Materiali per “I concorrenti di Cristo” (titolo di lavoro) del prof. Alberto Ferrazzi

9 settembre 2005
Pubblicato da

di Helena Janeczek

Questo testo è (dovrebbe essere) il capitolo di un libro al quale sto lavorando. Vale a dire: gli appunti escono dalla penna- e dalla testa- di un personaggio fittizio, il professor Alberto Ferrazzi, teologo e studioso delle religioni, nonché zio di una delle protagoniste, che da anni studia il messianesimo in tutte le sue forme e manifestazioni. Pubblicarlo qui vuole anche essere un ringraziamento al portatore del nick “wovoka” che mi ha messo sulle tracce del personaggio storico.

I.

Wovoka/Wovoca/Wavoka (appunti). * 1856? Nevada occidentale, sul lago Walker. Significa “il taglialegna” (!!!!) nella lingua dei Paiute (“mangiatori di pesci!”).
Padre: o un certo Tävibo, grande medicine man e profeta precursore (bianchi spazzati dalla terra, indiani morti resuscitati e così via) o Numuraivo’o. Entrambi Paiute del Nord; attaccabrighe, probabile ladro di bestiame il secondo. Imprigionato dopo aver partecipato alle guerre del 1875. Si stabilisce in Nevada per non finire deportato in Oregon con la tribù sconfitta.
Anche N. detto “prophet, rainmaker, bulletproof ”. Tenere conto di questa curiosa qualità antiproiettile che corre in famiglia.
N. sposa Teeya che lavora per i bianchi. Influenza della madre intelligente, buona, onesta sul figlio ecc.. (Ma chi lo dice?)
A quattordici anni W. prende il nome di Jack Wilson. Due versioni. 1) Rimasto orfano, viene adottato da rancher bianchi. 2) Salta il riferimento alla morte del padre e W. comincia a lavorare per i Wilson perché sua madre già ci lavora.
Nella v. più diffusa: giustificare la perfetta integrazione di W. nel mondo dei bianchi.
Punti fermi: Wovoka diventa adulto sullo ranch di David e Abigail Wilson, diventa amico fraterno dei figli, diventa: Jack Wilson. Impara l’inglese, viene a contatto col cristianesimo: di stampo presbiteriano per alcuni, secondo altri con elementi mormoni e shaker; comunque zelante, di frontiera, millenaristico.
Il 1. gennaio. 1889, W. riceve la Ghost Dance. Ha quasi trent’anni, moglie e figli.
Eclissi totale del sole, W. sta tagliando legna per i Wilson, febbricitante. Ripetute perdite di conoscenza, viaggio in cielo. La visione: Dio, le anime di tutti coloro che se ne sono andati, pascoli ricchi di ogni tipo di selvaggina. (Dio chi? Grande Spirito, grandfather, padre?)
Un terremoto inghiottirà i bianchi (o un’onda li ricaccerà in mare), salvati sulle cime delle montagne o sulle nuvole gli indiani, tutti i loro morti e caduti rivivranno, il bufalo tornerà. Vita eterna, fine di ogni bisogno, dolore, malattia.
Per sollecitare l’evento previsto per il 1891, gli indiani devono ballare per cinque notti la “round dance” Paiute che sarà Ghost Dance, all’alba della quinta notte lavarsi nel fiume, riprendere dopo sessanta giorni. Ma anche: amarsi, vivere in pace gli uni con gli altri, non sfidare l’uomo bianco, lavorare. Non uccidere, non rubare, non mentire.
Ripetuti riferimenti a Gesù. Nella lettera conservata dall’antropologo James Mooney che conserva il messaggio dato al giovane delegato dei Cheyenne-Arapaho nell’agosto del 1891: “Jesus is now upon the earth”.
Gesù è anche colui che “venne un tempo a vivere sulla terra col uomo bianco, ma fu da lui ucciso”.
Nella versione di Porcupine, sciamano Cheyenne:
«Il messia disse:”Dopo che Dio fece la terra, la mia gente aveva paura di me e mi trattò male. Questo è ciò che mi fecero.” Mostrò le cicatrici sulle mani e sui piedi. “Non cercai di difendermi. Capii che la mia gente era cattiva e così me ne tornai in cielo e li lasciai.” Ora Dio lo ha rimandato per “ripristinare tutto come era prima e per miglioralo”.»
Versione di Kicking Bear, capo della delegazione Lakota Sioux:
«“I bianchi non sono buoni”, disse il Messia, “Mi uccisero e ora potete vedere i segni delle mie ferite”.»
Cfr. Brown, p.437
«Il mattino dopo Orso che Scalcia e gli altri si avvicinarono al Messia per vedere se aveva le cicatrici delle crocifissioni…Aveva una cicatrice sul polso e una sul volto, ma non poterono vedere i suoi piedi, perché portava i mocassini.»

