A Gamba Tesa / Hommage a Pasolini

3 dicembre 2006
Pubblicato da

Pasolini e il Mostro
di
Francesco Forlani
manzoni.jpg
opera di Piero Manzoni
La prima volta che ho visto Salò è stato a Parigi. Una sala di cinema d’essai in via Dante, se mi ricordo bene, e mi sarebbe bastato quest’indizio – ma allora ero troppo distrattamente giovane- per capire che quella visione sarebbe stata un viaggio all’Inferno. Non sono rimasto fino alla fine. In genere esco da una sala prima della fine, quando ho la sensazione di perdere tempo. Mi è accaduto per esempio con l’Ultimo bacio – in Italia ricordo che tutti gridavano al miracolo parlando di nuovo cinema italiano- e l’ho visto fare ad un amico, Frank con Le conseguenze dell’amore, di Sorrentino, con mio sommo dispiacere perché è un gran bel film.

Tornai a casa quella sera con un’unica e chiara domanda. Che cosa era insostenibile per me spettatore di Salò? E da quell’unica domanda si diramavano altri interrogativi. La compiacenza dell’occhio del regista? La pietas totalmente assente negli sguardi tanto degli aguzzini che nelle vittime? L’assoluta arbitrarietà del potere nell’esercizio della violenza e che per quanto abbigliato in camicia nera poteva senza particolari difficoltà vestire i panni borghesi dei teppisti del Circeo o redingote poco illuminate di nobili francesi? Il sangue? La merda mangiata e fatta mangiare su tavoli eleganti? Il sesso?

Domande cui fino ad oggi non avevo trovato una risposta esauriente. Con l’unica eccezione di uno scritto di Leonardo Sciascia, presente credo nella raccolta Nero su nero, Einaudi, Torino, 1979, in cui lo scrittore siciliano raccontava di quella stessa esperienza di insostenibilità ma le cui motivazioni mi apparivano troppo legate al tipo di intellettuale ovvero a quella generazione di guerra dopoguerra per cui una reazione del genere era anche prevedibile.

Il documentario – film? Inchiesta?- di G. Bertolucci, Pasolini prossimo nostro , che è possibile vedere in questi giorni nelle sale italiane, è stato per me a dir poco illuminante. A partire dal titolo. La parola prossimo nel suo risuonare cristiano e da sempre legata a un amore malgrado noi – ama il prossimo tuo come te stesso, insomma fa uno sforzo e che diamine!- sembra suggerire “ ecco,una ragione in più per amare Pasolini”.

E precisamente nell’unica opera che nessun conciliante personaggio o teologo vaticano, né intellettuale neo conservatore potrà difendere. Salò è indifendibile o almeno, se n’è sempre parlato come quando scrivendo di Celine si tacciono gli scritti antisemiti o di Pound qualsiasi cosa non fosse poesia. E a torto. Perché grazie alla lunghissima intervista fatta al regista durante le riprese- il film ricostruito come un diaporama lascia che ogni fotogramma esploda nelle voci o nei rumori delle sequenze- non solo se ne coglie la necessità ma soprattutto si apre un vero e proprio baratro per la scrittura qui intesa come letterarietà.

A lungo si è parlato di Salò come del testamento di Pasolini che quasi mette in scena la propria morte di poco successiva. In realtà a morire è lo scrittore ma non l’artista che, a un certo punto, afferma di non potere usare più le parole per descrivere il cataclisma annunciato dalla eliminazione sistematica delle comunità pre- società dei consumi. In altri termini che solo la macchina da presa potrà interferire con la realtà perché è la sola a possedere una grammatica capace di catturarla.

Con vent’anni di anticipo sui registi di Dogma, Pasolini enuncia uno per uno gli attrezzi del suo atelier: l’assenza di una post produzione e di un montaggio selettivo- il film si monta facendolo, dirà- la necessità di non irrompere in un ambiente con una scena pre costruita ma tradurre quanto preesista alla narrazione in un momento stesso del racconto. Insomma qualcosa agli antipodi degli Studios americani o dell’utopia scenica di Sergio Leone.

