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XV Quaderno di poesia italiana contemporanea

[Volentieri presento il XV Quaderno di poesia italiana contemporanea (Marcos y Marcos, 2021) con la prefazione di Franco Buffoni e una selezione di testi a cura di Francesco Ottonello, che ringrazio. a.r.]

Franco Buffoni

Prefazione

“Come si riconosce una poesia?” si chiede Antonella Anedda presentando in questo volume la silloge Diritto all’oblio di Sara Sermini, dandosi una risposta che è insieme definizione e massima: si riconosce una poesia “dal fatto che tiene, conservando la sorpresa, in una strategia di prossimità̀ e distanza”. Perché́ Sermini “mostra di saper sorvegliare gli elementi, gli umori della materia che tratta”. Come la stessa poeta dimostra con i suoi versi: “La realtà̀ è quella del sopravvissuto. / Nel bulbo dell’occhio riflesso sul vetro / piovono case, finestre illuminate, passi”.

Procedendo – per una volta – con l’ordine alfabetico al contrario, per quanto riguarda i poeti, ma corretto per quanto attiene i prefatori, entriamo nel vivo di un anniversario: il trentesimo anno di vita dei Quaderni, nati nel 1991 per volontà̀ mia e di Giuliano Donati da una costola del semestrale «Testo a fronte» presso l’editore Guerini e Associati. Con una breve permanenza da Crocetti alcuni anni dopo, e infine l’approdo a Marcos y Marcos.
Un’iniziativa che mirava e tuttora mira a presentare ogni due anni sette tra le nuove voci poetiche più̀ significative, prescindendo dall’appartenenza a singoli gruppi o tendenze. Cercando sempre il meglio, ovunque lo si possa scovare.
Questo intendimento mi dà subito modo di festeggiare un altro approdo, quello del primo poeta sardo nei Quaderni: Francesco Ottonello, classe 1993, che forte dei suoi studi classici si è dato il compito di analizzare i riusi del latino nella poesia italiana contemporanea. Come scrive Paolo Giovannetti presentando Futuro remoto, con Ottonello “si trascorre da una scrittura a dominante autobiografica, incentrata su un luogo, la Sardegna, a una scrittura a dominante distopica, incentrata su una spazialità̀ sfuggente, ‘rizomatica’”. “Stai solo. in monca radice / per un gesto senza più̀ canto / perso, perso” gli replica idealmente l’autore, alla ricerca di un volgare primigenio che ricorda la conquista romana dell’isola: “cada die pro totus sos mundus et dies / vivi sbranando, sapendo sparire / una volta infinitamente per tutte”.
Già̀ da queste prime avvisaglie critiche e poetiche si comprende come non sia stato facile il lavoro di selezione che ha impegnato per più̀ di un anno il Comitato di lettura (Umberto Fiori, Massimo Gezzi, Fabio Pusterla, Claudia Tarolo, Marco Zapparoli) che ho l’onere e l’onore di coordinare. Come sempre, mentre è possibile compiere abbastanza agevolmente la prima selezione – riducendo da duecento a trenta le candidature – diventa alquanto arduo in seguito procedere alla riduzione a quindici e infine a sette, perché́ in ciascuna di quelle trenta sillogi si sono rilevati veri motivi di interesse critico e di originalità̀ nella resa poetica. Per questo, nel novembre scorso, mentre si rendevano noti i nomi dei sette poeti inclusi, si è ritenuto opportuno comunicare anche quello dei trenta autori giunti all’ultima selezione.
Proseguendo con il nostro ordine alfabetico al contrario incontriamo gli incantevoli paesaggi, non privi di angosciose striature che caratterizzano La danza degli aironi di Matteo Meloni e i Testimoni del musicologo e musicista Emanuele Franceschetti. “Cercano il riposo / degli alberi, le pazienti praterie. / Nel sonno tra le piume li guida / il petto ampio della terra” afferma Meloni, che sul fondale delle Alpi Cozie e Graie ha saputo costruire un’unità capace di contenere la storia umana. Come rileva il suo prefatore Pusterla (col quale l’incontro “poietico” appare notevole) nella poesia di Meloni incontriamo “la più̀ breve vicenda personale, e insieme il ritmo biologico e geologico della montagna e dei suoi elementi; un antropocene rovesciato di segno”. Mentre in Franceschetti “l’io, i corpi, si ammassano sui treni, nei musei, si stratificano nei condomìni, producono parole, rumori, sorrisi, muoiono o si tolgono la vita”. Lo constata Gezzi, prefatore e conterraneo dell’autore, sottolineando come in questa poesia siano i segni sonori – campane, canti, rantoli, gridi, voci interiori – a invitare “alla partecipazione della sorte di tutti”. Perché́, e diamo voce al poeta: “Non posso dirti il corpo / che mi resiste ancora, / corpo che non è spirito / ma terra scossa, carne spalancata”.
