Il ribelle Montesano

30 settembre 2007
Pubblicato da

di Piero Sorrentino

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C’è una piccola ma preziosa chiave alfabetica annidata nelle primissime pagine di Il ribelle in guanti rosa, il saggio – romanzo – biografia, e chissà che altro, che Giuseppe Montesano ha dedicato, dopo un lavoro durato anni, a Charles Baudelaire.
Una riga che apparentemente svolge funzioni di mera indicazione editoriale, ma che invece si rivela una preziosa guida per comprendere molto, se non tutto, di questo libro unico e potentissimo.

Perché se è vero che Scrittori italiani e stranieri, abbreviato nell’acronimo SIS, è il nome della collana di narrativa nella quale Il ribelle è stato pubblicato, è altrettanto vero che in questo libro si danno convegno, in un faccia a faccia a volte dolente e rabbioso, altre dolcissimo e allegro, esattamente due scrittori, un italiano e uno straniero; due scrittori, uno in prosa l’altro in versi, due saggisti, due critici: Giuseppe Montesano e Charles Baudelaire, appunto.
Seppure possono rivelarsi abbastanza facilmente intuibili i motivi per cui, con una perseveranza pari alla competenza, dopo quattro libri di pura narrativa Montesano ha finalmente deciso di dare forma a un lavoro magmatico e amplissimo che si portava dentro da almeno dieci anni, resta un mistero il motivo per cui i conti fatti col suo Baudelaire abbiano alla fine assunto questo aspetto letterario, quello di un testo che non si sa bene come affrontare, di un libro lungo e corposo che non si capisce in che modo aggredire, con quali strumenti d’analisi sezionare. Siamo di fronte a un saggio? No, perché sarebbe un saggio orribilmente fallito, così pieno di scrittura, di stile letterario, così laconico e manchevole di qualsivoglia indicazione bibliografica, di note, di indice dei nomi, di apparati paratestuali. È una biografia? Forse, ma che biografia è quella che si concentra non tanto sui nuclei cronologici della vita di uno scrittore quanto su quelli letterari, che insomma quasi mette da parte la vita per tuffarsi avidamente nel pozzo scuro e profondo dell’opera?
È dunque probabile che un libro su di un autore “che si è consegnato a molte maschere”, che sceglieva di “essere molti per non essere un solo io, essere unico per distinguersi dai sosia innumerevoli”, che “aveva la vocazione del mimo”, non poteva che essere un libro dalle molte maschere, unico, mimetico, che si inventa da sé a ogni pagina, e che proprio nella sua forma volutamente non chiusa custodisce il motivo principale, ma non unico, del suo fascino.
Si potrebbe quindi provare a tirare una prima riga sulla questione della forma dicendo quello che si provava a dire all’inizio, e cioè, semplicemente, che siamo in presenza di un libro di uno scrittore su un altro scrittore: un lavoro in cui la materia biografica e letteraria che dal secondo discende viene piegata, brutalizzata, forzata alle esigenze del primo. Un lavoro arbitrario, e per ciò stesso letterario. Quindi: biografia e opera, indistricabilmente legate, il tutto tagliato, sminuzzato e mescolato nel frullatore narrativo dello scrittore Montesano.
