La pena di morte a Saddam pietra miliare dell’odio

1 gennaio 2007
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Di Danilo Zolo

(Tra le cose più lucide e utili che sono state scritte sulla condanna a morte di Saddam Hussein, queste righe tratte da il manifesto del 29 dicembre 2006.)

Il presidente degli Stati uniti ha dichiarato che l’impiccagione di Saddam Hussein sarà una «pietra miliare». Sarà un passo avanti decisivo sulla strada maestra della giustizia, della libertà e della democrazia in Iraq. Si tratta di una impostura, non diversa dalle falsità con le quali George Bush ha motivato la guerra di aggressione all’Iraq nel 2003.

Quella guerra ha già provocato la strage di centinaia di migliaia di persone innocenti – più di 600 mila – e provoca ogni giorno altre centinaia di vittime. Quello che avrebbe dovuto essere l’alveo della democrazia nel mondo islamico – l’Iraq salvato dalle armate americane dal giogo di una spietata tirannia – è un lago di sangue. Su questo lago penderà il cadavere di Saddam Hussein: uno spettacolo esaltante per un ex- governatore del Texas che non ha mai concesso la grazia a un solo condannato a morte.

Si tratta di una impostura perché non è stato il popolo iracheno, né una legittima corte, nazionale o internazionale, a decidere la condanna a morte del rais. La sentenza è stata emessa da un Tribunale speciale, varato nel dicembre 2003 dalle forze anglo-americane occupanti. Sul piano formale, il potere che ha istituito quel tribunale è stato il Governo provvisorio dell’Iraq e cioè, di fatto, il governatore militare statunitense, Paul Bremer. Nessuno può pensare che il Governo provvisorio, che non aveva alcuna autorità legislativa e non disponeva di autonome fonti di finanziamento, sia stato il potere reale che ha varato il Tribunale.

E’ stata dunque una potenza occupante, gli Stati uniti d’America, a volere l’istituzione di un tribunale speciale per sottoporre a processo gli esponenti del regime sconfitto. I giudici del tribunale sono stati in maggioranza designati dal Governo provvisorio, addestrati da esperti americani e sottoposti a stretto controllo politico. Anche lo Statuto del tribunale è stato redatto da giuristi statunitensi. E il potere che ha voluto, organizzato e finanziato il tribunale è stato un potere conquistato in una guerra di aggressione che ha violato sia la Carta delle Nazioni unite, sia il diritto internazionale generale. Le Convenzioni di Ginevra non attribuiscono certo ad una potenza occupante il potere di dar vita a tribunali penali per giudicare gli esponenti del regime deposto. Si è trattato dunque di un tribunale privo di legalità internazionale, di legittimità politica e di una minima autonomia.

Si deve aggiungere che il Tribunale speciale ha esercitato la sua giurisdizione sulla base di figure di reato – i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità – che non erano previste dal diritto iracheno e che sono state introdotte nello Statuto solo per consentire l’incriminazione e la condanna a morte dell’ex-dittatore. Oltre a ciò, i diritti della difesa sono stati gravemente limitati ed è stato violato anche il principio nulla culpa sine judicio, che esige una rigorosa presunzione di innocenza a favore degli imputati. L’ex dittatore è tuttora tenuto prigioniero in un luogo segreto dalle milizie stastunitensi che lo hanno catturato e sottoposto a pesanti interrogatori, prossimi alla tortura.

In più, lo Statuto del Tribunale prevede che la corte possa pronunciarsi su una eventuale aggressione decisa dal regime ba’atista contro un paese arabo, ad esempio il Kuwait, ed esclude implicitamente la sua competenza a giudicare di crimini di aggressione commessi nei confronti di paesi non arabi. Questa disposizione è stata concepita dai redattori statunitensi dello Statuto per evitare che il tribunale indagasse sulla guerra di aggressione che l’Iraq aveva scatenato negli anni 1980-1988 contro l’Iran, paese di religione musulmana ma non arabo.

La ragione è molto semplice: gli Stati uniti hanno sostenuto sul piano economico, militare e diplomatico quell’aggressione, che ha causato non meno di 800 mila morti. Inoltre, essi sono stati di fatto complici di Saddam Hussein non denunciando alcuni gravissimi crimini commessi dalle truppe irachene: gli attacchi compiuti con l’uso di armi chimiche contro la popolazione iraniana. Si trattava dunque di impedire che la difesa di Saddam Hussein si avvalesse dell’argomento tu quoque, giuridicamente e politicamente imbarazzante per gli sponsors del Tribunale.

Gli Stati uniti hanno allestito un processo contro Saddam Hussein che radicalizza la logica della stigmatizzazione e della vendetta retributiva. L’anomia giuridica, il vuoto di potere legittimo e lo scatenamento della violenza provocati dalla guerra sono tali che la condanna a morte dell’ex-dittatore iracheno si riduce ad un uso propagandistico della giustizia che ha il solo scopo di disumanizzare l’immagine del nemico e di giustiziarlo per farsene un trofeo a dimostrazione della propria superiore moralità.
Ma lo spargimento del sangue di Saddam Hussein non offrirà alcun contributo alla pacificazione e alla democratizzazione dell’Iraq. Sarà una «pietra miliare» lungo la via dell’odio, della violenza e del terrore che finirà per raggiungere anche chi ha spietatamente praticato la «giustizia dei vincitori».