Un altro bell’incontro “poietico” tra due voci femminili si verifica accostando i testi della giovanissima Linda Del Sarto alle riflessioni critiche di Franca Mancinelli. Se la poeta in Questi che siamo afferma: “Due corpi che a parlare / fanno luce: il mio ti / vedeva per com’eri”, l’acuta prefatrice individua in questo dettato “la magica equivalenza che rende la parola capace di farsi essa stessa realtà̀”. E attraverso le brevi sequenze del reale ritagliate da Del Sarto – che fanno da sfondo al rapporto con l’altro maschile, giustificando in qualche modo il titolo al maschile della silloge – si giunge un po’ a sorpresa alla parte finale della raccolta, che capovolge al femminile il titolo (Queste che siamo) escludendo completamente ‘il maschile’.
In questo Quaderno appare rispettata anche un’ampia rappresentanza regionale: dal Piemonte di Meloni alle Marche di Franceschetti, dalla Lombardia di Sermini alla Sardegna di Ottonello, alla Toscana di Del Sarto, giungiamo al Veneto di Simone Burratti, che con la silloge Nuovi modi per uscirne si conferma una delle voci più̀ ragguardevoli della nuova poesia italiana: “Io non sto male perché́ non sei qui / ma perché́ ci sei stata. / Io che per te sono stato soltanto un erasmus”. Come autorevolmente osserva il prefatore Guido Mazzoni: “Burratti tende a una forma di scrittura bianca e neutra, dà per scontato che il confine fra poesia e prosa sia fluido. Burratti lavora invece sulla sintassi, sullo straniamento e sul ritmo interno della frase”. E se “una richiesta di trascendenza non si può̀ dichiarare perché́ diventerebbe ridicola”, le cose infine “si fanno lo stesso, ma senza crederci, senza esserne fieri e senza pensare che siano un’esperienza rivelatoria o, peggio, trasgressiva”.
Ho parlato di regioni italiane, ma ormai con queste nuove generazioni di autori si fa sempre più̀ fitto un internazionalismo, che “è nelle cose”. Burratti è originario della Tuscia e vive a Padova, però dichiara di essere nato a Dunwich, un borgo costiero della contea di Suffolk in Inghilterra. Ma Dunwich è anche una città immaginaria, creata dallo scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft, per fare da sfondo ai suoi racconti più̀ noti: il racconto horror L’orrore di Dunwich – ricordiamolo – apparve nel 1929. Dobbiamo attenderci da Burratti altri eteronimi?
Sono anche poliglotti i nostri poeti: Sermini è trilingue e studia in Svizzera, Ottonello ha studiato in inglese in Germania, ma legge poesia anche in francese, spagnolo e greco; Linda Del Sarto traduce dal polacco; Meloni – che sembra tanto saldamente legato alle sue vette piemontesi – è nato a Roma ed è dottorando a Chapel Hill in North Carolina. Più̀ stanziali parrebbero (ma non ne siamo sicuri) Franceschetti che sembrerebbe essersi limitato ad inurbarsi nella Capitale, e Dario Bertini col quale chiudiamo la nostra rassegna.
Bertini pare giocare i suoi spostamenti tra Milano Nord-Ovest, dove nasce (a Legnano) e Milano Sud, dove ha studiato e attualmente abita (a Pavia), con una coerenza degna della convinzione pessoviana che viaggiare sia inutile: “Ovunque mi trovassi con chi starei se non con me stesso?” E mettendo in pratica la massima wittgensteiniana – poi fatta propria da Vittorio Sereni – secondo la quale è possibile diventare profondi scrittori solo continuando a scavare il medesimo terreno nei propri immediati dintorni. Me lo vedo Bertini che esce dai cortili che furono di Ugo Foscolo e di Alessandro Volta per svoltare nel vicolo dell’Osteria delle Carceri del suo amico Andrea De Alberti, che lo segue da anni e che anche in questa occasione lo descrive come uno che scava “con grande cautela in quel piccolo fazzoletto di terra che è un letto d’ospedale. La lucertola, il merlo, le blatte, il canarino giallo, i gatti, le mosche, i cani, un colibrì̀, le formiche, i pesci, perfino i cammelli, cerbiatti, conigli, volpi, la marmotta, il capriolo e per finire un drago!”, nella profondità “di un abitare soppresso in un modo o in un altro dalla mancanza di movimento”. E con quel suo titolo Il caffè della sala infermieri (“A ben vedere, la cameriera assomigliava ad una stufa a gas: / con le sue piccole fiammelle blu / sorrideva ai clienti”) che non si dimentica facilmente.