Giuseppe Montesano è un “citatore potente”, come disse qualcuno a proposito di Mario Praz. Per esempio, il racconto degli anni decisivi della vita del poeta francese, quelli dal 1848 al 1852, gli anni delle barricate nel centro di Parigi, quelli che si sarebbero poi cementati, almeno fino al 1870, nella dittatura terribile di Napoleone III, è intervallato da pezzi di lettere, dichiarazioni, memorie, cronache dell’epoca, brani di diario, cuciti con una tale maestria che il tutto, seppure per un errore tipografico fossero saltate le virgolette in fase di stampa, assumerebbe compattezza e solidità quasi come fossimo di fronte a un unico blocco di testo.
Montesano odia le idées reçues, e si vede. Smantella capitolo dopo capitolo l’immagine catacretica del Baudelaire dandy, raffinato cesellatore del bello stile, molle borghese sottomesso alla tirannia ideologica dell’art pour l’art. Questa fuga dall’immediatezza interpretativa trae probabilmente alimento da un presagio che deve aver afferrato Montesano alla gola. Un presentimento che ha a che fare con una lettura critica fortemente opacizzante di molti tratti della biografia del poeta francese, una interpretazione fallace che procede per accumulo e non per alleggerimento, per forzature e non per semplificazioni, per finzioni e non per funzioni. In altre parole, Montesano sembra individuare un errore prospettico negli atteggiamenti quasi didascalici con cui l’opera di Baudelaire è stata letta, con ovvie e significative eccezioni, fino a oggi. Baudelaire poeta dissoluto e strafottente? Macché, dimostra Montesano: se nemmeno poteva comprarsi i vestiti, visto che a partire dai ventitré anni ha vissuto sotto la tutela giuridica della mamma e del patrigno, quel generale Aupick che in più di un’occasione si ripromette di passare per le armi in pubblica piazza. Baudelaire rinchiuso nella torre d’avorio della poesia raffinata e disumanamente distante dal popolo? “La Rivoluzione del febbraio 1848 lo ringiovanisce di colpo, letteralmente”, scrive, prima di schizzare un ritratto memorabile del poeta che si sbarazza della canna da passeggio per imbracciare, al riparo di una barricata, quella da fuoco. E che dire, a proposito di barricate, dei capitoli densissimi in cui si ricostruisce il clima impazzito e eccitato della Parigi di metà ‘800 percorsa da mistici e rivoluzionari, maghi e alchimisti, cabalisti e occultisti, teologi socialisti e teorici di un dio androgino come il Mapah Gannau?
L’imperativo è quindi, prima di tutto, quello di lavorare con l’intento di schiudere una immagine di Baudelaire come uomo normale in una situazione eccezionale, di sbozzare un ritratto non commemorativo o funerario, e nemmeno celebrativo o illusorio, ma semplicemente aderente ai fatti, ai documenti, alle testimonianze, e soprattutto ai testi.
C’è quasi un sapore missionario, in questo ambizioso progetto di ricognizione. A Montesano interessa lavorare sempre e comunque sulla letteratura: la sua e quella di Baudelaire. E ci riesce, procedendo per smottamenti progressivi di senso, conducendo ragionamenti coerenti e necessari, con passo sicuro in mezzo ai sentieri accidentati della schizofrenica vita del poeta. Se, come disse Benjamin di Baudelaire, “per lui pensare vuol dire: alzare le vele”, si potrebbe parafrasare per Montesano: “per lui scrivere vuol dire: sollevare i veli”. Lavorare, come Michelangelo sui Prigioni, a togliere materia.
E se, mai in questo caso, si può senz’altro dire che questo libro si legge come un romanzo, è perché Montesano è riuscito prima di tutto nel piccolo miracolo di specchiarsi, e far specchiare il lettore, nel volto, dalla “smorfia che gli taglia la faccia in tutte le fotografie e fino alla fine”, del poeta, “mio simile, fratello”.

