Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità (2)

17 febbraio 2006
Pubblicato da

mg1224gen06.JPG A cura di Andrea Inglese e Andrea Raos

(Continuiamo la pubblicazione dei poeti francesi – Hocquard, Portugal, Tarkos – iniziata qui)

Emmanuel HOCQUARD. Nato nel 1940. Tra i suoi libri più recenti : Théorie des tables (1992), Un test de solitude (1998), L’invention du verre (2003), tutti pubblicati da POL. Ha tradotto Charles Reznikoff, Antonio Cisneros, Natacha Strijevskaia, Michael Palmer, Fernando Pessoa.

da Théorie des Tables (Parigi, POL, 1992).
Traduzione di Andrea Raos

1

Brune, verdi & nere

Non dire le schegge di vetro sono le parole
o sono come le parole della poesia

Cara B., dimentica le parole
non contare gli anni

Non pensare tieni in mano
i pezzi della poesia, il tempo

Non scrivere il colore contiene la storia

Questi ciottoli non dicono Mar Egeo
sulle buste

Queste tessere non sono le sillabe
queste buste non contengono lettere

Non sognare che soffochi ogni notte

*

3

Il tuo nome è : invisibile

Come dire e non dire io
come dirti tu

Non riconosci la tua voce quando parli
la tua lingua non è tua

Chiarisci questo traducendo

Cara V., prendi ciò che hai sottomano
scegli ciò che è su una tavola

Getta i ciottoli in una tazza
il colore appare nell’acqua

Non scegliere io e tu

Non scegliere blu e Mar Egeo

*

7

Poesia, non sei un quadrato di linee

Non sovrapporre nove città
non moltiplicare le parole
non celebrare i morti

Ci sono meno antenati che discendenti
c’è poco vetro oggi
ieri non ho scattato alcuna fotografia

Non affermare una ragazzina ha costruito
questo giardino di sabbia in riva all’acqua

Non immaginare che hai calpestato una medusa

Non raccontare stamattina ho visto
sulla soglia di casa un cieco
fissare il sole al di sopra della spiaggia

Non dire torneremo

*

10

Tu non sei di qui
ma vivi qui

Poesia, sei stata giardino su una tavola
_____________
____________________
________________

Penso: volevo che tu venissi
penso : cosa leggi in questo silenzio?
penso : il problema non è una frontiera
_______________
_____________________________
__________

Un giorno
sarebbe una leggenda

Qui, un giorno, sotto questo albero, su questa panca di pietra

*

11

Cosa e chi
chi è lui e chi è lei?

Buonanotte Jo, posa quel revolver
ecco la tua chiave
come mi trovi?
ieri il quartiere non esisteva ancora

Il cielo è riempito di vetro
accendi un fuoco di cipresso con cassette per la frutta

Né musica né danza
manca una tessera all’onda
pretendono i gabbiani

Dici vorrei essere nasturzio o peonia

Quando all’onda manca un cavalletto
stridono i gabbiani
uno strascico di pietre e nuvole costeggia le pozze

*

25

I sogni dicono
non sei soggetto dei tuoi sogni
grammatica si disintegra

I sogni dicono
un contesto non serve a niente

Relazioni diventano possibili
il resto non è da capire

Cara Maria Amelia
un vestito è giallo
significa = giallo

Riconosci il libro
che non conosci ancora

I sogni dicono
un’altra cosa
la stessa e non la stessa

Un’esperienza del dolore

*

32

Dici non ti vedo
vedo sempre meno

Dici le fotografie
mostrano immagini di te

Ho quest’immagine di te
l’immagine che ho di te

Sei invisibile

Interroga la parola immagine

Disponi su una tavola
le parole che descrivono l’immagine

Interroga le parole

La descrizione dell’immagine
non è un’immagine

La descrizione dissolve l’immagine
riapri il libro su questo

*

33

Dici un uomo è in questo solaio
è una statua di terra

Una statua è nuda, potente, bruno-rossa
senza volto, il sesso intatto

L’assenza di tratti dice la preoccupazione

Vedi una statua camminare
da un capo all’altro di questo solaio
aspettare qualcosa o qualcuno

Una statua senza occhi ti fissa
ti vede non ti guarda

Qualcuno viene, qualcuno
sale delle scale, sta dietro a una porta

Un vento formidabile si alza
soffia in questo solaio
esce dalla statua

Il suo busto è un fogliame
vedi il quadrato soffiare in questo vento

* * *

Anne PORTUGAL. Nata nel 1949. Tra i suoi libri più recenti : Le plus simple appareil, POL, 1992, Définitif Bob, POL, 2002. Ha tradotto Stacy Doris, Emily Dickinson, Barbara Guest, Charles Reznikoff.

da Le plus simple appareil (Parigi, POL, 1992).
Traduzione di Florinda Fusco.

la mia Susanna
è viola m’immagino
e grassa
incide no il suo nome
in Svezia sarebbe
violento

ho posato a Bayeux
una donna grassa
sotto l’albero della libertà
lo spazio blu trai rami
ha disegnato la testa dei due vecchi

*

lei che farebbe un bagno
voltando le spalle alla scena
non percependo in che cosa
si sia imbarcata allora le dirò
che qui i due vecchioni sarebbero
gelidi veramente secchi e anche il loro
sguardo non potrebbe
brillare sebbene il ghiaccio
punga forte anche le ossa dei vecchi

Susanna questo paesaggio sta bene alle bionde

*
perché una costruzione
la vasca
possa opportunamente contenere
la mia Susanna
c’è bisogno di acqua dentro
di pioggia
straniera

(è al centro di un prato)

prima attività
il cucchiaio
una forma associata,
l’archetto
vuoi che Alice
non Sigourney Weaver
la giornata cominciava
e poi i due coglioni

*

proviamo ora a circoscrivere Susanna in un rettangolo

si consideri che la terra è piatta che Susanna è piccola
e molto appetitosa
e poi che i vecchioni la guardano ad una lunghezza fissa
e che gli sguardi scorrono ma non si aggrovigliano

se risolvo questo problema potrò anche fare in modo che
Susanna disponga più tardi di una vasca circolare

la nozione più utile qui è quella del vicinato
lo sguardo al di sopra del muro
la strada fiancheggiata da tigli
Anna e il poeta
all’ora esatta
esattamente
è la figura stessa
è la figura che noi abbiamo messo all’inizio della nostra
storia

*

la mia Susanna è seduta nel buio
punti meticolosi
rossi e verdi
l’aereo precipita a novanta gradi

il suo mento è poggiato
su una mentoniera

le sue ginocchia toccano le ginocchia del vecchio
che le prende le misure dell’occhio destro
11. 43. 15. in o.f.t.a.l.m.o.l.o.g.i.a.

