Vomitorium (5)

8 aprile 2005
Pubblicato da

di Gianni Biondillo e Sergio Garufi (con una incursione di Raul Montanari)

vomitorium5.gif GIANNI BIONDILLO
Sergio, nel mio bar virtuale tu sei quello del tavolino di fianco che ha ascoltato tutto e si è intromesso per dire la sua. E hai fatto benissimo. Ecco che ti offro di cuore una birra virtuale.
Hai colto, in buona sostanza, uno (uno, fra gli altri, ma forse il più importante) dei noccioli della mia questione. In effetti chi mi dice che gli “iperurani” non sappiano quanto costa un chilo di pane? Chi mi assicura che gli “anomali” hanno uno sguardo obliquo? Questa tendenza, da sociologia spiccia, a incasellare tutto, dove porta? Sono generalizzazioni, e come tutte le generalizzazioni lasciano il tempo che trovano.

SERGIO GARUFI
Caro Gianni, innanzitutto ti ringrazio dell’invito, che mi lusinga e mi imbarazza, forse per il fatto che non sono uno scrittore, né vero né tantomeno anomalo.
Chissà, magari la mia allergia alla tua classificazione dipendeva anche da questo, dal sentirmi un po’ escluso; anche se in uno dei tuoi ultimi commenti compariva una categoria alla quale potrei iscrivermi, quella dei cazzi&mazzi.

G.B.
Aspetta, aspetta. Quello che ho detto ancora non basta.
Queste generalizzazioni sono, me ne rendo finalmente conto, uno schema mentale che, entrando in punta di piedi nel mondo dell’editoria/letteratura, mi sono inconsciamente imposto per ordinare, organizzare il mio approccio con questo mondo. Quindi, hai veramente ragione, sono “luoghi comuni”. Pericolosissimi.
Chi è veramente esente da non cascarci? Io ci sono cascato, mi sono difeso nel modo più semplice, articolando strutture gerarchiche non verificabili.
Hai capito, per ciò, che in questo mio desiderio di parlare privatamente in pubblico cerco di mettere il mio cuore a nudo ed essere, il più possibile, sincero. L’ho scritto a Raul. Il discorso che fa Antonio Moresco sulla restaurazione mi interessa assai. Il “male” non può essere solo “fuori”. Dove sbagliamo noi?

S.G.
Provo allora a lasciar perdere le tassonomie e ad andare al nocciolo delle questioni che hai posto. Riallacciandoti al discorso di Moresco sulla restaurazione mi chiedi: dove sbagliamo noi? Io credo che gli intellettuali abbiano la responsabilità di essere presenti nel dibattito culturale, debbano far sentire la propria voce utilizzando tutti gli strumenti possibili.
Tempo fa, sollecitai uno degli scrittori che stimo di più ad accettare gli inviti che alcuni programmi televisivi gli avevano rivolto e che lui aveva rifiutato. Pur condividendo il suo giudizio negativo su quelle trasmissioni, ricordo che per convincerlo gli citai la frase di Gramsci che diceva che “l’unico modo per dirottare un aereo è quello di salirvi a bordo”. Rispose, con logica ineccepibile, che quei luoghi erano troppo incorniciati, cioè ipotecati semanticamente; per cui la sua presenza sarebbe stata del tutto ininfluente. A tutt’oggi, nonostante condivida la sostanza di quelle obiezioni e ammiri la coerenza morale di chi è consapevole che con quel rifiuto rinuncia a molti tangibili benefici, mi resta ugualmente un senso di rammarico per quella che considero un’occasione perduta.

G.B.
Scusa un attimo, Sergio… Raul che ci fai qui?

RAUL MONTANARI
Ho dimenticato una cosa, la prendo e vado via.

G.B.
Hai sentito cosa stava dicendo Sergio?