(Giuseppe Montesano, Il ribelle in guanti rosa, pagg. 441, 19 euro, Mondadori)

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21 Responses to Il ribelle Montesano

  1. Antonio Iovine il 30 settembre 2007 alle 11:47

    boom! bellissimo!

  2. The O.C. il 30 settembre 2007 alle 11:55

    “Giuseppe Montesano e Charles Baudelaire, appunto”.

  3. Chapuce il 30 settembre 2007 alle 15:12

    Che sguardo, il nostro caro, grande, Baudelaire!
    ‘il ribelle in guanti rosa’
    calza bene.
    Ben sapeva, lui, della bellezza, quale danno…

  4. véronique vergé il 30 settembre 2007 alle 17:37

    Un pezzo che scoppia in frantumi la figura del dandy Baudelaire.
    Un poeta che si alza contra la società religiosa, l’ipocrisia, il sesso prigioniero. Amo la sua poesia erotica corrodendo il corpo, il corpo banniera rossa dei seni, della donna prostituta, della bruna lunare, della donna vampire. Amo il sadismo della ferita, lacrime, orgasmo delle lacrime.
    E’ una rivoluzione dei corpi nella scrittura, un ribelle della passione.
    Il silenzio accade, fare emergere la scrittura nuova: la rivoluzione nella scrittura si aspetta.
    Amo leggere poesia d’amore, omaggio alle donne, poeta maledetto, poeta angelo, poeta dandy con barba e guanti…

  5. Giorgio Tesen il 30 settembre 2007 alle 22:32

    per oltre un anno la frase baudelairiana “dio preservi quelli che ama dalle letture inutili” è stato il motto della seconda versione del mio blog, credo proprio che leggerò questo libro.
    Secondo me le pagine di Baudelaire su Edgar Allan Poe sono tra le cose più belle che si possano leggere, imperdibili!

  6. Luca Carlucci il 1 ottobre 2007 alle 08:39

    Mi unisco agli strilli dei groupies di Charlie! :)

    Sul libro di Montesano, dal titolo non proprio felice, mi riservo un’attenta sfogliata prima del baratto coi 19 euri, perché non ho ben capito quale sia il suo punto, se Baudelaire o Montesano. Per sospettare che CB non fosse un annoiato esteta languente su cuscini di broccato è sufficiente leggere due righe del medesimo, mi pare – o una qualsiasi introduzione critica scritta nell’ultimo mezzo secolo.

    E un libro di un “citatore potente” “manchevole di qualsivoglia indicazione bibliografica” è una cosa che, così sulla carta, potrebbe spingermi a una strage in Feltrinelli.

  7. véronique vergé il 1 ottobre 2007 alle 12:40

    A celle qui est trop gaie

    Ta tête, ton geste, ton air
    Sont beaux comme un beau paysage;
    Le rire joue en ton visage
    Comme un vent frais dans le ciel clair.

    Le passant chagrin que tu frôles
    Est ébloui par la santé
    Qui jaillit comme une clarté
    De tes bras et de tes épaules

    Les retentissantes couleurs
    Dont tu parsèmes tes toilettes
    Jettent dans l’esprit des poètes
    l’image d’un ballet de fleurs.

    Ses robes folles sont l’emblème
    De ton esprit bariolé;
    Folle dont je suis affolé
    Je te hais autant que je t’aime!

    Quelquefois dans un beau jardin
    Où je traînais mon atonie,
    J’ai senti comme une ironie,
    le soleil déchirer mon sein,

    Et le printemps et la verdure
    Ont tant humilié mon coeur,
    Que j’ai puni sur une fleur
    L’insolence de la nature.

    Ainsi je voudrais, une nuit,
    Quand l’heure des voluptés sonne,
    Vers les trésors de ta personne,
    Comme un lâche, ramper sans bruit,

    Pour châtier ta chair joyeuse,
    Pour meurtrir ton sein pardonné,
    Et faire à ton flanc étonné
    Une blessure large et creuse,

    Et vertigineuse douceur!
    A travers ces lèvres nouvelles,
    Plus éclatantes et plus belles,
    T’infuser mon venin, ma soeur.

  8. véronique vergé il 1 ottobre 2007 alle 12:44

    Ma la mia preferita è ” la mendiante rousse”, canto della prostituta giovana, assomiglia alla neve. tenerezza per la ragazza nelle miseria, il corpo fragile, che si muore, rovinato, abbandonato alla indifferenza degli uomini.