e la luce taglia l’acqua
delle vetrate delle piscine
alle cinque

la sua cornea accanto alla cornea del vecchio
dall’altro lato
della mica rossa
che presto
sarà verde

*

e se fossero scivolati l’uno attraverso l’altro
il paesaggio li trafigge in spessore
seccando loro il cuore
l’insieme delle notti confusa la più confusa un albero di fico
sulla metà del fogliame annesso
la personalità più nera
tagliata in due
il viso
silenzioso a metà

*

in variabilità pura nessuna figura seppe come te
per così tanto tempo
dare il cambio cancellare l’altro per attirare ai campi
una famiglia intera
guardatelo
rovesciare la testa all’indietro
e fare lo spavaldo
tu uscirai tu uscirai
da questo bosco esangue
da questo fogliame con dentro il coccodrillo
effetto su di te dell’immagine bloccata

anche loro invecchieranno
anche i vecchi invecchiano

profetizzo a ciascuno
una morte semplice
senza rovesciamento oculare
verticale azzurrognola
raggio orologeria
sorpresi sorpresi
come se volessero ancora muoversi

*

dall’occhio riconosci i macellai
dalle loro mani
mi dici com’è straordinario
raschiare col coltello
la pelle delle bestie

con la massa
che è essenzialmente guidata dal
sentimento loro sono seri
sommano movimenti
di cui tutti i lati non sono sullo stesso piano
poi fare una conferenza
l’attacca al suo gancio

*

“visto da quest’angolo qui
c’era quell’uomo la cui professione
è portare i morti nei loro appartamenti
mi guardò così civilmente
così vivace nel suo sguardo scivolava l’intelligenza

ho bisogno dice Susanna di scrivere il suo nome
ho bisogno dice Susanna di portargli queste lettere le mie stazioni

cronaca di un anno di miseria

scusate questo bagno
è abitabile in tutte le stagioni
anche se il cuore (senza più bisogno di battiti)
salta e salta in aria
perché io resto sul bordo della vasca
perché io resto”

* * *

Christophe TARKOS (1963-2004). Tra i suoi libri : Caisses (1998), Le signe = (1999), PAN (2000), Anachronismes (2001), tutti pubblicati da POL.

da Anachronisme (Parigi, POL, 2001).
Traduzione di Michele Zaffarano.

La realtà non inventa nulla, sono io che invento tutto, sono io che devo inventare tutto, lei non sa fare nulla, sono io che devo farle tutto, lei è molle, faccio tutto io, mi devo far carico di lei, quello che sa fare, ma non fa nulla, non sa fare nulla, si lascia andare, sono obbligato a ripercorrerla, a riprenderla, a riempirla, a rimetterla in piedi, a inventare, a scoprire le sue leggi, a creare le sue leggi di sana pianta, lei non è capace di siglare la più piccola delle sue leggi, di creare da sola il più piccolo aspetto, il più piccolo rilievo, il minimo suono, sono obbligato ad articolarla tutta, lei è completamente inarticolata, molle, invertebrata, scivolosa, stupida, non ha inventiva, sono obbligato a fare il collegamento, lei non collega, resta ebete, e molle, e stupida, segna, non sa segnare, sono obbligato a segnare tutto, lei non produce nulla, scivola, non si mette a dire, non sa dire nulla, mi metto io a dire tutto, io a ripetere, io a formare, io a costruire, io a dire, io a modulare, io a farla piegare, lei non si piega, non inventa, non ha inventiva, non è estranea, non sa cosa sia l’estraneità, bisogna dirle tutto, mi metto io a dirle tutto, io a farla tutta, ripercorrerla, riempirla, ripeterla, la realtà non sa da che parte andare.

*

Il riccio, il pipistrello, la talpa, la rana, il castoro, lo scoiattolo, la vipera, il daino, la marmotta, il gatto, il topo nero, la pecora, il surmolotto, il tasso, il coniglio, il toporagno, la tartaruga, la lontra, il cervo, il topo muschiato, il ghiro, la lucertola, il topo dei campi, la capra, il cavallo, la volpe, il lupo, il camoscio, la salamandra, l’eliomio, l’orso, la faina, la biscia, l’ermellino, l’orbettino, il maiale, la genetta, il topo campagnolo, l’arvicola, il cinghiale, il visone, il rospo, il moscardino, il capriolo, la mucca, la puzzola, il gatto selvatico, il muflone, il tritone, la martora, lo stambecco, la lepre, il cane, il muletto, il sorcio, la donnola e l’asino, ecco non ci sono altri animali, qui ci sono tutti gli animali, conoscendo a memoria il nome di tutti questi animali si sa che si possono incontrare tutti gli animali che si sanno, l’intero gruppo di tutti gli animali incontrabili, tutti gli animali che esistono sono questi qui, non ci saranno sorprese malaugurate, paure particolari, conoscendo a memoria questo gruppo di animali si ha in un battibaleno la tavola completa di tutto quello che è possibile e conveniente e piacevole e divertente incontrare per caso durante una passeggiata, non c’è da dare un posto più importante ad uno piuttosto che ad un altro, sono tutti qui, non occupano molto spazio, si nascondono in mezzo all’erba, si allontanano non appena ci si avvicina, fuggono, corrono, sono timorosi, prendono la fuga, non si possono toccare, accarezzare, hanno troppa paura, non capiscono quello che vogliamo da loro, se veniamo come cacciatori per ammazzarli o se veniamo da amici, hanno tutti la stessa forza di esistenza, possiedono uno per uno la stessa intensità, ripartiti sul tappeto del loro nome inscritto sulla tavola completa degli animali.

*

È bella, suona il violino, non è Lydie, non è Laure, non è Violaine, non è Liliane, non so come faccia di nome, non gliel’ho domandato perché suonava il violino, prendo note sul quaderno, ho chiesto alla persona che stava di fianco e che non faceva niente ma non si ricordava il suo nome, lei suonava il violino, suona il violino, non si ferma, si ferma soltanto ai silenzi, durante i silenzi posso vedere i suoi occhi, che non guardano più lo spartito, che mi guardano, che ci guardano, i silenzi non durano, danno un’occhiata allo spartito, i silenzi si fermano, lei continua a suonare il violino, è bruna e ha i ricci, ha le lentiggini, porta i sandali, fa caldo in questa sala, mi fumo una sigaretta, penso al violino che puzzava del sudore di mio nonno, morto mio nonno il violino puzza ancora, penso fino a che punto quel violino era vicino a me, era stretto al mio collo, al mio mento, ai miei occhi, alla mia guancia, quanto si sentiva l’odore del sudore di mio nonno, lei è bella, si sforza, è concentrata, suona il violino, io prendo note.

