Ego te brevetto

9 aprile 2004
Pubblicato da

di Maria Moresco

oncomaus.jpgIl brevetto è nato nel ’700 in ambito anglosassone per proteggere la proprietà intellettuale di manufatti meccanici per una durata di vent’anni. La persona che otteneva il brevetto sulla propria invenzione doveva essere in grado di usare, riprodurre e riparare l’invenzione medesima, di averla sotto controllo. La mentalità del brevetto comunque appartiene solo a una parte del mondo, in quanto in certe culture come, per fare un solo esempio, in quella indiana, non si considera il sapere come qualcosa di esclusivamente privato, ma come tramandabile all’interno di una comunità.
Tutta la questione dei brevetti è regolata da norme giuridiche che amano presentarsi come neutrali e universali. Il concetto giuridico si presenta come “disinteressato”, come garante di norme e diritti. Il problema è che rispetto a certe problematiche odierne il sapere della scienza e la semantica del diritto formano un ibrido con caratteristiche tutte sue, in cui le norme vengono riempite di contenuto “scientifico”. Ci sono cioè scelte giuridiche che aiutano gli scienziati a affermare se stessi e i propri interessi. Il diritto dunque non è né neutrale né disinteressato.

Cosa c’entra tutto questo con i brevetti? Una prima cosa da tenere presente è che oggi i brevetti sono applicabili alla materia vivente. Tutti i geni sono potenzialmente brevettabili. Applicando un modello meccanicistico della natura di bassissima lega, si afferma che qualunque composto di materia può diventare oggetto di invenzione purché presenti un carattere innovativo. Questo vale anche per ogni materiale biologico isolato dal corpo umano.
Un ulteriore passo fatto negli USA è stato quello di eliminare addirittura la differenza tra invenzione e scoperta.

Oncomouse, il topolino di Harvard

“Oncomouse” (o “Topo di Harvard”) è un topolino geneticamente modificato con un oncogene che sviluppa il cancro alla mammella. I geni infetti impiantati sono umani e di pollo.
Ma come si arriva a brevettare un topo? Dal punto di vista della brevettabilità, come abbiamo visto, non c’è differenza tra un artefatto meccanico e uno biologico. Gli scienziati che hanno “fatto” Oncomouse affermano che il loro artefatto è puro, che è un prodotto che non si trova fuori, nel mondo, e che è utile. Questi criteri sono fatti propri come criteri di brevettabilità anche dalla direttiva europea.
Nel 1980 la Corte Suprema degli Stati Uniti stabilisce che ogni cosa sotto il sole fatta da un essere umano può essere brevettata. Ma in natura esistono microrganismi che non sono fatti dall’uomo, che subiscono delle modificazioni. Allora, per rendere ancora più facile la brevettabilità, viene stabilita l’inversione dell’onere della prova. Cioè non sarà più l’inventore che dovrà dimostrare che l’organismo non esiste in natura, ma la corte. Così diventa possibile far passare praticamente tutto. Con la paradossale conseguenza che quello che il senso comune percepirebbe come un “topo contaminato” diventa per i suoi “inventori” natura purificata.
L’“Oncotopo” viene creato nel 1988 da un’équipe di ricercatori dell’università di Harvard e prontamente brevettato dalla multinazionale chimica DuPont (che ha commissionato e finanziato la ricerca).
Si consideri ora la raffigurazione grafica dell’inserzione genetica che produce Oncomouse. Vi si vede una rappresentazione lineare del DNA, “tagliato” dall’inserimento dell’oncogene. Perché ci crediamo? Perché vediamo questo piccolo disegnino che ci viene presentato come dotato di caratteri scientifici e pensiamo che la cosa vada proprio così? Non va così. In realtà si fa un’iniezione nell’ovulo fecondato in modo randomizzato, cioè non si sa (e non si può sapere) dove si insedierà questa parte di sequenza modificata che viene iniettata. E non si sa se la modifica produrrà altre modificazioni. Dunque non solo l’inventore non può realmente controllare la propria invenzione, ma non c’è neanche il requisito della riproducibilità, in quanto ogni animale transgenico è diverso dall’altro proprio per la modalità con cui viene prodotto. In altre parole non esiste questo DNA lineare aperto davanti agli occhi del ricercatore, ci troviamo di fronte a una rappresentazione ingannevole.
Alla fine del 2002 la Corte Suprema del Canada prende una decisione clamorosa: a suo avviso Oncomouse non può essere oggetto di brevetto. E’ l’unica a farlo, il brevetto di Oncomouse è passato dappertutto. I giudici canadesi affermano che il modello meccanicistico non è adatto a spiegare la complessità degli organismi e che un inventore può dire di aver inventato qualcosa se controlla la propria invenzione. Inoltre, in questo modo, per la corte, si rischia di aprire la strada anche a un’ipotetica brevettabilità dell’essere umano.