R.M.
Solo la parte finale, sulla tivù. A proposito di tivù, ti voglio dire una cosa. Dimostrazione del fatto che dire tivù, di per sé, non significa nulla: io sono ospite all’Italia sul 2 ogni settimana (spesso dico di no perché i temi non mi interessano), audience di 2 milioni in media, con picchi di 3. Mi riconoscono al supermercato, ecc. Quanto credi che mi faccia vendere, questo? Sono quasi tutte casalinghe che non leggono un cazzo – di sicuro non leggono ME.
Facciamo un calcolo. Prendiamone mille, e guarda che sono tante! Mille persone sono TANTISSIME! Immaginiamo che di queste mille persone, che possono riempire una palestra intera, ce ne sia una che dice: “Però, caruccio questo Montanari, e non spara neanche troppe cazzate! Fa lo scrittore, dicono. Mo’ vado in libreria e cerco qualcosa.” Il calcolo è presto fatto: 2.000.000 diviso 1.000 fa 2.000. Ecco, forse con la tv – ripeto: ci vado ogni settimana, ogni tanto pure due volte alla settimana, ed è la RAI – vendo 2.000 copie in più. Forse anche queste considerazioni possono entrare nel nostro “dialogo”.

G.B.
Confermo, confermo… la settimana che sono andato da Costanzo le vendite del mio libro SONO CALATE!!!!!!

R.M.
Ah ah, scusa se rido, ma questa è buona…

G.B.
Cioè forse la tivù in sé, esserci per esserci, non risolve nulla, no? Sempre se il ragionamento è, grevemente, incentrato sulle vendite. A meno che non si intendano le vendite la capacità di essere realmente ficcanti nel tessuto sociale. Ma si può risolvere la funzione dello scrittore a dei semplici dati auditel? All’essere o non essere venduti? Per quanto sia vero, come dice Leonardo, che ogni scrittore desideri essere letto, è solo quello che lo muove a scrivere? Non è ancora una volta una lettura opaca del suo ruolo?

R.M.
Scusa ma devo fuggire, continuate senza di me.

G.B.
Ok. Alla prossima. Perdonami Sergio, ti ho interrotto.

S.G.
Stavo dicendo che nel discorso con Franz, invece, sostieni che sia utile, anzi necessario, per uno scrittore, svolgere un lavoro diverso, avere interessi che esulino dalla letteratura, aprirsi alla vita e al mondo cogliendo gli stimoli più vari che questa ci offre. Così, di primo acchito, penso che chiunque sarebbe d’accordo con te. Le comunità endogamiche di scrittori che frequentano solo loro colleghi e parlano unicamente di cultura sanno di polveroso, vien voglia di aprire la finestra e far cambiare l’aria tanto è l’odore di chiuso.

G.B.
Gesù, che immagine…

S.G.
Non so se questa impressione tu l’abbia ricavata in una delle riunioni al Teatro I, dove t’incontrai; che in effetti somigliano a un raduno di cospiratori anarcoinsurrezionalisti. Se hai avuto questa impressione hai visto giusto. Il Teatro I è un laboratorio di sovversione, lì si studia la rivoluzione.
E’ un po’ come la facoltà di sociologia di Trento ai tempi di Curcio, o la Roma dei primi del ‘600 con Caravaggio. Ma non è una comunità chiusa, indifferente a tutto ciò che non sia letteratura. Al contrario, la loro maggior preoccupazione pare rivolta soprattutto ai motivi per cui questo è un paese in cui – come diceva Hemingway – la metà delle persone scrive e l’altra metà non legge. Ed è una preoccupazione comprensibile, che li riguarda direttamente.

G.B.
No, Sergio, no. A me il Teatro I piace un casino, non avevo affatto in mente le belle serate organizzate in quel posto, anche da me tra l’altro. Forse più le polverose Università ricordate da Sandro due post fa… Semmai il passaggio dal blog al teatro (senza che uno escluda l’altro, ovviamente), per me è stato importante. Riconoscersi come corpi, oltre che come digitatori di tastiere era importante, è importante.

S.G.
Quando sono finito in un bar con quattro di loro, gli scrittori veri, si discuteva di sesso, di politica, di televisione, di potere, ma anche di fesserie banalissime; ed era affascinante ascoltarne i paradossi e i ribaltamenti del senso comune, osservarne gli sguardi impertinenti, voraci, fagocitanti, curiosi di tutto.
In quell’occasione pensai che ciò che rende tale uno scrittore è un dono naturale, un mix di sensibilità, intelligenza e talento; non i libri letti e le mostre viste. La cultura è solo lo strumento per dar forma a un’idea.