*

Traverso il ponte, il ponte attraversa la Senna, attraverso la Senna, cammino lungo il ponte non mi fermo, guardo la Senna camminando, l’acqua, sono su un ponte, cammino sopra l’acqua, il ponte passa sopra l’acqua, il ponte è lungo, cammino a lungo, sto contro la balaustra del ponte, il ponte passa sopra la Senna, guardo la Senna, l’acqua, l’acqua grigia, non sono da solo, la Senna non è da sola, sono su un ponte, cammino guardando il fiume, l’acqua del fiume, l’acqua grigia del fiume, costeggio il ponte, il ponte è lungo da una sponda all’altra della Senna, cammino cocciutamente, il ponte lascia scorrere la Senna, non guardo i flutti, ho sotto gli occhi l’acqua grigia e larga che passa, io passo, costeggio, proseguo la mia strada, proseguo il ponte, traverso il ponte, buttando ogni tanto un’occhiata sull’acqua grigia della Senna, il ponte largo attraversa tutta la larghezza della Senna, non farò altro che camminare.

*

Il gruppo delle persone che conoscono il mio sesso è dolce e sessuale e forma un gruppo di persone strane, un grande numero di persone, di persone dolci e sessuali, che assomiglia al gruppo di persone che può trovarsi intorno a me morto, ci sono quelli che conoscono il mio sesso e quelli che conoscono il mio sesso in erezione, le persone che hanno visto il mio sesso non sono tante, non so come raggruppare le persone che conoscono il mio sesso perché ci sono delle persone estranee, bisogna averlo visto per sapere che è circonciso, benché certe persone possono sapere che è circonciso senza averlo visto così per esempio di Gérard che ha detto un giorno che era circonciso allora gli ho detto anch’io, come mia suocera, ma non ci sono legami tra mia suocera e Gérard, non si sono mai visti e non posso metterli in uno stesso gruppo, e come mia madre e mio padre che non posso mettere nello stesso gruppo delle donne che ho conosciuto e che mi hanno conosciuto e che conoscono il mio sesso, che l’hanno già visto, che sanno come è fatto quando è in erezione, ma non posso mettere tutte le donne che ho conosciuto perché ci sono anche quelle che ho conosciuto di notte in macchina, loro non possono aver visto il mio sesso, per quanto lo conoscano ma non lo hanno visto, come quelle che non ho conosciuto ma che mi hanno accarezzato, che conoscono il mio sesso, ma allora bisogna aggiungere quella dottoressa che ha guardato attentamente con minuzia il mio glande per dei lunghi minuti da tutti i lati, come alcune persone della famiglia o delle ragazze che curavano i bambini quand’ero bambino, dunque oltre alle donne che ho conosciuto devo aggiungere il gruppo indeterminato delle persone della famiglia e delle ragazze che hanno visto il mio sesso, e tutti gli amici che fecero con me il bagno nel Mediterraneo dove si faceva il bagno nudi, quando ci si fa il bagno nudi si può vedere il sesso, il mio sesso è stato visto, come quando ero curato da mia nonna, buona, grossa, maltese, lei ha dovuto vedere il mio sesso, il gruppo è disparato, il gruppo è numeroso e dolce e sessuale, assomiglia al gruppo di persone che potrebbero ritrovarsi intorno a me morto, ma le donne che ho conosciuto non saranno al corrente del fatto che sono morto e non verranno al mio funerale, dunque il gruppo delle persone che conoscono il mio sesso non è identico al gruppo delle persone che mi circonderanno da morto.

*

Il verso dell’oca, paesaggio innevato, paesaggio bianco, per dire il paesaggio innevato è inutile scrivere paesaggio innevato, paesaggio bianco, basta scrivere verso dell’oca, anche se il verso dell’oca non è più familiare alle nostre orecchie, non conosco molte oche, non mi ricordo il loro verso, mi sono dimenticato, il paesaggio ricoperto di neve non fa più versi alle mie orecchie, non è imbiancato dal verso dell’oca, non vedo tutto quel biancore lasciato dalla neve quando la neve è caduta e ha ricoperto tutto quello che compone il paesaggio, i tetti, gli alberi, le strade, le scarpate, i campi, per dire paesaggio innevato non ho più l’oca e il suo verso, per capirlo, per percepirlo, per sentirlo, non avrò più per me il verso dell’oca o di un altro animale, non conosco gli animali, non conosco i versi degli animali, non vivo insieme agli animali, nella mia infanzia non ho vissuto insieme a delle oche, so soltanto che il verso dell’oca è un paesaggio uniformemente ricoperto di bianco ma non posso usare questa sensazione senza fare appello a una sensazione che non ho, sto in un mondo senza versi di animali, non riesco a immaginare che cosa potrebbe saltar su in primo piano a far versi sulla scena mentre me ne sto a contemplare un paesaggio ricoperto sotto la neve e che ne è imbiancato, interamente imbiancato mentre invece qualche ora prima il paesaggio non assomigliava ad un paesaggio sotto la neve, non c’era neve, non un grammo di neve, in tutto il paesaggio, e ora non si vede nient’altro che il bianco, non si vede nient’altro che la massa leggera aerea, sovrapposta, della neve che è caduta di dappertutto senza fare differenze, una mancanza di differenza, una mancanza di veggenza, una mancanza di selezione, una mancanza di visione, un abbatte abbattuto senza discernimento, senza ragione, uniformemente sull’insieme di quello che compone un paesaggio di neve, è l’inverno.

*

Non c’è ordine, c’è un inverno, non è classificato, non viene per gradi, come una scala, come una progressione, non viene in ordine, ci sono dei pensieri, delle risalite, degli allargamenti, delle entrate, degli entranti, di quelli che non si annunciano ed entrano, che entrano senza lasciare indirizzo, senza dire da dove vengono, passando, che passano, che non fanno altro che passare, e che possono venire da un passato passato, poi rispuntano senza avvertire, l’inverno si è insinuato, si è invaso, ha invaso il parco e i viali adiacenti, non c’è più che un inverno, non mi si potrà venire a dire che qui c’è un ordine, non è vero, c’è una concatenazione accumulatore sorprendentemente sovrapposta ammassata che non riguarda l’ordine, che non è verificabile, che non fa piani, se non fa piani, si è accumulato, ritorna senza sosta, ritorna d’un colpo in grande numero, ronza, si avvicina ronzando, nel ronzio che cosa c’è che ritorna in superficie che è più chiaro dell’ampio ronzio, che è in rilievo, che è puntato, se non è ordinato è rotto. Viene da molti luoghi alla volta. Ronza nelle orecchie. Assottiglia la parete. Dà colpi di tuono. Fa un’acqua sottile. Non è per niente. È avvolto, montagnoso, montante, ascendente, issante, nitrisce, grida. È un colpo dopo l’altro. E non ci sono rapporti tra i due colpi. Nessun rapporto. Cigola. L’inverno è avvolgente. Uscire dall’inverno. Non c’è uscita.

