Io, Arbasino e la guerra psichica

di Andrea Tarabbia

arb.JPG“Alla fine, lo avrete capito, sono come un juke-box: basta mettere la monetina e io parto, comincio a parlare…”.
Alberto Arbasino, italica icona del cultural cazzeggio, profeta delle trattorie, del parlarsi addosso, del pettegolezzo intellettual-mondano, del viaggiar in taxi, incontrastato leader del baronaggio editoriale, del citazionismo, del ricordo dei bei tempi che furono, ah Benedetta Barzini, com’era bella a New York nei primi anni Sessanta, oh, sì, Manganelli, mi ricordo di Giorgio Manganelli, persona solitaria, grande amico, abbiamo avuto delle carriere parallele, e quando studiavo diritto internazionale ad Harvard, c’era questo giovane professore che si chiamava Henry Kissinger, persona simpatica e a modo che ho rivisto di recente, e certo che sono stato alla Factory di Warhol, ma poi…cosa mi viene in mente!, quando passeggiavo per Bologna in compagnia di Roland Barthes e, pensate, all’epoca lui lo poteva ancora fare, passeggiare, non era ancora famoso…

Pasolini? Ah, un personaggio poliedrico, gli è sempre mancato il sense of humor, però, io gliel’ho sempre detto, andavamo in quella trattoria a Roma, la Trattoria Taldeitali, e poi mi ricordo di questo episodio, quando andavo a trovare Gadda, un uomo schivo, pensate, non amava Pascoli, lo guardava con sospetto, e tutto il rumore fatto sopra quel mio articoletto La gita a Chiasso, erano altri tempi, io, allora, pensate, quando stavo a Londra venivo ricevuto da Thomas Eliot, persona squisita, e a Parigi era sufficiente cercare sulla guida del telefono per chiamare Céline e andare a fare quattro chiacchiere da lui, a casa sua, in Rue Salamadonna, io credo bisogna restituire una certa centralità alla figura di Strauss nel panorama musicale del Novecento, oh, e poi Schifano e Guttuso, che sulle riviste si criticavano e si punzecchiavano, e poi nella realtà si volevano un bene dell’anima, pensate, a Roma, a una festa a casa di, c’era Guttuso seduto su una sedia e Schifano che gli si era seduto in braccio, si abbracciavano, erano felici, si volevano un bene dell’anima, e io ho scritto questo, e ho scritto quello, e la Marta Marzotto che voleva che la andassi a trovare, Calvino fu quello che, all’Einaudi, avevo ventisette anni, mi diede dei preziosi consigli su quello che avrei dovuto nella mia carriera di scrittore, io che alla fine ho fatto di un hobby una professione eccetera eccetera (come si rende una poderosa erre moscia in un testo scritto?).

Due mattine con Arbasino, martedì 3 e mercoledì 4 maggio, all’Università di Bergamo: Discorsi intorno alla letteratura e alla musica e Discorsi intorno all’arte e al rap. Discorsi e non discorso, già questo era un po’ sospetto. In ogni caso, non racconterò con precisione maggiore quello che ci è stato detto, che del resto è né più né meno di un’aneddotica cazzona e cazzeggiante, profondamente snob, figlia del dolce far niente e di un cospicuo conto in banca e della convinzione di essere uno spartiacque per l’Occidente. Racconterò altro. Basti sapere che nessuno come Arbasino riesce a dare alla parola discorsi un’accezione tanto salottiera e giacobina (nel senso di Silvana Giacobini), e a stare lontano dai noccioli delle questioni, dai possibili approfondimenti e dalle ripartenze. Arbasino non parla della letteratura, della musica, dell’arte in generale; Arbasino si parla, motteggia, si sofferma sulla grana dei vestiti, sul chi-va-a-letto-con-chi, snocciola nomi e cognomi ed episodi inutili. Arbasino, appunto, sta intorno alla letteratura, alla musica, all’arte e al rap.