A un anno e mezzo circa dalla visione del gennaio 1889, W. da semplice profeta è diventato Messia/Cristo/”Grandfather” (uno vale l’altro!) per Paiute, Cheyenne, Shoshoni, Arapaho, Sioux ecc. La Ghost Dance si diffonde come febbre messianica in tutte le Grandi Pianure.
Domanda centrale: Perché? Perché Jack Wilson/Wovoka e nessuno dei suoi predecessori appartenenti alla stessa tribù, suoi supposti padri o anche no (Tävibo, Numuraivo’o, o tale Wodziwob alias Fish Lake Joe)?
La solita risposta storico-sociologica, seppure del tutto evidente, non basta!!!
(Le grandi sconfitte che ancora bruciano, le vita nelle riserve, la fame, le malattie -digestive, veneree e altre- causate dalle imposizioni dell’uomo bianco ecc. ecc.)

I miracoli compiuti da Wovoka fra il 1889 e il 1890 che consolidano la sua fama:
– grande pioggia in tempi di aridità.
– far scendere ghiaccio dal fiume Walker in piena estate.
– predire che risorgerà il bisonte ucciso a cui si tagliano, conservandole, zampe, testa e coda (come testimoniato dalla delegazione Lakota di Kicking Bear e Short Bull).
– far parlare fra loro gli animali (uccelli, cavalli).
– lievitazione (Cfr. Brown, p.438 «Dopo pochi giorni passati sul lago Walker, Orso che Scalcia e i suoi amici impararono a danzare la Danza degli Spettri e poi montarono sul loro cavalli per tornare alla ferrovia. Mentre cavalcavano, il Messia volò sopra di loro nell’aria, insegnando loro canzoni per la nuova danza.»)
– farsi sparare addosso e respingere le pallottole!

On revient toujours: divisione netta, invalicabile, fra l’agiografia di chi crede (gli indiani o nativi-americani o come tocca chiamarli) e l’impostazione della storiografia ufficiale, razionalista (e stavolta così bianca che più bianca non si può) che riduce tutto a trucchetti e imposture.
Al massimo si concede che W., come tutti gli sciamani indigeni, debba essere stato un ottimo metereologo (“an extraordinarlily skilled weather forecaster”). Tutto il resto è leggenda, ipnosi delle masse, artificio illusionista.
Del miracolo sul fiume, ad esempio, vien detto: “quel che non seppero mai è che i Wilson Boys – per aiutare loro fratello adottivo a progredire nella professione da lui scelta- avessero riempito un vagone con blocchi di ghiaccio presi dalla loro ghiacciaia e li avessero surrettiziamente buttati nel fiume sopra il punto indicato da Wovoca come scena del miracolo.”
Ma una simile spiegazione è altrettanto contestabile sul piano della verosimiglianza!
Possibile che nessuno dei presenti (qualche Tommaso Paiute assistito dal suo fiuto di pellerossa?) si fosse accorto di un viavai di vagoni, di rumori strani o fin troppo riconoscibili? E perché mai i ragazzi Wilson avrebbero dovuto aiutare il loro fratellastro e fedele famiglio Jack a far carriera come Messia Indiano?
Inoltre: presso quale circo Barnum dovrebbe averli imparati, i suoi trucchi da ipnotista e illusionista, Wovoka che aveva trascorso tutta la sua vita su uno ranch di zelanti cristiani nello spopolato Nevada?

