El boligrafo boliviano 11

di Silvio Mignano

15 agosto 2007

Vertigine. Guardando le murate oblique del Wayna Potosí, perfetta piramide di roccia e ghiaccio, triangolo di formaggino che si innalza a seimila metri nella Cordigliera Reale, qui sull’altopiano, così vicino che allunghi la mano e lo copri e ne modelli i fianchi con i polpastrelli, spinto dalla voglia di essere lo scultore cui è toccato in sorte crearlo. Vertigine, precipizio abrupto che mescola in un’unica sensazione il tempo e lo spazio, quando in sole due ore scendi dai quasi cinquemila metri del passo andino ai novecento della valle di Zongo, due ore fa eri in Tibet e adesso sei in Africa o nel Caribe, calpestavi una steppa arida, di un giallo stopposo senza confini, spezzato dal ruscellare di acque gelide che spezzano le pietre e le trascinano fattesi ciottoli in balia delle morene, e ora sudi copiosamente e il tuo sudore si mescola al vapore caldo che sale dalle felci giganti e si condensa sotto le foglie dei manghi, dei banani e degli alberi della gomma, o si fa monile di perline sulla groppa sgraziata e arrovesciata di un bradipo.
La nostra vertigine: mia, di Miguelón, Danilo, Marco e Graziano, quattro scrittori e un fotografo, quattro italiani e un cubano, sperduti in questa caduta diagonale lunga quattromila metri e profonda centinaia di chilometri di valli strette, oppresse da pareti tappezzate di verde a perdita d’occhio.
Adesso però guardiamo i nostri due pneumatici che sono morti l’uno dopo l’altro, sfortuna che si accanisce ma non si arrende, propensa a sua volta a cedere a continue metamorfosi: facendosi buona sorte quando incrociamo il furgoncino rosso con quei due tecnici dell’impresa che gestisce le idroelettriche sparse lungo tutto il corso dello Zongo. Ci caricano a bordo, due nella cabina, tre di noi sul cassone, aggrappati a un tubo di metallo, in balia di ceffoni di polvere e insetti, schiaffeggiati dal sole a picco, strattonati dalle raffiche di un vento che da gelido man mano si fa tiepido e poi scotta, insidiati dall’orrido profondo centinaia di metri che si apre a trenta, a venti centimetri dall’orlo delle ruote, a ogni curva di questa pista sinuosa di terra e sassi. Esaltati da un sentimento di assenza che confina con la felicità e poi vi cade dentro, allagandosi di un’insana ilarità – quella vertigine, dunque, che ci insegue fin quaggiù, a fondo valle, già nel tropico, gli occhi catapultati contro voglia nel baratro, un vuoto denso all’altezza dello sterno ogni volta che l’autista, disgraziato gentile amico, decide di frenare un attimo più tardi del terrore, di sterzare un centimetro prima dell’angoscia, eppure schiacciandoci contro l’improvviso volo di una rondine selvatica, il frullare di un altro uccello assurdo, coda gialla di metallo, ali color nocciola e nero assoluto, addosso l’afrore di una papaya improvvisamente matura.
In fondo alla valle di Zongo non c’è nulla, Huay non è il villaggio che ci avevano preannunciato, ci sono soltanto gli edifici di un’ennesima centrale idroelettrica e le abitazioni del personale. Nel silenzio irreale sibilano le resistenze e i cavi d’acciaio, sciaguatta la spugna con cui tre uomini cercano di lavar via la polvere dalla carrozzeria di una vecchia automobile, arenata a metà sul greto del torrente. L’odore di frutta marcescente mi riporta a un Caribe senza mare.
Risalendo, il cuore in gola ad ogni curva troppo stretta, ci fermiamo in una baracca appesa al costato di un burrone. Nel patio lastricato di cemento ruvido, tappezzato di piantine di caffè e strofinacci stesi, un bimbetto con gli occhi tibetani e le guance rosse sgambetta sgattaiolando dentro e fuori da uno sgabuzzino, affacciandosi per sorriderci e scomparendo non appena salta fuori l’occhio buio di una macchina fotografica.
Dentro ci sono due file di tavoli rustici e dappertutto, sulle pareti macchiate d’umido, i soliti calendari delle birre boliviane, sventole dalle gambe levigate coperte da scarsi centimetri di tessuto rosso, tacchi a spillo trasparenti, sguardo ammiccante senza traccia di Ande e tropico. Sugli scaffali poche bottiglie di rum e singani, la grappa di Tarija. Una radio spenta e una televisione che manda le scene di una telenovela, mezzi piani statici, giacche troppo stirate e zigomi di plastica. A Cuba saremmo in un paladar, qui nella sperduta valle di Zongo non so dove si sia, immagino in un ristorante per camionisti.
La birra è sigillata eppure quando la stappiamo ne escono fuori dei moscerini, chissà se vivi, morti o storditi dall’alcol. Ci buttiamo sulla coca-cola e sul piatto unico, filetto con riso e verdura.
Ancora non so se la desolazione possa confinare con la bellezza.

Torniamo allora al massiccio del Wayna Potosí, alla nostra macchina ferma con una ruota a terra, davanti a un lago latteo, fatto d’acqua spessa, incapace di mostrare il fondo né una qualche trasparenza, ottusità quanto la montagna, all’altro capo, è fatta invece di lacca, velatura bianca, convessità e gioco di diagonali intersecate.
Camminiamo un po’, oltre il crinale ocra, raggiungendo un dorso in preda alla polvere, qua e là un afflato di gramigne indigeste. La nostra allucinazione ci obbliga a raffigurare una città di nani, un formicaio di casupole che affollano le rocce nel silenzio, se pure è silenzio questo soffiare del vento, il fischio dentro un’ancia semiotturata.
Non è una città, o a modo suo lo è. È un cimitero smarrito a questa altitudine indigesta ai vivi, forse meno ai morti. Centinaia di piccole costruzioni di pietra e intonaco bianco, come case di bambole, alcune con tanto di tegole rosse, altre coronate da un accenno di cupola o dalla linea ondulata di un cornicione spagnolesco. Accalcate l’una sull’altra, arrampicate sul costato delle vicine o addossate ai tetti, si sorreggono o sgomitano cercando di emergere sull’indistinto brulicare delle tombe. Croci arrugginite, smangiate dai secoli o piegate da una slavina, pareti ripiegate su se stesse, pietre e mattoni che escono dalle slabbrature della calce. Però è una città, non ci eravamo ingannati, e se non lo è fa di tutto per diventarlo, e se ci si inginocchia si può ascoltare un passeggio spettrale nell’unico sentiero che si incammina verso la collina.
Una delle casette ha una finestra vuota con un balconcino, e sulla piccola terrazza un’unica scarpa, la misura di un bambino. Nera, scalcagnata, la tomaia deformata, la vernice che viene via, screpolata, impolverata, bisognosa chissà da quanto tempo di una passata di lucido come si deve.

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4 Commenti

  1. Questa è poesia,
    l’immersione nella vertigine delle alture
    nella screpolata realtà
    di un balconcino….
    grazie!
    C.

  2. io soffro di vertigini ma con una buona guida credo che mi avventurerei su per quel “triangolo di formaggino” che si innalza a seimila metri nella Cordigliera Reale!
    :-)

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gianni biondillo
gianni biondillo
GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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