G.B.
La cultura nel senso del repertorio delle conoscenze, non nel senso del “mondo della cultura”. Nel primo caso la sua strumentalità è attiva, propositiva. Nel secondo, pensare la cultura come “strumento per” l’ottenimento di qualcos’altro mi spaventa. Ed ho paura (ma forse anche la certezza) che è in questa errata accezione che viene spesso identificata. Inteso: come luogo comune, mi capisci?

S.G.
C’è una immagine di Wim Wenders, ne Il cielo sopra Berlino, in cui i due angeli viaggiano in un vagone della metropolitana e ascoltano, non visti, i pensieri della gente comune, ciò che gli altri non riescono a sentire. L’impiegato incazzato col capufficio, la preoccupazione per la malattia, le infedeltà coniugali, i soldi che non bastano mai, i sogni di gloria. Ogni volta che rivedo quel film, in quell’ascolto attento e riguardoso io scorgo il sintomo più nobile di ogni autentica vocazione narrativa. Ma non vuol essere una visione altruistica ed edificante, la mia. Spesso e volentieri si vampirizza l’altro, perché gli dei tessono sciagure affinché noi si possa raccontarle. E la voce che parla resta quella dello scrittore, che traduce e tradisce perché non registra meccanicamente. Ciò che importa davvero è la proprietà transitiva della voce incaricata di raccogliere quei pensieri, la sua capacità di passare, di arrivare a chi legge. Qui si compie la funzione soteriologica dell’arte. Per riuscire in questo è necessaria una curiosità morbosa e insaziabile verso ciò che ci circonda; diversamente si resta confinati in una dimensione solipsistica ed autoreferenziale che ha valore solo come documento umano. Ed è altrettanto necessario restituire ciò che si vede e si ascolta senza mistificazioni e imbellettamenti cosmetici, a costo di risultare crudi e sgradevoli.

G.B.
Ne parlai una volta con Tiziano. Dell’idea che avevo, fra le altre altrettanto nobili, della letteratura come salvazione delle storie perdute, della scrittura come memoria, forse traditrice ma per questo autentica, molto più del documentario, buono per lo storico, ma non per l’artista.

S.G.
A proposito di cose sgradevoli e disturbanti. L’ultimo romanzo che ho letto è Atomico dandy di Piersandro Pallavicini; uno degli scrittori anomali secondo la tua classificazione.

G.B.
E nostro compagno di sbronze virtuali.

S.G.
Avrei tante cose da dire e questo non è il luogo adatto, essendo lui uno dei fondatori di Nazione Indiana. Mi limito solo a riferire che uno dei suoi pregi maggiori, riscontrabile sia in questo libro che nel precedente, è a mio avviso proprio l’antipatia che ispirano i suoi personaggi. Sia Calibani che Provera che Nuvolani sono esseri liminari. L’ambiguità della loro sessualità si rispecchia fedelmente nella loro equivocità morale. Non sono né omo né eterosessuali, né buoni né cattivi, perché capaci di andare indifferentemente con uomini o donne e fare cose spregevoli o commoventi. Il risultato in chi legge è un malessere diffuso, fastidioso, perché non riesci ad amarli ma neppure a detestarli. E questo era proprio uno dei suoi intenti, quando illustrò la sua poetica in Scrivere sul fronte occidentale. Nessun messaggio educativo, pedagogico, consolatorio e rassicurante. La realtà per come si vede e si sente.
Càpita a volte che i libri che più ci riguardano siano proprio quelli in cui meno ci riconosciamo, quelli che suscitano in noi una sensazione di ribrezzo ed estraneità come quando si ascolta la propria voce registrata. Ora, non so se questa disposizione all’ascolto sia prerogativa degli scrittori veri o anomali, famosi o semiclandestini, che di mestiere fanno solo quello od altro.
So che questo è il tipo di libri che amo leggere.

G.B.
Ecco il nocciolo d’uranio. Eccolo. Grazie Sergio, mi sei stato utilissimo.

