Abbattendo gli alibi del Caso #1

9 maggio 2004
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un dialogo fra Massimiliano Governi e Pasquale Panella

martrus.JPG“tiziano, il 9 maggio è l’anniversario della morte di marta russo. 7 anni. io scrissi, all’epoca, una cosa, mai pubblicata perché volevo tenermela buona, inedita, per un progetto più ampio. io e pasquale panella avevamo in mente di commentare i delitti romani al telefono. trovai anche un titolo per il libro: crimini al telefono (tipo favole al telefono di rodari). ne (tra)scrissi tre o quattro di telefonate, poi smisi. quella che ti mando è la telefonata (sbobinata) su marta russo. si intitolava abbattendo gli alibi del caso. sono due le telefonate, veramente. ‘abbattendo gli alibi del caso 1’, ‘abbattendo gli alibi del caso 2’. potrebbe essere interessante pubblicarla il 9 maggio. ciao, e grazie. massimiliano”

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Massimiliano Governi: …chissà dov’era lei quando fu costruito quel proiettile, chissà dov’era, se era nata, cosa faceva nel momento in cui quel proiettile, quella pistola fu o modificata o non modificata, quella pistola nacque, come si chiamava la pistola, chissà quale è stata nella vita la distanza minima tra lei e quello che poi l’ha uccisa…

Pasquale Panella: …magari il killer abitava all’Alberone, allo Statuario, magari sulla Salaria… cominciamo a provare ad abbattere gli alibi del Caso, e cominciamo a dire, quanto tempo ha perso lei sulla porta, sull’ultima porta precedente, quanto ne ha guadagnato per trovarsi lì in quel punto esatto, in quel momento esatto…

MG: Io, a volte, molto ingenuamente, perdo tempo a casa, cambio strada pensando che potrei avere un incontro con qualcosa…

PP: Questo è il grande scatenamento sempre sotto specie di scrittura… ma non soltanto sotto specie di scrittura… perché la chiave è questa: “smantellare gli alibi del Caso”… e allora questo ci si può chiedere… è consueto che lei camminasse a destra, e l’amica a sinistra, il che non vuol dire nulla perché se fosse stata l’amica sarebbe stato uguale… non si sarebbe chiamata Marta però si sarebbe chiamata Jolanda… Oppure Jolanda, forse, camminando al suo posto avrebbe mosso la testa in un altro modo… qui entrano in gioco i comportamenti… oppure qual era la differenza d’altezza delle due… il bossolo la prendeva in un altro punto… e poi può darsi che c’entra anche quel professore che ha detto “ma io non l’ho neanche sfiorata”, però lei magari vedendo il professore venirle incontro può darsi che s’è spostata un po’… perché quando ti viene incontro una persona capitano queste cose… è un dato importante…

MG: …se lo viene a sapere il professore gli viene una crisi di coscienza…

PP: …può essere, sicuramente ha influito vedersi venire una persona di fronte… perché difficilmente tu tieni la via quando incroci una persona… difficilmente tieni la via precisa… allora a quel punto la ragazza, faceva sì la schermitrice, magari era un tipo abbastanza fermo in sé, magari la sua fermezza di non cedere il passo, di non spostarsi invece l’ha destinata a quel colpo, oppure no, oppure s’è spostata…

MG: E lo chiamano Caso… è nato apposta quello lì per farti spostare, è diventato professore apposta, dal tuo punto di vista di morta, Marta… ci è nato, ha guadagnato o ha perso un parcheggio per arrivare in quel momento lì, ha litigato o no con sua moglie per alzarsi a una certa ora, o no…

PP:…non ha incontrato un’adescatrice magari che l’avesse tenuto fuori dal perimetro…

MG: …non si è slogato una caviglia… non gli hanno sparato a lui, prima che sparassero a Marta… e qui si può arrivare a capire dal punto di vista di Marta, perché noi stiamo parlando “dalla vittima”: dal suo punto di vista è assolutamente secondario che la vittima predestinata fosse lui…

PP: E’ vero… c’entra moltissimo, però è assolutamente secondario dal momento che è stata colpita lei, perché, se la vittima destinata era lui poteva essere lui, doveva essere… doveva essere colpito… e invece no… a questo punto si è tutto spostato…

