A gamba tesa (appena appena)

12 dicembre 2007
Pubblicato da

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Veduta di Gambatesa, dal sito http://www.gambatesa.com/lago.htm
di
Francesco Forlani
Prima parte

Toute la vie des sociétés dans lesquelles règnent
les conditions modernes de production s’annonce
comme une immense accumulation de spectacles.
Tout ce qui était directement vécu s’est éloigné
dans une representation

Tutta la vita delle società in cui regnano le condizioni
moderne della produzione si annuncia come
un immenso accumulo di spettacoli. Tutto
quello che era vissuto direttamente si è
allontanato in una rappresentazione

Guy Debord.da La societé du spectacle

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La parola banca è una parola sinistra. In inglese quasi onomatopeica, bank bang. Un banco di nebbia visto dall’alto ha un altro sapore. Perché durante tutta la risalita verso la quota di volo, ti appaiono pezzi di città, villaggi, ora un campanile, una masserizia, un campo. Vedi solo cose, tra loro non collegate. Eppure esistono strade, vie, cammini, sentieri che le uniscono, le une alle altre. Ma non le vedi. E sai che esistono. Così le sequenze che vi propongo.

Brassens
canta: mourrons pour des idées d’accord mais de mort lente.
Morire per delle idee, ai nostri giorni ? Al massimo si muore di idee, e nemmeno brillanti. Con delle idee, tante idee, si perdono mille occasioni di lavoro. Alle idee non ci credono più nemmeno i banchieri, figurarsi un direttore delle risorse umane. Non si accendono mutui per un idea, al massimo per una casa, ma non sempre.E tutti dicono che mancano le idee. Certo, ma non le tue. Suvvia, siamo idealisti!

Quando il giovane mercenario, gridò “adesso vi faccio vedere come muore un italiano”, invece di grattarsi le palle, gli italiani si sentirono pulsare il cuore in petto. In qualche modo lui rimetteva sul tavolo le carte di una partita, quella dell’eroe, che credevamo perduta. D’accord, non si può morire per un idea, ma almeno nel come morire una chance per diventare eroe mi è ancora data! Il giovane mercenario infatti non ci aveva detto, come il partigiano al palo davanti al plotone d’esecuzione, “per la libertà!” (muoio per la libertà,ndr). Né tanto meno poteva urlare “muoio per i soldi”. Morti sul lavoro. Ci sono morti sul lavoro molto diverse tra loro, come i lavori. Che senso ha avere soldi se si muore? Il nostro ha semplicemente e con una grande forza d’animo, coraggio, assunto l’inevitabile destino in cui si era imprudentemente imbattuto. Insomma, cazzi suoi, ha scritto qualcuno. No, no, cazzi nostri ,hanno ribattuto quegli altri. E infatti lo Stato e la Stampa erano in fila davanti alla camera mortuaria.

Qualche giorno fa il nostro ministro della giustizia ha “attaccato” una fiction sulla vita di Totò Riina, perché nei ragazzi poteva suscitare un sentimento di ammirazione. Mentre noi figli del baby boom si era estasiati davanti al bandito pirata, Sandokan, nessun ministro s’era sognato di bloccare quella subdola apologia di reato. Craxi si firmava addirittura con il nome Ghino di Tacco, bandito,gentiluomo certo, ma anche sanguinario del XIII secolo. Mastella, come ogni meridionale, nelle calde notti d’estate avrà pure cantato una volta “omme se nasce brigante se more!” Appunto, morire da briganti.

Come dimenticare allora il capitolo/la scena descritta da Sciascia nel giorno della civetta , dell’incontro tra il giovane capitano dei carabinieri Bellodi e il capo mafioso, Mariano Arena, con l’attestato di “dignità” che il mafioso consegna al militare, come un diploma alla faccia di ” mezzi uomini, ominicchi, piglainculo e quacquaracqua…”. Quanti ministri si affretterebbero a eliminarla, oggi? Tanto più che in quel film i politici fanno proprio la figura dei pirla. E noi che conosciamo a memoria le parole del mafioso e non quelle del giovane capitano? Colluso Sciascia, collusi noi? Da che lato, prospettiva si può scrivere, bene, del male.