La suddivisione in gironi, ispirazione dantesca, spiega come gli sia venuta durante la prima fase della lavorazione di un film, all’origine, commissionato a Maselli e poi da quest’ultimo abbandonato nel momento in cui Pasolini se ne innamora attraverso la trasposizione del racconto sadiano in piena Repubblica di Salò.

Eppure il vero bersaglio del regista non è il fascista in doppio petto e il potere, la tradizione di chi comanda nelle figure di un banchiere di un giudice e di un cardinale. Seguendo i propositi che rilascia ci rendiamo conto di come il vero Mostro sia la società dei consumi, che come il soldato blu si avventa sulle riserve indiane per creare un nuovo modello antropologico: il consumatore.

Pasolini, e qui sta tutta la sua grandezza, non solo coglie per tempo il principio di metastasi che sta divorando dal di dentro il corpo sociale ma decide di non fare sconti al malato e di schiaffargli in faccia la gravità della situazione. Ecco allora profilarsi la risposta alla domanda posta all’inizio di questo scritto. E precisamente quando l’intervistatore gli chiede a chi sia rivolta quest’opera.
“a tutti” risponde per poi aggiungere “all’altro, che è in me”.

Perché allora il viaggio all’inferno sia non solo sostenibile ma a dir poco necessario, bisogna avere il coraggio di parlare a quell’altro che è in noi, e una volta accettato, chiedergli di raccontare ogni cosa, tutto, perché solo allora sarà possibile evitare il peggio, ovvero la distruzione capillare e totale di ogni forma di comunità in nome dell’ultimo uomo.

L’ultimo uomo annunciato in questi anni da Sloterdjik,(vd Essai d’intoxication volontaire Calmann-Lévy, 1999) ovvero quello messo al capolinea del genere umano e che incapace di trasmettere alcunché ai propri discendenti consumerà ogni cosa, con la stessa ingordigia di chi convinto di aver fame e ancora gusto mangerà della merda convinto che non solo tutto quel ben di dio gli spetti, ma che a pagare il conto saranno altri.

Tag: , , ,

24 Responses to A Gamba Tesa / Hommage a Pasolini

  1. cozzaubriaca il 4 dicembre 2006 alle 00:58

    Elisabetta Bocchino sindaco de Roma!

  2. Il Treno a Vapore il 4 dicembre 2006 alle 01:56

    “la distruzione capillare e totale di ogni forma di comunità in nome dell’ultimo uomo.”

    Questo non avverrà mai. O meglio, avverrà in tempi così lontani che non possono riguardarci, così lontani da non essere neppure “futuro”.
    Prima, cioè nel futuro che possiamo pensare, continuerà ciò che non è evitabile e che è sempre accaduto: la vittoria di coloro che si trovano, di volta in volta, ad essere più forti. La forza non è un disvalore, come non è un valore. Con buona pace dei costruttori di etiche.

    “di come il vero Mostro sia la società dei consumi, che come il soldato blu si avventa sulle riserve indiane per creare un nuovo modello antropologico: il consumatore.”

    Esistono i Mostri? Nella quiete dei laboratori scientifici, no. Esistono cose che interagiscono tra loro e quando ne nasce qualcosa è perché una “forza” su altre ha prevalso. Nel “mondo” inquieto passioni e culture fanno corollario, ma il podio è sempre di chi arriva primo. E se uno arriva primo, non sarà mai per caso, ma sempre per merito.

    La forza si nutre di comprensione: non di quella guidata da un pre-giudizio, ma di quella che si realizza facendo proprio ogni singolo anello per i quali ci arriva la storia. Ogni tempo non può essere diverso da quello che è. I comizi vengono dopo.