(abbiate pazienza, ho quasi finito…)

23 Responses to Vomitorium (5)

  1. Oscar Wilde il 8 aprile 2005 alle 18:53

    Amo parlare di nulla: e’ l’unico argomento di cui so tutto.

  2. Curiosa il 8 aprile 2005 alle 19:12

    Ma allora perché ci vai, Raul? Perché ti danno un gettone di presenza? Perché ti interessa l’argomento di cui si discute? Perché ti piace essere riconosciuto al supermercato? Sono domande assolutamente tranquille, non polemiche. Sono curiosa, tutto qui. Te lo chiedo perché, se tu stesso ci tieni a precisare che andando in tivù non si vendono libri, mi domando allora quale sia la motivazione che spinge uno scrittore a partecipare a una trasmissione – per di più a una trasmissione di quel tipo. Ripeto, senza nessuna polemica, mi raccomando.

  3. Lucio Angelini il 8 aprile 2005 alle 19:24

    “Eccolo il nocciolo d’uranio!”, gongolò soddisfatto l’architetto Biondillo, come a dire: “Qui sta il busillis!”. [Scusi, architetto: QUI dove?]Ma non sapeva che “in dieBUS ILLIS” [questa l’origine di “busillis”] il suo vicino di tavolo Garufi aveva avuto frequentazioni ben più nobili delle attuali. Nessuno, in it.cultura.libri, aveva mai dimenticato i post in cui, travolto dalla nostalgia, iterava dolente: “Ricordo che un giorno io e Borges…” (vd in Google/Groups la serie “Iooooo e Borges”). Sì, insomma, adesso aveva cambiato lavoro, abbandonato la fabbrica di Divani Palladiani e preso posto nel suo stesso studio, dove l’ANOMALIA scrittoria, in certi momenti, pareva tradursi in una vera e propria malìa dell’ano… [da “Io e BIOOOOONDILLO”, Edizioni Spalanchiusa, 2005]

  4. Stufo il 8 aprile 2005 alle 19:42

    Angelini, sinceramente: dopo aver letto i tuoi commenti (dovresti mettere il nome in cima davanti a quelli più lunghi così li salto fin da subito), non mi passerà per la testa nemmeno da ubriaco di prendere ai miei figli i tuoi libri “per ragazzi”.

  5. Giovanni Paolo Camerlengo il 8 aprile 2005 alle 19:50

    A nome di Santa Romana Chiesa e di Bruno Vespa, anticipo che il Monsignor Lucio Angelini verrà inserito nella lista dei papabili in vista del prossimo Conclave.
    Questo sarà senz’altro un bene per Santa Romana Chiesa e anche, inutile nasconderlo, per la Nazione Indiana. Santa Romana Chiesa incarnata nei suoi più eminentissimi cardinali avrà la possibilità di farsi quattro risate in questi tristi giorni, mentre la Nazione Indiana potrà tirare un sospiro, se non di sollievo, perlomeno di pace.
    Con osservanza infinita,
    G.P. Camerlengo.

  6. Lucio Angelini il 8 aprile 2005 alle 19:51

    Sei il solito Andrea Barbieri che oggi ha fatto una figuraccia? (mi ha accusato di non capire i suoi concetti, salvo poi ammettere di averli resi incomprensibili cancellando la parola chiave ‘Celine’).

    Comunque NON leggermi, chissenefrega. Io sono uno scrittore ANOMALO, mica scrivo per tutti!

  7. Lucio Angelini il 8 aprile 2005 alle 19:54

    La risposta qui sopra era per ‘Stufo’, non per Camerlengo.

  8. Giovanni Paolo Camerlengo il 8 aprile 2005 alle 20:05

    Venga, Monsignor Angelini,venga a pontificare un po’ con noi.
    A nome di Santa Romana Chiesa e della Conferenza Episcopale dell’Usbergo Nunzio Cattolico e Apostolico prostratamente La saluto, in tale attesa.
    Suo,
    con osservanza infinita,

  9. Lucio Angelini il 8 aprile 2005 alle 20:13

    Camerlengo, attento, lei è fuori tema! Qua si sta trattando dell’angosciosa questione di come il mondo dell’editoria/letteratura abbia fatto irruzione nella vita dell’architetto Biondillo.
    (Scusi la curiosità, lei lo trova nomalo o anomalo?)

