Paul Celan, E quel bello

 Paul Celan

di Antonio Sparzani

propongo un modo di traduzione che cerca di non tradire il ritmo, e le assonanze, di Und das Schöne, versi indimenticabili.

Und das schöne

 

Und das schöne, das du rauftest, und das Haar,

das du raufst:

welcher Kamm

kämmt es wieder glatt, das schöne Haar ?

Welcher Kamm

in wessen Hand ?

 

Und die Steine, die du häuftest,

die du häufst:

wohin werfen sie die Schatten,

und wie weit ?

 

Und der Wind, der drüber hinstreicht,

und der Wind:

rafft er dieser Schatten einen,

misst er ihn dir zu ?

 

E quel bello 

 

E quel bello che strappasti, e il capello

che ora strappi:

quale pettine

lo pettina ancor liscio, il bel capello ?

Quale pettine

e a chi in mano?

 

E le pietre che ammucchiasti

e che ammucchi

gettan dove le loro ombre e

quanto lungi ?

 

Ed il vento che vi spazza,

ed il vento:

una afferra di quelle ombre,

e te la misura addosso ?

 

(pubblicato in Paul Celan, Di soglia in soglia, a c. di Giuseppe Bevilacqua, Einaudi, Torino, 1996; la raccolta originale, Von Schwelle zu Schwelle, è del 1955, Stuttgart)

antonio sparzani

Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato anche due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia, pubblicato presso Mimesis. Ha curato anche il carteggio tra W. Pauli e Carl Gustav Jung, pubblicato da Moretti & Vitali nel 2016. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno. 

  37 comments for “Paul Celan, E quel bello

  1. nadia agustoni
    3 dicembre 2007 at 16:57

    Non posso entrare nel merito della traduzione non sapendo il tedesco, ma il ritmo si sente, i ” versi indimenticabili”.

  2. 3 dicembre 2007 at 17:44

    Vorrei farti una critica, Sparz, posso?

  3. sparz
    3 dicembre 2007 at 18:41

    ma Alcor, ti prego, il post è qui per questo! Non c’è bisogno di alcuna autorizzazione:-) .

  4. 3 dicembre 2007 at 19:03

    Quel capello, non va bene. A parte che un pettine difficilmente pettina un capello, e già questo dà un senso di comicità al verso, das Haar comprende in sé il collettivo, la capigliatura.

    E poi “ancor” e “gettan” e “lungi” non vanno bene per una traduzione celaniana,
    basterebbe che tu dicessi, magari:

    “Dove gettano ombre
    e quanto lontano?”

    O anche, che è meglio::

    “Dove gettano ombre
    e a che distanza?”

    E toglierei anche la d a “ed”:

    E il vento che vi spazza
    E il vento:

    Celan è scarno.

    Così non tocchi l’impianto, ma non lo sposti nel nostro Ottocento:–))

  5. luminamenti
    3 dicembre 2007 at 20:21

    La traduzione è sempre tradimento. E, in questo caso, il tradimento è compiuto bene. Bravo!

  6. Cappuccetto rosso
    3 dicembre 2007 at 20:53

    c’è qualcosa nel finale che
    non mi convince…
    bella!

  7. 3 dicembre 2007 at 22:54

    Un cazzo! La traduzione non è mai tradimento, è traslazione. Perciò tradire non si può, come nell’amore. La letteratura è solo amore. Non è sapienza né insipienza. Non è cultura né coltura. Piantatela con le frasi fatte da preti e suore. Piantatela. Smettetela.

  8. 3 dicembre 2007 at 23:57

    Posso provare? Mi tremano i polsi ma provo.
    Allora: vero che schoene (non ho voglia di cercare le lettere tedesche) è aggettivo di Haar, ma così isolato lo sostantiverei; tanto più che suona aspro e struggente e consuona con Steine nella stessa posizione la strofa dopo. Poi, vabbeh, varie altre cosette che mi hanno convinto a tradire un po’, ed è venuta così:

    E la bellezza, che tu strappasti, e i capelli
    che tu strappi:
    quale pettine
    li ripettina, lisci, i bei capelli?
    Quale pettine
    in mano a chi?

    E i sassi, che ammucchiasti,
    che tu ammucchi,
    dove gettano le ombre loro,
    e quanto lunghe?

    E il vento, che le storna,
    e il vento:
    solleva di queste ombre una
    e te la addossa?