    Pasolini, del quale ho solo visto qualche film e nulla letto, è sicuramente uno sconfitto, affascinante forse, ma pur sempre sconfitto. Il paradigma di una diffusa impotenza a misurarsi con ciò che esiste davvero. Il nostro buon Prodi di certo ha molto meno fascino ma, almeno per ora e sino a quando ciò che vi è di “saggezza” nel centro sinistra permane, dimostra, vincendo, che una “rivolta” è possibile, negli stretti margini che la storia consente. Altri, più ampi, non sono mai esistiti, e non esistono.

  3. a.b. il 4 dicembre 2006 alle 09:53

    Ho visto Salò qualche anno fa trovandolo straordinario (naturalmente è un’opera d’arte terribile, quindi difficile da sostenere, ma anche questo occorre no?).
    Tutte le volte che ne sento parlare ci si impunta sulla merda, mentre le scene terribili secondo me sono altre, per esempio quando scelgono le ragazze all’inizio del film, o quando cominciano le esecuzioni, o ancora quando gli aguzzini citano grandi poeti…
    Comunque questa storia della merda colpisce più di altro. Non ne so molto, ma credo che ci siano delle pagine di Mario Mieli in cui si teorizzava la cosa. E credo che la cosa abbia un valore di liberazione più che di schiavitù consumistica. O forse entrambe le cose. Insomma potrebbe essere quello di Mieli il filone per capire certe scene di Pasolini, del resto il periodo più o meno era quello, Salò del 1976, Mieli muore giovanissimo nel 1983.

  4. a.b. il 4 dicembre 2006 alle 09:57

    Vabe’, il 1976 è l’anno della prima proiezione, Pasolini muore il 2 novembre dell’anno prima.

  5. Gilliat il 4 dicembre 2006 alle 10:35

    @ a.b.

    “Il mondo capitalistico non è merda, non è il paradiso dei coprofili che invece reprime: esso è piuttosto il mostruoso feticcio della merda. E quando qualcuno dice: «questa merce è di merda, questo paté è merdoso», ignora che la merda non è disgustosa
    quanto certo scatolame, e che esiste una parte delle feci, un cuore gustoso e prelibato, paragonabile soltanto al più costoso paté de foie gras. Nel 1872, Rimbaud scriveva a Verlaine: “Le travail est plus loin de moi que mon ongle l’est de mon cul. Merde pour moi!Merde pour moi! Merde pour moi! Merde pour moi? Merde pour
    moi! Merde pour moi! Merde pour moi! Merde pour moi! […]. Quand vous me verrez manger positivement de la merde, alors seulement vous ne trouverez plus que je coute trop cher à nourrir…””

    M.Mieli, Elementi di critica omosessuale, par. 3.9 (Cenni sull’analità e la pornolalia. Il denaro e la merda).

  6. a.b. il 4 dicembre 2006 alle 12:13

    Non ho mai letto gli “Elementi di critica omosessuale” che sono del 1976.
    Andavo quindi a sentimento tirando in causa Mieli.
    Mi pare però di non averlo fatto a sproposito, infatti nel brano che citi Mieli distingue il “mondo capitalistico” dal “paradiso dei coprofili”, addirittura mettendoli in posizione antagonista (il primo “reprime” il secondo: il secondo allora non è immagine del primo, è l’opposto ed è liberatorio).
    Allora chiedo: può la cultura omosessuale che cresceva allora intorno a Pasolini aver contribuito ad allargare la sua visione, in particolare influendo su “Salò”?