* * *

(Continua)

(“Nuovi argomenti“, n° 32 ottobre-dicembre 2005)

Foto: Marco Giovenale

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34 Responses to Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità (2)

  1. fm il 18 febbraio 2006 alle 11:07

    Mi piacerebbe veder tradotta tutta l’opera Théorie des tables di Hocquard (che ho letto nella sua interezza) perché si tratta del libro di un autore di notevole spessore e valore, impegnato in una ricerca tesa a esplorare nuove (possibili) rotte a partire dalla constatazione che né tradizione né avanguardia abbiano più gli strumenti per definire gli statuti della scrittura poetica oggi. L’idea di una poesia come interrogazione/invenzione di forme-pensiero, il rapporto tra immagine e vuoto: versi che danno corpo al vuoto, all’attimo, che ha la stessa sostanza del lampo, in cui il vuoto-attesa comincia a farsi immagine: quando non è più vuoto e non ancora immagine, ma pura libertà, esperienza appena dicibile dell’increato.
    Grande scrittura, per quel che mi riguarda.

  2. Andrea Raos il 18 febbraio 2006 alle 11:18

    Di Hocquard ho qualche traduzione inedita in fondo all’armadio, se la tua mail è buona posso mandartele.
    D’altra parte da Seghers (credo) è appena uscita una monografia su di lui.

  3. x il 18 febbraio 2006 alle 12:54
  4. fm il 18 febbraio 2006 alle 13:48

    Grazie, Andrea, la mail è quella. Hocquard è un grandissimo, all’interno del gruppo di eccellenti poeti che avete antologizzato. A ben leggere, e a buon rendere. Ciao.

  5. emma il 19 febbraio 2006 alle 10:20

    Dei tre, Hocquard è quello che mi interessa di più.
    Cerco di capirne il discorso teorico (i frammenti di discorso teorico presenti nell’articolo pubblicato su NA), ma tutto sommato trovo condivisibile anche ciò che dice Berardinelli riguardo alla preminenza dei “risultati” sulle teorizzazioni o sulle poetiche. (E tuttavia, di nuovo, per valutare i “risultati” – anche per dire un semplice “mi piace” o “è bello” – una qualche idea/sentimento di poesia [implicita o esplicita, consapevole o no] si deve avere).
    I “risultati”, per come li leggo io, fanno identificare questi pezzi come “poesie” (ma chiamarle “poesie” o in altro modo non mi sembra determinante).
    Poesie dallo sfondo enigmatico, e però dalla parvenza raziocinante, perfino didascalica.
    Uno sguardo freddo e tendenzialmente esatto, che evidenzia fratture, discontinuità logiche e semantiche. Ma fa inciampare, anche – ed è questo che sorprende, è questo movimento che soprattutto mi interessa – in un incongruo materiale emotivo, reso in forma di sequenze imperative (i “non”) e di reiterate chiamate in causa degli “io” e dei “tu” (ciò che fa ipotizzare una dimensione intersoggettiva e comunitaria come auspicio e forse come desiderio, dimensione tuttavia negata e nei fatti impraticabile).
    Vorrei evitare il ricorso alla psicologia, vorrei guardare di più alla lingua e al linguaggio, come chiede Hocquard. Evidentemente la mia idea di poesia in questo mi limita.
    Mi chiedo però, ancora, cosa impedisce a un critico di pensare alla poesia contemporanea – alla poesia che si fa ora, che si sta facendo in Italia o altrove – come a uno spazio plurale di ricerca e di linguaggi, uno spazio in cui sia possibile un confronto senza pregiudizi / senza chiusure aprioristiche con ciò che si avverte come diverso e distante, oltre che con ciò che si avverte come affine e familiare.
    Di nuovo torna l’immagine delle fazioni, delle scuole, delle roccaforti, delle contrapposizioni e delle chiusure generazionali, di forse troppo esaltate identità locali.

  6. emma il 19 febbraio 2006 alle 10:24

    Il pezzo della Portugal è quello che mi lascia più interdetta, e forse per questo vorrei leggere altro.
    Certo c’è l’intenzione di smontare e rimontare un’icona che ha attraversato i secoli e nei secoli l’immaginario maschile e femminile.
    Certo nella poesia ci sono azioni, c’è il resoconto frammentario e per nulla lineare di azioni.
    Non ci sono i furori e le grida femministe. Tuttavia le azioni presentano ironia e sarcasmo. Le azioni sono assunte in proprio da chi scrive…

  7. emma il 19 febbraio 2006 alle 10:30

    Tarkos non va a capo prima della fine della riga.
    Non decide di andare a capo prima della fine della riga.
    Decide di lasciar fare al programma di scrittura, o al bordo del foglio che impedisce alla penna di andare oltre.
    Quando mancano altri appigli, l’andare a capo prima di essere costretti a farlo è ciò che – almeno sotto l’aspetto grafico – distingue la poesia dalla prosa.
    Ma basta davvero questo?
    In effetti i pezzi di Tarkos sono organizzati per frammenti, frammenti di struttura semplice, elementare; costruzioni paratattiche, elenchi, elenchi di nomi, elenchi di azioni separate l’una dall’altra da virgole.
    Si potrebbe decidere di disporre i testi diversamente, decidere di andare a capo dopo ogni virgola, o dopo ogni 2/3 virgole. Avremmo con poco risolto la questione dell’identità grafica della poesia.
    Ma la disposizione in orizzontale piuttosto che in verticale ha una sua ragion d’essere.
    I frammenti di non-senso posti in verticale non sono come i frammenti di non-senso organizzati in orizzontale, l’uno accanto all’altro, come mattoni di un muro.
    Il muro di frammenti di non-senso ha effetti diversi su chi legge o guarda rispetto ai singoli frammenti disposti in verticale.
    Il muro è a suo modo funzionale.
    Il muro dei “non” (Tarkos) è diverso dall’elenco in verticale dei “non” imperativi (Hocquard).
    Il muro dei “non” (ancora psicologia, ahimè) è l’impossibilità di ogni significato, di ogni azione, di ogni via d’uscita.
    “Non c’è via d’uscita”.

  8. marco il 19 febbraio 2006 alle 10:50

    su enigma, volendo, qualche nota qui

  9. temperanza il 19 febbraio 2006 alle 11:35

    #

    @Emma

    L’orizzontale “acconsente” di più all’andamento del pensiero. Il verticale trattiene e rafforza l’attrito, forse è più novecentesco.