 

Sara Sermini
da Diritto all’oblio
Medicago sativa

I

Li conservano in teche di ferro battuto
i vostri rami: femori, falangi, radî,
ulne e cumuli di cranî. A seccare
come erba medica che nutre ma non cura.

Vostri, di gente sconosciuta, abbracciata
in questi ossarî, o forse soltanto
impilata come i libri negli antiquarî.
Oppure separata in blocchi di cemento
asettici, in quadrati asfittici, chiamati
colombarî: sotto al tetto si accentua
la caduta, segno che le accumulazioni
si producono per perdite.

La casa dei morti invece è senza copertura,
incompiuta, e poi abbandonata, eppure
ornata di fiori finti e vasi e foglie
da spazzare, erbacce da estirpare.

II

La morte è sopravvalutata. L’ho letto
una volta su un libro. Siamo noi
a tenerla in vita. Occorrerebbe, dicono,
smetterla di credersi il centro del mondo.
Bisognerebbe dimenticarsi della parola
‘importanza’, o stringerla piano
alla sola ‘portanza’ in genere, capacità massima di carico

Aggrappata alla teoria tentavo di capire
la vulnerabilità, l’inermità, la povertà,
l’astrazione di ogni realtà.

 

Francesco Ottonello
da Futuro remoto

||
muru muru riu riu a s’anda anda
unu pitzinnu malandrau ch’at biu
sa vida ch’iscurribat irmenticada
brulla brua, cua cua, como como est.
no podemus ischire poite no torrat
sa vida est una mitza semper appeddende
ma andende andende eo chirchu su fogu
ca mi podat annegae artzadu in bolu

lungo il muro, lungo il fiume si va
come un ragazzo ferito che ha visto
la vita che scorreva dimenticata
scherzando, a nascondino, proprio ora.
non possiamo sapere perché non torna
la vita è un torrente, borbotta sempre
ma mentre si va io cerco quel fuoco
che alzandomi in volo mi anneghi

||
tutte le epoche ora non esistono più
il tempo è tutto in un punto, non c’è
altro, continuo nascere e solitudini
stalagmiti cunicoli segmenti
stasi tesi steli gameti
recedendo mani, peli
piedi, sogni recalcitrando
androni, bosoni, polimeri

sei un punto tagliato ora, un sibilo
uno sputo proiettato in una mente
una veglia approssimata in uno schema
la vagina di un’eterna battaglia

scienza esatta era è questa mia lingua
saliva netta, che mai avesti osato.
l’intrusione nell’ossame fomenta
fami foniche e fantasie incavate

il pomo virtuale di un albero inesistente
cogli, residuo di umano che stenti.
questa lingua è la fine del miracolo
un’alba fossile, che avrai dimenticato

 

Matteo Meloni
da La danza degli aironi

Portano doni offerte generose
quegli sciami di farfalle
nel cuore dell’estate.
Vanno tra le curve dove piega
la collina sulle case
un oracolo di oleandri.