  7. Lorenzo Galbiati il 4 dicembre 2006 alle 22:00

    Salò è un film straordinario anche per me, un pugno nello stomaco. un film che non puoi dire bello ma indimenticabile sì.
    Lorenz

  8. la funambola il 5 dicembre 2006 alle 01:06

    Ho visto il film e sono stata male.
    Solo questo, che io non me ne intendo, io sono una donna con poca cultura.
    Posso chiedermi però una cosa: che occhi aveva pasolini sul mondo, che occhi aveva se non i suoi.
    Non riesco a guardare il mondo così, io voglio salvarmi.
    I miei occhi hanno letto una metafora di quello che abbiamo dentro, di quello che siamo dentro, del male che abbiamo dentro, vittime e carnefici.
    I carnefici sporcano, violano,terrorizzano, dissacrano e le vittime si fanno corrompere.
    Qual è il filo sottile che separa la vittima dal suo carnefice.
    Qual è il nostro confine, lo conosciamo o fingiamo di ignorare la bestia, la paura che ci fa diffidenti di noi stessi.
    Nella vita uno sceglie di essere carnefice ,o vittima ,o sceglie di guardarsi con umiltà e l’umiltà non si accompagna al potere del carnefice e tantomeno alla vittima, perchè la vittima non è necessariamente umile, buona.
    Si può scegliere di essere umili, è l’unica cosa che ci è possibile fare, è l’unico modo per sovvertire l’insovvertibile.
    Pasolini mi racconta la sua disperazione, io sento il suo dolore e la sua impotenza ed è questo che mi ha fatto stare male.
    Lui non spera più.
    Il bene non può vincere il male, non lo potrà mai perchè il male è stupido, ma il male non potrà mai vincere l’orgoglio, l’orgoglio di averlo capito, capito su di sè.
    Io voglio credere
    Grazie per l’ospitalità
    Un bacio
    la funambola

  9. Gilliat il 5 dicembre 2006 alle 11:44

    @ a.b.

    Pasolini, nei suoi scritti, non ha mai espresso grande riconoscimento per il movimento omosessuale che si sviluppava in quegli anni, a quanto ne so. Vero è che appare difficile immaginare due percorsi distinti tra l’utilizzo della merda in “Salò” e la coprofilia di Mieli (ma anche di Dario Bellezza), negli stessi anni, e sempre a Roma. Ma al tempo stesso non credo che Pasolini sia stato influenzato da un ambiente (il movimento gay gravitante attorno a Massimo Consoli, per intenderci), che verosimilmente non doveva frequentare affatto.
    Credo piuttosto che la merda fosse, in Salò, un elemento ineludibile nella rappresentazione della dissoluzione.

  10. effeffe il 5 dicembre 2006 alle 12:35

    a distanza di qualche giorno non riesco a liberarmi di alcune questioni.
    una su tutte. In che modo (e con quale linguaggio) oggi si può entrare nel cuore delle cose (il male, per esempio, del potere, della guerra, della sofferenza)? Come articolare un progetto politico, culturale che dia un senso alle cose che facciamo? Come sfuggire all’Entertainement della realtà (reality show) e riprendere un dialogo autentico con la realtà (ma senza i mostri del realismo)
    Perchè l’assenza di pasolini ora mi addolora?
    effeffe

  11. Cato il 5 dicembre 2006 alle 18:37

    Io credo che il tuo sia un pezzo di grandissimo impatto, effeffe, non solo per la messe di interrogativi e probematiche che solleva, ma anche per il tipo di riflessioni che proponi e provochi. Ci vorrebbe un post per ogni argomento toccato e, comunque, non esaurirebbe affatto l’intero ventaglio di ipotesi e di possibili interpretazioni. Se si è d’accordo che “Salò”, al di là di tutto ciò che è stato detto (molto intrigante, ad esempio, l’intuizione di a.b., che andrebbe esplorata a fondo, a prescindere dalle posizioni ufficiali e dichiarate), rimane una potente metafora sul/del potere, sul piano individuale e sul piano collettivo, forse il primo filo da seguire, per inoltrarsi tra le domande, è la nostra risposta al tuo ultimo interrogativo, che è una perfetta sintesi di tutto il tuo discorso: perché l’assenza di Paolini pesa, ci addolora?