BRCA1 e BRCA2

BRCA1 e BRCA2 sono due sequenze genetiche brevettate. Sviluppano il cancro alla mammella e all’ovaio. Sono state brevettate nel loro stato naturale, cioè l’azienda farmaceutica (la statunitense Myriad Genetics) ha brevettato la sequenza così com’è perché serve proprio a valutare le mutazioni dalla norma.
La Myriad Genetics ha quindi prodotto un kit – il “BRCAnalysis test” – che l’utente riceve a casa e rispedisce con i propri “fluidi corporei” per avere l’esito. Questo ha fatto sì che nelle strutture ospedaliere non si siano più potute firmare le diagnosi su questi tipi di tumori senza dare soldi alla casa farmaceutica. Alcuni ospedali italiani hanno impugnato questi brevetti.
“BREAST CANCER runs in my family. My mother… my grandmother… my dad’s sisters… I wondered if it would be… inevitable. I found out that it didn’t have to be. I found out my risk through BRCAnalysis… BRCAnalysis can help you see the big picture, so that you can take steps to reduce your risk”. Così recita lo spot televisivo della Myriad Genetics. Il kit ha un costo di circa 2.900 dollari.

Il caso del signor Moore

Siamo in California, il signor Moore è gravemente malato di leucemia. All’inizio degli anni ’80, il dottor Gold gli toglie la milza. In seguito all’operazione il signor Moore comincia a star meglio, ma gli vengono richiesti a distanza di tempo campioni per esami di controllo. A lungo andare il signor Moore si insospettisce perché le richieste gli sembrano davvero troppo frequenti e paga un investigatore per capire cosa sta succedendo. In questo modo scopre che dalla sua milza sono state ricavate delle linfochine (sostanze liberate dai linfociti, che determinano le reazioni immunitarie delle cellule) che egli produceva in grande quantità a causa della malattia e che, normalmente, sono molto difficili da trovare in gran numero anche in soggetti malati. La linea cellulare delle linfochine del signor Moore viene brevettata e ceduta a due aziende farmaceutiche. Il signor Moore fa causa e gli viene dato ragione. Ma la sentenza è impugnata e ribaltata dalla Corte Suprema. Da notare che tutta la questione non riguarda tanto la liceità del procedimento, ma il fatto che il signor Moore possa partecipare agli utili del brevetto.
La Corte Suprema stabilisce che queste cellule non sono di proprietà di Moore, ma dell’inventore che ha creato la linea cellulare. Addirittura afferma che sarebbe lesivo della dignità di Moore riconoscergli la proprietà derivante da un organo malato di cui si è disfatto.
Secondo l’Office of Technology i materiali fisiologici umani – milze, placente, appendici, capelli sangue, saliva, urina, cute, sperma ecc. –, se sono stati abbandonati dai proprietari, possono entrare a buon diritto a far parte di biobanche. L’industria le può acquisire come res nullius. Viene ripresa questa categoria del diritto romano secondo cui una cosa di nessuno può essere presa. Il paziente e i suoi tessuti vengono paragonati al proprietario terriero e all’animale selvatico che passa sul suo territorio. Se il proprietario non lo acchiappa finché può, vuol dire che non gli interessava. Ma, si badi bene, questa norma già di per sé così sconvolgente, non vale per tutti. Il Comitato di bioetica USA stabilisce che tutto ciò è ristretto a chi ha un interesse legittimo di ricerca e può usare questi materiali sul mercato.
La medicina dei brevetti ovviamente condiziona in molti modi anche l’aspetto terapeutico. Basti pensare a tutto il clamore suscitato dal problema delle cellule staminali. Si vogliono brevettare cellule staminali purificate, ossia che vadano platonicamente bene per tutti (allotrapianti). Così si trattano le linee cellulari come un farmaco universale (ad esempio come gli antibiotici) e si stabilisce una standardizzazione della cura. Lo si fa per i brevetti, perché queste linee cellulari sono vendibili e brevettabili proprio per la loro universalità. Ma la linea più promettente della ricerca per il paziente, sarebbe quella che prende le cellule dal paziente stesso e poi gliele “restituisce”. Eppure questa ricerca non viene finanziata.