L’ottimo Mooney descrive Wovoka come “uomo alto e ben proporzionato con occhi penetranti, lineamenti regolari, una voce profonda e un’espressione calma e dignitosa. Stava dritto come un fuso, parlava a bassa voce, e otteneva l’attenzione di qualsiasi ascoltatore grazie alla mera proiezione della sua personalità. Si distingueva visibilmente dai suoi compagni indiani quasi fosse un purosangue in mezzo a mustang”.

Per spezzare la logica infantile della cieca fede nei miracoli o quella speculare del suo totale rigetto, bisogna superare la questione se fossero o meno autentici, bisogna ricordare che, veri o falsi, i miracoli parlano. I miracoli parlano come segni iscritti nel contesto della storia.
Due facce (non una!) a cui rimandano dialetticamente: da un lato la disperazione e sofferenza mai così alte delle tribù native, dall’altra la presenza di un uomo maturo, statuario, carismatico (mistero inquietante del carisma personale, ovunque lo si incontri!).
In aggiunta: la reputazione morale di cui Jack Wilson sembrava godere presso bianchi e Paiute, il fatto apparentemente contraddittorio che fino a quando ricevette la sua visione, fosse rimasto nei binari di una vita proba, ma per nulla eccezionale.
Persino: l’eccentricità sia geografica che tribale di W. rispetto agli scenari della guerra e dello sterminio in corso.
E’ probabile che prima di profetizzare l’unificazione edenica della Nazione Indiana, W. non avesse frequentato altro che Paiute (e bianchi).
W. era certo a conoscenza dei più grandi e tragici eventi e della situazione delle riserve, ma lo era solo per sentito dire, visto che non si era mai allontanato dai suoi luoghi nativi.
Soprattutto: la sua esperienza di figlio adottivo di rancher bianchi, la sua formazione nei valori cristiani, e infine: la sua fede in Cristo, profonda e praticata, differiscono radicalmente dal vissuto dei fratelli cui consegna la Ghost Dance.
Conclusione lecita: W. non sapeva esattamente a chi si stava rivolgendo e dunque non sapeva quel che stava diffondendo!
La strada che porta a Wounded Knee è disseminata di equivoci.