    Sui “risultati” alla fin fine sono d’accordo. Il problema però è più ampio, credo, e riguarda tutta l’arte contemporanea.
    Come ci poniamo di fronte al discorso teorico (o al gesto dimostrativo dell’arte figurativa)? In termini di chiusura? Di pura conservazione in nome del senso e dell’esperienza? O no?
    E perché ci poniamo nel gesto invece dell’ascolto e dell’apertura?
    Che cosa fa di noi dei conservatori?

    E’ un atteggiamento che attraversa le generazioni, dunque non ha a che fare con il datpo biografico.

    E se però, pur con tutta la capacità di metterci in gioco come lettori alla fine il risultato fosse frustrante? Non so.

  10. fm il 19 febbraio 2006 alle 15:18

    @ Emma

    Il tuo primo commento è una sintesi efficacissima di tutti i problemi che qui si stanno discutendo, a partire dalla pubblicazione della lettera aperta di Inglese/Raos. Mi piace molto anche la tua lettura di Hocquard, anche se, più di uno “sguardo freddo”, parlerei di uno “sguardo metamorfico” che cerca di diventare uno proprio con quelle “fratture, discontinuità logiche e semantiche” di cui parli. Ma forse, rifacendomi a quanto sulla materia già da tempo viene scrivendo Marco Giovenale, la “freddezza” è proprio un effetto/tensione della “natura metamorfica” dello sguardo che avvolge le cose o, più esattamente, le chiama a ri-nominarsi.

    @ Temperanza

    Gran belle domande, le tue, visto che in esse si gioca gran parte del futuro della poesia (e dell’arte) dei prossimi anni. Io penso, solo per toccare un punto marginale di tutto l’insieme di questioni, che il rapporto discorso teorico-risultati-fruizione sia, forse, fondante. Butto lì una ipotesi, discutibile fin che si vuole (ma è quella intorno alla quale nel mio piccolo mi sto muovendo da tempo): il discorso teorico, e il testo in quanto prodotto di una invenzione/elaborazione anche concettuale, sono assolutamente inscindibili, in quanto è il pensiero stesso che, nel suo porsi come apertura/sguardo verso l’alterità, si fa testo, corpo-segno: ne consegue (ma prendila sempre come un’ipotesi) che la “frustrazione” possibile nella fruizione del lettore deriva, in definitiva, o dalla mancanza di un apparato critico (sto semplificando) coerente con l’operazione del poeta, o da una nostra (attuale) incapacità di operare una “lettura” altra, che sia cioè sostanzialmente una riscrittura. Affinché ciò avvenga, comunque, è indispensabile, credo, che anche il mio “sguardo” di lettore abbandoni le sue geometrie e le sue coordinate definite (dalla tradizione, dall’osservanza anche inconscia di un “canone”, dai criteri razionali della leggibilità/rappresentabilità a tutti i costi) e aderisca all’oggetto in esame nella sua essenziale nudità di corpo-che-si-offre per non essere nient’altro altro se non la sua stessa natura-di-dono e di scambio simbolico.

  11. temperanza il 19 febbraio 2006 alle 16:03

    @fm
    analizzo quello che hai scritto:

    tu dici:
    ” il discorso teorico, e il testo in quanto prodotto di una invenzione/elaborazione anche concettuale, sono assolutamente inscindibili, in quanto è il pensiero stesso che, nel suo porsi come apertura/sguardo verso l’alterità, si fa testo, corpo-segno”

    Dunque discorso teorico e “opera”avrebbero lo stesso statuto. Mi lascia perplessa. Se tu avessi detto che nascono dalla stessa radice lo sarei stata meno. Ma così formulata alla tua affermazione manca forse un passaggio, o una domanda.

    e poi:
    ” ne consegue (ma prendila sempre come un’ipotesi) che la “frustrazione” possibile nella fruizione del lettore deriva, in definitiva, o dalla mancanza di un apparato critico (sto semplificando) coerente con l’operazione del poeta, o da una nostra (attuale) incapacità di operare una “lettura” altra, che sia cioè sostanzialmente una riscrittura.”

    Potrebbe in effetti essere così, si configurerebbe una “inadeguatezza” del lettore.
    Ma, mi chiedo, ha senso questo?
    Voglio dire, poiché c’è anche un “futuro”, spero, ha senso questo in vista di un futuro della poesia? O è stata proprio questa condanna del lettore di un tempo alla sua presente inadeguatezza che ha fatto venir meno quel legame tra il poeta e il suo lettore?
    Perché è vero che il lettore ideale del poeta è il suo alter ego critico, ma è anche vero, che se lo scambio resta circoscritto al tête à tête, tra un po’ (o forse lo è già) la poesia diventerà un discorso per iniziati.

    Anch’io ho solo domande e non risposte, arrischio un’ipotesi: si andrà verso una serie di mondi paralleli? Poesia semplice per i semplici? Teorizzante per i teorici? Discorso specialistico per gli addetti ai lavori?
    Cosa si perderà e cosa si guadagnerà, così?

    “Affinché ciò avvenga, comunque, è indispensabile, credo, che anche il mio “sguardo” di lettore abbandoni le sue geometrie e le sue coordinate definite (dalla tradizione, dall’osservanza anche inconscia di un “canone”, dai criteri razionali della leggibilità/rappresentabilità a tutti i costi) e aderisca all’oggetto in esame nella sua essenziale nudità di corpo-che-si-offre per non essere nient’altro altro se non la sua stessa natura-di-dono e di scambio simbolico.

    D’istinto sono d’accordo, io cerco di leggere in effetti così, ma pure a volte la mia attenzione e anche la mia lucidità vengono meno e mi chiedo perché.
    Mi chiedo anche dov’è finito, e se è finito irrimediabilmente il concetto di piacere che ancora opera se leggo per esempio Montale.
    Dico Montale per pigrizia, da un lato, e dall’altro perché tutto sommato è un classico e dunque per comodità.
    O devo far scivolare il concetto di piacere di deriva in deriva verso una smaterializzazione o un’astrazione estreme?

    Come vedi alle domande rispondo anch’io solo con altre domande e perplessità.