Anzitutto, io non ho mai letto una riga scritta da lui, non l’ho mai fatto per un naturale sospetto, per una specie di istinto o di non so che cosa. Ho adocchiato qualche verso di Rap!, spinto da una curiosità pettegola e dalla necessità di veder confermate le mie riserve. Confermate: Rap! è un libro di una banalità, di un’insignificanza e di una bruttezza schiette, eclatanti, quasi dichiarate. Il secondo giorno ce ne sono stati letti dei passi, e io che mi chiedevo come potesse l’autore permettersi di sbandierare al sua fraterna amicizia con Céline e Pasolini e al contempo avere la faccia di scrivere certi giochini fini a se stessi, certe brutture metriche. Confesso di essere stato attratto, per un certo periodo, da Fratelli d’Italia, più che altro per una questione di conoscenza, ma di non averlo mai preso in mano, scoraggiato dalla mole e dalla certezza di trovarci dentro 1300 pagine di chiacchiere d’alto bordo.

Arbasino ha condotto la vita, belmondo a parte, che ogni essere umano vorrebbe vivere: Milano, Roma, Parigi, Londra, New York, Berlino. Ha conosciuto e frequentato il Novecento. Ma il punto, secondo me, sta tutto qui: questo Novecento che lui ha attraversato, a cui ha offerto Brunelli di Montalcino e ostriche e sigari cubani, Arbasino non l’ha fatto, l’ha conosciuto e l’ha frequentato, con quel suo fare civettuolo, con quel suo gusto e l’amore per ogni forma d’arte che gli vanno comunque riconosciuti, e con quella capacità di comprenderne i risvolti e le manifestazioni. Ha scritto milioni di pagine, ne ha letti miliardi. Da dietro un tavolo, quando poteva provocare ha provocato, ha preso per il culo, a suo modo ha colonizzato un pezzo di cultura italiana degli ultimi quarant’anni. Ma ci sono personaggi che stanno al centro di tutti i vortici eppure con le cose che effettivamente fanno riescono, loro malgrado, a rimanere marginali, a non uscire da una forma di epigonismo, a non essere mai decisivi. Arbasino propina un’idea di cultura-chiacchiera da bar, di nullafacenza. Come ho detto: cazzeggio. A me è sembrato un parassita, altro che, come dice lui di sé stesso, l’erede di Gadda, stilisticamente parlando il suo continuatore. Forse questa sua mondanità non è che una forma di autotutela, di autodifesa di fronte alla grandezza di molti dei suoi compagni di gozzoviglia, ma qui si va nella psicologia spicciola e dunque mi fermo. (In ogni caso, Arbasino è perfettamente in grado di far ridere: ha lo stesso modo di fare di Franca Valeri-“mia grande amica, persona squisita…”- quel modo di articolare i suoni, di misurare i vocaboli; alcuni episodi sono molto divertenti, è talmente sopra le righe che a un certo punto, se sei riuscito a controllarti e a non mandare tutto al diavolo, un paio di risate te le strappa).

Martedì, dopo la prima giornata, nel viaggio di ritorno da Bergamo a Milano, Arbasino, accompagnato dall’organizzatore della duegiorni e dall’editor di un’importante casa editrice, era seduto di fianco a me, per un caso: un po’ in imbarazzo, io guardavo fuori dal finestrino, sperando di non essere tirato in alcun modo nel mezzo della conversazione. Editor: “Ogni tanto arriva qualcuno da me e mi chiede se posso leggere il suo romanzo. Ma che si credono? Che non abbia niente da fare, io? Per leggere un romanzo ci vogliono almeno quattro ore!” Arbasino: “Oh, capita anche a me: arriva della gente con il plico sotto il braccio, mi dice che terrebbe molto al fatto che io lo leggessi…oh ma io li caccio tutti, se ci tieni molto dallo al tuo lavandaio!”.

È strano: di solito quando incontro uno scrittore, anche senza conoscerlo direttamente, qualcosa mi spinge ad acquistare un suo libro. Regalatemi Fratelli d’Italia, perché io da solo a comprarlo non ce la faccio.