  12. elena r. il 5 dicembre 2006 alle 23:40

    Io sono ferma all’inizio di Pasolini. Come ha iniziato, a Bologna, la scuola di Longhi, le diapositive di Masaccio una dietro l’altra, in un’aula buia.
    E’ così che nasce Accattone, una forza viscerale, vitale, Accattone è Masaccio che si muove, questi grappoli di persone che seguono come sciami quale Dio?
    Non conosce la macchina da presa, conosce la pittura.
    Fabio Mauri proietterà sul suo petto anni dopo Il Vangelo secondo Matteo in una performance dal titolo Intellettuale. E lo stesso Mauri (suo amico) racconta di come Pasolini stesso fosse turbato segnato in quel momento in un cortocircuito di reazioni inaspettate.
    Pasolini è come se già dalla partenza sapesse di avere perso. (Ma anche Piero Manzoni aveva già perso fin dall’inizio. E fu lui a iniziare).

    Non sono ancora arrivata a Salò.
    E’ l’altro che è in me forse il problema.
    L’altro dentro ogni società che solo in pochi hanno voluto svelare.

  13. la funambola il 6 dicembre 2006 alle 00:52

    1.a distanza di qualche giorno non riesco a liberarmi di alcune questioni.
    una su tutte. In che modo (e con quale linguaggio) oggi si può entrare nel cuore delle cose (il male, per esempio, del potere, della guerra, della sofferenza)? Come articolare un progetto politico, culturale che dia un senso alle cose che facciamo? Come sfuggire all’Entertainement della realtà (reality show) e riprendere un dialogo autentico con la realtà (ma senza i mostri del realismo)
    Perchè l’assenza di pasolini ora mi addolora?
    effeffe

    Penso sia impossibile entrare nel cuore delle cose se prima non sei entrato nel tuo di cuore.
    Come puoi trovare parole innocenti se tu non sei innocente?
    Quanti scrittori innocenti conosci?
    Quanti uomini innocenti conosci?
    Noi, siamo tutti narratori reticenti, noi uomini ,intendo.
    Pasolini “sapeva”, di non essere innocente, era questa la sua disperazione e la sua onestà.
    A me addolora la nostra cecità.
    Un bacio
    la funambola

  14. elena r. il 6 dicembre 2006 alle 09:29

    p.s
    @ Il Treno a Vapore

    E’ il misurarsi con ciò che esiste davvero che, a volte, nell’arte produce il senso della sconfitta.
    Ci sono stati alcuni artisti estremamente generosi, per me l’artista è un generoso, che va avanti, vede i punti bui e quelli di luce, quelli con l’acqua, torna indietro, e lo dice.
    E usa mezzi imperfetti, e rischiano di essere precisi.

  15. effeffe il 6 dicembre 2006 alle 11:30

    a lei dedico questa:

    Tempo fa un’amica – livia-mi ha insegnato
    che solo gli uomini ragionano per cose
    sentite come gare e di vittoria in perdita

    si svuotano soltanto di memoria, e come
    in note di cancelleria libri contabili
    chi più chi meno assomma o si sottrae

    alle storie che non sono mai esperienza
    alla Storia che non tace e mai acconsente

  16. Ciaruffoli il 6 dicembre 2006 alle 12:28

    Beh se “Le conseguenze dell’amore” è un bel film e con Muccino è meglio uscire dalla sala allora abbiamo capito tutto.