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10 Responses to La pena di morte a Saddam pietra miliare dell’odio

  1. Lorenzo Galbiati il 1 gennaio 2007 alle 23:14

    Però se non erro Saddam è stato condannato per la strage dei curdi, avvenuta quando gli USA erano suoi alleati, non per l’invasione al Kuwait.

    Comunque, a parte questo, mi sembra una posizione ineccepibile quella di Zolo.

  2. antonio sparzani il 2 gennaio 2007 alle 16:58

    Perfetto,grazie ing., a.

  3. toporififi il 2 gennaio 2007 alle 17:11

    Se non sbaglio un tribunale simile a quello che stava giudicando Milosevich, spacciato dai media per il tribunale internazionale dell’Aia, in realtà un tribunale speciale con finanziamenti semi privati.
    La democrazia è senza frontiere.

  4. der Suchende il 3 gennaio 2007 alle 01:42

    Oggi cercavo qualche commento alle dichiarazioni del premier iracheno Al Maliki, il quale aveva tirato in ballo la fucilazione di Mussolini in seguito alle critiche sull’esecuzione di Saddam Hussein.
    Su “il Manifesto” di oggi (martedì 2), un editoriale di Marco D’Eramo liquida velocemente la questione («fu un gesto spregevole, ma del tutto diverso da un processo farsa conclusosi in un’esecuzione oscena»).
    Questo pomeriggio su Radio Popolare è intervenuto lo storico De Luna: ho potuto ascoltare solo un piccolo passaggio, ma mi è sembrato di capire che la tesi fosse che la morte di Mussolini avvenne in un momento di “passaggio di poteri”, quando il popolo, la gente, non aveva ancora delegato alcun rappresentante, o non vi era comunque alcun organo esecutivo e giudiziario legittimamente eletto. Nemmeno l’uso della forza e della violenza era stato delegato a un organo preposto a tale scopo, dunque il popolo faceva da sé. In Iraq ci sono invece un parlamento ed un governo “democraticamente” eletti.
    Questo articolo mi sembra che metta in discussione la tesi di De Luna. Dal punto di vista “giuridico”.

    P.S.: essendo il primo commento a un post, ne approfitto per salutare tutti.

  5. Ban Ki Moon il 3 gennaio 2007 alle 11:16

    Saddam è stato responsabile di orrendi delitti e di indicibili atrocità contro il suo popolo, non dovremmo mai dimenticare l’estensione dei suoi crimini.

  6. andrea inglese il 3 gennaio 2007 alle 12:09

    L’articolo di Zolo pone problemi non morali, ma relativi al diritto. E mostra l’assurdità del tentativo di legittimare giuridicamente forme di vendetta e rappresaglia bellica. Il caso della fucilazione di Mussolini fu effettivamente diverso.

  7. robertologo il 3 gennaio 2007 alle 13:49

    A braccio. Come ha detto Galbiati, la posizione del professor Zolo è ineccepibile. Ma andrebbe analizzato anche lo scollamento sempre più evidente tra il governo Maliki e l’amministrazione Bush (dopo il rimpasto nel governo Usa, con Casey e Rumsfeld mandati a casa). Maliki ha voluto dare un segnale ai sunniti, un altro brutto segnale, da legge del taglione, vendetta e rappresaglia bellica, come sottolinea Andrea. I ‘realisti’ americani gli avevano sconsigliato di impiccare Saddam, e di farlo “proprio quel giorno”. Invece Maliki ha offerto il suo tributo ai sadristi e a Teheran. Andrebbe fatta anche una riflessione più generale sulle differenze politico-ideologiche che passano tra i ‘realisti’ come Baker e il redivivo Kissinger (pronti a flirtare con l’Iran per tirarsi fuori dal ‘pantano’), e gli ‘idealisti democratici’ sulla via del tramonto (solo sulla via, visto che oggi Bush ha annunciato l’invio di nuove truppe a Baghdad). Cioè a dire tra i pragmatici che hanno sempre preferito una politica estera che mettesse al potere i dittatori e i totalitarismi filo-americani (il riferimento che fa Zolo alla guerra Iran/Iraq), e i rivoluzionari-wilsoniani-della-democrazia-esportabile, che quei dittatori e quei totalitarismi hanno creduto di abbattere scatenando la guerra civile irakena. Da un punto di vista più strettamente giuridico, penso alle pagine di Sciascia sull’Affaire Moro e alla distinzione che faceva lo scrittore sicialiano tra le tradizioni giuridiche di paesi come gli Stati Uniti e quelli della vecchia Europa. Chi tratta e chi no. In questo senso, ieri, Ferrara parlava di “senso del tragico” americano che manca alle classi dirigente “umanitarie” europee. Verrebbe da aggiungere, per fortuna che manca! Speriamo che la questione sollevata dal governo italiano all’Onu (la moratoria) produca qualche risultato. Ma le parole del Segretario generale in pectore non lasciano aperte molte porte. Ban Ki Moon viene da un paese dove la pena di morte è stata praticata a lungo, ed è stato eletto con i voti determinanti di Cina e Usa, paesi che, in modi divesi, si dilettano con boia, aghi, sedie elettriche, fucilazioni, eccetera. P.S. Sulle “bugie” che scatenarono la guerra in Iraq, di cui parla ancora una volta il professor Zolo, aspetto tue notizie, Andrea.