Pane ®

Nel 2003 la Monsanto ha brevettato il frumento Nap Hal, con cui da secoli viene prodotto il chapati, il pane indiano che da sempre le persone in India si fanno da sole. Adesso ogni indiano che si farà il chapati, per essere in regola, dovrebbe pagare i “diritti” alla Monsanto.

***

Devo molte delle informazioni presenti nel testo alla lezione tenuta dalla professoressa Maria Chiara Tallacchini il 24 marzo 2004, nell’ambito del Laboratorio Permanente di Bioetica organizzato dalla professoressa Laura Boella dell’Università degli Studi di Milano.

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8 Responses to Ego te brevetto

  1. moreschino il 9 aprile 2004 alle 08:04

    EWWWIWA!
    Moresco si è svegliato e ha scoperto – buon ulti mo – che esiste il problema della clonazione e della brevettabilità della vita!
    meglio tardi che mai….
    pS. MOresco ste cose le sapevamo già tutti. Sveglia!

  2. Tiziano Scarpa il 9 aprile 2004 alle 11:46

    Molte informazioni contenute in questo articolo non le conoscevo affatto. Ringrazio Maria Moresco

  3. dario il 9 aprile 2004 alle 14:49

    Moreschino, Moreschino… fai la battutina, ma non vedi i nomi propri…

  4. Tiziano Scarpa il 9 aprile 2004 alle 15:19

    Dario, più che battutina è un sintomo. Qui alcuni vengono solo per lasciare la loro cacchetta sulla torta, sistematicamente. A prescindere.

    Il contributo di Maria Moresco è informato e dettagliato, si avvale di autorevoli fonti (dovremmo allora, per la proprietà transitiva, estendere le stesse imputazioni di dormigliona ritardataria alla professoressa Maria Chiara Tallacchini, al Laboratorio Permanente di Bioetica, e all’Univesrità degli Studi di Milano tutta, docenti e studenti che frequentano questo genere di lezioni…).

    Ma l’unica cosa che interessava allo pseudonimino qui sopra era lanciare uno schizzetto di irrisione addosso allo “scrittore”. E’ molto significativo che pensasse che l’autore del pezzo fosse Antonio Moresco. Ha visto il cognome, ha dato un’occhiata al pezzo, ha raffazzonato un argomento irridente qualsiasi, pur di emettere il suo spurghettino.

    E’ il solito gioco truccato.

    La sproporzione fra chi propone informazioni, mette in circolo saperi, promuove dialogo, dà emozioni, offre materiali, regala poesia, argomenta interpretazioni ecc., e chi invece sa solo tirare sputacchietti è talmente evidente…

    Ringrazio ancora Maria Moresco per questo bell’intervento.

  5. gabriella fuschini il 10 aprile 2004 alle 01:16

    Altro che dormigliona e ritardataria… molte di queste informazioni mi erano sconosciute, non ostante avessi seguito un corso di bioetica un paio di anni fa in università. Ringrazio Maria Moresco per il suo prezioso contibuto.

  6. andrea barbieri il 10 aprile 2004 alle 13:53

    Ma poi, anche se fossero cose risapute (non da me), mi pare comunque importante trovarle in un forum ad alta percentuale di letterarietà.

  7. Luisa Scarpa il 10 aprile 2004 alle 17:33

    Brava Maria.Ci vediamo al circolo stasera. Baci baci.

  8. deto il 12 aprile 2004 alle 22:07

    maria moresco è la figlia di moresco?



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