Sul fondo

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di Andrea Inglese

Come ogni buon organismo
hai organizzato. Tra la pioggia
e il bel tempo. Nelle agitate
visioni dal basso, di rimbalzo
nei vani, o nei tempi morti.
Dentro e fuori le poche, basse,
camere di morte, dopo l’ospedale,
e poi il prato. E facendo leva, nel sole,
su avvertimenti, sodalizi strani,
mormorando i nomi certi degli amici,
ragionando su quanto si deve perdere,
su quanto ormai è taciuto, è dentro,
fra cartilagine, spugna, selciato…

Di tutto questo, tra lampi di frontiere,
tagli nell’aria, acque mai ferme,
di tutto hai cercato una luce
sul fianco, una parte tenera,
dove introdurre la mente per legare
il flusso, lo spargimento feroce
dei mondi, e il ritmo che tiene,
che si calma, all’interno,
tra tempia e tempia:
come un sorriso che specchia
l’arco di catastrofe.

(E pure le montagne
muoiono, oltre il genocidio tardo
o l’ultima, più calcolata guerra,
muoiono intanto,
con agonia lentissima. A te
rimane un solo intervallo di vita,
il tempo di piegare per bene,
senza offesa tua o di altri
il braccio. In ordine. Un atto
pesato.)

*

Tutti quelli che hanno tenuto duro
con estrema cautela, e compostezza,
anzi, con balzi in avanti, hanno condotto il gioco
per non essere presi alla sprovvista,
e sapendo
e immaginando
ma non troppo
non nel dettaglio
che sarebbe potuto accadere
qualcosa
che ti toglie la vecchia per la nuova
vita, ma irriconoscibile
che ti mette al tuo posto
ma in un’altra pelle
in un corpo che si ammala
o si strazia o si consuma
nel mezzo di un attacco portato al cuore
da ogni lato, da ogni amico,
e tutte le regole che uno deve
seguire in casi di dolore illimitato
tutte le forme dentro cui bisogna
contenere la tentazione di pazzia
tutti i vestiti che bisogna indossare puliti
anche quando ci muoviamo
nella mente vomitata,

a tutti può succedere non a noi non perderemo
mai i capelli, i denti, non saremo
lasciati nel nulla
senza una spiegazione chiara e convincente
senza la gloria di una colpa
che giustifichi lo sguardo freddo
la reticenza degli altri

il cigolio del letto (quasi un eco di nascita)
sarà l’unica, l’ultima
nostra evidenza

*

Desiderio

Le reti erano quelle alte del tennis
dietro a cui colava un’acqua
dubbia, tra argini d’erba.
Tu imparavi a ipnotizzare
le rane, io sganciavo cauto
il tuo reggiseno, e le menti buie
schiarivano, in sogno nessuno
ha fretta, potevo passarti
ogni tanto la lingua sulla schiena,
tra le scapole, mentre la festa
in giardino continuava.
Portavo bicchieri sempre doppi,
pieni di sangue, che rovesciavo
a terra, al riparo da bocche
assetate, indiscrete,
ancora non ti decidevi
a sfilarlo il vestito scollato,
ci spostavamo sui fondali
senza mai doverlo consumare
il desiderio, ed esso si eternava
davanti a noi, nitido nell’aria,
come un fiore crudo, una galassia.

*

I bevitori dell’ultimo piano

La grande avventura, il mare in tempesta,
il non cadere scendendo le scale.

Al quarto o al quinto piano, i bagni
sul pianerottolo secchi, chiusi col gesso,
nelle stanze dove si fa tutto,
passano con una gamba fuori
dalla gamba dei pantaloni,
claudicanti come su stampelle,
indecisi su quale bicchiere afferrare.

I rubinetti e le viti girano
a vuoto, la porta non chiude,
ma la biro senza inchiostro
fa da perno, spappola fette
di pane, buca gli stracci bagnati
davanti all’entrata. La bionda
della banca non risponde
al telefono, la fascia oraria
delle sei di mattina è sgombra,
i segnali cadono
senza resistenza. Alcuni
fissano avveniristici oblò: sei o sette
lavatrici in moto, le schiume sudice,
e piegano, come rocciatori, il collo
del piede. Altri rimasti
in casa, solenni, fermi
a scrutare sotto la suola,
a grattare via la gomma
da masticare già masticata.

Tutto come fossero naviganti
non il muro di fronte ma l’onda
non le fronde grigie ma il fragore
non il sale rovesciato ma la luce
della sciabola sul bordo.
Il tavolo è lo stesso, per batterci
la testa devi riuscire a piegarti
o ci incolli la guancia, e dimentichi.

*

Chiedo forma, con furia, una prima
fine, un gelo delle acque che passano,
per via del piede che anche calpestando
è quasi incolore, non sarà solo adesso
che si vive, qui, a ridosso di ogni metro,
tra una porta di vetro, una striscia in terra
che fa contorno ad un’auto che luccica,

perché qualcosa tra la pelle e lo spazio
manca di vita, perde il tempo, sbaglia,
la stringa o l’unghia diventano segno
avulso, senza tessuto, anche il viso
che mi passa di fianco sfalsa, senza
un plausibile ritmo, oppure il riso
irradiato da un gruppo di persone
che stride mentre t’arriva di spalle,

fa forse freno la merce agitata
nei palchi, ma una brutta fantasia
mette nei solchi nuova polvere:
incavigliato il prigioniero a terra
non morde, “chi lo vede lo calpesti”
dice un ritornello, facesse
il corpo vite in questo asfalto
di transito, o cerchio intorno, vera presa

ma scivola di dosso troppo dolcemente
l’ombra, le spalle a cascata, il piede
è discesa, si veglia in frana
perpetua, mai si scorgono, si tagliano
margini, zone adibite e ben chiuse,
e duole questo scontro mancato,
l’inanità degli argini, le falle,
ancor più che i cenni d’assenso
profusi ai camminanti, ai muri,
come se fosse un arrivo previsto.