  8. Andrea Raos il 3 gennaio 2007 alle 23:56

    Concordo con Sparzani. Grazie Andrea (e Zolo),

  9. Paul Berman il 4 gennaio 2007 alle 12:27

    @der Suchende
    …la reazione più strana e agghiacciante è certamente quella dell’Italia, e questo perché il fascismo italiano è tornato nuovamente in discussione durante tutto il processo a Saddam. E’ vero che il partito baathista si richiama piuttosto al nazismo e allo stalinismo che non a Mussolini, sotto il profilo ideologico (l’ispiratore di Saddam nel Baath, Michel Aflaq, era il traduttore arabo di Alfred Rosenberg, il teorico del nazismo). Eppure, anche Mussolini ha ispirato il Baath. Il processo a Saddam ha preso avvio sul finire del 2005 e quando il primo testimone è stato introdotto davanti alla corte, il 6 dicembre 2005, Saddam si è messo a urlare: “Io sono Saddam Hussein! Come ha fatto Mussolini, bisogna resistere all’occupazione fino alla fine, questo è Saddam Hussein!”. Il processo è terminato sullo stesso tono. Il 5 novembre 2006, Saddam è stato condannato all’impiccagione e il primo ministro al-Maliki è apparso in televisione, per rivolgersi al popolo iracheno con queste parole: “L’era di Saddam Hussein da oggi appartiene al passato, come l’era di Hitler e Mussolini”. Mussolini all’inizio e alla fine del processo: che cosa ci rivela tutto questo? Dovrebbe rivelarci che in Iraq la gente, come Saddam e il primo ministro al-Maliki, sa benissimo di avere a che fare con tragedie e orrori che non sono esclusivi alla loro nazione, e con un movimento che ha preso origine e nome in Italia: il fascismo. Ma il fascismo iracheno non ha mai suscitato indignazione nel resto del mondo. Solo gli errori e l’incompetenza dell’antifascismo in Iraq hanno sollevato sdegno a livello mondiale. Le vergognose immagini della impiccagione di Saddam devono farci rabbrividire dall’orrore davanti a uno Stato incapace, davanti alla violenza di piazza e davanti a quello che potrebbe trasformarsi nel fallimento finale dell’intervento contro Saddam. Ma le scene d’indignazione che hanno accolto l’esecuzione di Saddam dovrebbero anche farci rabbrividire dall’orrore davanti alla incapacità della nostra società di riconoscere i movimenti fascisti per quello che sono realmente, davanti alla moderna cecità per il crimine del genocidio. Quali fattori hanno consentito al fascismo e al genocidio di dominare la storia moderna nel secolo passato? Oggi stesso vediamo uno di quei fattori in azione: provare indignazione per reati minori e restare ciechi davanti a reati maggiori, mentre ci si congratula per la propria superiorità morale. Queste persone credono di avere la ‘coscienza a posto’, ma in realtà si tratta di una ‘falsa coscienza’.

  10. remember the Srebrenica il 4 gennaio 2007 alle 12:40

    @berman
    “Quali fattori hanno consentito al fascismo e al genocidio di dominare la storia moderna nel secolo passato?”. 10 anni dopo il massacro, decorati i veterani olandesi del Dutchbat III.
    http://www.alexanderlanger.org/index.php?id=1811

    “Ha ragione Danilo Zolo ad affermare che ‘il Tribunale dell’Aja è un tribunale che asseconda le grandi potenze occidentali’. La sua indipendenza è solo formale: per la nomina dei procuratori generali, per l’assenza di polizia giudiziaria, per il suo finanziamento. Le indagini del Tribunale dipendono sostanzialmente dal materiale fornito dall’intelligence delle varie grandi potenze e dal materiale che viene sequestrato dalla SFOR in Bosnia: in assenza di queste documentazioni l’attività principale del Tribunale ­- risalire le linee gerarchiche per punire chi decise dei crimini di guerra – verrebbe sostanzialmente annullata. La vicenda di Milosevic è esemplare: ancora oggi non è affatto incriminato per tutto quello che avvenne in Bosnia, dato che le potenze occidentali non han fornito alcuna documentazione a questo proposito, ma solo per i crimini commessi in Kosovo. Appare scontata in questo contesto anche la non incriminazione dei vertici della Nato per il bombardamento di obiettivi civili durante la primavera del ’99. Questa dipendenza è, in linea generale, di ordine strutturale, e non di ordine personale di questo o quel procuratore, presidente, investigatore o altro: le investigazioni del Tribunale finora rese note hanno un altissimo livello di professionalità, e ­ per quello che possono ­ cercano di risalire ai responsabili politici e militari dei crimini commessi. http://www.ecn.org/balkan/0104bosniacrimini.html



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