Beppe Sebaste risponde

7 novembre 2004
Pubblicato da

8884902592.jpg
Ho ricevuto le risposte di Beppe Sebaste alle domande di Valeria Trigo, per la lista della spesa (vedi qui). Ripubblico la scheda di Valeria Trigo, seguita dall’intervista all’autore. T. S.

Segnalo Tolbiac di Beppe Sebaste (Baldini Castoldi Dalai, 2003) perché è un romanzo che non c’entra niente con i romanzi di scrittori italiani che ho letto finora, e perché è un romanzo che riesce a farmi pensare a un incrocio tra Kerouac, Sebald, Frisch, Thompson e una manciata di poesie della Cvetaeva.

Cioè a scittori e libri che amo, cioè non mi fa pensare agli scrittori italiani di oggi che raccontano per lo più storie che hanno il fiato corto o raccontano in modo spocchioso storie inesistenti (a parte gli ultimi due di Ammaniti, i primi e il penultimo di Erri De Luca, un pochino Emidio Clementi, Alberto Bellocchio e il grande Giuseppe Montesano). però parla italiano e tocca la mia realtà, almeno quella interna (e non è poco). Tolbiac ha una parte di delirio puro, scritta in corsivo, che ho trovato eccezionale, è il diario di uno scrittore che scappa dalla scena, dalla realtà, e si ritroverà a fare un viaggio nella morte (anche se il libro non lo dice): poesia. Avrei fatto un libro solo con quello.

1. Qual è l’idea di donna (e quindi di amore) dalla quale nasce il racconto della storia d’amore e delle “storie” raccontate nel romanzo? Dal rapporto simbiotico ed erotico-religioso tra lo scrittore e Viola a quello “virtuale” tra il narratore e una frequentatrice delle chat, si passa dalla compenetrazione, dal desiderio di essere “uno” alla distanza e assenza fisica.

Ringrazio Valeria Trigo per le sue parole, e per le sue associazioni letterarie. Frisch e Sebald li amo davvero molto, li considero narratori integrali (gli autori italiani che invece cita non mi dicono granché). La sua prima domanda suscita il desiderio di conoscere la sua eventuale risposta. Io non ho nessuna idea di donna, a parte forse qualche mitologia ereditata (per esempio, i capelli, il sorriso, perfino la giacca o la camicia hippie della ragazza in Zabriskie Point) ma ho un’idea forse dell’amore: dare un senso estremamente positivo alla vulnerabilità, sinonimo di sensibilità. “Compenetrazione”: quando si è due, la penetrazione è sempre reciproca. Ma penso anche questo, che l’irriducibile differenza (cioè l’alterità) che la relazione erotica presuppone, dovrebbe rendere logicamente impossibile una relazione. Ma penso anche che l’erotismo, o l’amore, sia esattamente la possibilità di questa impossibilità. Come distinguerlo da un’allucinazione, beh, questo lo può dire al limite (e comunque sempre troppo tardi) l’esperienza. O il racconto dell’esperienza. Questa indecidibilità è anche uno dei temi del mio “romanzo”.

L’amore fa paura perché è in qualche modo un viaggio nella notte (“oscura”), come un treno il cui percorso comprenda il deragliare, e questo lo avvicina all’esperienza della morte (altra possibilità dell’impossibilità), o a quella del dono, del perdono, dell’accoglienza, ecc. (Derrida, il filosofo, ne ha descritto bene i meccanismi). E’ terribilmente doloros/o il fatto che, contrariamente all’amicizia, sia troppo spesso e troppo facilmente sconfessato, revocato, reso intercambiabile al pari di una merce, di un cappotto o di un’auto. Tutta una serie di comportamenti che sono fatti della stessa pasta dela merda politica che ci circonda, e nella quale piu’ o meno allegramente galleggiamo. Dà dolore non tanto a sé, o per il proprio sé, ma per quell’altra cosa o anima segreta, come un mondo possibile, a cui la relazione ha dato corpo e vita. Sì, ritengo ci sia qualcosa di sacro (cioè di segreto) che abbia a che fare con l’amore, qualunque cosa sia. Una volta ho scritto che la donna (per l’uomo) è ciò che, in un mondo dove è tutto è già là (come la merce in un espositore), non è mai là. Ecco, anche per quanto riguarda il tema dell’assenza.