  40 comments for “Io, Arbasino e la guerra psichica

  1. 12 maggio 2005 at 15:22

    Scusa, andrea tarabbia, tu giustamente dal tuo punto di vista, dici, “Non ho mai letto una riga di questo autore, e però vi dico che è un pettegolo e basta!”. In generale, così, nei confronti di questo atteggiamento, e ripetendo questo ragionamento, in altro contesto, è chiaro, io dico, “Ah, uno che parla come tarabbia, poveretto, non sa che si perde, ma non sarò certo io a dirglielo! faccia almeno un po’ di fatica a studiare!”, e anche, “Ah, ma che coglione a confondere ancora il fatto di avere soldi con lo snobismo! Il problema non è di avere o non avere soldi, ma di saperne rifiutare l’indubbio fascino!”. E ancora, ma non ce l’ho con te, eh, sia chiaro! Ce l’ho con uno che fa un ragionamento come quello che hai fatto tu!

  2. reucci nudi
    12 maggio 2005 at 15:28

    Articolo bellissimo. Ho riso tanto. Il re è nudo, e Arbasino pure. E non è un bello spettacolo.

  3. la mosca
    12 maggio 2005 at 17:18

    Questa è MUSICA per le mie orecchie!

  4. la mosca
    12 maggio 2005 at 17:24

    comincio a rivalutare questo sito.

  5. r.f.
    12 maggio 2005 at 18:19

    Arbasino può stare simpatico o antipatico (generalmente antipatico, come era antipatico Truman Capote). Ma, cazzo, ce ne fossero !

  6. 12 maggio 2005 at 18:54

    Pezzo divertente. Però Arbasino -come qualunque scrittore o artista in genere – non va giudicato per la sua simpatia o antipatia, o da un rigo di rap letto di straforo. E’ un testimone di un tempo in fondo glorioso per l’arte italiana. Certo, capisco che a molti possa dare fastidio (me compreso, abbastanza spesso), però il ritratto che l’autore del pezzo fa (dell’artista e testimone del beau monde) a mio avviso è ingeneroso. Perchè se dovessimo misurare il valore di una persona dalla sua simpatia o correttezza, staremmo davvero freschi. Anzi, saremmo al si salvi chi puo’.
    P.s: consiglio di Arbasino Un Paese Senza o il suo romanzo La bella di Lodi, secondo me molto bello.

  7. 12 maggio 2005 at 19:23

    Credo che se Tarabbia avesse avuto come compagno di scompartimento Shakespeare non avrebbe reagito diversamente. È ancora nella fase dell’uccisione del padre/padri.

  8. 12 maggio 2005 at 21:28

    Per metterla spiritosamente nei termini che potrebbe usare Arbasino, questo post apre una breccia lacerante: sarà più stronzo Arbasino, che parla dei famosi che ha conosciuto, o chi parla di Arbasino senza conoscerlo, cioè vantandosi di non averne letto nemmeno una riga?
    Sarà più faticoso girare il mondo incontrando chi ha qualcosa da dire, e facendogliela dire come fa Arbasino, o sedersi a tavolino e scrivere quattro cagate di qualcuno che si è incontrato per puro caso?
    Lacevante, non so se staseva ci dovmivò.

  9. temperanza
    12 maggio 2005 at 21:30

    Sì, fa tenerezza tarabbia, uno vorrebbe dire ma leggiti Sessanta posizioni, o la bella di Lodi, ma che vantaggio ne avremmo? Tarabbia, preso a leggere, tacerebbe, e io per esempio sarei rimasta dell’umore fetido che avevo prima di venire qui. Grazie Tarabbia, continua così, parlaci ancora dei libri che non conosci e di quegli scemi che li hanno scritti.