  10. Giovanni Paolo Camerlengo il 8 aprile 2005 alle 20:18

    Eminenza, Santa Romana Chiesa Le dà questa possibilità unica e irripetibile e Lei che fa, mi fa delle domande terrene terrene?
    L’attendiamo con ANSA al Conclave, è già stato tutto predisposto.
    Con osservanza infinita, come sempre, nei secoli dei secoli,
    Suo

  11. Lucio Angelini il 8 aprile 2005 alle 20:22

    Vabbè, conchiavo, conchiavo! Adesso arrivo, mi attenda (si faccia trovare prostrato e prono, mi raccomando).

  12. Giovanni Paolo Camerlengo il 8 aprile 2005 alle 20:40

    Eminenza, in Sua presenza, a quanto pare, è miglior cosa farsi trovare prostrati e proni con le spalle rivolte al muro. Farò passare la voce anche a tutti gli altri eminentissimi Cardinali.
    Con osservanza infinita, e munito di mutandoni di ghisa,
    Suo

  13. milo il 8 aprile 2005 alle 22:49

    omioddio… e io che pensavo di trovare dei commenti a vomitorium 5…

  14. sergio garufi il 9 aprile 2005 alle 03:32

    Solo qualche precisazione. Per Raul: spero si sia capito che non ho niente contro gli scrittori che vanno in tivù, tant’è che ne ho invitato uno a farlo. Gliel’ho detto perché lo considero il miglior narratore della mia generazione, e vorrei che le sue parole si rivolgessero a un numero di interlocutori maggiore di quelli della biblioteca Calvairate (con tutto il rispetto, essendo io uno di loro). E poi perché ho un naturale moto espansivo. Se amo un libro, un film o una mostra ne parlo agli amici e ne scrivo qui o su Stilos, perché penso che la condivisione di un piacere sia l’unica cosa che anziché dimezzarsi raddoppia. Il libro del Lotto ne è un esempio, e spero si sia capito che per me leggerlo è stata un’avventura intellettuale affascinante. In che misura poi andare in tivù possa comportare dei benefici credo dipenda da tanti fattori (il tipo di trasmissione, l’orario in cui va in onda, il tempo a disposizione per parlare, l’argomento di conversazione, l’abilità dell’oratore ecc), ma non è questo il punto. Il punto è promuovere e valorizzare chi ha qualcosa da dire, non lasciare che il mezzo di comunicazione di massa più potente e persuasivo sia gestito solo da parolai e saltimbanchi. E poi a Gianni: quando ho parlato di sensibilità, intelligenza e talento intendevo proprio confutare la vulgata attuale della cultura come quantità di libri letti. Oggi tutto
    ha un valore quantitativo, il numero è l’unità di misura di tutto: le persone valgono per quanto guadagnano, le cose si valutano per quanto costano e l’essere colti per la cifra di libri letti. Il corollario di questa visione del mondo
    (weltanschauung, tanto si sa che amo il vintage lessicale) è l’invito a mettere a frutto, a monetizzare anche gli hobby. Quante volte mi son sentito dire: tu che leggi tanto perché non apri una libreria o metti su una casa editrice, come se questa passione priva di fini di lucro non avesse senso. Per chi la pensa così, un “lettore anomalo” (nel senso che non lo fa di professione)come me spreca le sue energie e il suo tempo. E per certi versi è vero: non ci pago le bollette e il mutuo, non ne ricavo prestigio sociale (anzi, a volte ispiri commiserazione). Ma la cultura è come i libri, i servizi di piatti, le tovaglie e la biancheria intima che Luchino Visconti pretese per il suo “Gattopardo”. E quando la produzione obiettò che tutte quelle cose erano inutili e dispendiose perché non si sarebbero viste nelle scene, essendo nascoste nelle scaffalature, nei cassetti dei mobili e sotto gli abiti dei protagonisti, il regista replicò che era importante che gli attori sapessero che c’erano. In qualche modo, quegli oggetti invisibili avrebbero aiutato Claudia Cardinale, Alain Delon e Burt Lancaster a immedesimarsi nella parte, a vivere e sentire, più profondamente, l’epoca in cui si svolgeva la storia. A conti fatti, aveva ragione lui. La cultura è questa cosa nascosta e segreta che ci permette di capire e vivere meglio il nostro tempo. In ogni caso, per chi ha un’autentica passione letteraria non è mai il tesoro – inteso come l’utile, morale o materiale, che se ne può ricavare – che conta. Come disse Trewlaney (ne “L’isola del tesoro di Stevenson) poco prima di partire: “Prua verso il mare! Al diavolo il tesoro. E’ l’incanto del mare che mi ha dato alla testa!”

