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Presente a se stesso

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Di Giorgio Mascitelli

Pubblico due interventi scritti per l’incontro Poesia e presente: tempi diversi nello stesso tempo, organizzato dalla rivista Qui (www.quiappuntidalpresente.it) tenutosi nel Teatrino del Parco Trotter di Milano il 14 maggio 2005. L’intento è quello di svolgere una riflessione sul genere fantasma. A. I.)

Se dovessi indirizzarmi su una riflessione sui rapporti tra poesia e un generico presente storico, avrei buon gioco a dire, come quel comico di alcuni anni fa in televisione, che “oggi c’è molta crisi” e nessuno potrebbe obiettare alcunché. Sarebbe facile dire che nessuno legge la poesia e che le sue capacità di intervenire sulla realtà e di organizzare un rapporto simbolico, recepito collettivamente, con le esperienze del presente sono pressoché nulle. Ma queste cose sono già state dette circa un secolo fa da Aldo
Palazzeschi
, per limitarci agli scrittori patri, in una società che aveva solo in parte caratteristiche simili alla nostra.

Credo infatti che questo tipo di problemi non sia relativo al nostro presente, ma sia implicito nel concetto stesso di poesia. Per avere un’idea di ciò basta prendere un manuale di retorica e teoria letteraria, nel quale si può leggere che la poesia appartiene ai discorsi di riuso (cioè a quei discorsi, contrapposti a quelli di consumo, che non sono rivolti al contesto comunicativo immediato, ma a una memorabilità anche futura). Ora questa memorabilità per sua natura contiene un elemento di distanza dal presente che può venire riconosciuta solo dall’instaurarsi di una tradizione di lettura, appunto nel tempo successivo, oppure certificata immediatamente da un’autorità particolarmente significativa, condizione avutasi molto raramente nella storia. Insomma ogni poesia ha un rapporto di crisi con il proprio presente dovuto al fatto che solo con difficoltà trova in esso le prove della propria memorabilità. In questo senso le cose scritte da Palazzeschi sono più o meno simili a quelle scritte da Persio circo duemila anni prima in una società radicalmente diversa dalla nostra. La marginalità e la centralità della poesia non sono necessariamente situazioni alternative, ma spesso complementari perché la centralità della poesia frequentemente è una costruzione a posteriori o meglio è un effetto di distorsione ottica della stessa tradizione di lettori che ne ha determinato la memorabilità. Per esempio questo effetto ottico è diffuso in molti di quei lettori che leggono la poesia secondo estetiche che vedono in essa un riflesso oggettivo del suo presente storico: la capacità del poeta di cogliere in profondità determinati tratti del proprio presente viene talvolta implicitamente scambiata con una centralità sociologica della poesia e del poeta in quell’epoca.

Nel nostro presente è però indubbio che alcuni elementi accentuano una percezione di marginalità della poesia. Viviamo in un periodo in cui l’onnipotenza pervasiva dell’apparato mediatico ha messo in crisi ogni forma di comunicazione sociale diversa e le istituzioni ad essa preposte. Gli spettacoli a cui ogni giorno assistiamo hanno messo in crisi anche le istituzioni letterarie, peraltro formatesi più recentemente di quanto comunemente si creda, che facilitavano la diffusione della poesia e l’instaurazione delle tradizioni di lettura. Soprattutto, però, l’effetto più distruttivo di tale fenomeno consiste nell’immenso svuotamento di senso dell’esperienza del presente e nell’apparente perdita di significato di ogni comunicazione, delle quali la marginalizzazione delle istituzioni letterarie non è che una conseguenza. L’apparato mediatico afferma solo che il presente realmente esistente è questo stesso apparato e nulla esiste al di fuori di se stesso. Questo però non è un problema della poesia, ma un problema dell’esperienza umana oggi o per meglio dire di ogni agire sociale. Certo nella poesia attuale c’è un motivo specifico di crisi in più perché nel secolo appena trascorso gran parte della poesia più significativa ha espresso una poetica in cui l’efficacia della poesia veniva vista nella sua capacità d’intervento diretto nella realtà presente sia attraverso la contestazione delle istituzioni letterarie sia attraverso la costruzione di un nuovo rapporto con il pubblico. È dunque evidente che una concezione della poesia che ne individua la validità in una funzione immediatamente sociale, se non esplicitamente politica, entra particolarmente in crisi in un presente in cui gli obbiettivi che si era posta sono stati raggiunti dall’apparato mediatico, naturalmente in una direzione di tutt’altro segno. Ma questa è pur sempre la crisi di una determinata idea di poesia, nata in certe condizioni storiche, e non della poesia in quanto tale. E anche quella poesia noi oggi la leggiamo non per la grandezza della sua poetica, ma per la grandezza dei suoi testi.

Paradossalmente il tendenziale azzeramento di quelle istituzioni letterarie che nel novecento hanno garantito una parvenza di rilevanza alla poesia offre una grande occasione di libertà (certo, è inutile nasconderselo, è la libertà che hanno i pensionati o i disoccupati ) per prendere nuove vie. Per cogliere questa libertà è necessario conoscere con rigore storiografico il passato della poesia, per non nutrire nostalgie di un arcadico mondo aperto alla poesia e spesso del tutto immaginario. Personalmente, invece, per anni ho creduto che il compito della poesia (della letteratura) in questo presente fosse quello della testimonianza di una tensione e di un’idea, ma c’è qualcosa di lugubre, di testamentario in questa immagine, non perché la poesia non possa testimoniare, ma perché porre in primo piano questo aspetto significa avere un rapporto postumo con il presente. Forse la poesia non deve nemmeno testimoniare la realtà che oggi l’apparato mediatico mistifica perché se è buona poesia riesce a farlo lo stesso, indipendentemente dal fatto che se lo prefigga come scopo. La cosa più difficile per la poesia non è dire del presente quello che normalmente non si dice, di esserne cioè la coscienza critica, ma comprendere che la coscienza critica è una funzione transitoria e occasionale, determinata da circostanze esterne, non un’identità o uno scopo della poesia. Se manca questa comprensione, la poesia esiste solo nella contrapposizione con lo stato di cose attuali, cioè la sua esistenza è garantita solo da questo presente così negativo, o meglio ancora da chi detiene il potere in questo presente.

Naturalmente la pratica poetica è influenzata da questo stato di cose, e non può essere diversamente perché non vive in una campana di vetro, ma non può trovare le ragioni della propria esistenza in una pura negazione; se esiste solo come momento oppositivo è tutta inscritta nel presente e nei rapporti di forza che lo determinano. Più ancora della marginalità sociale la poesia deve temere la propria accettazione, sia pure in veste di oppositrice, dell’orizzonte attuale perché parteciperebbe a sua volta di quella nullificazione dell’esperienza umana a cui facevo riferimento sopra. La poesia appartiene al novero delle cose della vita felice e la consapevolezza di questa sua natura etica è l’elemento di vitalità della poesia nel nostro presente e anche la sua irriducibilità. Molta poesia, anche buona, di questi anni è stata marginale non per la inesistente circolazione dei testi, ma perché aveva smarrito questa consapevolezza. È difficile chiedere a degli emarginati che ragionino da aristocratici, ma è proprio quanto serve alla poesia.

Perciò nel presente di oggi mi augurerei che i poeti trovino le ragioni per scrivere dentro di sé , badino a comporre belle poesie e per il resto che si mantengano in buona salute e di ottimo umore.

(immagine di Rebecca Horn)

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