  10. 12 maggio 2005 at 22:06

    certo tarabbia, sei come quei giornalisti che intervistano uno scrittore e gli dicono: “senti, il tuo libro non l’ho letto ma me lo puoi riassumere in quattro parole?” poi figuriamoci, se avessi conosciuto quel barbone di celine chissà che ne avresti detto, o quella lesbicona di gertrude stein, eh? continuate così, complimenti

  11. Franco
    12 maggio 2005 at 22:26

    Indiani, ma come, l’avete menata per settimane, caricando di aspettative impossibili e di valenze salvifiche e catartiche una semplice, banalissima conferenza di quelle che non si negano a nessuno, poi – come chiunque poteva aspettarsi – si risolve in una culata per terra con un bel botto sordo, uno SPLAF! che echeggia per tutta la rete, e a distanza di quattro giorni ancora non si reputa degna di un commentino la blogosfera che avevate tanto galvanizzato? Ma dico, è serietà, questa? Assumetevi le vostre responsabilità, per Giove!

  12. LaG
    12 maggio 2005 at 22:39

    Beh, magari l’autore del pezzo non ha letto Arbasino, ok. Ma ha fatto davvero così male a non leggerlo? Io l’ho letto e non mi pare abbia gran che da dire, né come scrittore, né come poeta, né tantomeno come critico. Il motivo per cui sia conosciuto tuttora lo ignoro. Forse perché il gruppo fa tanto moda, fa tanto comodo. Ora scopro che è pure pettegolo. Tarabbia, non te lo leggere. Con tutti i libri che ci sono…

  13. 12 maggio 2005 at 22:45

    Be’ Franco, che pretendi è la stessa serietà per cui, non tarabbia, ma baratto posta in una “rivista” una riflessione che – giustamente dal punto di vista di tarabbia – magari trova il tempo che trova, no?

    nel senso che tarabbia, magari ha detto, “Ah, Arbasino è solo un pettegolo!”, così come io potrei dire adesso, “Che palle Topolino. Io preferisco Pippo!”. ecco, della serie “chi se ne frega!”, ma se tu Franco, domani prendi la mia riflessione su Topolino, e me la posti, io penso magari di lavorarci anche un po’ sù, no?

    E’ umano, come dire, io poi, insicura come sono…non lo so. uno non ha letto niente di un autore e lo insulta. e trova un altro che invece di dirgli amichevolemente, leggilo, lo istiga a continuare così. che pensare? non lo so.

    Franco, tu che dici? sì, è come quando uno/a la mena per mesi con un problema e io, per come sono fatta, come te, dico, “ma, sarà di enorme importanza, per lei/lui!”, e ci ho pure perso un sacco di tempo, e invece poi, qualcuno dice, mentre finalmente si parla dl problema, “via, fuori, usicte dalla sala!” e il problema non c’è più. se per te il problema è così importante ti fai portare fuori a braccia, no, Franco? oppure se non sei una iena come me, dici, “aggiorniamo la discussione!”. ma io sono matta però, non faccio testo. io sono sempre stata matta. farsi portare via a braccia! dire di aggiornare la discussione! “sei arrogante, ilposto! ecco che sei! sei provocatrice e cerchi la ressa, ilposto!”, farebbero bene a dirmi così vero, Franco? :-) scusa se ti ho coinvolto ma è piacevole ogni tanto vedere “spezzoni di follia” – direbbe la scrittrice scema di S. King – negli occhi di qualche altro! :-)

  14. 12 maggio 2005 at 22:46

    …follia simile alla tua (la mia), chiaro, no, Franco?

  15. LaG
    13 maggio 2005 at 10:56

    Scusa, caro Tarabbia, se ti ho consigliato di leggere o rileggere altri autori, piuttosto che Arbasino… dio, mi sento così male. Mi pento: non rileggere Kafka né Tolstoj, ti prego. Non leggere un autore DECENTE. Leggi Arbasino e le sue chiacchiere (“La bella di Lodi”, vedrai come somiglia a ciò che hai udito di persona). Vedrai come starai meglio, dopo. Vedrai quanta fede nella letteratura te ne verrà.
    Tarabbia, il tuo pezzo mi è piaciuto.
    La G

  16. andre tarabbia
    13 maggio 2005 at 11:01

    bah, a parte quel brevissimo accenno a rap, a me non è mai sembrato di aver parlato dei libri di arbasino, in questo pezzo. mi è sembrato, quello sì, di “prendere di mira” un atteggiamento e un modo di essere e di aver assistito, sul treno, ad un piccolo episodio di restaurazione. comunque, Un paese senza, e La bella di Lodi.

