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Letture poetiche

rebecca horn 1.bmp
Di Marco Giovenale

Scansione di un testo di Massimo Sannelli:
“bisogna scandire che piace…”, da Due sequenze (2002)

(Trai tanti becchini al lavoro, ce n’è sempre qualcuno con una vanga in mano per la poesia. Mentre questi scava per chissà quali salme, Marco Giovenale legge alle sua spalle poesie che gli parlano. È solo andando ai testi, che si sente se il polso batte. A. I.)

Nel percorrere le opere di Massimo Sannelli sembra talvolta necessario sospendere decodifiche rigide, leggendo semmai ogni linea e verso come direzione, ‘verso di movimento’. Così accolto, il testo suggerisce costellazioni di senso (del derivare dei significati). Non un percorso provvisto di storia – pur esperita – anche aperta alla interpretazione, non una cronaca data e scandita, ma un insieme di moti tematici o fonici in una direzione; che non addensa necessariamente grumi di significati univoci, tracciabili, riportabili ‘in chiaro’.

Tuttavia il segno di oscurità, se fa senza dubbio parte di una strategia autoriale cosciente («un trobar clus sperimentato a partire da condizioni di vita realmente vissuta […e:] chiusura come apertura paradossale al contenuto vissuto/vitale» ), non comporta rescissione da ogni sguardo che voglia propriamente e ‘puramente’ leggere, decifrare. L’impegno dell’interprete attento non è deluso.

Nella raccolta di poesie Due sequenze(Editrice Zona, Lavagna 2002, con una nota di Giuliano Mesa), spiccano – a contendersi senza conflitto lo spazio di attenzione del lettore – da un lato le scansioni metriche costituite da entità ritmiche brevi o brevissime, rese con i più diversi segni grafici (dall’interpunzione ai corsivi alle inarcature forti alla citazione); dall’altro la complessità o ipercodifica delle narrazioni (se narrazioni sono) degli eventi-scintillii che nel testo accadono, accennati e subito contratti in stemmi, o in riferimenti cólti. Questi ultimi tuttavia (scrive Berisso:) «non sono rinvii ad un’enciclopedia del sapere depositato, né semplici mosse intertestuali, ma vengono letteralmente consustanziati nel testo» . È facilmente dimostrabile.
Leggiamo la poesia che apre la seconda delle Due sequenze (p.17):

Bisogna scandire che piace
l’ordinata
selezione, sul tema cortese
dell’amore perfetto; che piace la natura
dei punti dati, e simili, oscenamente
e non oscenamente – il suo ordine
negli altri, in note, il suo onore calmo della
lingua latina, “ciascuno nel proprio
latino”, la divisione a domande, il bene
di questo modo di dare l’intreccio, il chiudere
e aprire sempre e collegare, sia così, collegare, legare proprio.

Arbitrariamente ma non insensatamente dividerei il testo in tre parti: una tematica (vv. 1-4), una ‘composta’ di tema e variazioni erotiche e metapoetiche (vv. 4-7); e una più scopertamente metapoetica (vv. 7-11). L’incipit dichiara il tema amoroso – in accezione cortese – che verrà affrontato. Un trittico di sostantivi, accompagnati da nobili aggettivi, ci viene incontro: «selezione» (che è «ordinata», e sottoposta al plazer), «tema» («cortese»), e «amore» (che è «perfetto»).
Nella seconda parte (vv. 4-7), una ulteriore individuazione e separazione di fili esplicitabili può portare a identificare che il tratto che recita «la natura / dei punti dati, e simili, oscenamente / e non oscenamente» può far riferimento alla bellezza sessuale e non sessuale del corpo, dell’invasione amorosa. I «punti dati, e simili» sono la topografia della pelle. E, allo stesso tempo, fissano daccapo il luogo culturale (occidentale) d’elezione: il nominato «tema cortese / dell’amore perfetto»: dunque erotico e insieme, ripetiamolo, non erotico (perfino censorio). (Nella ben nota dialettica di prossimità/castità versus lontananza/ardore; appunto: «oscenamente / e non oscenamente»: fuori scena, cioè fuori presenza, oppure no) .

All’incontro fra seconda e terza (vv. 7-11) parte della poesia, il ‘doppio amore’ si rifrange ancora: espresso nella «lingua latina», che è una ed è molte. La citazione «“ciascuno nel proprio latino”» è eco della ballata I di Cavalcanti («e càntine gli auselli / ciascuno in suo latino»), a sua volta legata a Quando apar l’aulente fiore, di Bonagiunta .
Il testo si trasferisce così – quasi senza soluzione di continuità – su un piano strettamente metapoetico. E, per il tramite della suddetta moltiplicazione (prima moltiplicazione dei corpi: «punti», «altri»; poi dei parlanti: «ciascuno», «domande»), vediamo farsi strada una variata e franta («divisione a domande») dichiarazione di soddisfazione per lo stesso processo generativo del testo poetico: in fieri: «il bene / di questo modo di dare l’intreccio», «il chiudere» (clus) «e aprire» (leu). E soprattutto il «collegare»: il «legare proprio» tradizione alta ed esperienza, poetica e scrittura e vita, dichiarazione erotica e non erotica.

Non estraneo alla chiusa del testo è un ulteriore ritorno del medesimo filo erotico: «l’intreccio» delle parti della scrittura offre omologia con l’intreccio degli amanti; così come «il chiudere / e aprire sempre» può ben alludere all’atto sessuale.
La dissimulazione-disseminazione (in intrecci indistinguibili) delle linee di poetica e di erotologia, essendo ovviamente altro topos cortese , ha radice come è logico (e in tutta evidenza) anche in una delle opere più frequentate da Sannelli, la Vita nova.
Un luogo basti a figurare la comparsa o scomparsa di Amore a seconda della sua distanza o accoglimento nella persona del poeta, e nel corpo materiale del testo: l’explicit del sonetto Cavalcando l’altrier per un cammino (in Vita nova, 4 [IX]). Accade che Amore, visto, è dall’autore ri-assunto in sé (e così precisamente il testo – assorbito Amore – si chiude): «Allora presi di lui sì gran parte / ch’elli disparve, e non m’accorsi come». Testo e Autore e Amore si disseminano uno nell’altro – a chiusura del campo ritmico e oggettivo della poesia, senza quasi coscienza di quanto accade («e non m’accorsi come») .

Né – certo – sono estranee al Novecento le fusioni di metapoetica e testo ‘di primo grado’– e addirittura testualizzazioni immediate (anche foniche, in sede di anagramma) di dichiarazioni altrimenti e altrove offerte sul piano tematico. Due tra i molti esempi su cui riflettere, per intuibile prossimità del lavoro di Due sequenze: Bonnefoy e Rosselli. In Movimento e immobilità di Douve (1953), di Yves Bonnefoy, il nome-persona DOUVE è anagrammato e ‘mosso’ nel principio del titolo stesso del libro: Du mOUVEment et de l’immobilité de Douve. Il titolo in questo modo inizia e si conclude con «Douve», e ha al suo centro l’immobile parola «immobilité». Un modo del trascolorare di temi uno in altro è rintracciabile al principio de La libellula (1958), dove Rosselli passa solennemente senza dar segno di variazioni da un ironico e velato erotismo-onirismo (su «le virtù dell’uomo», v. 33) a una – poi divenuta proverbiale – asserzione di ‘storia delle poetiche’ («l’avanguardia è ancora cavalcioni su / de le mie spalle», vv. 40-41) .

(ps mi scuso perché son saltate le note. L’immagine è di Rebecca Horn)

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