Più lunga inoltre di mille miglia, letteralmente: (distanza fra Schurz, Nebraska e Hot Springs, South Dakota, calcolata dal computer su strade odierne,1180 mi/1989km).
Feroce ironia della sorte: senza la ferrovia che ebbe così gran parte nella distruzione degli indiani, i delegati Sioux non sarebbero potuti recarsi da Wovoka o non vi sarebbero arrivati in tempo utile perché il fuoco della Ghost Dance potesse incendiare le loro tribù.
«Nella Luna quando l’Erba Diventa Secca (9 ottobre 1890), quasi un anno dopo lo spezzettamento della Grande Riserva, un Miniconjou dell’agenzia del fiume Cheyenne venne a Standing Rock a trovare Toro Seduto. Si chiamava Orso Che Scalcia e portava notizie del Messia paiute, Wovoka, che aveva fondato la religione della Danza degli Spettri. Orso Che Scalcia e suo cognato Toro Basso erano reduci da un lungo viaggio oltre gli Shining Mountains alla ricerca del Messia. Avendo sentito parlare di questo pellegrinaggio, Toro Seduto aveva mandato a chiamare Orso Che Scalcia per sapere qualcosa di più sulla Danza degli Spettri.
Orso Che Scalcia disse a Toro Seduto che una voce gli aveva comandato di uscire e di incontrare gli spiriti degli indiani che dovevano ritornare e abitare la terra. Sui vagoni del Cavallo di Ferro, egli e Toro Basso e altri nove Sioux avevano viaggiato lontano verso il luogo dove il sole tramonta, avevano viaggiato fino al termine della ferrovia. Lì incontrarono due indiani che non avevano mai visto prima, che li accolsero come fratelli e diedero loro carne e pane. Procurarono cavalli ai pellegrini ed essi cavalcarono per quattro soli fino a quando giunsero a un accampamento di Mangiatori di Pesce (Paiute) vicino al lago Pyramid nel Nevada.
I Mangiatori di Pesce dissero ai visitatori che Cristo era tornato sulla terra. Era Cristo che doveva averli chiamati lì, disse Orso Che Scalcia; era predestinato. Per vedere il Messia dovevano fare un altro viaggio fino all’agenzia sul lago Walker.» (Brown,pp.436-437)
Dilatazione/precipitazione del tempo: al termine del viaggio comunque lungo (due settimane almeno?) nelle riserve Sioux parte la corsa inarrestabile verso il massacro -9.10-28.12.1890: neanche tre mesi!
Short Bull e Kicking Bear predicano l’apocalisse senza condizioni e senza merito, le Ghost Shirt indossate per la Danza verranno ritenute garanzia di invulnerabilità, i danzatori- maschi soprattutto, ma anche molte vedove di guerrieri- che si riuniscono a in varie parti della riserva smembrata, arrivano oltre a quattromila. Toro Seduto è scettico, accetta obtorto collo e per furor di popolo il nuovo rito e finirà comunque vittima della frenesia.
Senza Ghost Dance, niente nervosismi a fior di pelle da parte dell’neoeletto capo Foyer e dei suoi uomini dell’agenzia per gli affari indiani, né tensione costante e sempre crescente da parte Sioux, niente tafferugli né spari che partono nel mucchio portando all’uccisione più assurda che tragica di Sitting Bull. Il resto discende a valanga: divieto di praticare la danza nelle riserve, trasgressioni del divieto, richiesta di intervento militare, arrivo del Settimo Cavalleggeri come nemesi di Little Big Horn, un altro mai abbastanza chiarito incidente che dopo i primi passi di danza scatena la furia dei fucili Hotchkiss contro i Miniconjou del capo Big Foot il 28. dicembre 1890 sul torrente Wounded Knee. Il risultato sono più di trecento indiani, fra cui oltre duecento donne e bambini, fatti a pezzi e, se non ancora uccisi, lasciati a dissanguare e congelare nella neve (Brown, p.448: “Dopo la tempesta di neve, quando un gruppo di affossatori tornò a Wounded Knee, trovò i corpi, compreso quello di Piede Grosso, congelati in posizioni grottesche”).
La storia continua a consegnarci carneficine molto peggiori, ma sappiamo che Wounded Knee è un simbolo, il simbolo della fine.
Perché? Solo perché è la più feroce e conclusiva strage di innocenti in campo indiano, o anche perché quei corpi trucidati incarnavano la speranza e la rivolta, la speranza di una riscossa, di redenzione? Vuole la leggenda che nel torrente di Wounded Knee fosse sepolto il cuore di Cavallo Pazzo, che fosse lui lo spirito guerriero da richiamare in vita con la Danza degli Spettri finita nel sangue.

Di tutto questo Jack Wilson è innocente? Tutti, anche coloro che denunciano i suoi miracoli come poveri trucchi, sostengono di sì. Il suo messaggio è sempre stato pacifista, i suoi rapporti con i bianchi sempre pacifici. La sua insistenza sui comportamenti virtuosi, il cuore cristiano della sua visione, il generoso tentativo di fondere e conciliare religiosità nemiche.
Brava persona. Buon missionario (implicito, talvolta). Innocuo. Povero apprendista stregone che non seppe dominare gli spiriti da lui suscitati. Povero scemo.
La sua rinuncia dopo il massacro, la sopravvivenza a se stesso († 1932), le foto da anziano non si capisce se scattate da visitatori curiosi (“say cheese!”) o nel corso delle riprese per un western in cui fu arruolato come comparsa. “Jack Wilson is in Mason Valley on a rabbit hunt, and seemingly happy”, relaziona un agente nel 1902.

Ridurre ogni cosa alla spiegazione minima, celare lo scandalo: lo fanno sempre. Lo scandalo di pensare quanto segue: Wovoka non è uno strumento interscambiabile, la miccia che accende una vampata di isteria di massa, una delle tante. Wovoka non è innocente. Wovoka è colpevole e innocente di quel che accadde a Wounded Knee e della fine del sogno indiano. Ed è scandalo nello scandalo sospettare che lo sia non nonostante l’elemento cristiano della sua visione, ma proprio a causa di quest’ultimo.
Jack Wilson non integra soltanto un altro dio in un pantheon fatto da grandi spiriti, animali totemici e così via, ma al contrario li sussume, li sottomette tutti alla sua fede in Cristo: nella salvezza portata dal Signore a tutti gli uomini disposti ad accoglierlo e seguirlo. Ed è su questa base che riesce a unificare e muovere la lacerata e umiliata Nazione Indiana come nessuno prima di lui!
Jack Wilson è tranquillo perché crede che laddove dimora l’amore del Figlio per tutti i figli del Padre, nessun male potrà più accadere. E’ questa la radice della sua colpevolezza.
Ma se Jack Wilson è colpevole e innocente insieme, allora non lo è anche Gesù Cristo?