  17. temperanza
    13 maggio 2005 at 11:12

    E Sessanta posizioni, se ti interessa la letteratura e ancora lo trovi. E guarda le date, di metà degli autori di cui parla allora in Italia non parlava nessuno.

  18. 13 maggio 2005 at 11:43

    Ilpostodesticazzi, quindi Tarabbia sarebbe l’ingenuotto e io il colpevolmente pocoqualitativo istigatore e propalatore di scempiaggini. Vabbuo’.
    Comunque, se la mia serietà è pari a quella dell’intera N.I., e tale serietà è tanto bassa, allora perché sprecare tanto tempo da queste parti?

    Faccio umilmente notare che FORSE il pezzo NON vuole parlare dei libri d’Arbasino, ma d’altro, e ha molto a che fare con la riflessione sulla stagnazione/restaurazione culturale.
    Magari mi sbaglio, perlamordiddio, tenete sempre presente il mio scarso livello, però a me è sembrato un pezzo sul senso di soffocamento che prende certuni (io e Tarabbia evidentemente nel novero) ogni volta che si ha a che fare con certi baroni della cultura, con certe figure che magari hanno in passato dato buoni frutti, ma che con il pssare del tempo si sono incartapecoriti e ridotti a figure istituzionali, castranti, grigie.
    Allora, a me sta benissimo che uno dice “No, per me Arbasino non è questo”, ma che subito scatti il meccanismo da cagnolini da guardia no, quello mi fa propio caa’: “Sei ancora nella fase edipica”, “Sei ancora nella fase anale”, “Non hai letto questo e qello perciò chiudi la bocca” (quando era chiaro che l’intervento NON era fare una recensione a priori dell’Arbasino scrittore)… O ancora, vedere nel pezzo semplicemente una dimostrazione che Arbasino è un pettegolo (per un* che si occupa di libri e recensioni è una cantonata non da poco)…

    Su Arbasino, una piccolissima storia personale: Una delle esperienze umanamente più sconfortanti che mi sia capitato di vivere in una libreria è stato quando, reduce dal g8 di Genova, ho sfogliato RAP!
    Per profondità, grazia e agudeza, il pezzo su Carlo Giuliani e i noglobal basterebbe già da solo perché all’autore venisse attribuito un posto honoris causa tra i vecchi qualunquisti rintronati che fanno quotidianamente a gara di luoghi comuni del cazzo in galleria a Milano.

  19. 13 maggio 2005 at 12:35

    hai ragione tu. sono stata stupida a postare su NI. e non è la prima volta che ho così tanta fiducia nell’intelligenza umana. :-)

  20. 13 maggio 2005 at 13:02

    e poi, scusa, eh, ma sto lavorando, e non posso argomentare come vorrei. c’è un altro motivo per cui continuerò a sbagliare intervenendo, se mi andrà. non vorrei che qualcuno, magari più giovane, confondesse il tuo ringhiare con la letteratura, che è studio, competenza, fatuca, passione e intelligenza (delle cose, ribadisco, dopo averle letto. dopo averle lette). :-)

  21. aldo tre
    13 maggio 2005 at 14:41

    provo pena per chi ha scritto questa stroncatura all’uomo arbasino senza averne letto un rigo e avendolo sentito parlare qualche minuto. Siamo veramente arrivati alla fase primaria, andate da Maria De Filippi il pomeriggio e troverete le stesse categorie di giudizio da parte dei tronisti verso gli aspiranti.