  9. sparz
    4 dicembre 2007 at 00:39

    speravo proprio di dar luogo ad altri suggerimenti di traduzione e così per fortuna sta accadendo: ringrazio Alcor delle sue osservazioni che apprezzo, perché anch’io avrei voluto evitare un avverbio come ‘lungi’, ma, appunto era l’unico modo che avevo trovato per mantenere il ritmo di Celan: se traduci ‘und wie weit’ con ‘e a che distanza’, va tutto perso e similmente in altri casi, Celan è sì scarno ma molto attento alla prosodia, così senza parere, se uno si legge l’originale sente di non poter allungare troppo l’ultimo verso di ogni strofa, o, almeno, io sento questo. Aggiungo che so bene che ‘das Haar’ è collettivo in tedesco, ma appunto anche in italiano si può dire ‘il capello’ per indicare tutta la chioma, è nell’uso, e per questo pensavo rendesse abbastanza.
    Personalmente apprezzo la traduzione di caracaterina, a parte per ‘la bellezza’ alla quale preferisco senz’altro ‘quel bello’, ma naturalmente il gusto per la sfumatura è personale assai. Forse si potrebbe dire che ogni traduzione si sforza di rendere un aspetto dell’originale, a scapito di altri?

  10. luminamenti
    4 dicembre 2007 at 08:32

    @sundancekyd. Senza essere volgare, e senza avere alcuna voglia di smetterla, ti rispondo che la traduzione è sempre tradimento. Passare da una lingua a un’altra significa cambiare pensiero. Ma ormai su questa questione c’è un consenso nella comunità letteraria che è pacifico.

  11. 4 dicembre 2007 at 09:20

    Luminamenti ha ragione, ogni lingua pensa diversamente, e la traduzione fedele è impossibile, anche se non vale la pena tradurre senza tentare di raggiungerla.
    Ma non capisco di quale comunità letteraria parla, e sarei curiosa di sapere quale autorità gli consente di dare sentenze così nette.
    La comunità letteraria (e non so quale sia, in questo campo) se si occupa di traduzione leggerà anche Berman, che non la fa così semplice, non solo Ricoeur, che non la fa così semplice neppure lui.
    E ancora diversa è la posizione del traduttore.
    Se assumesse la sentenza di Luminamenti così come Luminamenti la offre, tradurre sarebbe la cosa più inutile e banale, tanto è vero che sebbene l’unico modo di criticare una traduzione sia “proporne un’altra presunta, ritenuta migliore o differente” (cito Ricoeur, per far capire che leggo anch’io, non si sa mai) si continua a distinguere tra buoni traduttori e cattivi traduttori, e il buon traduttore non è semplicemente quello che “scrive bene”.
    Senza la tensione all’immedesimazione totale e alla totale fedeltà il traduttore è un cattivo traduttore, e cito ancora Ricoeur, “è proprio il lutto per la rinuncia alla traduzione assoluta a rendere possibile la felicità del tradurre”. E non c’è lutto senza desiderio e perdita dell’oggetto desiderato.

  12. 4 dicembre 2007 at 09:21

    Avevo commentato e non lo vedo, meglio così.

  13. luminamenti
    4 dicembre 2007 at 10:07

    Cara Alcor, più tardi mi spiegherò e posterò un articolo breve sulla traduzione, l’assertività nasce da una esigenza e dalla necessità di una reazione. Non tutto è opinabile, la doxa abbonda. Qualche punto fermo c’è! La comunità letteraria è quella dei linguisti e dei traduttori (che neanche si pongono più questo problema). Qui di seguito una parte dei luoghi ufficiali dove si sono tenuti neglu ultimi dieci anni incontri sui problemi della traduzione. Questa è la comunità a cui mi riferivo.

    Fédération Internationale des Traducteurs F.I.T.

    Congresso Annuale della Modern Language Association of America (sc. United States of America), Philadelphia

    Convegno dell’Associazione Italiana di Linguistca Applicata, Pisa

    Convegno sui Research Models in Translation Studies, University of Manchester Institute of Science and Technology, Manchester, G.B.

    Convegno dell’ESSE, Glasgow

    Convegno dell’Associazione Italiana di Anglistica, Ostuni di Bari.

    Convegno della Society for the History of English, Urbino

    Convegno dell’Unversità degli Studi di Roma “La Sapienza” sul Trattamento linguistico dell’informazione scientifica

    Convegno del British Council Teaching English Language in the Italian Universities

    Convegno Internazionale della Società di Linguistica Italiana

    Convegno dei GISCEL (Gruppi di Intervento e di Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica)

    Scuola Superiore di Lingue Moderne per Intrepreti e Traduttori dell’Univesità di Bologna (sede di Forlì),

    La NFF associazione scrittori e traduttori non fiction

    Il prestigioso premio Bastinaprisen vinto nel 2006 da Olav Angell
    e i seminari svolti a Oslo

    La F.I.T. Lit

    e infine il prestigioso Collegio Europeo dei Traduttori a Straelen

  14. 4 dicembre 2007 at 10:13

    Beh, questa non è la comunità letteraria, è sostanzialmente la comunità dei linguisti, capace finora di offrire solo studi e manuali, di scarsissima utilità per il traduttore letterario che fa un altro percorso, ma che naturalmente la comunità dei linguisti ritiene cruciale e insegna all’università.
    E’ una loro accademica illusione, molto più utili per chi vuole tradurre, soprattutto poesia, sono le riflessioni dei poeti e dei filosofi. neppure quelle insegnano a tradurre, ma almeno allargano il campo della riflessione.

