4 poesie da « Trappole e pieghe »

di Durs Grünbein

I tubi grandezza d’uomo in cui bambino
per gioco ti andavi a nascondere
nel prossimo sogno erano tunnel giganti,
bunker e caverne di stalattiti
in cui tu eri un soldato o un primitivo…
Ma soprattutto: cresciuto, già fuori
da questi deboli legami, dall’impotenza
di sesso e statura. Pancia a terra
sui prati tu eri, stordito dalla frescura
della terra, nelle conche erbose
unito a te stesso come le pere al tronco.
Finché si trattò di girare in maglia sportiva,
spalle imbottite, non reggersi il sesso pisciando.

*

Che a schernire siano le cose
te morente nella luce del giorno,
abbandonato a te stesso, che il tempo
sulle prime al vivente si tenga, sorrisi
ancora imponderabili, nuche e capelli fini:
da quando vedi dove può arrivare
questo «per ora» e su cosa scommettono
i mobili? Dal punto di vista
di una gamba di sedia ogni tavolo è bara,
inamovibile nel regno delle ombre
d’inquilini sopravvissuti, dove da un pezzo
gli abitatori sono i morti, in visita.
Come serba il silenzio questo vaso, e la maniglia.

*

In utero

1

Chi parla mai dell’inizio del viaggio, dello spavento
primevo di galleggiare storditi in un liquido,
della capsula angusta e dell’istante in cui scoppia.
Per settimane nel sangue, carne d’anfibio che cresce
a sussulti – vedi Galvani, le rane – saldata in una membrana.
stare in ascolto è illusione, scalciare che serve
dove risponde amore e un cuore batte, dappresso.
E star sopra la tazza del cesso come a una tomba aperta
è la prima vergogna. E indietro non torni
coi piedi, le mani, non sei che una felce, accartocciata,
o un insetto assopito milioni d’anni nell’ambra.
Finché non vengono i primi nomi, dopo, c’è il buio,
un concerto di suoni come alcol, testicoli, elettrodi.
Vizze pieghe di pelle su pieghe – si riconosce il lattante.
Tutto pensabile. Un cerebro guarda dall’alto.
Un lampo gli stampa negli occhi sgombri una veduta.
Per cominciare da anfibio e finire da umano…

*

2

Chi lo direbbe che in fin dei conti è così facile?
Il tempo cambia, i resti di ieri si estinguono.
Di tappa in tappa va il corpo, in una luce tagliente.
Quasi ci fossero riti che fanno piovere, regole
per capire, un terrore che regge. Vengono, di giorno
in giorno, le morti, l’«io sono quello che sono».
Foto sfuocate che la luce solare ritocca, e pian piano
Il pungiglione si flette, dà tregua alle piaghe.
L’ombra del Proprio toglie al mondo il suo peso.

[Queste poesie sono tratte da Durs Grünbein, A metà partita, traduzione e cura di Anna Maria Carpi, Einaudi, Torino 1999. Le poesie che ho scelto appartengono alla raccolta Falten und Fallen (1994).]

4 Commenti

  1. “A metà partita” è nella pila dei libri da leggere.
    Di Grünbein ho saputo tramite NI (Helena Janeczek).
    Però il libro mi ha attirato anche per la traduzione di Anna Maria Carpi.
    I libri della Carpi poetessa mi sembrano difficilmente reperibili. Ma quello che ho letto di lei qua e là mi pare eccellente.
    Se la trovo trascrivo una poesia della Carpi.

  2. Anna Maria Carpi (da “A morte Talleyrand” – 1993)

    La Stazione Centrale alle otto di sera
    brulica di rientri
    e quindi è bene
    se anch’io rientro in via Leopoli – così da sempre
    ci abito
    che i miei conoscenti non potranno
    imparare mai altro indirizzo.
    Ma tornare mi piace
    anche alle sei del mattino d’inverno,
    le macchine del caffè vanno in pressione
    fra le mani rosse
    e gli avambracci nudi dei baristi.
    Che dal primo cappuccino quand’è buio
    la Stazione Centrale fosse casa,
    posto di lotta e di lavoro
    mi piacerebbe.
    Ma anche la metropolitana mi conforta,
    perché prolunga il viaggio:
    se mai dovessi pensare al suicidio
    lo farei quaggiù in mezzo agli altri.

    È alla mia fermata in piazza Sud
    che non so dove vado,
    che vorrei
    tutt’altro luogo,
    una casa altrui, per esempio,
    un letto, un tavolo
    e la mia roba sulla sedia.
    È nella mia casa di sempre il male,
    è dalla mia esistenza
    che non dovrei passare,
    anche se amo quegli alberi all’inizio del parco
    e il loro inverno e la neve.
    E ancora accettabile è la porta di casa,
    quella esterna,
    e l’intervallo fra questa
    e quella a vetri,
    ma il mio nome, il nostro nome fuori
    già non posso vederlo.

    Adesso ho un’altra casa, in un’altra città –
    da nuova era normale
    come ogni casa d’altri –
    ma come una macchia sul muro
    anche là è apparsa a un tratto
    la mia esistenza.

    Io che potrei non averla,
    esserne immune, indenne,
    essere ciò che passa
    in un vetro pulito.
    Perché tutto si trova ovunque,
    i libri migliori
    li stavano leggendo gli altri
    e li ho presi da loro,
    i miei simili erano gli ignoti
    o quelli che ho solo sognato,
    e solo il caso era grazia.

  3. Una buona notizia per Emma:
    A. M. Carpi, “Compagni corpi”, Scheiwiller, 2004, contiene gli altri due libri usciti in precedenza (anche il bellissimo “A morte Talleyrand”): compratelo sull’istante. :-)

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