  22. Marco Rossari
    13 maggio 2005 at 14:42

    Caro Baratto,

    quel rap è stato scritto prima del G8. Quindi non è su Carlo Giuliani. Glielo rifiutarono tutti i giornali. Ma immagino quindi che daresti del vecchio qualunquista rintronato anche a Pasolini per la poesia su Valle Giulia.

    Baronaggio, poi. Che vuol dire? Cosa deve Arbasino a un ragazzo che lo incontra su un treno? Deve invitarlo a casa sua? Offrirgli un gelato? GIocare a carte? Incontrare un personaggio pubblico dà sempre quella sensazione. Qualcuno in un angolo si arrovella per il rancore, la distanza, l’esclusione, eccetera. Io preferisco rileggere Super Eliogabalo. E’ un buon antidoto quando viene voglia di parlare di figure “istituzionali, castranti, grigie” che in passato, “magari, hanno dato buoni frutti” (!).

  23. andrea tarabbia
    13 maggio 2005 at 15:18

    Credo che aggiungere qualcosa al commento di Baratto di poco sopra sarebbe una mancanza di rispetto da parte mia a tutti voi. il pezzo puntava proprio a quello che dice Sergio. mi viene però da pensare che se avessi scritto di aver letto Arbasino e al contempo non avessi cambiato di una virgola tutto il resto le reazioni sarebbero state ben diverse. il punto, però, è proprio questo: non era di libri che si parlava…

  24. L'irriverente
    13 maggio 2005 at 15:43

    “Ha molto a che fare con la riflessione sulla stagnazione/restaurazione culturale”: avrebbe avuto ancora più a che fare con la restaurazione un articoletto dedicato, una sintesi, un piccolo bilancio qualsiasi sul convegno torinese. Dopo tanto rullar di tamburi, all’improvviso cala il sipario e nessuno fiata più. A chi prova a chiedere come mai tanta compunzione si risponde: ‘Maleducato, a casa nostra facciamo come cazzo ci pare!E poi il nostro è volontariato!’. Peccato che il senso a tale volontariato lo dia chi vi segue, altrimenti sarebbero pure masturbazioni di gruppo.
    Per fortuna ci sono anche altri blog (da cui apprendiamo che il misterioso “le cose si stanno muovendo” significherebbe, in pratica, che Fanucci ha affidato a Moresco una nuova collana tutta per lui e i suoi eletti). Visto che l’iniziativa del convegno era partita proprio di qui, trovo che sarebbe stato molto più urgente ed “educato” (verso chi vi legge) spendere due parole sul convegno, anziché cazzeggiare su Arbasino, di cui si sa già quasi tutto.

  25. domanda
    13 maggio 2005 at 16:15

    Per l’irriverente: quale sarebbe il blog che citi?

  26. Simona Niccolai
    13 maggio 2005 at 16:20

    Caro signor Tarabbia,
    lei deve essere una sorta di maestro zen! Se io avessei sentito Arbasino proclamare davanti ai miei occhi di essere l’erede di Gadda, “stilisticamente parlando”, avrei imbracciato direttamente il fucile.
    Chissà Gadda com’era felice di tutti questi nipotini acquisiti.

  27. Franco
    13 maggio 2005 at 18:10

    Ho capito: Fanucci pubblica Moresco, quindi la Restaurazione è sventata, grazie all’eroico impegno dei Nostri. Complimenti vivissimi.
    N.B. I complimenti sono vivissimi, voi non tanto.

  28. 13 maggio 2005 at 18:46

    Franco, sarò franco: il tono e il contenuto del tuo commento fanno schifo. Vieni qui a spalare merda.