  15. Lucio Angelini il 9 aprile 2005 alle 07:42

    Però non ci hai detto se tra i libri che più ti riguardano, in cui meno ti riconosci e che suscitano in te una sensazione di ribrezzo ed estraneità come quando ascolti la tua voce registrata (= in pratica il tipo di libri che ami leggere), ci siano anche quelli del tuo vicino di tavolo.

    [“Seaward, ho! HANG THE TREASURE! IT’S
    THE GLORY OF THE SEA THAT HAS TURNED MY HEAD. So now, Biondillo, come post; do not lose an hour, if you respect me.”]

  16. helena il 9 aprile 2005 alle 09:09

    Mi riconosco totalmente nelle cose dette da Sergio (sulla “proprietà transitiva” ecc., ma non fatemi citare che sono pigra).
    Cogliendo lo spunto dal fatto che Sergio non è uno scrittore, vedo deflagrare ogni tentativo tassonomico dei medesimi. L’esplosivo potrebbe essere:la passione per i libri E la curiosità per il mondo e gli uomini.

  17. Lucio Angelini il 9 aprile 2005 alle 09:55

    Sergio Garufi dice di non essere uno scrittore. Però lo sognava. E secondo me lo sogna ancora. Infatti spesso rinfresca i pezzetti già postati in it.cultura.libri (nel periodo d’oro) e li ripropone su nazioneindiana (vedi ieri). Io lo trovo abbastanza bravo, anche se solo finto-umile.

    “La prima volta che incontrai Jorge Luis Borges fu nel marzo dell’84. Lo leggevo in modo monomaniacale già da tre anni, ed ero talmente fanatico da credere che rappresentasse il momento centrale della storia della letteratura universale: tutto ciò che lo aveva preceduto preparava il suo avvento, tutto ciò che sarebbe
    seguito non avrebbe potuto prescinderne. A quel tempo avevo vent’anni, ***sognavo di diventare uno scrittore*** e i miei timidi esercizi letterari non erano altro che dei maldestri tentativi di imitare il suo stile.” (Sergio Garufi, Incontri con grandi scrittori, it.cultura.libri, 22 gennaio 2003).

    Ma sentiamo, sempre da it.cultura.libri (dove OGNI discussione sulla scrittura è già avvenuta e reperibile in google):

    “Chiunque può fare lo scrittore, bastano poche cose, una penna, un po’ di carta, tempo e denaro a disposizione per campare intanto che si scrive. Chiunque lo può fare. Ma se io scrivo fantasiose
    liste della spesa non sono una scrittrice. Il mondo è pieno di gente che per vanità o perchè ci crede pubblica libri a sue spese. Indipendentemente da un
    giudizio di qualità uno scrittore è semplicemente colui che scrive oppure è
    colui che viene pubblicato allo scopo di trovare un cane che lo legga? Non è
    che uno è scrittore nel momento in cui si rivolge ad un pubblico qualsiasi?
    La famosa sorella di Shakespeare, ipotizzata da Virginia Woolf, magari
    dotata quanto e più del fratello, potrebbe essere considerata una
    scrittrice, anche se non ha avuto modo di farsi conoscere come tale?
    Un altro esempio: Salvatore Satta era un giurista di chiara fama. Quello era
    il suo mestiere. Eppure ha scritto un solo romanzo,che io sappia, che è uno
    dei capolavori della letteratura italiana del ‘900. E’ un vero scrittore?
    Oppure un professore con qualcosa di importante da dire?”
    (Silvia Seveso, it.cultura.libri, 11.11.2000)

    E infine un altro “compartizzatore” alla Biondillo, Federico Platania:

    “Ho fatto questa riflessione che vorrei condividere con voi.