  17. la funambola il 6 dicembre 2006 alle 15:43

    Perchè si scrive.
    Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova, è un’azione che scaturisce soltanto da un isolamento effettivo, ma comunicabile, nel quale, proprio per la lontananza da tutte le cose concrete si rende possibile una scoperta di rapporti tra esse.
    È una solitudine, però, che non ha bisogno di essere difesa, che non ha bisogno di giustificazione.
    Chi scrive difende la sua solitudine rivelando ciò che trova in essa soltanto.
    Se esiste un parlare, perchè scrivere?
    Ma l’espressione immediata, quella che sgorga dalla nostra spontaneità, è qualcosa di cui non ci assumiamo per intero la responsabilità, perchè non emana dalla totalità integrante della persona; è una reazione sempre dettata dall’urgenza e dalla sollecitazione.
    Parliamo perchè qualcosa ci sollecita e ci sollecita dall’esterno, da una trappola in cui ci cacciano le circostanze e da cui la parola ci libera.
    Grazie ala parola ci rendiamo liberi dal momento, dalla circostanza assediante e istantanea.
    Ma la parola non ci mette al riparo…è una continua vittoria, che alla fine si trasforma in sconfitta.
    E da questa sconfitta intima, non di un singolo uomo ma dell’essere umano, nasce l’esigenza di scrivere.
    C’è nello scrivere un trattenere le parole, come nel parlare c’è invece un liberarle, un distaccarsi da esse che può essere un distaccarsi da noi.
    Salvare le parole dalla loro vanità, dalla loro vacuità, dando loro consistenza, forgiandole durevolmente , è lo scopo che persegue, anche senza saperlo, chi scrive davvero.
    C’è infatti uno scrivere parlando, quello, che scrive “ come se parlasse”, e già questo “ come se” deve farci diffidare, poiché la ragione d’essere qualcosa deve essere ragione d’essere questo e questo soltanto.
    Fare una cosa “come se fosse” un’altra la impoverisce e le sottrae tutto il suo significato, ponendo in dubbio la sua necessità.
    Nello scrivere si trova liberazione e durevolezza, si trova liberazione soltanto quando approdiamo a qualcosa di durevole.
    Salvare le parole dala loro esistenza momentanea, transitoria, e condurle nella loro riconciliazione verso ciò che è durevole , è il compito di chi Scrive.
    Le grandi verità non si è soliti dirle parlando.
    La verità di ciò che accade nel seno nascosto del tempo è il silenzio delle vite, e che non può essere detto.
    “ Ci sono cose che non si possono dire dire” ed è indubitabile.
    Ma è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere.
    Chi scrive , mentre lo fa, deve far tacere le proprie passioni e, soprattutto, la sua vanità.
    La vanità è una gonfiatura di qualcosa che non è riuscita ad essere e si gonfia per coprire il suo vuoto interiore.
    Lo scrittore, chi scrive per vanità, dirà tutto ciò che deve essere taciuto per mancanza d’entità, tutto ciò che per non essere davvero non deve essere messo in chiaro, e per dirlo, tacerà ciò che deve essere rivelato, lo passerà sotto silenzio o lo falserà con la sua intromissione vanitosa.
    Sono pensieri di maria zambrano ed io te li dono.
    Un bacio
    la funambola

  18. effeffe il 6 dicembre 2006 alle 15:58

    Maria Zambrano è un filosofo che amo molto (e conosco poco).
    In un libro straordinario che ho ricevuto da poco,di Hans Tuzzi, Gli occhi di Rubino (Edizioni Silvestre Bonnard) a un certo punto viene citata una frase che da quel momento mi risuona dentro: ei dice cose e non parole (qualcosa del genere, il libro non ce l’ho sottomano) Sempre oggi, ho trovato in una recensione di Guglielmi al libro di lello Voce, il cristo elettrico, un passaggio che riporto qui:http://www.absolutepoetry.org/

    “VOLEVO PARLARE CON LE COSE E NON CON LE PAROLE” (scrive LV)
    La sottolineatura di queste ultime parole è ovviamente mia nell’emozione del ricordo che quasi con le stesse parole avevo motivato, al tempo della mia direzione di Raitre, il senso della linea editoriale della Rete.
    scrive Guglielmi

    E la stessa cosa mi è parso di sentire dalla bocca di Pasolini nell’intervista documentario di Bertolucci.Come se il cinema (l’immagine? le cose?) potesse quel che le parole – la letteratura?- non potevano più. Molta pittura, sono d’accordo, ma anche cinema, quasi video, al punto che – mi si permetta l’assurda ipotesi- se Pasolini fosse arrivato agli anni 80 avrebbe abbracciato la video art, o tecniche video di lettura del reale (Varese, Paik,ecc ecc)

    effeffe

  19. a.b. il 6 dicembre 2006 alle 19:48

    Uhm, non so se Pasolini farebbe il videoartista, però so che volevo ringraziare Gilliat per le risposte informatissime.