  29. Franco
    13 maggio 2005 at 19:04

    No, io vengo qui a farvi notare che non state facendo una grande figura. Avete schiantato gli zebedei per settimane con ‘sto convegno, sembravate gli unici “Puri”, in lotta contro la cattiveria del mondo, e chi si azzardava a dialogare con voi senza mettersi prono (vedi Caliceti) veniva sfanculato con un’arroganza indescrivibile, c’era una voglia di linciaggio degna senz’altro di miglior causa (ammesso e non concesso che esistano cause per cui valga la pena linciare qualcuno).
    Avete invaso petulantissimi le colonne delle pagine culturali dando a tutti dei succubi e dei venduti, descrivendo la maggioranza di noi lettori come vittime consenzienti di un lavaggio del cervello…
    Pareva che ‘sto convegno dovesse spaccare il mondo, invece si è risolto in un ridicolo nulla di fatto – e ora non avete nemmeno il coraggio di spiccicare una sola parola.
    Sarei io quello che spala merda? Ma fatevi un bagno turco di umiltà!

  30. 13 maggio 2005 at 22:26

    Sottoscrivo riga per riga Franco, e aggiungo: ma gli scrittori non si giudicano dai loro libri? a me mi frega un cazzo se incontrando kafka lo trovavi depresso o se andando a cena con beckett ti sembrava muto e se uscivi con hemingway e ti vomitava addosso, porca miseria chi se ne fotte! ma leggeteli sti libri, leggeteli e non aggiungete parole inutili a tutte quelle che già sono in circolazione.

  31. Intolleranza
    14 maggio 2005 at 11:29

    A quanto pare qui tende a sfuggire che il pezzo di Tarabbia non era sui libri di Arbasino, ma su un paio di sue conferenze in una università. Non vedo perché il signor Tarabbia non dovrebbe commentarle e criticarle. Tra l’altro lui, tra di noi, era l’unico presente: ben vengano quindi i suoi resoconti e le sue opinioni. Il pezzo non intende parlare di libri ma di un atteggiamento culturale. Per questo motivo la discussione offensiva che ne è seguita mi pare assurda e off topic.

  32. 14 maggio 2005 at 12:41

    Non è proprio così, a mio avviso. Piuttosto, parlando dell’uomo Arbasino si tende, in questo pezzo, a giudicarne sottotraccia anche le opere. Anzi, a pre-giudicarne l’eventuale lettura. E’ questo che trovo manchevole nel pezzo, peraltro gustoso nella sua scrittura e nel suo tono. Non è che voglio difendere Arbasino, assolutamente no, ci mancherebbe altro. E’ che, se è vero che l’opera d’arte somiglia all’uomo che l’ha espressa, è però anche vero che il giudizio umano non dovrebbe mai debordare in un giudizio sull’opera. E invece, qui, come da molte parti, si continua ad andare a simpatie/antipatie. A tal proposito questo pezzo è illuminante: non si è letto niente di un autore, ma il fatto che ci sia antipatico è già, fatalmente, un giudizio di valore. E la satira è stata solo un comodo alibi.

  33. marco v
    14 maggio 2005 at 14:34

    … appunto… Krauspenhaar, come al solito, è chiaro e la dice lunga sulla qualità degli inteventi. Però, io, che valgo MOLTOOOOO meno, cazzo, a certe cose c’arrivo: ma come si fa, dico, a cent’anni da “Contro Saint-Beuve” a perder tempo sulla questione del rapporto tra l’opera e la biografia e il carattere, il comportamento dell’autore..?!?
    Ma chissenefrega!!
    I poeti, gli scrittori, non sono necessariamente insegnanti per educande… non credo che nessuno di noi lasciarebbe da sola la nostra cuginetta undicenne con Lewis Carrol.. giusto..?.. né tantomeno potremmo mai annuire soddisfatti a certe affermazioni di Ezra Pound se avessimo la straordinaria esperienza di averlo di fronte… et cetera, et cetera…

  34. marco v
    14 maggio 2005 at 14:39

    … scusate… la fretta, ovviamente intendevo che “nessuno di noi lascerebbe sola la cuginetta con Lewis Carrol”, e non che qualcuno – avendo messo la doppia negazione – lo farebbe… ;) !

