Il futuro di un paese

10 novembre 2005
Pubblicato da

di Francesco Pacifico

L’internetcafè sotto casa mia è pieno giorno e notte di ragazzi bianchi tra i dieci e i trent’anni che combattono in rete in giochi multiplayer di guerra, si sparano e ammazzano, vivono meravigliose avventure medievali o postatomiche, lanciano acido come in Irak: acido finto, digitale, numerique. Oggi pomeriggio sono già una trentina, ogni notte le stesse facce: quando entro c’è sempre qualcuno che dorme sulla poltrona. Uno ha appena urlato “ti ammazzo, putain”.
Molto lontano dalle porte che delimitano Parigi, ragazzi della stessa età di questi, rinchiusi in remote location postumane da videogame dette Banlieue, la sera tirano molotov contro le macchine e le scuole. I ragazzini delle gang sono vestiti come dei rapper, in famiglia sono bravi ma poi la sera escono e si fanno perquisire da poliziotti violenti e spaesati. Piccoli arditi aggiunti alla massa indistinta dei grandi, i ragazzini con le molotov interpretano la rivolta come un incrocio tra “Doom” (videogame-sparatutto), un video gangsta-rap e “I ragazzi della via Pal”. Nelle interviste replicano alle dichiarazioni adolescenziali di Sarkozy: Lui fa il duro con noi? Non ci chiede scusa? E noi continuiamo. Sono teneri, sono sbadati: un gruppo ha dato fuoco per sbaglio alla macchina di un amico. L’amico “si è incazzato ma ha capito”. Cosa? “Che non abbiamo speranza”. Tutta la vicenda delle Banlieue riguarda proprio i piccoli guerriglieri: sono loro che lasciano la scuola perché nemmeno gli istituti tecnici riescono a portarli da nessuna parte. Le scuole, infestate dai bulli e dagli spacciatori, cadono a pezzi, sono in condizioni igeniche orrende, fili elettrici scoperti…
Ma se i giovani sono il futuro di un paese e parte di questo futuro è nel mio internet cafè e parte in periferia, dov’è in questo momento il vero futuro della Francia? Nel quartiere universitario gli studenti dell’Ecole Normale, e tutti gli altri delle università intorno, tirano avanti senza fare una piega, da giorni. Gli esami non finiscono mai e l’aria febbrile che hanno tutti, correndo da una lezione all’altra, frugando fra i cataloghi delle biblioteche, è sempre la stessa di prima. L’esperienza di diventare classe dirigente, qui, è tutta una questione di astrazione: l’impegno accademico estremo e ipercompetitivo fin dal liceo li abitua a vivere in un mondo ristretto e autoreferenziale.
L’unica occasione di incontro che bianchi ricchi e neri poveri possono trovare forse è al centro commerciale interrato di Les Halles il sabato pomeriggio. I Beurs ci arrivano con il trenino, io li incontro da Fnac allo stand della Sony, facciamo la fila insieme per provare i nuovi giochi della PlayStation. (Accanto a me, qui nell’internetcafé, un francese ha gridato “Killingspree!”, “carneficina!”). Sono vestiti da rappers e hanno miti da rappers: la ricchezza, l’aria scazzata, le Nike ai piedi. Ma è l’era del Patriot Act, e se fischiano troppo alle ragazze il prefetto di Parigi, da oggi, potrà indire il Coprifuoco, grazie a una legge per lo stato d’emergenza riesumata dal lontano ’55, quando era servita a placare l’Algeria! Quindi devono cercare di non affollarsi da Footlocker e da Fnac, altrimenti i parigini non potranno recarsi al cinema la sera. Qui nella rive gauche dunque siamo chiusi ermeticamente, nemmeno gli incendi in zona Republique, nella rive droite, ci preoccupano. L’unico modo per imparare qualcosa, al di là delle ritardatarie uscite pubbliche di Chirac e Villepin, è proprio il cinema. Les Amants reguliers, di Philip Garrel, nelle sale da qualche settimana, liquida l’impegno politico del ‘68 come un affare di molotov lanciate da protagonisti ventenni drogati e anoiati, che dopo la fine degli scontri tornano a drogarsi e scrivere poesie. Droga e molotov: i Parigini Impegnati del mito, descritti come i ragazzi delle banlieue: droga, molotov, musica. Vedi?, dico a Giulia, mia moglie: uno è giovane ovunque, vuole fare casino ovunque. Sì, risponde lei, però poi i sessantottini sono diventati classe dirigente, i Beurs invece hanno tutte le strade chiuse. L’altro film che abbiamo visto è quello di Haneke, Niente da nascondere. Il protagonista è intellettuale affermato e presentatore televisivo. Da piccolo fece storie con i genitori, impedendo loro di adottare l’orfano di due immigrati delle colonie, caduti negli scontri di Parigi del ’61. Rimossa la vicenda dal suo passato, l’uomo reagisce con disagio e rabbia al ritorno nella sua vita del fratello mai adottato, che vive fuori Parigi, privo delle prospettive che è stato a un passo dall’avere. Buono per farsi un’idea del silenzio imbarazzato di questi giorni nella Parigi bianca ed ex colonialista.
Nei computer accanto al mio è in corso una battaglia di omini verdi. Sangue, esplosioni e fughe rocambolesche. Risate. Mi aspetto tra sei mesi (come fanno in America) che esca un gioco a tema sugli scontri: “Banlieue05”. Voglio vedere i miei ragazzi, qui, svegli tutta la notte a lanciare molotov, a dar fuoco alle scuole, a sfogare le proprie smanie. Chi fa il poliziotto?

9 Responses to Il futuro di un paese

  1. tashtego il 10 novembre 2005 alle 08:07

    Bello e interessante.
    Ma mi suscita un ininterrotto impulso all’obiezione, su certi piani del discorso che più mi stanno a cuore.
    Le banlieues sono davvero “remote location postumane”?
    Se fossero costruite secondo principi insediativi diversi il problema non si sarebbe presentato?
    Chi ha vissuto in banlieue prima degli immigrati, se non i francesi stessi?
    Esiste un’equazione tra forma dell’abitare e forma sociale?
    Esiste una conseguenzialità automatica tra questi due termini?
    Oppure no?
    Se la banlieue fosse invece costruita a villette uni-famigliari, ciò comporterebbe integrazione e lavoro per tutti gli abitanti?
    Non sarà invece il disprezzo borghese, bianco, intellettuale, per la banlieue (disprezzo sociale, innanzi tutto, poi per i “casermoni”) a farla tale?
    Voglio dire: non sarà venuto il momento di separare il mollusco sociale dalla conchiglia abitativa?
    Non sarà venuto il momento di dirsi che la banlieue francese è frutto di un grande programma sociale degli anni sessanta (HLM e Grand Ensembles) e settanta per far fronte all’emergenza casa e che allora, come oggi, ci sono poche alternative a quei modelli insediativi?
    In che modo si deve costruire lo spazio della nuova città contemporanea?
    Queste non sono domande retoriche, sono domande VERE, nel senso che ne stiamo ancora cercando le risposte, che non sono facili.

    E poi.
    Perché si è convinti che la generazione del sessantotto sia diventata classe dirigente?
    Sulla base di quali indizi, prove, dati?

  2. magda mantecca il 10 novembre 2005 alle 09:02

    La classe 68 è diventata tante cose.
    Primcipalemente assorbita, ammorbidita, glorificata con cariche istituzionali, o impieghi statali.
    Insomma la sana propulsione alla rivolta è stata sopita prima con le droghe e poi con la gloria.
    In regione, in provincia, nei comuni ci sono innumerevoli reduci.
    Il ragionamento delle istituzioni è stato questo: i rivoluzionari non possono andare a lavorare sotto padrone, quindi li parcheggiamo nelle istituzioni cosi li neutralizziamo.
    Questo esercito pero’ continua ininterrottamente la sua militanza nell’illusione che possa ancora produrre qualcosa, non accorgendosi che nel frattempo il mondo è cambiato e il rancore è anacronistico.
    Si trovano esuli del passato e orfani di futuro.
    Poi, la condizione abitativa è molto determinante sulle condizioni sociali, senti un qualsiasi urbanista. A me è piaciuto il discorso di Fuksas.
    Addirittura ci sono filoni di pensiero che attribuiscono agli architetti la bruttura delle emerginazioni sociali rispecchiante e conseguente alla bruttura delle loro costruzioni.
    Philippe Daverio ne sa’ molto, sui quartieri periferici.Abbiamo parlato di Quarto Oggiaro mi pare qui tempo fa.
    Ma non è il modulo villetta, quindi il modulo abitativo, ma il quadro di riferimento urbanistico, quindi la capacità dell’architetto di “pensare lo spazio” in cui si muovono relazioni sociali economiche politiche culturali.
    Sono le città che vanno pensate olisticamente e in modo integrativo.
    Come i centri sociali messi in posti squallidi, li’ se anche uno non volesse, diventa un disadattato sociale comunque
    Vedi Paci Paciana a Bergamo plurincendiato o altri in lombardia.

    Vota Antonio vita Antonio

  3. tashtego il 10 novembre 2005 alle 09:43

    un qualsiasi urbanista sono io, per dire.
    no fuksas, please.

  4. gianni biondillo il 10 novembre 2005 alle 10:06

    Ah-ha, Tash, lo sapevo!!! Sei un architetto, me lo immaginavo, eri troppo ficcante in certi argomenti!
    (ovviamente hai ragionissima. Spero di riuscire a trovare il tempo di riprendere il discorso)

    Fuksas, comunque, è tutto tranne che un urbanista.

  5. magda mantecca il 10 novembre 2005 alle 10:12

    Spazio-Filosofico-Zen= Peter Zumthorn, cosa pensi di Vals?

  6. magda mantecca il 10 novembre 2005 alle 10:13

    Si pero’ ragiona in termini globali ed è intelligente
    a quel genio di Buttiglione gli ha fatto fare delle figure di merda non da poco.
    A parte che anche mia zia Pina sarebbe piu’ acuta di Buttiglione.

  7. Carlo Capone il 10 novembre 2005 alle 10:37

    Ma come si fa, guardando questa tragedia da guasti sociali e urbanistici, per citare un precedente post, come è possibile che nessuno pensi al disastro di Scampia? nacque come legge di intervento abitativo, si produsse come orrenda fungaia, si tradusse in deportazione in una landa da sempre gravida di sterpi e terriccio- non a caso vicina a Capo de Chio, l’odierna Capodichino, dove un tempo rizzavano forche e i morti pendevano a pubblico ammonire – come si fa a non dedurre che le stesse tecniche, contro le stesse specie di inermi disperati ( l’elemento etnico religioso non c’entra , c’è un humus di sprezzo e rimozione collettivi che accomuna le odierne periferie) rappresentano la risposta di un capitalismo renano al suicidio?
    Il sabato sera i disperati di Scampia prendono il metrò più bello di Europa e sciamano per il Centro cittadino. E scippano, minacciano, sequestrano bus, frantumano vetrine, in fuga da un vivere bestiale. E qui Parigi val meno di Napoli. A Scampia almeno la scuola non brucia, e il Comune inaugura centri di aggregazione sociale , inerme tuttavia nei confronti del libero Antistato di Kamorra. Che dobbiamo persino ringraziare, se a Scampia non incendiano auto o scuole. Manco la speranza di una assurda rivolta c’hanno i disperati di Scampia. Due volte schiavi.

  8. tashtego il 10 novembre 2005 alle 14:27

    @ Biondillo: in realtà mi occupo di urbanistica solo di recente, ma non ho una formazione specifica in materia di territorio, essendomi prevalentemente dedicato alla pratica del progetto architettonico.
    Chiudo la nota auto-biografica e segnalo: Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, Laterza 2005, ubi, tra l’altro, viene analizzato l’esempio del grand ensemble di Les Hauts de Rouen, con le dinamiche che l’hanno investito.
    È un libro che restituisce tutta la complessità e la problematicità della città contemporanea, delle spinte e delle culture che l’hanno costruita così come la vediamo noi, oggi.
    Il disprezzo generalizzato per gli architetti che intride la società contemporanea, anche e soprattutto la società dei colti, degli intellettuali, nasce dall’idea che siano gli architetti (e gli urbanisti) gli autori di questa metropoli che non ci piace, dove è difficile vivere, anche se la parola inferno il più delle volte (ma non in tutte) è eccessiva.
    Ma è un’idea sbagliata.
    La città andrebbe considerata come una sorta di “secrezione” della società nel suo insieme, del suo assetto politico ed economico, della cultura alta e della cultura de massa, delle spinte spesso violentissime che investono ciclicamente i territori urbanizzati d’Europa, eccetera.
    Gli architetti e gli urbanisti sono solo una componente del gioco, spesso nemmeno la peggiore, sicuramente non la più importante.
    La cultura architettonica del Novecento è stata assillata fino all’ossessione dal tipo di risposte che potevano essere date alle spinte di cui sopra, ma è sempre arrivata troppo presto o troppo tardi.
    Sono giunto alla conclusione che la città si fa da sé, o meglio la costruiamo noi tutti attraverso il perseguimento dei nostri interessi particolari, mediante la cultura condivisa e quella che individualmente possediamo, mediante le nostre razionalità individuali che messe assieme però diventano una sorta di fenomeno naturale che è anche specchio di quello che siamo e siamo stati.
    Ma contiene anche brandelli di quello che avremmo voluto essere, senza riuscirci.

  9. gianni biondillo il 10 novembre 2005 alle 14:57

    Tash, sono in partenza. Ma ti prometto che, se ci riesco, già settimana prossima, posto qualcosa che ho nel cassetto che fa il paio con quello che scrivi.



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