    Uno scrittore non si giudica da quanto scrive o da quanto vende. Né si
    giudica dal fatto che abbia deciso di dedicare la sua vita alla
    letteratura anziché all’industria o alla gastronomia.

    E’ scrittore colui che – ad un certo punto della sua vita – compie
    consapevolmente la scelta di esprimere in forma letteraria ciò che per
    lui è __essenziale__ (ci ho pensato a lungo prima di scegliere proprio
    questo aggettivo). Se esiste questa scelta consapevole allore esiste lo
    scrittore. Se questa scelta non c’è, siamo in presenza di qualcosa che
    può tutt’al più confinare con l’essere scrittore, ma niente più di
    questo.

    A questo punto, tutti (tranne lo scrittore stesso, ovviamente) possono
    valutare la __qualità__ della sua opera e decidere se si è in presenza
    di un “buono” scrittore o di un “cattivo” scrittore.

    Il problema della valutazione “qualitativa” dell’opera è assai
    complesso, perché intervengono tali e tanti fattori che ci impediscono
    (per fortuna, probabilmente) di stabilire con certezza se una
    determinata opera è letterariamente “buona” o “cattiva”. Tuttavia,
    costruire la definizione di “scrittore” partendo dal concetto di scelta
    consapevole, come detto sopra, mi convince.

    It.cultura.libri 9.11.2000

    A Platana un demitizzatore folle come me rispose laconicamente: “Purtroppo anche il casalingo di Voghera, quando decide di mettere per
    iscritto la storia della sua recente (ed essenziale) operazione alla prostata, crede di compiere una consapevole scelta letteraria.”

  18. Raul Montanari il 9 aprile 2005 alle 12:01

    Scusami, Curiosa, se rispondo solo adesso e solo a questo stadio del thread. Come avrai notato, ultimamente basta allontanarsi tre minuti dalla scrivania (andare al supermercato, magari) e ti ritrovi una ventina di commenti già postati. Tu scrivi con molto garbo:

    “Ma allora perché ci vai, Raul? Perché ti danno un gettone di presenza? Perché ti interessa l’argomento di cui si discute? Perché ti piace essere riconosciuto al supermercato? Sono domande assolutamente tranquille, non polemiche. Sono curiosa, tutto qui. Te lo chiedo perché, se tu stesso ci tieni a precisare che andando in tivù non si vendono libri, mi domando allora quale sia la motivazione che spinge uno scrittore a partecipare a una trasmissione – per di più a una trasmissione di quel tipo. Ripeto, senza nessuna polemica, mi raccomando.”

    Ecco, ti rispondo subito.
    Io penso che gli spazi vadano occupati, e non lasciati perdere per un malinteso disprezzo.
    L’Italia sul 2 è un talk show in cui a volte si parla dell’Isola dei famosi (e io ho sempre rifiutato di andarci, in quel periodo), a volte si parla del corpo del papa (l’ultima volta l’argomento del mio segmento era quello, e nasceva proprio da alcune considerazioni fatte con i redattori), oppure degli infanticidi e così via.
    Ci sono argomenti interessanti e altri meno: quando mi interesano, vado volentieri e riesco a dire la mia.
    Proviamo a rovesciare i termini della tua domanda: ma davvero uno scrittore dovrebbe andare in tivù SOLO per vendere più libri?
    Cioè, uno scrittore dev’essere solo un marchettaro, pronto a vendere anche l’anima pur di aumentare il fatturato?
    Io penso di no. Lo scrittore si esprime principalmente attraverso la sua opera, altrimenti non lo chiameremmo così; ma se gli si offrono altre opportunità di dire come la pensa sul mondo in generale o su un argomento in particolare, perché tirarsi indietro?
    Guarda, spesso quelli che sparlano di chi va in tv (non dico che lo stai facendo tu: affatto!) lo fanno semplicemente perché loro in tv non vengono invitati, o perché vengono invitati ma hanno problemi a parlare in diretta davanti a due milioni di persone, cosa che a volte può dare dei problemi. Un giorno io ho avuto un attacco di panico e sono stato placcato da Renato Farina e don Mazzi (difficile immaginare una più bizzarra coppia di angeli custodi), se no me ne sarei tornato a casa di corsa, o mi sarei accomodato direttamente al pronto soccorso più vicino, visto che purtroppo soffro da quasi 15 anni di questi problemi.
    Nel contesto del dialogo fra Sergio (che saluto: nessun problema, avevo capito!) e Gianni, la tua domanda è più che legittima: ma lì si sta parlando appunto della ricaduta che un’apparizione televisiva può avere sulle vendite di un libro. In televisione, questo sto cercando di dirti, non ci si va solo per quello.
    Ciao e grazie!