*
Da queste malghe non passa più nessuno.
Il ginepro è cresciuto negli anfratti,
le betulle si sporgono
dalle vecchie finestre.
Sarà una folla di ortiche ad accogliere
i viandanti, a popolare
la cerimonia della neve.

*

Disinfetta la ferita
la foglia dell’olmo,
nasconde le cicatrici.
Adesso scorre la linfa dell’albero,
si dilegua il passato
tra la folta corteccia, l’invisibile
orditura delle ragnatele.

 

Emanuele Franceschetti
da Testimoni

Trois pour le suicides

*
Arrivò la conferma del suicidio.
Poi venne l’imbarazzo, il silenzio obbligato,
la parafrasi a margine di un testo già annunciato.
Nessuno uscì dal proprio nascondiglio,
ciascuno volle immaginarsi altrove.
Qualcuno finì per riconoscersi nel fondo, irreparabile.

**
Ogni cosa era stata predisposta, ma il transito che fulmina sorprende
anche il decreto più inflessibile. Si è impiccato nei depositi della macelleria,
nel freddo che conserva le carcasse, tornando dal viaggio di nozze,
vinto chissà come da un tempo che non sazia.

***
Gli oggetti ritrovati sono un paratesto inessenziale. Pensi alla diretta
televisiva che restituisce il contesto geografico e familiare. Pensi al
giornalista in funzione epica nella drammaturgia complessiva. Ti chiedi
quali parole avrebbero potuto evitare il gesto. Ora la morte ha chiuso la
partita. Ti chiedi se questo sia dicibile in una forma verbale, attraverso
procedimenti retorici efficaci o con l’utilizzo di un lessico specifico. Ti
chiedi se sia davvero necessario dire ‘testimoni oculari’, ‘rilevamento’,
‘esame autoptico’. Ti chiedi se si sia ucciso per impazienza. Pensi al cranio
di Gerico, alla morte diecimila anni fa.

 

Linda Del Sarto
da Questi che siamo

Lenta era la fame che ti viene.
Chiedeva scusa dopo aver ucciso,
immiseriva tutto quanto eri.

Io la sapevo sempre la tua guerra.

La scala che tenevi al quarto piano
serviva per salire a ritrovarti:
mi porta piano ancora a dove vivi,
a prendermi la cura, le tue mani.

**

Due corpi che a parlare
fanno luce: il mio ti
vedeva per com’eri – dirottava
ogni tuo passo, che
non finisse mai
il viaggio.

 

Simone Burratti
da Nuovi modi per uscirne

ESORCISMI
Quello che si chiama fallimento ma è piuttosto una conferma programmata, registrazione puntuale delle ricadute attese, assecondate, previste ancora prima del loro sviluppo, forse o quasi, sul tavolino dell’I Ching o sotto le coperte che portano consiglio, che portano sfortuna, dietro le falle e procrastinazioni quotidiane, che ci sia il sole o la pioggia, che ci siano quelle nuvole che vanificano ogni narrazione altrove, divano sufficienza occhi che non si accendono, dedizione all’errore, inceppamento dell’azione entro l’orario post-pomeridiano

posso raccontare una storia e cioè quella della noce in mezzo agli occhi, che è simile al tumore di mio nonno ma meno grande di una palla da golf, la mia noce è più piccola e soprattutto la custodisco con cura nel comodino tirandola fuori solo in caso di pericolo, irrequietezza o stizza, odio e elettricità, quando sento che il braccio mi diventa gigantesco e vorrei colpire un muro, o una parete di legno, o una vetrina che deride, toro, alcolismo, capacità di irritazione superiori al consigliabile che sfociano in spaccature e/o immobili distrutti, espressioni di cui non ero a conoscenza, allora tiro fuori la mia noce dal cassetto e vado a lanciarla contro le serrande dei vicini, contro i lampioni che dividono la strada, da dove sono io a dove non posso

