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Il romanzo chiede udienza

di Andrea Bajani

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L’editore e/o, a firma Sandra Ozzola e Sandro Ferri, premette che il nuovo volume di Elena Ferrante, la frantumaglia, si rivolge ai lettori di L’amore molesto e di I giorni dell’abbandono, i due romanzi pubblicati dall’autrice nel 1992 e nel 2002.

Il volume ha così un autore ed un destinatario circoscritto, quel “pubblico esigente e insieme generoso” cui la frantumaglia si indirizza perché possa “soddisfare le molte curiosità” che lo animano. Inoltre: il volume è stato così confezionato anche per chiarire “i motivi che spingono la scrittrice a restare fuori, come fa da dieci anni, dalla logica dei media e dalle loro necessità”. Il risultato è un volume che raccoglie parte del carteggio tra l’autrice e l’editore, e una selezione delle interviste da lei concesse.

L’assunto di base della non esposizione di Elena Ferrante è stato l’abrogazione dell’autore dal piano della fruizione pubblica dei testi. L’autrice sostiene nel 1991 che “i libri non [hanno] alcun bisogno degli autori, una volta che siano stati scritti”. Di qui la sua refrattarietà a concedere interviste, a parlare di sé. Di qui, anche, l’involontaria istigazione all’ipotesi, a partire da un assunto autoriale che si divide tra il privato (“Mi sono definitivamente impegnata in questo senso con me stessa e con i miei familiari”) e il teorico (i libri non hanno bisogno dei loro autori).

Ora, la frantumaglia soddisfa le curiosità dei lettori che hanno amato i romanzi di Elena Ferrante, ne racconta il laboratorio, riporta il travaglio del lavoro sulla pagina, trascrive pagine poi espunte dalla versione definitiva. Eppure e proprio per questo è la sovraesposizione di sé, la proposta a discutere pubblicamente dell’autore, sul duplice piano della biografia e dell’officina creativa. Allora i libri forse non bastano più a se stessi, se si decide di raccontare il loro dietro le quinte (di quei romanzi che dovrebbero essere di per sé autosignificanti), se si decide di accettare che questo dietro le quinte vada, come è inevitabile, a modificare il libro cui si riferisce. Il romanzo non rimane più se stesso, non si autogiustifica più, si sporca di autorialità, si contamina di lavoro, chiede udienza all’autore redivivo.

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5 Commenti

  1. Tutto vero. Però a noi lettori che ce ne frega della frantumaglia?
    Come sarebbe bello se la si chiamasse, onestamente (non sono contro il marketing) operazione di marketing.
    Dietro la scelta di non farsi vedere c’è un grosso io che crede di essere più grosso di quello che è. Rispettiamo il riserbo della Ferrante, come rispettiamo quello di Pynchon (semprechè esista)e di Salinger, ovviamente (almeno per me).

  2. Io non sono riuscita a leggere i giorni dell’abbandono, mentre tutte le mie amiche se lo scambiavano e ne discutevano (eravamo su una graziosa isola greca due anni fa). Ma ho provato, solo che come di rado accade, mi sono resa conto che il libro mi faceva arrabbiare. Ma, in tutta onesta’, ero e sono curiosissima circa la ferrante… o quello che è .
    Debolezza forse.

    Carla

  3. “I giorni dell’abbandono” è uno dei libri più straordinari che ho letto negli ultimi anni. Non credo che un romanzo che porta a combustione in sé cosi’ tante dicotomie (uomo/donna ovviamente, poi da quella infinite altre) possa mai essere stato scritto per “autogiustificarsi” o non “contaminarsi”; pone il problema: puo’ un unico romanzo (o altro) riuscire a dire tutto questo? è semplice dovere di scrittore provare a rispondere. (e “la frantumaglia” mi sembra, alla fine, molto più un testo potentemente teorico che non un “making of” o un diarietto in pubblico; un po’ come le “lettere a nessuno” di moresco, forse).

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