    E anche dire che Effe Effe ha un talento “aggregante”, non mi viene una parola migliore per dire che richiama l’attenzione delle persone, e le persone. Insomma…mi sto incartando! :-)

  20. franz krauspenhaar il 6 dicembre 2006 alle 20:35

    Salò è proprio insostenibile. Io lo vidi tutto, ma una sola volta. Ricordo l’angoscioso stordimento che mi accompagnò per giorni. Un film terrificante, un “antihorror”; all’opposto degli horror, non riconcilia dopo la visione, ma continua a proiettare ombre d’angoscia dentro di noi, dentro “l’altro”.
    Paradossalmente, la visione di tanto male del tutto sprovvisto di sguardi umani (pietosi) potrebbe essere educativa. Il film è tremendo anche per il suo realismo all’interno di una situazione folle; il modo di girare quasi dilettantesco (tipico di Pasolini) richiama il documentario, rende il tutto più realistico, più tagliente. Forse il miglior film di P.P.P., secondo me, assieme ad Accattone e al corto La ricotta.
    Complimenti a Effeffe per il suo testo.

  21. la funambola il 7 dicembre 2006 alle 00:02

    Penso che solo la parola possa avvicinarci/si all’essenziale perchè la parola ha la forza del movimento e ci entra nel pensiero modificandolo, e svelandolo. L’immagine ci distrae, sono fotogrammi che si fissano statici e fatichiamo a rielaborarli e piegarli ,al “nostro”, di pensiero.
    Possiamo scegliere fra tante parole ma quelle innocenti hanno la forza di produrre un cambiamento,le parole innocenti si mostrano facili e disarmanti nella loro umiltà consapevole.
    Le altre, di parole, ci scivolano addosso, ci confondono, ci immobilizzano , ci ingessano il pensiero.
    Insomma effe effe, io intendevo altro, ma tant’è.
    Però qui ci sono molte persone simpatiche.

    Penso che mai come ora la parola debba stare in guardia.

    un bacio
    la funambola

  22. effeffe il 7 dicembre 2006 alle 09:40

    @ la funambola

    la parola che dici tu mi conforta, ma le parole sono sporche (credo lo affermasse Deleuze…)
    effeffe

  23. elena r. il 7 dicembre 2006 alle 19:20

    M’ha fatto pensare all’andare contro il vento, a una sfida da grande esodo, da acque non miracolate, sguardi attenti.
    Comizi d’amore erano un po’ come un video, un video con le facce dei contadini, domande sul sesso e l’omosessualità fatte alla t.v, quando la t.v era il carosello e il quiz.
    Oggi non si può dire, la bellezza degli intellettuali e dei pensatori per me è che riempiono il loro tempo. E il resto, non è più loro.

  24. elena r. il 7 dicembre 2006 alle 19:29

    Chiedo scusa le freccette per le citazioni hanno tolto il verso. E’ così.

    ”alla Storia che non tace e mai acconsente”
    M’ha fatto pensare all’andare contro il vento, a una sfida da grande esodo, da acque non miracolate, sguardi attenti.
    Comizi d’amore erano un po’ come un video, un video con le facce dei contadini, domande sul sesso e l’omosessualità fatte alla t.v, quando la t.v era il carosello e il quiz.
    Oggi non si può dire, la bellezza degli intellettuali e dei pensatori per me è che riempiono il loro tempo. E il resto, non è più loro.



indiani