  15. così&come
    4 dicembre 2007 at 11:04

    Io non so il tedesco forse perché non si può sapere tutto e di sicuro per colpevoli idiosincrasie familiari verso la lingua del popolo che ha deportato e non restituito, appunto, nemmeno un capello, di mio nonno Giorgio a Mauthausen e di zia Alice a Ravensbruck. Sono tremante nei suoi confronti come loro durante l’Appel fuori dalle baracche, che dovevano stare attenti non lasciarsi sfuggire nemmeno una sillaba del numero tatuato sull’avambraccio, altrimenti erano botte e peggio. I numeri in tedesco sono micidiali da ricordare. Sparano fuori consonanti come mitragliatrici. Leggo con il testo a fronte, ed orecchio la pronuncia attraverso i ripetuti ascolti musicali. Dolcezze soffiate fra suoni aspri. E solo con questi miei empirici discutibili, miseri, mezzi posso dire però che questa traduzione , nel raffronto, mi fila musicalmente bene. E quindi [continuo d’empirismo]: capelli su teste sono bellissimi cantati da poeti, lisci ed amati, su pettini, appiccicati sui lavandini, se ne trovi uno nella minestra assumono subito un che di schifoso e mortuario, sinistre reliquie, le stesso dei mucchi nei campi di concentramento rasati a zero dalle teste. E le pietre stanno sui tumuli dei giusti. E sopra tutto il vento che ci taglia e cuce le ombre.

  16. luminamenti
    4 dicembre 2007 at 14:13

    No, è una comunità letteraria pienamente! è costituito da gente che traduce libri di letteratura ( e li scrive pure). Non è una comunità di linguisti e in ogni caso i linguisti hanno e avrebbero pieno diritto a dire quello che ho già detto e che è scontato come per i biologi sapere che una cellula ha una membrana e un nucleo. La traduzione è tradimento. Sempre!

  17. luminamenti
    4 dicembre 2007 at 14:44

    Scrive Pontalis: “Tradurre è un’operazione che modifica, taglia, mutila e altresì aggiunge, inserisce, compensa, e che per sua natua altera il tessuto vivente. Un traduttore opera. Per quanto sappia e voglia: la “restitutio ad integrum” non è alla sua portata. Si dice che la qualità principale del chirurgo è, ad ogni istante, la decisione. Decidere, il traduttore non fa altro: la scelta delle parole, l’oridne delle parole, la strutturazione della frase, il ritmo, l’accento posto su tale congiunzione, tale aggettivo…Non confondere una traduzione “curata”, medicalmente pridente (primum non nocere) e una traduzione operata, l’unica a poter essere operante. ” Cos’è dunque tradurre? ” Emigrare, sì, questo è sicuro – conclude Pontalis – “ma emigrare nella “propria” lingua. Vivere di nuovo l’esilio in essa, rinunciare all’illusione, che ha potuto essere la nostra, di esserne i proprietari e padroni, di poterne disporre, come di un bene, a piacimento. Attraversare questa prova di apprendere una lingua che già conosciamo – la nostra – e, nello stesso movimento, lasciarsi spossessare di questo sapere, di questo uso, di questo tranquillo commercio. Tradurre (trasferire): più che cambiare lingua, cambiare la propria lingua e, in essa, ritrovare lo straniero del linguaggio. Emigrando, permettere in fin dei conti la migrazione delle parole. Tutte le lingue sono straniere. Tutte volano da un mondo all’altro” (Ancora una professione impossibile, nel volume Perdere di Vista).

    “Sulla traduzione disse il dicibile, assai poco, Benjamin. C’è un solo modo di creare una teorica nuova della traduzione, abbracciare la tesi così ovviamente falsa di Galvano della Volpe, sulla possibilità del tradurre. Ogni commento implica un tradurre, dal testo interiore a quello espresso e da questo all’esperienza interiore del destinatario. A questo tradurre quotidiano e incessante si può aggiungere l’alterazione o traduzione fra una lingua e altra lingua” (Zolla).

    P.S (La maggior parte) della comunità letteraria che precedentemente ho indicato non è abitata da accademici (pochissimi), ma da gente che traduce e che non sta in cattedra (ma è pacifico che anche i cattedratici di linguistica, semeiotica, letteratura, filosofia del linguaggio concordino almeno su questo tema. L’idea, il concetto di una traduzione fedele, è stato ormai abbandonato da tempo, perchè ritenuto impossibile. Ci sono solo buone e cattive traduzioni!)

    Cmq basterebbe chiedere a Olav Angell, che traduce da oltre 40anni libri dei più importanti autori di classici.

    Il traduttore è un autore a pieno titolo, sebbene questo per ovvie ragioni preoccupa!

  18. la funambola
    4 dicembre 2007 at 16:54

    “la traduzione è tradimento” lumina

    “E non c’è lutto senza desiderio e perdita dell’oggetto desiderato” alcor

    vi sarei grata se argomentaste

    io credo che noi stessi siamo per l'”altro” solo una traduzione, la fedeltà non può essere che un’ aspirazione, una chimera che si legittima solo nell’onestà di rioconoscere, riconoscerci questa impossibilità, questo limite.
    noi stessi siamo i traduttori di noi stessi, quanto fedeli non si sa, o meglio, la misura della tua fedeltà non la puoi trovare al di fuori di te.
    baci
    la fu

  19. 4 dicembre 2007 at 17:11

    Avevo postato un commento a Luminamenti, lungo, il cui succo era: ti fai abbagliare dalle sigle. E: questa non è una comunità letteraria, perché non basta tradurre letteratura per esserne competenti. E: questa mania dei traduttori di diventare visibili mi fa venire in mente la televisione, non so fare niente, ma voglio essere famoso, ergo, vado in televisione, non so creare niente, ma voglio essere famoso, magari di riflesso, ergo, faccio il traduttore.

    Hai ragione, funambula, era un po’ criptico, ma era solo una postilla, inutile, a Ricoeur, perché lo avevo solo invertito. In altre parole potrei dire, il traduttore mira alla traduzione assoluta, cioè perfettamente fedele. Poiché non è possibile, continua a tradurre, da qui la sua felicità, il lutto nasce dalla perdita di una cosa che si possedeva o si credeva di possedere, la traduzione assolutamente fedele, che come ho detto è impossibile.
    Come vedi senza questo anelito alla fedeltà, non c’è traduzione che valga la pena di essere fatta, né ragione per parlarne.

  20. 4 dicembre 2007 at 17:13

    Questo poi mi fa ridere:

    “Il traduttore è un autore a pieno titolo, sebbene questo per ovvie ragioni preoccupa!”

    Chi dovrebbe preoccuparsi proprio non so.

  21. luminamenti
    4 dicembre 2007 at 19:40

    Preoccupa chi deve pagare i traduttori (che è una categoria mal pagata, fintantoché la traduzione sarà considerata secondaria e non solo). I traduttori proprio non si può dire che siano una categoria visibile. E la gente che frequenta i convegni che avevo indicato ha tutte le carte in regola in quanto a competenza letteraria. Stiamo parlano di gente abituata a leggere letteratura. Parlavo per esperienza, non attraverso mediazioni.

  22. 4 dicembre 2007 at 20:35

    Lo riposto, NI oggi non mi vuole.

    Se la traduzione di un testo che avrà mille lettori (e molti ottimi testi non ne hanno di più) e conta per esempio 300 pagine venisse pagata 30 euro a cartella, e sono d’accordo che sarebbe giusto, nel caso che la traduzione fosse eccellente, costerebbe 9000 euro.
    E non sarebbe l’unico costo.
    Non pensi che il risultato sarebbe quello di ridurre il numero delle traduzioni dei testi difficili e poco venduti a vantaggio di libri di minor valore e più popolari?
    Cosa propongono le associazioni dei traduttori?
    Perché io non credo che siano disposte a combattere per tariffe differenziate.

  23. Pensieri Oziosi
    4 dicembre 2007 at 20:38

    Sono d’accordo con Luminamenti, la gente che frequenta i convegni indicati ha tutte le carte in regola. Vediamo infatti che cosa dicono:

    Certain dichotomies […] and myths (the theoretical impossibility of truly satisfactory translations, translation as a necessary evil, translation as betrayal, etc.) seem to have straightjacketed any real academic progress towards gaining further insight into the nature of translation — Patrick Zabalbeascoa, Università Pompeu Fabra di Barcellona.

    And one can never mention the word “translation” without some wit bringing up – as though for the first time – that tedious Italian pun traduttore traditore. Luckily, the Italian-American philosopher Arthur Danto has recently and I hope definitively laid it forever to rest [1] — Eliot Weinberger, scrittore e traduttore (tra gli altri di Octavio Paz).

    [1] Arthur Danto, “Translation and Betrayal”, Res: Anthropology and Aesthetics, 32, Autumn 1997, Harvard University Press.

    Amongst those whose research has been inspired by the sociology of translation, the Italian dictum traduttore/traditore is nowadays trite — Paolo Quattrone, Università di Oxford.

    Daß der Übersetzer ein Verräter sei – darauf sind die Italiener vielleicht nur deshalb gekommen, weil dieser Gedanke in ihrer Sprache so hübsch klingt. — Reinhard Kaiser, scrittore e traduttore.

    La traduzione è tradimento. Sempre! — Luminamenti

  24. sparz
    4 dicembre 2007 at 22:07

    mah, comincerei a pensare un po’ sterile questa polemica sul gioco di parole che viene così bene in italiano, e a interrogarmi di più sul significato e sulla pratica del tradurre. Credo che ogni traduttore abbia due spinte da seguire, che, come spesso accade, non sono convergenti. La prima è quella di rendere al meglio in una differente lingua il significato, il significato nella lingua di partenza, e l’altra è certamente quella di mettere qualcosa di sé, in modo più o meno palese o conscio, nel prodotto tradotto. Complice il fatto che ci sono le cose ‘intraducibili’ se si vogliono mantenendo connotazione e denotazione, questo è il problema. Che nel caso della poesia è ingigantito dalle faccende di ritmo, di melodia, di cantabilità del testo. In questa traduzione, tra l’altro, ho puntato molto nella direzione della fedeltà letterale e del ritmo, pagando qualche prezzo al lessico (non proprio ottocentesco, come dice Alcor, ma certo non spiccio e contemporaneo). Se vogliamo dire che tradire è questo non riuscire a riprodurre tutti i lati di una poesia nell’altra lingua, forse va anche bene, uscendo però dalla sola alternativa tradire/non tradire, che ormai non dice più nulla.

  25. 4 dicembre 2007 at 22:24

    @Sparz

    NI non mi prende i commenti e hompostato delle citazioni che forse ti interessano da me.
    E vediamo se questo passa.

  26. 4 dicembre 2007 at 22:30

    No, qui mi ha preso, e invece lì non vedo il post.
    Pazienza e buona notte.

  27. 4 dicembre 2007 at 22:41

    mi piace quasi di più la tua traduzione che l’originale.

    Grazie :)

  28. 4 dicembre 2007 at 22:45

    @ caracaterina, la tua traduzione è più giusta se nel originale “schöne” e scritto “Schöne”.

    dunque Antonio per conto mio ha colto meglio :)

  29. luminamenti
    5 dicembre 2007 at 08:29

    Cero Alcor, il problema gestionale ed economico che poni c’è. Rimane il fatto che un bravo traduttore è a tutti gli effetti un autore! E ogni traduzione è tradimento. Sempre! Questo è un dato incontrovertibile di tutta la comunità letteraria!, come dice lo stesso Olev Angell

  30. luminamenti
    5 dicembre 2007 at 08:54

    Riporto tre link con tre diverse sfumature sulla traduzione. Il primo link riporta una serie di autori che sono tra i maggiori che hanno innovato l’idea della traduzione.

    http://www.ledonline.it/ledonline/multilinguismo-interculturalita/Multiculturalismo-Scelfo.pdf

    e http://www.genesi.org/pdf/Intervista_a_M.Cucchi.pdf

    e http://www.librialice.it/news/primo/diano_francesca.htm

    http://www.osservatorioletterario.net/tradurre-tradire57-58.pdf

    http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D66&cmd=v&id=2134

    Tradurre-tradire

    E’ stato soprattutto Paul Ricoeur a collocare la traduzione tra “un desiderio di fedeltà” e “un sospetto di tradimento”, proponendo “l’alternativa fedeltà versus tradimento” e la sua possibile dissoluzione nell’alternativa “traducibile versus intraducibile” (Ricoeur, 2001). Effettivamente la traduzione implica sempre una sorta di aggressione del testo che va di pari passo con la sua comprensione: “un atto di incursione e di estrazione: la comprensione dell’altro come atto intimamente violento” sino a “l’incorporazione dell’altro nel nostro mondo linguistico e culturale”
    (Jervolino, 2001).
    I segni della violenza della traduzione risultano particolarmente evidenti nelle letture di Buñuel dei testi galdosiani, sebbene a rigore anche la problematica del tradimento risulti difforme nel caso delle traduzioni interlinguistiche rispetto alle intersemiotiche (Jakobson, 1966), tra cui evidentemente vanno ascritte le versione cinematografiche di un testo letterario. A tal proposito c’è una significativa sfumatura di accenti tra la posizione dell’ermeneutica che, sulla base di una sostanziale identità tra il comprendere, l’interpretare e il tradurre, tende a cogliere l’elemento unificante dei diversi tipi di traduzione, e quella linguistica-semiologica che più facilmente sottolinea la diversità tra gli stessi. Così ad esempio Umberto Eco (2003) si mostra scettico circa l’opportunità di definire “traduzione” la variante intersemiotica preferendo piuttosto chiamarla trasmutazione o adattamento. Del resto lo stesso Ricoeur nel riflettere a proposito della traduzione interlinguistica, applicata a due lingue completamente differenti tra loro, parla, citando Detiennes dello “choc dell’incomparabile”. Essa diviene così una sorta di costruzione dei comparabili. In questo modo i testi incommensurabili “sono stati resi commensurabili ad opera della traduzione-costruzione” (Ricoeur, 2003).
    La Tristana e Il Nazarín buñueliani paiono particolarmente atti a mostrare come il tradimento anche violento del testo letterario, talora sotteso da una compiaciuta adesione di superficie alla trama narrativa, si dissolva tuttavia esso stesso nell’aspetto “costruttivo”, in quella che sempre Ricoeur chiama “una equivalenza senza identità”. Se dunque le figure di Nazarín o della Tristana di Galdós sono così radicalmente sconvolte in Buñuel attraverso un’opera di cinica decostruzione e ricostruzione, non di meno permane un filo segreto che unisce le une alle altre. Insomma, la vistosità del tradimento cela un’attestazione di fedeltà, che si traduce soprattutto in un’adesione e un’amplificazione della vocazione surrealista di Benito Pérez Galdós.
    Se infatti, come qui si è cercato di fare, è possibile cogliere al di là delle similitudini di superficie, una più consistente differenza ed esplicitarne il senso(7), occorrerà anche osservare come, soprattutto su di un piano formale, sia difficile parlare della differenza tra Buñuel e Galdós senza che questa non si converta a sua volta, di nuovo, proprio nel suo contrario: in una poi non troppo latente affinità che testimonia un rapporto a “scatole cinesi” tra i due autori: la somiglianza contiene la differenza e questa a sua volta maschera una nuova somiglianza.
    Tale identità, che sottende la differenza, si potrà rinvenire soprattutto nella dimensione perturbante dell’effetto surreale. Etimologicamente, “Unheimliche” rinvia al familiare (“focolare”), al terrificante e, per terzo, al segreto, come ipotetico anello di congiunzione tra i due. Il perturbante nasce insomma dall’iscrizione del terribile nella dimensione della quotidianità, e provoca di conseguenza, come suggerisce Franco Rella (1981), un effetto di “spaesamento”. In tal senso, sia il latente surrealismo di Galdós che quello palese di Buñuel sono giocati sul perturbante: vale a dire sull’inserzione del meraviglioso all’interno di una narrazione e di un linguaggio realista. A ciò si perviene, nella narrazione del primo, attraverso la caratterizzazione minuziosamente verista, ma insieme grottesca ed esasperata di alcuni personaggi, mentre nel cinema del secondo grazie al frequente uso del piano lungo, di una tecnica di montaggio abbastanza tradizionale, di lunghezze focali medie. Tutto ciò vien quasi a contrassegnare un predominio dell’ovvio, da cui improvvisamente emerge senza soluzione di continuità l’Unheimliche, nella forma del paradosso, del sogno, della sovversione tecnica (grandangoli, sfocature, inquadrature inconsuete dal basso o dall’alto), della incertezza e contraddittorietà del senso, che raggiungono il loro acme nella scena finale di Nazarín, cadenzata dal suono dei tamburi di Calanda.

    Ricoeur P. : La traduzione. Una sfida etica, Morcelliana, Brescia, 2001

    Ricoeur P.: L’intraducibile, Studium, 5, 2003

  31. 5 dicembre 2007 at 12:07

    Questo è il mio ultimo commento, innanzitutto perché Sparz non è contento di questa nostra discussione, e non vedo perché contrastarlo.

    Poi perché, scusami, ma io dico sempre chiaro quello che penso, questo discorso che tu fai, queste citazioni che tu fai, di testi tra l’altro che anch’io possiedo e ho varie volte letto, non è “intelligente” del problema, come se non ti appartenesse, come se tu in realtà su queste cose non avessi mai riflettuto e ti limitassi a riportare discorsi altrui, orecchiati. E questo è poco interessante per me, che sulla teoria della traduzione ho una discreta bibliografia e posso risalire alle fonti. Diverso sarebbe se tu potessi offrimi una convinzione e il frutto di una pratica tua. Allora sì sarei interessata.

    Intanto allargare il discorso alla traducibilità del mondo può essere divertente e anche affascinante, ma porta il discorso molto lontano dalla traduzione letteraria, e addirittura poetica.
    Poi non è Ricoeur a porre per primo il problema della fedeltà, ma il romanticismo tedesco e in particolare Humboldt, in una fase storica molto ricca di riflessioni sulla lingua.

    Questa sensazione di non conoscenza dei problemi se non marginale e addirittura per sentito dire l’ho avuta anche quando hai snocciolato quella lista di convegni e addirittura di una banale scuola di interpreti e traduttori che chissà perché tu consideri un’eccellenza.

    Particolarmente fastidiosa la citazione dell’Unheimlich. Ti faccio notare tra l’altro che un-heimlich non rinvia a focolare, solo heimlich lo fa, e specificamente Heim, a casa, heimisch, a patrio, nativo, e quindi familiare. Non occorre sapere il tedesco, basta leggere Freud, invece di citare Rella. Freud a questa parola dedica ben sei pagine.
    E nel contesto che tutti sanno. E per raggiungere l’obiettivo che tutti sanno. (Tutti quelli che se ne sono occupati, ovviamente, io ci ho scritto mezza della mia tesi di laurea) E lo spaesamento di Rella è un’estensione o anche solo una sinonimia di quel pensiero.

    Troppa letteratura secondaria, davvero troppa, e troppi elenchi e citazioni fuori fuoco perché sia interessante.

    Adieu

  32. sparz
    5 dicembre 2007 at 13:25

    ma per favore, Alcor, non è che io ‘non sia contento’ della discussione, figuriamoci, cercavo solo di riportarla a termini di pratica del tradurre, più comprensibili per tutti i frequentatori di NI.

  33. luminamenti
    5 dicembre 2007 at 13:41

    Come ho detto, la traduzione è sempre tradimento. Persino quando traduci (interpreti), ricavi percezioni (rappresentazioni) dal mio discorso (nella stessa lingua) che non corrispondono alle mie. Sei tu stessa – indirettamente – che argomenti in tal senso, il tradimento. La mappa non è il territorio In quanto al problema, mi appartiene a pieno titolo. E le orecchie ce l’ho per ascoltare anche i discorsi altrui. Non soffro di problemi di digestione e insofferenza, né mi preoccupo se qualcuno capisca o no o come percepisca. Dialogo sì, conversazioni, ma mi esprimo a modo mio. Humboldt l’ho insegno da tanti anni e non è come dici tu esattamente.

  34. alessandro ghignoli
    5 dicembre 2007 at 15:51

    la posizione del “traduttore, traditore” è di stampo neoidealista e anche un po’ crociano. vediamo: cosa significa tradire? tradire è venire meno a un accordo preso, ingannare. quando sto traducendo non sto ingannando nessuno. e già basterebbe per tagliare il discorso sul “tradimento”, io quando traduco non tradisco. il traduttore “è” uno scrittore e crea una opera che di per sé è originale. L.O.1 si passa a una L.O.2. sia chiaro si può non essere d’accordo. ma l’unica cosa sicura sulla traduzione è che non è normativa.

    un abbraccio

  35. luminamenti
    5 dicembre 2007 at 16:45

    Ogni atto, ogni moss di signficato (il regno semiotico) implica la traduzione. La forma può essere orale o grafica o simbolica; può trattarsi di un segnale metaforico o di una disquisizione metafisica. Il ricevente “traduce”, deve tradurre, ciò che ascolta, legge o percepisce. Questo avviene sopratutto all’interno della propria lingua. La traduzione è innanzitutto intralinguistica, serve a decifrare messaggi fra locutori e scrittori di una stessa comunità. Ogni essere umano si esprime in un idioletto: vale a dire un linguaggio, una parlata che gli rimane propria in alcuni aspetti lessicali, grammaticali e semantici. Per ognuno di noi, ci sono dei raggruppamenti sonori, della parole e delle espressioni particolari inseriti nella nostra coscienza o che si ramificano, per così dire, nel subconscio, le cui forme significative e la cui carica specifica sono profondamente nostre. La traduzione interlinguistica, replica semplicemente con più visibilità e intenzionalità il modello del trasferimento all’interno di qualsiasi singola lingua. I suoi requisiti e le sue impossibilità – allo stato assoluto e ideale – sono precisamente gli stessi che percepiamo, in modo meno consapevole e acuto, quando cerchiamo di esprimere e di scambiare affermazioni significanti tramite il discorso quotidiano nella nostra lingua madre. Come amava ripetere I.A. Richards, un atto di traduzione dal cinese all’inglese moderno è forse il processo più complesso noto su questo pianeta. Nessuna traduzione, al di sopra del livello della tautologia monosillabica o tecnica, è mai perfetta. Questo vale anche per locutori della stessa lingua. Alcuni poeti, romanzieri, metafisici, con determinazioni più o meno sincera, hanno condannato la traduzione (Nabokov). In molte culture religiose, la trasposizione dei testi sacri e rituali in qualsiasi altra lingua, è vietata. La traduzione non è soltanto una falsificazione: ruba all’originale la sua forza magica, segreta. Resta il fatto che della traduzione abbiamo bisogno, pena il mutismo. Come fa, diceva il mio professore, la corteccia del poliglotta nato o di colui che lo è diventato in seguito a discriminare, a separare le varie lingue? Le sovrapposizioni, gli effetti d’interferenza, le confusioni mostrano che questa discriminazione non è tenuta a stagna. Per questo e altri motivi, credo che parlare di teorie della traduzione sia un arrogante abuso linguistico. Il prestigio della teoria dell’ambiente attuale degli studi universitari umanistici deriva da un tentativo quasi pietoso di scimmiottare il successo e la nomea delle scienze pure e applicate. Dobbiamo invece esaminare le descrizioni, purtroppo rare e non sistematiche, che i traduttori hanno lasciato del loro artigianato. Dalla Roma antica fino ad oggni una mezza dozzina di pensatori che si sono occupati del linguaggio e della traduzione hanno dato dei suggerimenti fecondi. Abbiamo inoltre la massa delle traduzioni stesse: il novanta per cento circa è scorretto o di una banalità priva di interesse, ma ci sono anche miracoli improbabili. Il moto spirituale (secondo l’espressione di Dante) è quadruplo. Davanti al testo presupponiamo che esso sia dotato di significato, per quanto possa essere fuggevole ed ermetico. Di regola facciamo questa ipotesi senza riflettere. Postuliamo che il testo da tradurre non è un non-senso. In realtà questo presupposto è audace e pieno di cosneguenze epistemologiche. Si fonda sulla convinzione che i segni semantici abbiano un contenuto, che fra il linguaggio e il mondo esista una corrispondenza significante (senza buchi neri). Dopo il momento assiomatico di fiducia ontologica, viene l’aggressione. Il traduttore invade l’originale. Lo decompone in elementi lessicali e grammaticali. Questo sezionamento implica pericoli evidenti. Tante traduzioni ammazzano letteralment eil testo. Imperativamente, inevitabilmente, il traduttore recide i legamenti, che in ogni testo serio, permettono alla forma e al contenuto di generarsi l’un l’altro e di fonsersi totalmente. Questo scioglimento è spesso fatale. Paradossalmente ci possono essere distruzioni e tradimenti da sopra.
    Benché la maggior parte delle traduzioni sia inferiore al testo fonte, esistono anche quelle che lo sorpassano: traduzioni la cui forza autonoma fa ombra all’io più umile dell’originale. La musica eccelsa della Umdichtung di Rilke cancella quasi il tepore casalingo e il tono personale dei sonetti di Louise Labé. Quando Ortega y Gasset parla della tristezza della traduzione, allude sopratutto a un asservimento che finisce nell’inadeguatezza o nel fallimento vero e proprio – ma esiste anche una tristitia che proviene di un possesso troppo violento e trasformatore.
    C’è poi il trasporto del senso catturato nella lingua del traduttore. Le traduzioni bibliche di Tyndale e di Lutero ri-creano la prima l’inglese, la seconda il tedesco; attraverso di esse le due lingue acquisiscono la loro indole moderna. La presenza importata è così determinante da modificare profondamente la lingua e la sensibilità del paese d’arrivo per farle posto e incorporarla. Le versioni di Shakeaspeare hanno cambiato i lineamenti, i mezzi della fantasia e della dizione in tedesco e in russo.
    Walter Benjamin descrive un traduttore così posseduto dalla metamorfosi (era ad Holderlin che pensava) che le porte della propria lingua si richiudono alle sue spalle. Certi traduttori eminenti hanno parlato di una terra di nessuno.
    Infine, il commercio della traduzione deve offrire una riparazione pe rl’invasione. Da un lato lo fa offrendo all’originale una nuova risonanza, una vita più lunga, un pubblico più vasto. La traduzione è l’ossigeno delle comunità linguistiche ristrette e delle tradizioni trascurate. Tuttavia la questione è più sottile. Inevitabilmente persino il migliore traduttore sarà anche un traditore, come afferma il vecchio gioco di parole. Avrà impoverito oppure gonfiato; avrà scelto opzioni limitative. Il compenso offerto da un atto di traduzione veramente ispirato – e sono rari – è qualcosa di nuovo che era già lì. Quando Valery traduce Virgilio, quando Leyris traduce Hopkins, quando Celan restituisc ein tedesco Valery o Ungaretti, i testi in latino, francese o italiano si ritrovano percepibilmente arricchiti, più compiuti di prima.

  36. 6 dicembre 2007 at 18:49

    E quel bello del restituire qui, il bello, chi lo ringrazia?
    Ma noi, devoti e ignoti ogni volta di questa “beltà”

    MPia Quintavalla

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