18 Responses to Materiali per “I concorrenti di Cristo” (titolo di lavoro) del prof. Alberto Ferrazzi

  1. Lucio Angelini il 9 settembre 2005 alle 12:36

    Anch’io mi permetto una segnalazione: “INTERNET E FOLLIA”, in http://www.lucioangelini.splinder.com

  2. georgia il 9 settembre 2005 alle 13:06

    bentornata helena … era l’ora
    ora mi metto a leggere il tuo pezzo
    georgia

  3. zangrando il 9 settembre 2005 alle 15:38

    La prima impressione, piuttosto forte, proviene dall’effrazione del ritmo che contraddistingue la scrittura in forma di appunti e la sua alternanza con le citazioni. L’idea, in ogni caso, è piuttosto originale e decisamente romanzesca. Immaginare un simile registro, di per sé abbastanza faticoso alla lettura (come anche alla scrittura, credo), come parte di un romanzo che lo alterni con cura a registri e punti di vista (giacché l’autore qui è fittizio) più equilibrati o scorrevoli o anche più singhiozzanti e ruvidi, quindi come un momento di una più complessa varietà narrativa e formale, fa pensare a un interessante esperimento polifonico. Diversa e meno riuscita, forse, sarebbe un’intera composizione narrativa condotta in questo modo.
    Non sarebbe male, poi, se i motivi del confronto tra agiografia e storiografia e della contaminazione tra fedi venissero approfonditi nel resto del romanzo, perché ammiccano a un più generale problema epistemologico che ciascuno di noi vive e sconta ogni giorno, e cioè alla coesistenza, sia in forma di conflitto che di ibridazione, tra paradigmi ideologico-trascendentali (la componente dogmatica e fideistica che accomuna e rende affini non solo le religioni a tutt’oggi vive e fiorenti, ma anche molte forme estreme di razionalismo, neopositivismo in testa). Ma capisco che a non tutti/e i/le romanzieri/e interessi creare metafore epistemologiche. In bocca al lupo a Helena Janeczek.

  4. effeffe il 9 settembre 2005 alle 16:07

    Innanzitutto mi viene da dire “enfin”!
    Ma cosa?
    Scritture sul farsi e che vengono allo scoperto, finalmente. Helena con questo testo accompagnato da un ritmo incalzante – tanti perchè in fila, e ripetuti come tamburi mi ricorda la bellissima conferenza poesia di Celan sul perchè della poesia- offre spunti di lettura, tracce di scrittura, multipli. In ogni caso più che esporre, descrivere, raccontare, interroga, e lo fa con la richiesta di entrata in campo del lettore. Sono d’accordo con Stefano Zangrando sull’impalcatura del testo che è propria del romanzo, e in parte viene annunciata nell’avant propos in cui ci parla del professor Ferrazzi.
    Il mito si annuncia così come dovrebbe essere ogni mito, orizzonte che si allontana ad ogni piè sospinto. Tempo fa, a proposito delle traduzioni mi interrogavo sull’unica preghiera dettata dal Cristo agli apostoli, e dunque da Dio (lo scrivo con la maiuscola visto che quando scrivo Georgia mi prende sempre lo stress per la “i” o la “e”) ovvero il Padre nostro.
    Nonostante le mille traduzioni la versione che ci era arrivata dritta alla nostra infanzia a un certo punto dice ” rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Nella versione francese in voga la frase contenuta in un’altra versione storica del padre notro, è “perdona le nostre offese come noi le perdoneremo a coloro che ci hanno offeso”. Se non erro la stessa cosa è successa in quella spagnola. Per quella italiana credo che volessero fare lo stesso. Perdonare le offese non è proprio lo stesso che rimettere i debiti. Perchè, in un epoca in cui la sola risposta “rivoluzionaria” è l’amnistia del debito, come per i paesi del terzo mondo, il cattolicesimo dimostra di avere così paura a toccare un capitolo così economico?
    Comunque spero di leggere la suite…

  5. riccardo ferrazzi il 10 settembre 2005 alle 10:45

    Helena, abbi pazienza, devi proprio chiamarlo Ferrazzi il tuo personaggio ?