    PS Sul gettone di presenza: l’anno scorso ci andavo gratis. Quest’anno si sono vergognati (capita anche a loro… raramente) e prendo 200 euro lordi a puntata. Sono soldi che rientrano nel ben noto “indotto” del “vero scrittore”, secondo la definizione di Gianni. Ossia non sono soldi che prendo come diritti d’autore per essere uno scrittore, ma se non fossi uno scrittore non si sognerebbero di invitarmi lì a parlare. Funziona così.
    Grazie a questi denari in più, ho potuto finalmente cambiare la marca del dentifricio, e sto facendo un pensierino su un masterizzatore nuovo… Scherzi a parte la mia situazione finanziaria è questa: con quello che guadagno per diritti d’autore puri, vivo (tieni presente che sono al decimo libro, cioè al settimo romanzo più altre cose: anche se i volumi di vendita delle singole opere non sono da strapparsi i capelli, ogni anno si accumulano diritti in più); con quello che arriva in più, metto via per la vecchiaia. Anche perché non sono sicuro che la legge Bacchelli sarà ancora in vigore, quando mi partirà il trombo. E ancora meno sono sicuro che la applicherebbero anche a me.

  19. Curiosa il 9 aprile 2005 alle 12:48

    Ringrazio Raul per la risposta pacata e esauriente. Riguardo al gettone di presenza, non ti nascondo che pensavo che gli ospiti venissero pagati un po’ di più: sarebbe giusto, visto che – mi riferisco a voi intellettuali, non tanto alle persone semplicemente ‘famose’ invitate per la loro faccia – dovete essere preparati sugli argomenti di cui si discute, e se per caso vi scappa una scemenza fate una brutta figura davanti a milioni di persone, e rischiate pure di essere presi per il culo per tutta la vita, per esempio da ‘Blob’ o da altri tipi di ‘memoria televisiva’. Sono molto soddisfatta della tua risposta, grazie mille.

  20. Lucio Angelini il 9 aprile 2005 alle 13:12

    E io che, in questa fase, mi diverto a fare il prezzemolo (ma presto vi abbandonerò) aggiungo: Melissa P. andando in tivù ha ***stravenduto*** il suo libro, ora tradotto in tutto il mondo (‘100 colpi di spazzola’). Ma la spazzolata più grossa è stata che, alla fine, si è pure fidanzata con Thomas Fazi, il mio giovanissimo salvatore (devo a lui, e non alle oche che infestano l’editoria per ragazzi) il recupero editoriale di ‘Kun en spillemand’):-/

  21. bice biaci il 9 aprile 2005 alle 14:32

    grazie dottore per questa notiziona, mando i paparazzi subito.

  22. Lucio Angelini il 9 aprile 2005 alle 18:47

    Sicuramente a Biondillo il colpo di spazzola (fidanzarsi con Thomas Fazi) non sarebbe potuto mai riuscire. Qualche speranza in più, forse, con Garufi, così a tiro di mano (stesso studio).

    [Ho molto apprezzato Raul, per la semplicità con cui ha accennato ai suoi attacchi di panico. Forse potrà cavarne fuori un buon romanzo autobiografico, che ripercorra anche le interessanti esperienze in colonia. Ma si ricordi di questo mio consiglio, quando avrà battuto Ammanniti nelle vendite.]



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