Ascension

26 maggio 2006
Pubblicato da

box7.jpgdi Éric Houser

«Il prit une distance d’avec eux (diestê)

et fut enlevé au ciel»

On peut être athée et s’intéresser aux événements chrétiens, diversement. Pour ma part, l’Ascension représente depuis longtemps quelque chose d’énigmatique et d’attirant pour la pensée. On connaît l’histoire. Son récit tient en quelques lignes dans les évangiles (Luc surtout). À peine un récit. Pourquoi, des trois derniers et contigus temps que sont Pâques, l’Ascension et la Pentecôte, retenir spécialement le deuxième ? Peut-être, notamment, en raison même de cette pauvreté narrative, dramaturgique. Indice d’un défaut de la langue à se saisir de l’événement, à le cerner. Défaut de la langue, et de l’image, devant le réel pur (que l’événement ait un contenu mythique importe peu, je crois). Lorsque l’on écrit, n’est-ce pas au contact d’un semblable défaut, qui fait l’infini de cet entretien ?

Dans ses Prolégomènes à la charité, le philosophe Jean-Luc Marion, à propos de l’Ascension, écrit que «ce qui s’offre paradoxalement à méditer ne consiste pas en une réduction de la présence à l’esprit, mais en un renforcement de la présence du corps et de l’esprit tel que, dans l’absence, l’un et l’autre se trouvent incompréhensiblement, maintenus, conservés, sauvés – ressuscités en un mot». Le verbe grec utilisé par Luc pour désigner le mouvement accompli (dystêmi) «n’indique ni une disparition totale, ni une exaltation dans les hauteurs, mais seulement un retrait, un espacement, un pas en arrière».

Je suis frappé de ce que l’écriture, lorsqu’elle accomplit son acte c’est-à-dire lorsqu’elle se pense en tant que telle, produise un rapport très proche de ce qui est ici décrit : un retrait, un espacement, un pas en arrière. Reznikoff (Testimony) : «au travers de la répétition, dans cet écart, cette distance qui est le théâtre même de la mimesis, on voit soudain autre chose dans le modèle qui perd dès lors toute valeur d’original, d’origine. Ce sont les mêmes mots, les mêmes phrases et pourtant ce ne sont pas les mêmes énoncés. Il est prodigieux de constater ce que cet infime déplacement du même texte, ce simple passage d’une forme à une autre, parvient – et avec quelle violence – à produire de sens tout en opérant, au seul moyen de la langue, un nettoyage considérable» (Emmanuel Hocquard, La bibliothèque de Trieste).

Il ne rentre pas dans mon intention, ni dans ma capacité, d’argumenter et développer plus loin ce que j’effleure seulement. Dans ce rapprochement entre, d’une part, la «coïncidence de l’avancée instante et du retrait distant» (Marion), et d’autre part «cet infime déplacement du même texte» (Hocquard). Ceux qui écrivent, dans toutes les acceptations qu’il est loisible de donner du mot écriture (et au-delà certainement de son usage restreint), comprennent je crois parfaitement ce dont il s’agit.

(écrit mercredi 24 mai 2006, veille de l’Ascension)

La lecture de ce texte peut être accompagnée par l’écoute du 9ème prélude (1er livre) de Claude Debussy, La sérénade interrompue, joué par Alain Planès (Harmonic records 1985)

[foto dell’Autore]

3 Responses to Ascension

  1. db il 27 maggio 2006 alle 11:08

    A illustrazione del post sono incerto tra:

    1) John Coltrane, Ascension, Impulse 1965 (di cui la Penguins Guide: “There is nothing else like A. in Coltrane’a work; indeed, there is nothing quite like A. in the history of jazz… In the simplest way, A. continues what Coltrane had been doing on A Love Supreme (1964)”.