  12. fm il 19 febbraio 2006 alle 17:31

    @ Temperanza

    Grazie per la “problematicità” delle tue risposte e grazie, soprattutto, per aver individuato nel mio post la sua vera natura di discorso che si cerca e che si interroga: e l’interrogazione esclude a priori, almeno dal mio punto di vista e in particolare in questo campo, qualsiasi certezza che non abbia i crismi di una ulteriore domanda. E le domande che contano realmente, sono (come le tue, del resto) sempre cariche di senso e di aperture.
    Poi, quando ci si rivolge a un interlocutore come te, bisogna evitare di scrivere se, nel frattempo, hai un bambino di due anni attaccato alle gambe che ti chiede ” ‘pegni ‘puter, vene ‘ocàre co ‘mimàli” (credo non ci sia bisogno di traduzione da questa lingua “naturale” in cui la richiesta di attenzione si esprime). :-)

    Dunque. “Discorso teorico e testo…sono assolutamente inscindibili” è da intendersi proprio nel senso che tu dici. Il passaggio che manca nel mio scritto (di natura ipotetica, in quanto non si risolve in nessuna affermazione di principio) è il fatto che vadano riferiti (e, sbagliando, lo davo per scontato, come si fa quando si parla a se stessi) esclusivamente alla figura di chi scrive, cioè del poeta nel caso in questione, di colui che scrivendo è, contemporaneamente scritto, se lo sguardo che volge al reale mette da parte ogni finalità di codificazione, e lo lascia parlare il “suo” linguaggio, si abbandona a un “dire” altro che può esprimersi anche in un alfabeto imprevisto, in una “sintassi singolare” che non ha prerogative di ordine (razionale), ma è, forse, solo una “traccia” di “sensi altri”.

    Anche le domande che poni nella parte centrale della tua riflessione sono le stesse che mi pongo: e la tensione che le anima nasce dal rovello di chi avverte concretamente il rischio di una poesia che può diventare “discorso per iniziati”. E allora mi chiedo: se il poeta mette in gioco se stesso, inoltrandosi in territori dove le sue “mappe” (la dicibilità, la parafrasi ad oltranza, la traslazione dall’ombra alla luce del concetto che ipostatizza e spiega, gli schemi ermeneutici della tradizione, gli “schermi” protettivi del canone ereditato) hanno poche possibilità di orientarlo, perché un’operazione del genere non dovrebbe farla anche il lettore? Non a caso, parlavo di “riscrittura” proprio in questo senso. Che cosa ne ricava, o può ricavarne? Solo barlumi di senso. E se fossero questi barlumi, unitamente a quelli che emergono da chi percorre altri sentieri, a dare una luce “diversa” al reale e alla lingua che cerca di “dir-lo”? Altre domande, come vedi.

    Sul concetto di “piacere” della fruizione del testo. Il rischio della “deriva verso la smaterializzazione” è implicito in un’operazione del genere, come negarlo. Ma se questo rischio comportasse una “fruizione altra”, non canonizzata e canonizzabile? Cosa voglio dire? Te lo spiego con un aneddoto, ripromettendomi di ritornarci, perché la “poesiola vivente” che stamattina reclamava, adesso sta tornando alla carica armato di una serie di oggetti che lancia insistentemente verso il ‘pùter”.
    Quando morì il mio nonno materno, un uomo a cui ero legato al di là di tutto ciò che un vincolo di sangue può contenere, scrissi dei versi, nella mia lingua “colta” e nelle coordinate del mio sentire. Erano versi scritti per me (ma questa è una constatazione post rem), per colmare un’assenza che mi stava scavando dentro dei vuoti imprevedibili. Un giorno decisi di leggerli a mia nonna (analfabeta) senza darle nessun modo di capire a chi fossero indirizzati, né perché fossero stati scritti. Eravamo soli, e nel silenzio risuonavano parole assolutamente sconosciute al suo vocabolario e alla sua logica. Alla fine le chiesi se le fossero piaciuti. La risposta non l’ho mai dimenticata, e suonava più o meno in questi termini: tantissime parole non le ho capite, tantissimi passaggi mi sono estranei, ma la “musica” (sì, parlò proprio di musica) la sento ancora dentro, mi parla di tutte le cose della mia vita (la campagna, il sole, l’acqua, gli animali, le piante, il lavoro, il sudore) come se le vedessi per la prima volta, o come se stessi per perderle per sempre. In quel testo, degli elementi citati non ce n’era nemmeno uno: anche se proprio di quello parlavo: di un mondo che vedevo per la prima volta proprio quando scompariva per sempre al mio sguardo. Questa storiella è vera, credici: a prescindere dal fatto che possa rispondere o meno alle domande che ci stiamo ponendo.
    Con (immutabile) stima.

  13. superficialotta il 19 febbraio 2006 alle 21:49

    Anch’io ho un aneddoto vero, per me commovente anche se buffo. Mia suocera aveva gestito per decenni un’osteria a Peschiera, la Ca’ Matta. Quindi ne aveva di storie da raccontare. Allora io le ho registrate, e poi trascritte. Poco tempo dopo, è stata colpita dall’arteriosclerosi, e allora io gliele leggevo ogni tanto. La sua reazione più frequente: Ma possibile che siano successe cose del genere?
    Preferisco le poesie su Susanna. Le prime mi sembrano un po’ come il Barone di Muncausen che si regge per la coda: scrivono del fatto che si scrive del fatto che…
    Le ultime mi hanno fatto venire un’idea: quando non ci saranno più libri di carta (penso fra poco), coi file al loro posto, sarà facilissimo per il lettore mandare a capo il testo come vorrà lui. I poeti potrebbero tener conto di questa interattività.

  14. fm il 19 febbraio 2006 alle 21:59

    Super, la tua analisi dei testi di Hocquard è fantastica: perché non provi a scrivere una recensione per il foglio? :-)

  15. emma il 19 febbraio 2006 alle 22:29

    @Marco
    “su enigma, volendo, qualche nota qui”
    (Salvato e da leggere).

    “Lo status di paradosso della parola poetica può consistere nella sua capacità di esibire la propria necessità di esistenza (certe frasi nascono ‘compiute’) senza che di questa si conoscano in anticipo delle regole (di formazione), delle ragioni”.

    Quando si esplicitano preventivamente gli scopi e le regole del gioco le cose sembrano diventare più chiare. Ma l’opera nel suo farsi prende anche strade non previste, non messe in conto.
    D’altra parte anche un’azione relativamente complessa diversa da quella del fare poesia (o letteratura, o arte) molto di rado coincide con le intenzioni di chi l’ha progettata.
    Penso che un autore non sappia mai per davvero e per intero quale sarà il risultato della sua opera.
    Questo non significa disseppellire miti su creatività insondabili o ispirazioni misteriose, né significa che le teorie o le riflessioni teoriche non servono.