MG: …alle volte si arriva anche a pensare, addirittura si va indietro: quando è stato costruito quel bagno, e se l’avessero costruito in un’altra maniera…dal suo punto di vista (dal punto di vista di Marta) questo conta… conta che la Città Universitaria sia stata costruita lì, conta che quel viale sia stato costruito così…

PP: …conta, e se è casuale, ora si parla di un’angolazione, conta pure la planimetria del bagno perché se per esempio, ci fosse stato un muro (ammettiamo sia casuale lo sparo… cioè che lì dentro stavano a fare del tiro sportivo, del tiro da deficienti, e il colpo se n’è uscito dalla finestra)… se per esempio alle spalle di chi tirava invece c’era un muro, lui non poteva porsi con quell’angolatura lì… quindi c’entrano pure le planimetrie… allora a un certo punto scopri che il Caso non può avere alibi, non si può concedere alibi… e allora il Caso alla fine non si può concedere nemmeno l’alibi di essere casuale… esiste come una determinazione nelle cose…

MG: Per assurdo, se proprio bisogna essere punitivi, se proprio bisogna perseguire i colpevoli, andrebbe perseguito anche l’architetto dell’Università… ma questo non dal punto di vista né poliziesco, né giuridico, né legale… né dell’attribuzione delle colpe… ma dal punto di vista dell’organizzazione, dell’essere e poi non esserci al mondo, questo sì…

PP: …per lo meno va detto… e per lo meno dirlo letterariamente parlando significa veramente entrare tutti a far parte del Crimine…

MG: …è stata innestata l’ogiva sopra al bossolo… è stato caricato… chi l’ha venduto il proiettile che l’ha uccisa, dove è stato comprato, in quale Armeria, in quale Caccia e Pesca, quanto tempo è rimasto fermo nella scatola prima che qualcuno lo innestasse… ti rendi conto? Questo proiettile i giri che fa, le mani che lo toccano, la mano che lo mette dentro, quando lo avranno innestato nella pistola? Lei dov’era quando l’hanno innestato? Era un proiettile che giaceva nella pistola da due mesi, oppure la mattina mentre lei faceva colazione, oppure la sera prima mentre lei dormiva, oppure non dormiva…

PP: …il famoso crimine organizzato è questo… è il Caso… è il Caso e l’abbattimento dei suoi alibi, soprattutto… perché al caso si concedono troppi alibi… questa volatilità, questa fugacità… da una parte, dall’altra questa determinazione stabilita… con il Caso abbiamo sempre fatto i conti anche quando eravamo greci… ossia, questa determinazione del Caso rinviata agli Dei eccetera… perché col Caso si è avuto sempre a che fare i conti… E va aggiunto anche che era bella, la ragazza… e va aggiunto perché conta… avrebbe contato anche se era brutta, ma in un altro senso… ma questo conta perché guardandola uno ci fa i suoi pensieri e poi pensa di non poterli fare più, perché viene in mente il cadavere, la putrefazione… e quanti ragazzi improvvisamente, quelli che la hanno molto avvicinata, improvvisamente si trovano nella condizione di non poterci fare più un pensiero o di essere imbarazzati nel farcelo, chi la desiderava per esempio… chi la desiderava fortemente, onanisticamente, magari il giorno prima, il giorno dopo come si mette? magari aveva pratica di desiderio abbastanza frequente… dov’è il Caso?

MG: Non abbiamo accennato per esempio alle centinaia di persone che hanno lasciato bigliettini, poesie e messaggi di solidarietà sul punto in cui Marta è stata colpita. Per non parlare delle migliaia che si sono radunate in un corteo per Marta…

PP: Certo, qui continua la beffa: il corteo, parlando in maniera antipaticamente antropologica, era un corteo rituale, e con il corteo rituale tutti i partecipanti in realtà (a prescindere dalla dimostrazione rivolta, vuoi dalle destre a una presunzione di colpa sinistra, vuoi dalla sinistra a una presunzione di colpa destra, destrorsa, o quello che sia), in realtà erano rivolti contro il Caso, cioè quel corteo, per dirla in maniera bassamente antropologica, ritualizzava l’evento, quindi ne faceva stemma, cammeo, emblema, ossia cercava di districarlo, di toglierlo dalle mani del Caso, mentre invece lì si moltiplicavano… qui è la potenza autogenerativa del Caso, di questa cosa chiamata Caso… che è invece un complotto universale… lì invece si moltiplicavano per ognuno dei partecipanti (moltiplicato tutte le persone che ognuno dei partecipanti avrebbe poi incontrato)… si moltiplicava la fantasia, chiamiamola così, la potenza fantastica, generativa del Caso… è questo…

