsi) saranno o spostate altrove o a regime ridotto. Quale importanza si accorda a tali attività se le si emarginano cosi?». Feste barocche, racconti cinematografici e cene eleganti: nella nuova era Ferrara, la cultura italiana a Parigi sarà ancora un’occasione aperta a tutti o un carnet di eventi esclusivi riservati a pochi?

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