Articolo precedente
Articolo successivo

cara inerzia 3

Gli anni seguenti, però, quando mi tornò più appieno l’entusiasmo, cedetti alla mia naturale inclinazione verso la vita solitaria. A quel tempo, dopo aver preso l’oppio, m’immergevo spesso in tali fantasticherie; e molte volte m’accadde, durante una notte estiva – seduto presso una finestra aperta, da cui potevo scorgere sotto, a un miglio di distanza, il mare, e al tempo stesso dominar la scena d’una vasta città che si stendeva su un raggio diverso, ma quasi alla stessa distanza – di restar là ore e ore, dal tramonto all’alba, immoto quasi fossi indurito dal gelo, incosciente di me e divenuto quasi un oggetto qualunque della multiforme scena che contemplavo dall’alto. Tale spettacolo, in tutti i suoi elementi, contemplavo spesso dalla dolce collina di Everton. Alla sinistra si stendeva la città di Liverpool dalle mille lingue, alla destra il mare multiforme; era una scena che mi colpiva come una rappresentazione tipica di quanto passava nelle mie fantasticherie. La città di Liverpool rappresentava la terra, coi suoi dolori e le sue tombe, remoti da me, ma tuttavia non invisibili, né del tutto dimenticati. Nel suo moto, eterno ma dolce, l’oceano, sul quale covava una calma angelica, rappresentava in certo modo il mio spirito e i pensieri che allora lo cullavano languidamente. Mi sentivo, come per la prima- volta, lontano, estraneo ai tumulti della vita:

il clamore, la febbre, la lotta eran sospesi; una sosta era concessa alle segrete oppressioni del cuore… una specie di giorno festivo, una specie di tregua agli umani travagli. Le speranze, infioranti i sentieri della vita, si fondevano con la pace propria deila tomba; i moti del mio intelletto erano instancabili come i cieli, ma tutte le angosce si placavano in una calma alcionia; su tutto regnava una tranquillità, non frutto d’inerzia, ma risultato d’un equilibrio di forze contrarie ed eguali; infinita energia, infinito riposo.

Da: Thomas De Quincey (Manchester 1785 – Edimburgo1859), The confessions of an English opium-eater, (prima edizione 1821) trad. it., Le confessioni di un mangiatore di oppio, RCS Libri, Milano, 2000, pp. 252-53.

articoli correlati

Pasta asciutta

di Serena Iaconis
Le tapparelle erano quasi chiuse. Entrava solo qualche filo di sole. L’aria era pesante.

Un divertissement per Adone: esiste un Petrarca epicureo?

Un omaggio di Alberto Costa
ad Adone Brandalise, critico letterario e italianista da poco scomparso. C'è dell'epicureismo in Petrarca?

Un’antologia palestinese a cura di “Semicerchio”

L'ultimo numero della rivista "Semicerchio" dedica un dossier alla poesia palestinese: "Poesia da Gaza", curato da Mariangela Masullo
e Simone Sibilio
Presentiamo oggi uno stralcio di questa antologia.

Il prato

di Antonio Sparzani
Davanti al balcone di questo chalet, tutto in legno, in terra d'Alta Savoia, si stende un grande prato, grande, bello, un po' in pendenza verso il sentiero che porta all'entrata, prato che, quando siamo arrivati qua, era ricchissimo d'erba, alta un metro, lussureggiante, inebriante, fastosa.

Ultima multis

di Gabriele Gallina
Per colui per il quale vivere lontano dalla propria casa è ormai un’abitudine, il ritorno al proprio luogo di origine non è certo legato al desiderio di novità, bensì a quello di ritrovare ciò che era stato lasciato esattamente così come era stato lasciato, il più intatto e antico possibile

I poeti appartati: Deborah De Rosa

di Deborah De Rosa
È la pelle umana vestita dei gioielli spenti: ogni volta in cui ci siamo pensati meglio, non potevamo fare peggio.
antonio sparzani
antonio sparzani
Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: