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Biagio Cepollaro per Amelia Rosselli

[Le coincidenze, davvero, non esistono. Nella “Bacheca” si parlava di Amelia Rosselli, e nelle stesse ore Biagio Cepollaro mi spedisce il testo dei suoi “blogpensieri”. Fra i quali uno, che parla di Amelia, è versione in prosa – non so se precedente o successiva – di una sua poesia che a me è sempre piaciuta moltissimo. Allora eccoli qui, prosa e verso. a.r.]

Amelia Rosselli, Milano-New-York, 1991

Seduta vicino a me, a diecimila metri d’altezza, che gesticolava, ricordava gli anni ’50 e gli aerei, le distanze. In ascolto, dandole tutto lo spazio. E lei che si rigirava dentro, a suo agio, e dietro i suoi occhi il nucleo non devastato e non toccato, un fare sicuro di sé ed ineluttabile. ‘Ora è giusto che stai in gruppo, poi ti ci vorrà un grande isolamento e un lavoro sodo…’ Il mio orgoglio (il rovinoso, l’infantile colpevole) alle stelle quando nella hall dell’albergo mi prendeva ‘da parte’: era la sua parte, la nostra, gli altri, tutti gli altri non avrebbero mai capito. Anche amandoci, gli altri non ci avrebbero mai capiti. Non ero d’accordo ma le davo tutto lo spazio. Con meraviglia mi ringrazia per la coperta con cui la copro , lei infreddolita e acciambellata in posizione fetale: era questo che chiedeva, era solo questo.

[prosa tratta da www.cepollaro.it/SuppV.pdf, di cui vivamente consiglio la lettura integrale. Ed ecco la poesia:]

dopo un anno

pungeva brezza marina allo svoltare
di una strada

andati

compatti paesaggi sfilacciati d’un colpo
dalla corsa
dell’auto

non dovrei tanta ferocia agli amici di un tempo: dopotutto ci si dava
da fare
anche quella è una strada se la via
è l’unica
via

per sette anni col cuore non consentì né affermazione né negazione: ecco

troppo ho affermato e negato troppo distinto e contrapposto e troppo
sono dentro ancora a quel viluppo

amelia rosselli mi disse due anni prima di gettarsi nel vuoto che mi spettava
isolamento
e grande lavoro
che tutto quel cianciare era portato
di gioventù e imperizia
che la faccenda era davvero più dura non ho mai capito
perché mi amasse
forse perché coprendola con plaid di fortuna sul gelido aereo avevo detto che perfino
nel nostro mestiere
c’è cuore

il fatto è che sono nuovo
di queste parti ancora solo per qualche minuto
scevro
d’ansia il resto del tempo è ancora tutto
imballato nello stesso
modo come appunto in un trasloco

e oggi mariano dice che a lui è capitato
di vivere nel tempo che una speranza durata
duecento
anni
finisce e inquadra
anche il resto delle perdute
battaglie
in questa cornice e giunge così lontano come se diderot
in persona avesse gettato
la bomba
per farla esplodere davanti ai nostri piedi di fine
millennio e corsa

ma poi di cosa è fatta una storica
speranza

diciamo ci fu grande scommessa nell’ottobre
del diciassette che c’era di tutto e il contrario
che poi ha prevalso
quello che a noi rimase non era quell’ottobre ché tutto
era già finito
prima dell’anno della nostra nascita
ciò che mi divide da lui è questo credere che la storia
sia compatta speranza o collettiva disperazione: non possiamo sapere
come è la cosa nell’insieme
di queste cose non bisognerebbe neanche parlare ma allora di cosa
ha senso parlare

per sette anni non consentire col cuore all’affermazione o alla negazione
ritrovarsi ad agire
più dentro
più addentro del mondo e dopo
aver molto dimenticato
allora soltanto
uscire

1999

[da Versi Nuovi, Oedipus edizioni, 2004.
Immagine tratta da www.cepollaro.it]

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8 Commenti

  1. Una mattinata invernale di una vita fa, a casa di Pat in via Siepelunga, a Bologna. Squilla il telefono, rispondo. E’ Amelia che riconosce la mia voce e stupita mi chiede spiegazioni… Per problemi personali mi sarò perso qualche passaggio: ma prima dell’11 febbraio, non viene il 9 gennaio (Patrizia Vicinelli) e il 9 febbraio (Corrado Costa)?

  2. Non mi riferisco ai testi qui sopra – che tutto sommato ne soffrono solo molto parzialmente – ma i poeti hanno questo vezzo di narrarsi e narrare dei loro colleghi, amici, sodali, poeti anch’essi, col tono dolente e un po’ melenso di una con-fraternita di ultrasensibili, infelici per definizione, cioè per avere il dono della percezione poetica dell’esistenza, che peraltro li accomuna.
    Questo lo dico senza astio, senza ironia e sapendo del dolore e della solitudine che affliggeva la Rosselli, che forse la condusse a morte.
    Lo dico per una costante percezione che ho del poeta e della poesia nostrani, che si guardano costantemente (licealmente?) “dentro”, anche reciprocamente, senza riuscire mai davvero a parlare, cioè a poetare, direttamente del “fuori”, se non trafilandolo attraverso il “dentro”.
    Come se la poesia fosse cosa del “dentro”, afferisse esclusivamente il “sentire”: mi domando se possa diffondersi in futuro un’idea diversa (quale?) del poetare, che già alcuni hanno, ma sono pochi e non capiti abbastanza.
    Ma posso sbagliare.

  3. Se leggi con attenzione la poesia di Cepollaro, Tash, ti accorgi che è proprio il “fuori” a determinare la quantità di spazio che l’immagine memoriale si ritaglia nella coscienza e nel vissuto di chi scrive. E quando il fuori è maceria e naufragio, è proprio la coscienza della ferita e della lacerazione che la memoria lascia a stabilire le coordinate e la rotta da seguire per stare dentro la storia e non esserne sopraffatti. La tua riflessione è giusta, se indirizzata alle logiche dominanti della poesia ufficiale, ai miti più o meno fasulli imposti dalla critica e dall’editoria di regime (tu sai benissimo in che senso sto usando questa parola); risulta un po’ fuori luogo, se riferita ai due personaggi in questione. Ci sono poeti che, letteralmente, devastano il reale omologato senza apparentemente muovere un passo fuori da se stessi: solo utilizzando il linguaggio, il pensiero che si fa scrittura, come un dardo piantato nel cuore del feticcio merce e del capitale. Il poeta non può scrivere trattati di sociologia, la poesia non può risolversi in un quadro disciplinato di relazioni razionalizzabili, diverrebbe altro: e allora il compito del poeta, oggi, o uno dei compiti, può essere quello di restituire la parola al suo essere, al livello primario della significazione e del dono: prima che essa, così come avviene, diventi merce tra le merci, strumento di libertà consegnato al carnefice. O all’oblio. Il che è lo stesso. Con stima.

  4. Caro Di Costanzo, in effetti ti sei perso il passaggio in cui dicevo che so poco o nulla di date e anniversarî (e più in generale non credo alle “lapidi”) per cui, in sostanza, pubblico ciò che mi pare, quando mi pare.

    Sulla domanda posta da Tashtego, sono sostanzialmente d’accordo con sine nomine. Aggiungerei che, fra i “pochi e non capiti abbastanza” di cui parla Tash, Cepollaro secondo me ci può entrare senz’altro (la Rosselli, va da sé).

  5. Per Andrea: il mio non voleva essere un rimprovero. Puoi immaginare il mio grande affetto fraterno per Amelia…

  6. Da poeta a poeta – in linguaggio sterile, che
    s’appropria della benedizione e ne fa un piccolo
    gioco o gesto, rallentando nel passo sul fiume
    per lasciar dire ogni onestà. Da poeta in poeta:
    simili ad uccellacci, che rapiscono il vento
    che li porta e contribuiscono a migliorare la
    fame. Di passo in passo un futile motivo che
    li rallegra, vedendosi crescere in stima, i letterati
    con le camicie aperte che si abbronzano al sole
    di tutte le tranquillità: un piccolo gesto sfortunato
    li riconduce all’aldilà con la morte che sembra
    scendere e stringerli.
    Ironicamente fasulla, o v’è una verità? ch’io
    possa dire anche tua?
    Ma nel fiume delle possibilità sorgeva anche
    un piccolo astro notturno: la mia vanità, d’esser
    fra i primi gigante della passione, un Cristoemblema
    delle rinunziazioni […]

    (Amelia Rosselli
    da Serie ospedaliera, 1963-65)

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