*

(Tranne il primo, testi apparsi su Nuovi Argomenti, n° 29)

Immgine di Tony Cragg

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

  8 comments for “Sul fondo

  1. davide racca
    12 maggio 2005 at 16:37

    una saggezza si muove tra figure e cose. questo mi pare di capire, se c’è qualcosa da capire e dire. un poeta quando dice non descrive: fa. molto belle

  2. emma
    14 maggio 2005 at 17:02

    Avevo già letto e apprezzato i testi apparsi su Nuovi Argomenti, ma devo dire che il primo testo (quello non pubblicato su Nuovi Argomenti) mi sembra il migliore.
    A cominciare dall’attacco, di un sarcasmo feroce, tra la pioggia e il bel tempo ferocemente antilirico.
    Un epitaffio per tutti quelli che non hanno potuto evitare il dolore evitabile.
    (La parte tra parentesi però mi lascia dubbiosa. L’immagine delle montagne che muoiono è fin troppo realistica, ma secondo me rischia il moralismo. Forse deve essere rielaborata.)

  3. gina
    16 maggio 2005 at 10:48

    che belle. Ma io ci capisco poco, e guardo soprattutto le figure:).Un mezzo pollo? Un amico immaginario di casa foster funzione scolapasta?

  4. poldo
    18 maggio 2005 at 11:23

    mi scusi davide racca cosa voleva dire con il suo commento? Che vuol dire “una saggezza si muove tra figure e cose”? Potrebbe circostanziare meglio il suo giudizio entusiasta di queste poesie che io ho trovato semplicemente brutte? Non la voglio provocare, sono solo curioso di capire che idea hanno i poeti di “bellezza”.
    poldo

  5. andrea inglese
    18 maggio 2005 at 13:40

    mi scusi poldo, benissimo per il tuo “brutte” come per il “molto belle” di Divide Racca, ma seconda quale principio Davide Racca dovrebbe giustificare il suo “belle” e tu non dovresti giustificare il tuo “brutte”? segnalo una tua falla argomentativa, e non di gusto ovviamente, sulla quale non ha senso che mi pronunci;

    emma leggo ora solo i commenti: non so che dirti, è sempre tremendamente futile-grave riflettere ad lata voce sulla scelta di un’immagine; io ho voluto creare tensione tra i tempi lunghissimi geologici e i brevissimi tempi etici (l’atto, nella nostra vita), passando per i tempi medi della politica di potenza “democratica”, la guerra “calcolata” (con allusione alle guerre preventive USA, ecc.).

  6. poldo
    18 maggio 2005 at 17:59

    Caro Andrea Inglese
    ha ragione, avrei dovuto circostanziare anche io il mio giudizio, che, come potrà notare rileggendo il mio commento, nasceva in maniera del tutto estemporanea, a margine di un’osservazione dal tono oracolare che proprio non avevo capito. A quel tono oracolare opponevo il mio ben più semplice “brutte”. Ad ogni modo. Le sue poesie non mi sono piaciute perchè sento ciascuna di esse priva di un’intenzione, formale o stilistica se vuole, coerente. La prima tende ad allegorizzarsi senza però che si offra come salda allegoria, fratturata anche ma aperta alla decifrazione. lei stesso ha parlato di allusione nel commento precedente. Non credo che l’allegoria in poesia funzioni più di tanto, almeno questo il mio modesto parere da lettore. Le altre mi sembrano slegate al loro interno, apparentemente fondate su un certo lavorìo metaforico, o forse meglio iconico, mentre in realtà le immagini costruite si accampano senza consentire che in nessuna di esse si depositi lo scatto che le sovrapponga l’una all’altra e che dunque ne costituisca l’orizzonte di senso. Cordiali e alla prossima
    Poldo

  7. a. i.
    19 maggio 2005 at 13:38

    caro poldo, è sempre più interessante una stroncatura motivata; inoltre affiorano più o meno chiari i criteri “estetici” dello stroncatore; si, si, hai ben visto il “raggelo” allegorico, lo scomporsi dellle immagini, ecc. Io appartengo, più o meno, a quel filone: più verso l’allegoria che il simbolo(vedi Benjamin, o il più recente e nostrano Luperini) Poesia e allegoria non vanno d’accordo? Da Baudelaire fino a Fortini esiste un’illustre schiatta di poeti allegorici. Ma esiste anche il partito opposto…

  8. davide racca
    21 maggio 2005 at 13:54

    non sono le intenzioni stilistiche o formali a fare la poesia. oroacolo o no, ho semplicemente avanzato il passo in un giudizio personale. il fare poetico di andrea inglese del resto non tende neanche alla oggettivita formale, ma caccia il lettore nel suo serpeggiare allegorico, verso una riflessione non facile. ecco perche fa.

    chiedo scusa dei mancati accenti ma non li ritrovo sulla tastiera qui ad atene dove sono.

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