  6. emma il 10 settembre 2005 alle 11:05

    Mi sembra senz’altro interessante la presenza di parti non strettamente narrative all’interno di un libro di narrativa (un romanzo, si presume).
    Devo dire però che la mia attenzione è andata alle parole in grassetto.
    Mi ha incuriosito la sottolineatura di “fittizio” (“personaggio fittizio”) della premessa.
    Poi ho letto le altre frasi in grassetto. Mi sono chiesta se il personaggio Alberto Ferrazzi, benché fittizio, non sia in qualche modo il portavoce dell’autrice.

  7. Wovoka il 10 settembre 2005 alle 14:39

    Beh, Helena, sono io che ti ringrazio per avermi dato l’ebbrezza di esercitare una piccola influenza :-) Questo tuo testo l’ho divorato con grande interesse, penso che ne verrà fuori un bel lavoro. Ciao

  8. helena janeczek il 10 settembre 2005 alle 14:48

    Perché Riccardo, il tuo cognome ti fa talmente schifo o ti sembra un’appropriazione indebita? I nomi dei personaggi per me sono una faccenda assai delicata, deve venirmi in mente quello che “calza”. In questo caso dovrei ringraziare sia te che il fornitore della mia nuova lavatrice, ma “Ferrazzi” è proprio perfetto: tipico della zona, nonché includente quel richiamo al ferro che mi piace molto… Insomma: escludi pure intenzioni ironiche.
    @emma
    Il personaggio ha ancora davanti a sé un bel po’ di percorso, quindi non so dirti dove vorrà o potrà arrivare (i personaggi hanno notoriamente le proprie gambe…) In questo momento ti rispondo: si e no. Da una parte è ovvio che l’elaborazione del prof. Alberto Ferrazzi coincida con un mio, dall’altra parte “lui” è un uomo, è abbastanza anziano, è un teologo cattolico, tutte cose che io non sono. Ha una storia e un linguaggio di riferimento che non sono i miei.
    @Zagrando
    molto lusinghiero il tuo commento, non solo perché lo è, diciamo, “oggettivamente”, ma anche per quel richiamo al conflitto epistemologico centrale ai nostri giorni, che sì, in effetti, mi interessa molto. Nulla di più gratificante per chi scrive che ricevere il feed-back di chi sembra aver capito fino in fondo, specie in un pezzo non agevolissimo alla lettura come è questo.
    In effetti mi prefiguro un certo numero di inserti simili a questo per un resto di narrazione assai più piana. Vale a dire: ulteriori “Materiali per “I Concorrenti di Cristo” e forse qualcos’altro, mentre non sono certa di voler ricorrere di nuovo alla forma degli appunti fittizi. Qui mi sembrava utile, sia per un’iniziale spiazzamento, sia per togliermi dal pericolo di un certo kitsch più o meno new age che l’area pellerossa presenta in sé e questa storia in modo particolare. Volevo un’epica indiretta, rifranta (affidata alle citazioni, perloppiù), che conservasse il terribile pathos di quella vicenda permettendo di renderla problematica. O per stare nelle tracce di Francesco: riacciuffare il mito interrogandolo, respingere la mistificazione..
    @ Francesco
    Te l’ha detto qualcuno che se mi nomini Celan non capisco più niente? Ti riferivi a “il Meridiano” o al discorso di Brema (il secondo, probabilmente…)?
    D’ogni modo, i tedeschi- Bibbia di Lutero alla base anche per i papisti- seguono una via di mezzo che risulta assai pesante: “Und vergebe uns unsere Schuld, wie auch wir vergeben unseren Schuldigern”. Traduco: “E perdonaci il nostro debito, come anche noi perdoniamo i nostri debitori”.
    Solo che “Schuld” significa pure “colpa”, anzi unita al verbo “perdonare” sarebbe il primo significato a venire in mente. …
    Debito=Colpa
    C’est pas une morale qui fait pour nous, Francé, n’est ce pas?