  35. 14 maggio 2005 at 16:00

    Io Arbasino l’ho letto, anni fa, e il Super-Eliogabalo fu una bella lettura, pure divertente. Con gli occhi di oggi, la trovo un po’ irritante, questa ostentazione pre-post-moderna di culturalismi come fuochi fatui. Ciò non toglie che sia un libro di valore. Ogni tanto lo rileggo, l’Arbasino, negli articoli sui giornali, e ogni volta ne esco con un senso di vuotezza. Detto questo, lo scritto di Andrea non è una stroncatura dell’opera, né tantomeno un discorso sulla relazione autore-opera. (Credo proprio che anche lui ami le docteur Sommelweiss-Destouches – tanto per far ostentazione para-arbasiniana). Il punto invece è quello di mettere in discussione un’idea e una pratica della letteratura. Il suo è un resoconto fenomenologico di due conferenze: da un ‘grande scrittore’ ci si attende qualcosa di grande, non di uscirne con il senso di fatuità che invece è stato provato in questo caso. Mi pare del tutto legittimo. (E poi, scusate, con tutto il rispetto per Arbasino, la caratura di Gadda mi pare tutt’altra…)

  36. annalisa
    15 maggio 2005 at 19:21

    Credo che con questo pezzo Andrea Tarabbia abbia voluto lanciare un allarme che però non si è sentito tutto, o non si è voluto sentire. Arbasino qui è un possibile punto di partenza e un esempio concreto per riflettere su un’ essenza del costume italiano della nostra epoca:le chiacchiere da salotto, l’estenuante ripetizione che i tempi passati erani migliori e fecondi, i comportamenti galateali di stare lontano dal nocciolo delle questioni, dai possibili approfondimenti e ripartenze. Ci dice Tarabbia: “ci sono personaggi che stanno al centro di tutti i vortici eppure con le cose che effettivamente fanno riescono, loro malgrado, a rimanere marginali, a non uscire da una forma di epigonismo, a non essere mai decisivi”. questo pezzo ha lanciato una possibile riflessione sulla stagnazione-restaurazione della cultura nella nostra epoca e lo ha fatto partendo da un intellettuale illustre popolarmente riconusciuto e apprezzato. A me questo percorso è piciuto.

  37. marco v
    15 maggio 2005 at 21:04

    … aridaie!.. ma “le cose che effettivamente fanno” sono appunto i libri, i loro TESTI, non le conferenze, gli articoletti “alimentari” o le chiacchiere da salotto… lì hanno tutto il diritto di essere noiosi, prevedibili: anche perché probabilmente sollecitati da domande altrettanto noiose e prevedibili…
    Ricordo una celebre affermazione (anzi uno sbuffo, come gli capitava spesso) di Michel Platini: ad un giornalista che gli rimproverava di aver dato una risposta superficiale replicò “Anche Einstein farebbe la figura del cretino se dovesse sempre rispondere alle vostre domande!” … ;)

  38. la mosca
    15 maggio 2005 at 21:29

    arbasino a noi mosche ci fa incazzare non solo come uomo, ma anche come scrittore. Fratelli d’italia è una noia tremenda e narrativamente snervato.Per non parlare dei suoi figlioli e nipotini… Riflettiamoci…

  39. 15 maggio 2005 at 23:45

    A parte il fatto che se qualcuno ha il diritto di essere noioso, qualcun altro ha il diritto di dire ‘che noia!’ – ma qui non è di noia che si tratta, ma di una concezione della letteratura che viene esposta in, o si ricava da, certi eventi come le conferenze di cui Andrea scrive. Questi eventi sono altra cosa dai testi (tutt’altra) – ma in quanto ‘cose’ (e cose discorsive, dotate di senso – almeno dovrebbero), è legittimo parlarne, e pure sottoporle a critica.

  40. marcello del re
    19 maggio 2005 at 13:07

    Il sogno purtroppo irrealizzato della mia vita: vedere Arbasino in tuta da lavoro che suda e fatica. Non sarebbe splendido?

Comments are closed.