    2) “Sono passati già quaranta giorni…” constatò Gesù. “Mi tocca ascendere.” Il sentiero cominciava a salire, non si poteva guardare dalla parte di Betania… Uno degli apostoli gli si era accostato, gli stava dicendo qualcosa, sottovoce. “Sapevo da sempre che questa battuta sarebbe stata pronunciata…” mormorò Gesù passandosi una mano sulla fronte…. Erano ormai arrivati quasi in cima. “Come posso tenerle, le mani?” si ricordò di chiedersi Gesù. “Non tutte e due incrociate sul petto come un bambolotto, ma neppure stecchite lungo i fianchi… A tenerle tutte aperte e allargate ai lati della testa assumerei un aspetto insopportabilmente aeronautico durante l’ascensione… Ecco… potrei forse tenerle giù con le dita intrecciate, la testa leggermente inclinata da una parte, le spalle un po’ strette… Potrei grattarmi d’un tratto l’uccello, o una palla, volendo, per minimizzare un po’ la cosa…” Non sentiva già più il terreno sotto i piedi, gli apostoli dovevano già arrovesciare la testa per vederlo, sulla cima del colle che oscillava. “Forse non ci sarà più nessuno ad aspettarmi…”

    PS anyway, ho sentito un quartetto coltraniano a Radio popolare che suonava Eleanor Rigby: alla fine il presentatore ha detto che il CD è di 5 anni fa, ma non ho capito il nome del leader (sax contralto o soprano). Qualcuno ne sa qualcosa? era bello!

  2. Dottor Felix Peyote il 28 maggio 2006 alle 16:06

    Caro db, il sassofonista potrebbe essere Tom Scott, autore di una “stupefacente” versione di Eleanor Rigby. Qualora fosse lui, il disco dovrebbe essere “Tom Scott and The Los Angeles Express”, del 1973. Probabilmente, la versione che hai ascoltato è tratta da una ristampa risalente a pochi anni fa. Immagino. Verifica, comunque.

    Nel caso la mia informazione non fosse quella giusta, non fare la sublime sciocchezza di cancellare il mio nome dall’elenco dei tuoi “curatori” di fiducia. Puoi sempre ascoltare il disco di cui ti ho parlato, e ti assicuro che ne vale la pena.
    Se poi abbini l’ascolto alla rilettura di questo splendido testo di Houser, hai fatto bingo!

  3. db il 29 maggio 2006 alle 00:29

    dottor Felix, Lei mi fa felice: è il primo dottore che mi cerca/trova (la dott.ssa Slick mi tiene su a pastiglie, col risultato che oggi ad es. ho messo il viso in una caraffa vicino alla porta). La Sua musicoterapia è favolosa: anche se non è Tom Scott, Scott Tom vale la pena di essere cercato, no? e così ho fatto già bingo (di E. Rigby ho sentito solo il finale: l’esecuzione è superclassica/pulita proprio tipo il mitico quartetto coltraniano: Jones, Tyner Garrison, ma come di un John leggermente sottotono. NB nella chiusa il piano e il sax suonano le stesse note, in scala altissima a salire: corrisponde con Tom? poi il presentatore ha detto il cognome, che è un dittongo in a/e, non o/o – va a finire che telefono a Radio Pop). Quanto a Houser, l’ho riletto e riscoperto Reznikoff (=elastico, gomma da cancellare), il gemello di Karl Rossmann di America. L’Ascensione è davvero un rebus, come se la storiaccia non volesse finire dopo la resurrezione: Gesù sta lì 40 giorni per rassicurare. Luca è ottimo sul distacco, ma grossolano sulla gioia:

    Luca: *Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio.*

    Atti: *Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra». Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».*

    Dagli Atti si intuisce la verità: il guaio non è esser soli, ma restare soli. il temporeggiare di Gesù in terra non ha rassicurato gli apostoli, anzi li ha viziati. Sto scartabellando in archivio le carte di un morto. L’unico suo diario comprende l’estate del ’68, all’età avanzata di 55 anni. E’ in vacanza in montagna, dove fa lunghe passeggiate coi suoi amici partigiani, che appunto vanno e vengono. E lui scrive: partire è un po’ morire, nel senso quando partono gli altri. forse questa mia lieve depressione viene da quando ero piccolo, e già orfano di mio padre panettiere, la mamma mi depositava dagli zii… intanto c’era il ’68 studentesco (con lui prof.), l’invasione di Praga…



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