  16. emma il 19 febbraio 2006 alle 22:34

    @Temperanza e fm

    “Lettore – adeguatezza del lettore – frustrazione del lettore…”

    Le domande che ponete e i problemi che sollevate sono ostici.
    Queste poesie non hanno un aspetto familiare, non sono accattivanti, non permettono una facile associazione con tradizioni poetiche forti, rifuggono dal lirismo canonico, non si preoccupano più di tanto della dimensione comunicativa.
    Rifiuto e frustrazione del lettore sembrano da mettere in conto.
    Si potrebbe obbiettare che una strada per l’apprendimento è rappresentata dalla dissonanza cognitiva, ma la distanza tra le motivazioni / il patrimonio di conoscenze-concetti di chi legge e l’oggetto della lettura non può essere un baratro.
    È poi evidente che ogni tentativo di proseguire nel discorso è inutile se si ritiene che in poesia tutto è già accaduto, che il solo possibile “piacere” del lettore è quello che deriva dalla frequentazione di un canone consolidato.
    Qui non si offrono garanzie, e per di più si chiede di applicarsi a una lettura non facile, di fare uno sforzo non esattamente da tempo “libero”.
    A guardar bene, non si prospetta nemmeno la “soddisfazione” di passare per intellettuali fighi.
    Chi li conosce, questi?

  17. emma il 19 febbraio 2006 alle 22:36

    “Le ultime mi hanno fatto venire un’idea: quando non ci saranno più…”

    Idea vecchia, Super.

  18. fm il 19 febbraio 2006 alle 22:45

    Bellissimo, Emma, sono contento di riscontrare queste consonanze, soprattutto quando leggo: “E’ poi evidente che ogni tentativo (…) dalla frequentazione di un canone consolidato”. Ti invidio anche la capacità di sintesi: l’avessi posseduta, avrei potuto dedicare un paio d’ore in più al gioco con i “mimàli”. :-)
    Sottoscrivo tutto quello che hai scritto, compresa la riflessione sulla “poesia-enigma” di Giovenale.

  19. superficialotta il 19 febbraio 2006 alle 22:45

    A parte che idea vecchia fa buon brodo, dov’è questo brodo? Emma, ci sono file che io posso andare a capo? poeti cioé che hanno offerto questo? o è un’idea vecchia e mai realizzata, che so io, come lo stato di Platone?

  20. emma il 19 febbraio 2006 alle 23:08

    @fm
    I “mimàli” sembra un bel gioco.
    Meglio dell’andare/non andare a capo :-)

  21. emma il 19 febbraio 2006 alle 23:10

    @Super
    Ci sono stati poeti.
    Ci sono stati ragazzini di scuola media.
    C’è Super che adesso si fa un copia-incolla e ci passa sopra la notte.

  22. temperanza il 19 febbraio 2006 alle 23:23

    @ Emma & C.

    tu dici:

    ” È poi evidente che ogni tentativo di proseguire nel discorso è inutile se si ritiene che in poesia tutto è già accaduto, che il solo possibile “piacere” del lettore è quello che deriva dalla frequentazione di un canone consolidato.”

    Ovviamente no, non staremmo qui a leggere e a pensarci su.
    Forse avrei fatto meglio a citare Villa invece di Montale. Ma il discorso non cambia,. Io posso anche mettere in campo il fronte più avanzato possibile, ognuno ha il suo, (c’è chi ce l’ha arretrato sulla comunicatività ad oltranza, ad esempio, eppure fa parte del nostro tempo esattamente come noi). Il discorso sul lettore però andrebbe fatto, non nel senso di dare al lettore quello a cui è abituato, ma nel chiedersi, che fine ha fatto il lettore? Dov’è finito? Possiamo farne a meno?
    O ancora: perché Hirst sì, e magari senza problemi Hirst e Freud “insieme” e invece Bertolucci o Giudici sull’altra riva rispetto che so, a Zanzotto?
    Non sarà che il discorso sulla poesia è meno avanzato, più settoriale e più teoricamente arroccato rispetto a quello dell’arte? Forse perché non muove denaro?

    Come vedi/vedete, quando uno comincia a farsi domande, le domande si affollano.

  23. temperanza il 19 febbraio 2006 alle 23:29

    @fm

    Bella la tua storia!

    Tu chiedi:

    “E allora mi chiedo: se il poeta mette in gioco se stesso, inoltrandosi in territori dove le sue “mappe” (la dicibilità, la parafrasi ad oltranza, la traslazione dall’ombra alla luce del concetto che ipostatizza e spiega, gli schemi ermeneutici della tradizione, gli “schermi” protettivi del canone ereditato) hanno poche possibilità di orientarlo, perché un’operazione del genere non dovrebbe farla anche il lettore?”

    Ma dov’è il lettore? Parliamo del lettore-critico? O del lettore comune? Il lettore comune non lascia traccia, a parte quella dell’assenza. Non parla, mi pare. O non in modo significativo.

    Non si diventa lettori di poesia a trent’anni, cosa leggono adesso i lettori diciottenni?

    Altre domande, come vedi.

  24. marco il 19 febbraio 2006 alle 23:34

    uhm. tutto sommato una delle caratteristiche dell’oggetto estetico è proprio quella di essere assai difficilmente perimetrabile. sfugge da tutte le parti. è la possibilità del senso, vista obliquamente e già sgusciata altrove lasciando però una traccia, una virgola di luminescenza.
    la ‘bellezza’ non è pre-scrittibile. ha la capacità di arrivare inattesa ma non del tutto. una cosa sensata/bella/spiazzante (‘nutriente’ per la fame sensualeintellettuale che si ha sempre) credo sia sempre un tessuto o intreccio di familiarità e perdita di equilibrio.
    scusate le banalità. torno decostruito dalla decostruzione di una casa. (trasloco biblico, in corso da agosto).
    [mi piacciono questi vostri commenti, e lo slancio che sento verso i testi, verso l’interpretazione. mi sembra di avvertire la volontà di assorbire a sensi tesi le pagine; anche (ri)scrivere con gli occhi le poesie, lasciandosi attraversare senza però ingenuità dalla loro nuvola di variabili]