guardarla, passarla fra le dita, tenerla stretta in mano fino all’esito delle nocche bianche, di notte meglio che di giorno di notte meglio che quando la gente vede, giudica e passa avanti, la mia noce che è un eremo in miniatura, figura-e-compimento, riassunto del mio reticolo inerziale, inaggirabile

eppure sì, ci sono stati e ancora c’erano momenti di pianure e pianure, vasti possedimenti di relazione non virtuale, non irritabile, non contemporanea, come un mondo possibile che si apre negli occhi e fa stare caldo il corpo-mente del bambino, qualcosa per cui dormire, vivere ogni esperienza il giorno dopo, nel letto, solo per ripensarla, consumarla fino al tutto-è-completato, fino al tutto-è-finito, tutto mi crea un cerchio spaventoso di niente fuga e prospettive, non come le montagne o il mare, non come le finestre di casa affacciabili dove il vento risponde attraverso consonanti fricative, una che vale l’altra

certi giorni mi sento così stanco, così lasciato andare che dentro o fuori non fa differenza: il bel tempo non reagisce, il materasso scava lo sprofondamento della schiena, e io non ho più la forza per immaginarmi in piedi

ma questo non importa perché ho sempre la mia noce nel cassetto, pulita, levigata, nuda che non l’ha mai vista nessuno, la sua condensazione primordiale quando c’erano solo occhi, mani e poco linguaggio, la noce che posso tenerla sotto il cuscino, sentirla ferma senza che faccia niente, nessuna pulsazione, nessuna vibrazione, nessun pericolo, un’assicurazione sulla vita, con quel presentimento che non crescerà e non diminuirà, non diventerà, come tutte le cose che mi piacciono perché non mi richiedono, e poi non vanno via.

 

Dario Bertini
da Il caffè della sala infermieri

L’autopsia dell’angelo

quando è arrivata nella stanza sembrava tutto nella norma:
dalla statura non si intuiva niente, la schiena scivolava diritta,
parallela al lettino metallico; la pelle luminosa
avrebbe potuto essere un segnale: nessuna cicatrice
neanche un neo o una piccola macchia; nel referto
si diceva avesse oltrepassato i settanta, ma appariva
più giovane in modo sorprendente:
l’anatomopatologo si preparava come di routine,
era un giorno comune di lavoro, un caso non diverso
dagli altri: soltanto gli occhi un po’ più chiari
come certe mattine quando promette neve:
alla prima incisione rimase folgorato da ciò che vide:
non c’era sangue, ma luce e amore e una voglia
di piangere e ridere nello stesso momento.
Fu allora che capì che tutto sarebbe andato per il meglio,
mentre lei sorrideva, sopra il lenzuolo, splendida,
molto più giovane della morte.

 

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andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010), i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010), lettere nere (milano, effigie, 2013), le avventure dell'allegro leprotto e altre storie inospitali (osimo - an, arcipelago itaca, 2017) e o!h (pavia, blonk, 2020). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato le antologie chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001) e contemporary italian poetry (freeverse editions, 2013). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005), «exit» (2005) e "nioques" (2015); altre, in traduzioni inglese, in "the new review of literature" (vol. 5 no. 2 / spring 2008), "aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international, free verse e la rubrica "in translation" della rivista "brooklyn rail". in volume ha tradotto joe ross, strati (con marco giovenale, la camera verde, 2007), ryoko sekiguchi, apparizione (la camera verde, 2009), giuliano mesa (con eric suchere, action poetique, 2010), stephen rodefer, dormendo con la luce accesa (nazione indiana / murene, 2010) e charles reznikoff, olocausto (benway series, 2014). in rivista ha tradotto, tra gli altri, yoshioka minoru, gherasim luca, liliane giraudon, valere novarina, danielle collobert, nanni balestrini, kathleen fraser, robert lax, peter gizzi, bob perelman, antoine volodine, franco fortini e murasaki shikibu.