MG: Migliaia di persone che mai avrebbero pensato un certo giorno poi di andare a fare quel corteo…

PP: …però loro nel momento in cui pensavano di ritualizzare l’evento e quindi di dargli dei connotati certi, precisi, ossia non casuali, ma dei connotati precisamente e presuntivamente umani, in quel momento, dicevo, una catena di eventi si è messa in moto…

MG: Mi chiedo: dove non andarono per andare al corteo, dove andarono per essere poi andati al corteo, a corteo chiuso… quanti di loro, poi, a corteo finito, si rincontrarono e conclusero nelle birrerie, nelle discoteche, dove gli pare, dove non sarebbero andati… che mosse hanno preso le giornate…

PP: Quindi, laddove questi umani decisero che il Caso potesse essere abbattuto simbolicamente, metaforicamente, ritualmente, in realtà, erano loro a fornirsi, a darsi, come vittime progressive, generative del Caso…

MG: Ah, un’altra cosa: il grande innesco è scattato anche nei tifosi laziali… qualche domenica fa, ora che ricordo, hanno alzato allo stadio uno striscione che diceva Ciao Marta, romanista nel cuore del laziali

PP: Certo, anche loro hanno vissuto una presunzione di affetto, di dolcezza, di calore, di sospensione di brutalità del tifo… pare una stupidaggine, ma sono eventi che, sappiamo bene, sono difficilissimi a realizzarsi…

MG: E poi non abbiamo detto la cosa più importante… che sono stati donati degli organi…

PP: Be’, qui c’è solo da accennare… mi pare ovvio… sennò uno qui rischia il marinismo, rischia la maniera, il barocco a questo punto, e invece va detto semplicemente come l’hai detto tu: “e poi sono stati donati degli organi.” Punto. Basta. Fine.

MG: Il cuore di Marta batte a Catania… il fegato trapiantato a un ragazzo di diciassette anni… i reni, finiti a due giovani di 26 e 31 anni, e le cornee hanno permesso a un ragazzo rumeno e a un giovane romano di riacquistare la vista… il pancreas verrà utilizzato per estrarre l’insulina da destinare alle banche dati di Palermo e Perugia… Gli organi di Marta rivivono in sette, otto posti del mondo… e qui è come se dicessi: vediamo un po’ che succederà lì…

PP: Già, cosa succederà lì… il Caso, questa potentissima organizzazione, che arriva ovunque, millimetricamente… ci vuole il microscopico ad altissima definizione per le cornee e il Caso arriva in quel miscoscopio… in quel millesimo di millimetro, sulla punta di un ferro chirurgico… questo è il finale, c’è poco da ricamarci: ed è fin troppo plateale…

MG: No, questo è il sottofinale… il finale è quando io andrò a portare questo articolo al giornale… cioè, cosa succederà in quel quarto d’ora di viaggio in motorino…

PP: E qualcosa succede… succede che vai, se c’è il sole c’è il sole, se piove piove, se ti bagni ti bagni, se non ti bagni non ti bagni, assimilerai del sole, assimilerai dell’ossigeno misto a smog, perderai delle cellule, altre te ne nasceranno, brucerai dei neuroni, però sotto quella bandiera lì…

MG: Allora, non rimane che attivarci…

PP: Siamo già attivati… non possiamo farci niente… il Caso non lo fermi… l’unica cosa che l’uomo può fare, credimi, è abbattergli gli alibi intorno: perché una volta deve decidersi di affrontarlo di petto, un po’ quasi metafisicamente, ma comunque affrontarlo…

MG: Allora vado…

PP: Vai…

MG: Ciao…

PP: Ciao…

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One Response to Abbattendo gli alibi del Caso #1

  1. Roberto Saviano il 9 maggio 2004 alle 11:38

    L’idea è letterariamente perfetta. Crimini al telefono poi è un titolo che Carmelo Bene avrebbe definito “luogo dove risiede poesia”. Mi ha particolarmente convinto il dibattere non sui soliti elementi di cronaca o per intederci da noir. Movente, motivo, atto. Ma sul caso. Sull’inesistente caso, Marta Russo diviene un tragico elemento di concetto capace di coinvolgere una fenomenologia umana fondata sull’inspiegabile comprensibile.
    Ottimo!



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