Quanto alla storia d’amore secondaria che la domanda della lettrice ricorda (citando la chat), a me viene in mente solo che alla domanda di una sconosciuta – se vuole fare cioè del sesso virtuale – il personaggio del romanzo risponde a sua volta con una domanda: “ma non è sempre così, l’amore?” (sottinteso: virtuale). Questo significa che l’amore non è mai scontato, non è mai assicurato, forse addirittura non esiste neppure qualcosa come “l’amore”. Due persone che si amano non pensano mai la stessa cosa, neanche quando pensano la stessa cosa… E allora? Non è tutto contraddittorio quello che sto dicendo? Non credo. L’amore presuppone fede, non tanto fedeltà, cioè un certo abbandono della razionalità (quella notte oscura che dicevo sopra), un elemento di cecità indispensabile. Un capitolo del romanzo si intitola “Pregare e scopare“: il personaggio è ossessionato dall’idea di trovare un sinonimo di scopare che sia semplice, liscio e indiscutibile come il verbo pregare. Pregare, come le carezze, è qualcosa di intransitivo, che non cerca ma trova, che non vuole possedere. Ma che è già relazione. Tra l’altro, è un “dire” di questo tipo che io cerco nel racconto, nella scrittura in generale. Tornando all’amore, fintanto che l’amore resta un oggetto mentale, un riflesso dell’io, è indistinguibile da un’allucinazione. E come tale soggetto a revoca. Forse la parola “amore” non ha un destino e un compito diverso dalla parola “Dio”: solo quando ci rendiamo conto che non c’è nessun Dio, niente che riponda alla parola Dio, allora possiamo parlare di Dio. Ci sono due modi di essere religiosi: pensare che Dio sia la metafora ultima, quindi non una metafora; pensare che Dio sia metafora intermedia, proprio come amore. Naturalmente, appartengo alla seconda categoria. Quando l’amore cessa di essere un oggetto della mente, allora forse si avrà qualcosa come l’amore, una relazione d’amore indistinguibile dalla vita e dal suo scorrere. Ecco qualcosa che vorrei riuscire a scrivere, una storia dove non succede niente – come le carezze. E’ questo l’amore che vorrei vivere, irrevocabile. Fino alla naturale estinzione di me. (E a proposito di storie dove non succede niente: Stephen King ci riesce benissimo, magari fino a pagina 110, inchiodando il lettore. Solo che poi accade qualcosa di demoniaco che ne frantuma ogni orizzonte e ogni normalità: il dia-bolico che digrega il sim-bolico, e tutto diventa lutto e nostalgia).

2. Mi piace molto, del libro, il disinteresse per la forma, nel senso che non è un romanzo canonico, potrebbe essere un collage con racconti, brani di
diario, annotazioni, storie. In pratica come la vita, come quando camminiamo o andiamo in motorino e intanto fantastichiamo, guardiamo uno scorcio di panorama, ricordiamo un gesto o un discorso, eccetera. Questo mi piace molto, si può trasformare in domanda, per esempio, letteratura come flusso di esistenza: può essere una poetica?

Questa normalità di eventi mi sembra del resto l’oggetto indefinibile della seconda domanda, il vedere storie dappertutto, a ogni apertura d’occhi, con assoluta libertà di associazione. Il “che cosa vedi dalla finestra”, che da piccolo mi sembrava un tema idiota e da tempo invece mi sembra l’unica traccia decente di una scuola discrittura (tanto per dire). Posso dire che ho molto imparato dai fotografi (almeno come intenzione) andando in giro a scrivere all’aperto. E’ una cosa che mi piace ancora molto. Sì, penso che sia e debba essere una poetica, che va dalle lettere del Settecento – quelle vere, non quelle simulate, quelle dove si va di palo in frasca, oscillando tra il tempo dello scrivere e quello di ciò che si racconta a qualcuno, trasgredendo ogni ordine del discorso, come diceva Diderot – su su fino a un certo cinema, e poi la scena ormai manierata del sacchetto di plastica che vola in American beauty (io avevo scritto la stessa scena in un racconto uscito nel 1994 in Niente di tutto questo mi appartiene, Feltrinelli, ma ora introvabile). Questa poetica ha a che fare col corpo e con la radicata consapevolezza che tutto quanto possiamo dire o scrivere nasce in una circostanza e a questa appartiene. E si incanta della verità di qualcosa che si può dire solo a parole, una verità indimostrabile, qualcosa di simile allo choc che perfino una canzonetta al juke-box ci procura usando “la parola giusta” per dire “quella cosa lì”.

3. Per puro egoismo, gli chiederei se sta scrivendo un altro romanzo.

Sì, all’epoca di queste domande stavo scrivendo qualcosa, un progetto ripescato da un amico che ne era stato testimone: il tentativo, quasi la parodia, della biografia di una persona diventata famosa per caso (morendo), e che fu massacrata dai mass-media. Non dico chi è perché distrarrebbe troppo. Si tratta comunque di un tentativo di scrittura che svela il dietro le quinte di Tolbiac, perché pur essendoci, e massicciamente, il mio diario di un periodo, per la prima volta scrivo di qualcuno che non mi assomiglia, che non ha niente a che vedere con me…

3 Responses to Beppe Sebaste risponde

  1. Lucio Angelini il 7 novembre 2004 alle 19:15

    Interessante l’opinione di Tiz – vero kamikaze d’Occidente – sulla letteratura italiana recente: “gli scrittori italiani di oggi raccontano per lo più storie che hanno il fiato corto o raccontano in modo spocchioso storie inesistenti”.

    Me la metto nella lista della spesa:-)

  2. Tiziano Scarpa il 8 novembre 2004 alle 01:50

    Caro Lucio,
    hai fatto un pochino confusione, ma è senz’altro colpa mia che non ho fatto capire abbastanza chiaramente che si tratta di un contributo di Valeria Trigo. Le parole della scheda (da cui tu citi la frase “gli scrittori italiani di oggi raccontano per lo più storie che hanno il fiato corto ecc.”), così come le domande in neretto, sono di Valeria Trigo, non mie.

    Aggiungo che la scheda di Valeria Trigo era già stata pubblicata su Nazione Indiana, ma l’ho riproposta qui perché le domande dell’intervista e le risposte di Beppe Sebaste fanno riferimento a essa (per esempio quando Beppe Sebaste ringrazia per le “associazioni letterarie”).

  3. Lucio Angelini il 8 novembre 2004 alle 07:28

    Ooops, che figura! Sulla falsariga dei ‘momenti di essere’ di Virginia Woolf, potrei parlare di un mio ‘momento di mona’:-)



indiani