  9. Chapuce il 1 ottobre 2007 alle 12:49

    O vierges, ô démons, ô monstres, ô martyres,/De la réalité grands esprits contempteurs,/Chercheuses d’infini, dévotes et satyres,/Tantôt pleines de cris, tantôt pleines de pleurs… [Femmes damnées, vv. 21-24].

  10. véronique il 1 ottobre 2007 alle 15:15

    Grazie Chapuce.

    Conosci molto bene il francese.
    E’ un canto per l’erotismo femminile, prezioso nell’epoca.

  11. Chapuce il 1 ottobre 2007 alle 20:51

    Oui…
    Bonsoir!
    Chapuce

  12. ruggero solmi il 1 ottobre 2007 alle 21:20

    voi due, madames, avete sparso abbastanza melassa.
    fossi il fantasma di baudleaire vi perseguiterei finché campo.

    saluti,
    rs

  13. ruggero solmi il 1 ottobre 2007 alle 21:21

    baudelaire.

  14. véronique vergé il 2 ottobre 2007 alle 08:06

    Ruggero che accade? Sei geloso della Sapho? Melassa? Il cuore è un pantano di dolore, un labirinto scuro.
    Amo il castigo che tu mi riservi, Ruggero, mio lettore, mio fratello.
    Ma lo confesso preferisco angelo più bello con barba, very dandy.
    Scherzo a parte, Baudelaire mi piace per lo sguardo crudele e tenero che avvolge la gente di miseria, di brutezza à une mendiante rousse, les petites vieilles, les yeux des pauvres, la belle Dorothée.

  15. anfiosso il 3 ottobre 2007 alle 16:50

    Anch’io lessi il libro di Montesano su Baudelaire.
    Non capivo, del pezzo qui sopra, se si parlasse del taglio del libro di Montesano su Baudelaire o se si parli del ritratto che di Baudelaire vien fuori dal libro di Montesano. Poi ho capìto: tutt’e due, la prima cosa in una prima parte, la seconda nella seconda.
    Anch’io lo consiglierei, ma credo che il levamento delle maschere sia più dei risvolti di copertina che del libro in sé. Sui risvolti di copertina Montesano è chiamato “cantore dei giovani”, tra l’altro.
    Nei dintorni del ’48, interessante la lettura politica — praticamente interlineare — della proemiale Au Lecteur.

    Volevo anche chiedere: ma Véronique Vergé è vera?

  16. véronique il 4 ottobre 2007 alle 08:44

    Anfiosso,

    Non ho capito l’accenno. Non ho un’intelligenza poco sviluppata. Ma sono viva. Ma forse sono morta, non mi dispiace essere morta, sorvolando il blog NI con l’ala.

    Véronique vergé è il mio propio cognome/nome.

    Non so come interpretare il commento…

  17. Chapuce il 4 ottobre 2007 alle 09:58

    ps, Vèro, io credo che devi intrepretarlo come un complimento!
    sei talmente spontanea e originale!
    sei unica!
    Baci e buona giornata
    Chapuce

  18. véronique v il 4 ottobre 2007 alle 11:47

    Chapuce, hai un cuore dolce e gentile come da sempre.
    Ti faccio baci d’amicizia e alati, certo.
    Un bacio di vivo!

  19. Chapuce il 4 ottobre 2007 alle 12:30

    come sono i baci alati?
    ;-)

    devo ribadirlo…
    lo sguardo di Baudelaire è
    accattivante!

  20. véronique vergé il 4 ottobre 2007 alle 13:03

    I baci alati sono di farfalla, di libellula.
    Con la mia dolce nipote Iris, faccio bacci di farfalla.
    Un bacio di farfalla è dare un bacio dolce, soffio dolce sulla guancia.
    Un bacio di eschimese, sfreggamento con il naso, bacio di buongiorno e di bonna notte!

  21. anfiosso il 4 ottobre 2007 alle 13:34

    … e buonanotte.



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