Chef

di Giuseppe Di Palma

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La solitudine in cui mia sorella cade quando prepara un dolce e ripieni in pasta di pizza è una bolla di tempo compresso.

Raccoglie utensili, ruoti di rame, sistema la farina, sbircia rapida vecchi quaderni pieni di appunti su ricette ed apre pensosa e gongolante gli sportelli dei pensili della cucina. Noi svaniamo lontani, inutili, nelle nostre stanze.
Qualche ora dopo un odore scongela le nostra esistenze.
Possiamo solo immaginarla lottare con la tensione che pretende l’arte del dosaggio degli ingredienti.
La cucina diventa un laboratorio di gustose promesse. Perline di sudore compariranno sulla sua fronte screpolata e le mani collose e infarinate forse compiono frenetiche danze nella pasta elastica ma già profumata.
Io e mio padre rimaniamo oltre la porta e la immaginiamo creare. Magari canta mentre sparge lo zucchero a velo con divina generosità in ogni angolo del ruoti d’alluminio. L’aria in cucina si gonfia, diventa stuzzicante e frizzante respingendo altrove uomini pigri e senza creatività come noi.
I mestoli sporchi, i bicchieri mezzi vuoti di liquidi colorati nel lavabo, i frollini ancora carichi di resti di nettare, i recipienti schizzati di uova sul tavola sembrano conferme di segni lasciati da una divinità inimmaginabile che ha solcato le mattonelle della nostra cucina ed è sparita nei 200 gradi di un forno incandescente.
Mia sorella diventa Dio. Con acqua e terra crea creature colorate e morbide. Buone ma imperfette come gli uomini.
A volte le torte alla frutta si sgretolano e i pezzi di fragola e kiwi scivolano via prima di sparire nel buio salivoso della bocca. Magari la pasta della pizza disattende le aspettative di una piena lievitazione. Lei diventa triste e delusa di quell’aborto gastronomico e si guarda intorno come a voler recuperare l’entusiasmo e il tempo che hanno preceduto il concepimento della ricetta.
Noi sospiriamo di tristezza oltre le pareti.
Un giorno verrà da noi, e stropicciando gli occhi, guardando oltre, l’ascolteremo annunciarci la sua partenza.
Io sono grande. Adesso basta.Vado via di casa.

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Immagine, pastiera napoletana

  4 comments for “Chef

  1. Sandro Veronesi
    17 maggio 2005 at 15:56

    Bello, dolce, sanamente minimale. Un bel racconto, mi ha fatto venire fame di dolci ma anche tristezza. Chissà se la sorella avrà sbattuto la porta.

  2. 17 maggio 2005 at 17:35

    Armoniosamente condito,
    scende giù pian piano,
    ti inonda delicatamente

  3. 17 maggio 2005 at 18:00

    Mi è piaciuto questo pezzo, è da toccare, da odorare, da ingoiare. Mentre leggevo certi passaggi ho provato l’impulso di sfregarmi l’indice e il medio contro il pollice, come fossero infarinati.
    Mi è piaciuta anche la chiusura, nessuno di noi è indispensabile ma ognuno di noi è fondamentale.

  4. Intolleranza
    19 maggio 2005 at 10:26

    che bel pezzo.

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