  9. riccardo ferrazzi il 10 settembre 2005 alle 16:08

    Helena: no, il mio cognome non mi fa schifo (ma non mi fa neanche impazzire). Semplicemente mi sembrava strano che avessi scelto un nome così concentrato fra Cardano al Campo e Cassano Magnago (oltre a qualche caso sporadico in Veneto e in Calabria). Quanto al richiamo al ferro, pare che l’etimo sia tutt’altro: niente a che vedere con Ferrari, Ferré e simili, ma semmai con Farace (arabo: Farras, che significa puledro, ma anche galoppino, fattorino, servitore). Ti segnalo infine che Pietro Paolo Ferrazzi, soprannominato Cardanin, mio lontano parente, fu impiccato il 13 dicembre 1849 a Busto Arsizio, nel punto dove oggi sorgono le scuole Manzoni (ci ho anche fatto le elementari, per nemesi storica).

  10. Mia Hoffmann il 11 settembre 2005 alle 09:35

    Mi piace questa tua visione Helena, incantata nel nucleo, disincantata nell’aura:
    “…non sapeva esattamente a chi si stava rivolgendo e dunque non sapeva quel che stava diffondendo!”

    Mia Hoffmann

    @Riccardo, perché fu impiccato Cardanin?

  11. andrea raos il 11 settembre 2005 alle 11:52

    ad angelini e a tutti :
    per OT di questo tipo abbiamo creato un’apposita bacheca; fatene buon uso, grazie.

  12. georgia il 11 settembre 2005 alle 13:12

    Andrea raos mi sembra una idea geniale
    vedo che hai seguito il mio iniziale consiglio e hai fatto benissimo :-)
    puoi postare l’url così vado a vedere la bacheca e l’ot di angelini?

  13. riccardo ferrazzi il 11 settembre 2005 alle 16:03

    Raos, se avessi avuto la mail di Helena le avrei scritto in pvt, così come in pvt ho risposto a Mia Hofmann. Ma se la cosa ti ha così pesantemente disturbato chiedo scusa: non lo farò più.

  14. georgia il 11 settembre 2005 alle 16:52

    scusatemi lo so che è OT, e scusatemi anche se non vado in bacheca ma ci sono appena stata e al momento non mi piace, soffro di agorafobia e poi ho intravisto jan e …. le sue ferite da fucilino a tappi ancora mi bruciano .
    Volevo invece segnalarvi un episodio simpatico di un poeta sponsorizzato da un gruppo di goliardiche studentesse e dottorande che hanno messo su il blog “Santa subito”
    http://santasubito.splinder.com/
    (in quel blog ci sono capitata perchè era stato segnalato qui nei vostri commenti).
    Ill poeta, roberto amato, postato e commentato dalle ragazze, in molti abbiamo creduto che non solo fosse un nick, ma addirittura del tutto inventato, invece è risultato vero (ha vinto il viareggio, quando era un premio serio, nel 2003) e scrive anche poesie, a mio giudizio, notevoli che potete leggere qui
    http://georgiamada.splinder.com/post/5689674
    Per piacere non pensate/insinuate che voglio fare pubblicità al mio blog, perchè, anche se incredibile, non è vero, semmai vorrei fare pubblicità al poeta e solo perchè mi piacciono le sue poesie.
    georgia

  15. andrea raos il 11 settembre 2005 alle 17:15

    c’è un equivoco, volevo solo dire (a tutti i lettori) che messaggi come quello di angelini – il primo di questo thread – possono d’ora in poi essere postati in uno spazio apposito.

  16. riccardo ferrazzi il 11 settembre 2005 alle 17:21

    Grazie Raos. Temevo che la crociata antitroll fosse diventata una caccia alle streghe. Ma sono io che ho preso lucciole per lanterne (meno male !).

  17. jan reister il 11 settembre 2005 alle 20:36

    Georgia, per commenti come questo (doppi pergiunta) c’è la bacheca del mese. Usala, per favore. Non è uno spazio meno visibile, è semplicemente lo spazio giusto.

  18. Lucio Angelini il 11 settembre 2005 alle 22:55

    Per Raos. Come fai a sapere che mi sto occupando del romanzo “O.T.” di Andersen?



indiani