    @ Emma:
    “Mi chiedo anche dov’è finito, e se è finito irrimediabilmente il concetto di piacere che ancora opera se leggo per esempio Montale.Dico Montale per pigrizia, da un lato, e dall’altro perché tutto sommato è un classico e dunque per comodità”.
    conosciamo gli aneddoti che raccontano di critici disperati che telefonavano a casa a Montale per cercare di farsi spiegare una frase, sciogliere un cenno araldico del tutto oscuro, sbrogliare la trama di un iter sintattico.
    l’esempio di Montale è significativo. chiama in campo un autore per il quale lungo molti decenni è stata usata (a mio avviso del tutto a torto) la definizione di “oscuro”.
    eppure. il “piacere” che si può provare leggendolo è mica cosa di tutti i lettori. non so. su questo (io stesso dubitoso e in cerca) mi interrogo.
    ho sempre trovato ricchissimi e belli (tra tante poesie) i Mottetti. su tutti, il VI e il XVIII, forse i più noti (a ragione).
    a che altezza della storia individuale, però, ho iniziato a sentire non più e non solo attrazione prerazionale ma anche piacere positivo (affermativo e affermante e conscio) per quella scena modenese, con gli “sciacalli al guinzaglio”? a che altezza delle variazioni dell’identità e della storia di una persona la “belletta di Novembre” e l’esortazione “Non recidere, forbice, quel volto” diventano cifre di situazioni, segni veri e necessari? e quando lo diventano per una comunità ampia, non per un solo lettore o per pochi?
    a che altezza della storia di un testo oscuro la strana imprescrittibile esattezza che lo connota diventa cosa di tutti, parola condivisa, o senso diffuso, lì precisamente/icasticamente affermato (ma ovunque e in mille altre forme espresso, anche da altri)?
    mica lo so.

    ‘nuit

  25. marco il 19 febbraio 2006 alle 23:45

    urca, avevo scritto il commento qui sopra prima di leggere gli ultimi di Temperanza e Emma. che saluto.
    vedo che volitiamo intorno alle stesse domande, o a domande che si assomigliano.
    aggiungo questa: è significativo di qualcosa (e di cosa?) il fatto che in Italia si legga assai meno poesia che in altri paesi? oscura o chiara, la poesia ha maggior fortuna altrove, sembra.

  26. marco il 19 febbraio 2006 alle 23:48

    ultimo commento (scusate il presenzialismo): segnalo che – a proposito di scrittura di ricerca e dei ChapBook di Arcipelago – Biagio Cepollaro ha inserito alcuni testi di Mohammad, Toscano e Cadiot qui

  27. fm il 19 febbraio 2006 alle 23:50

    Dici bene, Emma: il gioco dei “mimàli”, quando non sono stanco stracotto, cioè quando riesce a strappare a un bambino quel riso fino alle lacrime che è, forse, la stessa musica della prima alba del mondo, vale più di (quasi) tutta la poesia “canonica” italiana degli ultimi venti anni. Questa, fatte salve poche eccezioni, è una ripetitiva raschiatura di fondi di barile ammuffiti, esercizio da graffitari di lapidi; quello, invece, mi si presenta ogni volta nella assoluta arbitrarietà e libertà delle soluzioni che “l’altro da me” (inconsapevolmente) prospetta e propone al mio sguardo: e non c’è una sola imitazione dei “versi” di un animale (da parte mia) che sia uguale a una precedente; non c’è un solo sorriso (da parte sua) che si moduli sulla stessa aria, sulle stesse note di prima: l’unico filo che lega le varie “rappresentazioni” è solo il suo “stupore”, quello di chi guarda il mondo con gli occhi della prima volta. E lo stupore è forza trainante verso la scoperta e la conoscenza, forza iniziale priva di qualsiasi retroterra di pensiero, che non sia il pensiero stesso che si guarda nel suo farsi voce, canto (riso). Forse la poesia di cui parliamo non è altro che un tentativo di ri-appropriarsi di quello stupore: una “merce” irriducibile a qualsiasi mercato, a qualsiasi forma di comunicazione e di asservimento (attraverso il finto postulato della leggibilità e della rappresentazione) alle logiche del mercato e del dominio.

    @ Temperanza

    La “folla” delle tue domande si trasforma in manna per chi, “affamato”, è ancora capace di mettersi in “ascolto”.

  28. fm il 20 febbraio 2006 alle 00:01

    Ho iniziato a scrivere quando l’ultima “presenza” era la risposta di Temperanza a Emma. Leggo ora gli altri post. Un grazie a Marco per le sue parole.

    @ Temperanza

    Spero di avere, domani, un po’ di tempo a disposizione per parlarti di alcune esperienze di “lettura” con giovani di diciassette-vent’anni.

    Buona notte a tutti.

  29. temperanza il 20 febbraio 2006 alle 10:13

    ieri sera, dopo aver letto l’ultimo commento di marco, ho ripensato a tutto questo che ci siamo detti e mi è tornata in mente una frase (di Rosselli, mi pare, ma l’autore non è importante) che dice più o meno: non si “fa” il poesta, costa fatica e dolore, o uno lo è o non vale la pena.

    Volevo ricordarlo qui, dopo tutte le cose dette anche da me, perché questi discorsi in qualche modo si fanno “attorno” alla poesia, certo, ma non servono molto al poeta, servono al lettore e al lettore che c’è anche nel poeta. Sono quei discorsi che si fanno per capire e vedere lucidamente, e che poi vanno però dimenticati.

    La lucidità, direi, a un certo punto vincola.

    Buona giornata a tutti

  30. andrea inglese il 20 febbraio 2006 alle 12:40

    il deposito si è fatto davvero folto e i commenti sono diventati glossa nel vero senso del termine; vi ringrazio per questa ricchezza

  31. marco il 20 febbraio 2006 alle 13:56

    that’s right.
    e un ciau anche a fm e Andrea

    marctraslocante

  32. fm il 20 febbraio 2006 alle 22:33

    @ db (in modo particolare)

    Non è mio costume interrompere una discussione (e una discussione del genere, per giunta!), soprattutto quando gli interlocutori sono persone che sento di rispettare indipendentemente dall’eventuale accordo con quello che dicono. Succede che, per motivi che non è il caso di esternare, per qualche giorno mi sia “praticamente” impossibile utilizzare il pc: e me ne dispiace, più di quello che da questo messaggio (postato da persona amica) possa trasparire. Un caro saluto a tutti, e a presto).

    P.S.

    Andrea, sono “mimàli” e non “nimàli”: questi ultimi sono oggetti con una forma ben definita; i primi, invece, emergono dalle linee tracciate nell’aria e dai suoni improponibili che accompagnano i gesti: un rituale primordiale dove le strutture fondanti sono l’immagine, di cui non afferri che qualche movenza, e lo stupore ludico (Caillois?) che si trasforma in suoni che commentano altri suoni (Villa?).
    Intanto godetevi i francesi: Suchère è un altro grande (non a caso tradotto da un altro grande: M.S.).

  33. fm il 20 febbraio 2006 alle 22:37

    Scusate: l’Andrea del P.S. è db (come facilmente si evince dal testo). Mio errore di “trascrizione”.
    Saluti.
    (m.)

  34. […] Terza e ultima parte (Dubois, Suchère) del dossier sulla poesia francese contemporanea apparso su “Nuovi argomenti”, cominciato qui e proseguito qui. * * * […]



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