Ma un Totò Riina, o l’altro Sandokan, e parlo del camorrista Schiavone – nomen omen/ nel nome un destino – che affascinano i giovani per il loro essersi messi in gioco, aver rischiato la vita o il carcere a vita, davanti a una platea di studenti cosa offro come contro esempio? Mastella?
Decisamente meglio uno scrittore indignato. Ecco, questa sì che è una grande idea. A Scampia, quando sui giornali le gesta dei camorristi prendono troppa importanza, d’ufficio i presidi chiameranno “l’intellettuale che si indigna” a fare un numero di circo in ogni aula. Tanto se pagano, ma anche se non pagano, un degno intellettuale che si indigna, lo trovano sicuramente !O forse una Vanna Marchi che rappresenta a mio parere l’icona dell’eterno inculato ritorno alla base degli italici cicli e riciclaggi?

Allora?

Si può morire per un libro? In Italia si può morire al massimo dalla voglia di pubblicarne uno. Dico voglia di pubblicare e non di scrivere perché se per quest’ultima niente e nessuno potrà impedirti dal farlo, per la prima niente e nessuno saranno obbligati a farlo. Ed è tanto più scandaloso e insopportabile che in Italia si possa morire per un libro quando tutti sanno che nulla in Italia è più innocuo di un libro. Altrimenti l’intero paese sarebbe dovuto sprofondare sotto le picconate delle caste penne dei nuovi specialisti in caste. Ecco a voi la casta dei giornalisti! E giù con gli applausi. La casta dei politici! Dei medici! Sul finire degli anni 40, Pasquale Prunas dalle pagine della rivista Sud, tuonava, Cultura non è casta!

Un libro in Italia non fa male nemmeno se ve lo tirano in testa, visto il tipo di carta e formato generalmente proposto dai nostri editori. Questo accade nelle società avanzate d’occidente ma non in quelle arcaiche, dove la parola ha un peso. Camorristi e integralisti islamici, in tal senso, ragionano con la stessa testa di cazzo. Infatti nell’affaire Gomorra la testa mica la rischiano i manager della Mondatori, la testa ma soprattutto la libertà di pensare e di muoversi è Roberto ad averla messa sul tavolo. Con le dichiarazioni fatte nella piazza di Casal di Principe. Nelle culture avanzate d’occidente nella battaglia ci vanno gli avvocati. Ti denuncio, gridano, mica t’ammazzo! perfino l’amore si trascrive sulla carta bollata.

A Napoli si può morire per una macchina parcheggiata male, ovvero per l’alterco nato con colui che voleva parcheggiarla al posto tuo. Per un cornuto di troppo. Non si muore per un’idea ma per un parcheggio. E non dimentichiamoci che la grande industria del contrabbando quando si trattò di “convertirsi”, in altro, la prima cosa che fece fu quella di presidiare i parcheggi. Ma quando muore un libro? Quando si riduce a prodotto. Ovvero quando il suo valore economico, codice a barre, e il suo valore letterario, coincidono.

A Roma
si festeggiano i libri con la fiera della piccola e media editoria.
In francese marché, mercato, e marcher, marciare, camminare, vanno a braccetto. E così a Roma, libri e magliette, libri e dischi e in qualche caso, pochi in verità, libri e autori. Rispetto al Salon du livre di Parigi o di alla fiera di Torino, qui gli spazi sono compressi. La sensazione è di essere in un corridoio su cui si aprono sgabuzzini e ripostigli. Manca l’aria ma non proposte interessanti e belle facce. Incontro persone che amo da sempre, e non so perché ho voglia di dirglielo. C’era una sala dedicata ai blog. Sono entrato per capire di cosa si trattasse. – Ma tu ce l’hai lo splinder? Mi sono guardato nelle tasche e ho detto no. Però faccio parte della redazione del blog letterario più letto d’Italia– ho aggiunto. Alla parola letto ho pensato tra me e me – che sborone- e su Italia sono uscito che mi scappava da ridere.
In una Hall del Palazzo dei Congressi, c’era il caffè letterario coordinato da Sinibaldi, http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/,che va detto, fa un lavoro della madonna per i libri come solo la radio poteva permetterselo.

Quando passo da quelle parti l’indiano Christian Raimo (augh!) sta presentando un libro da lui curato per Minimum Fax, il corpo e il sangue d’Italia. Me ne faccio dare una copia alla fine. Incontro Antonio Pascale, compagno di strada negli anni ottanta, subito dopo e nel viaggio di ritorno leggo il suo saggio.

Del libro
voglio solo dire che gli autori sono tutti o quasi, meridionali, e quando non lo sono, credo uno, trattano comunque di meridione. Ergo, se il titolo recita Corpo e sangue d’Italia, cosa succede nel resto del paese?
Il libro vuole essere una risposta, meglio, nove risposte – mi va di includere l’introduzione che è tra le cose migliori- alla dislessia imperante nel nostro paese dove l’esperienza non si fa leggere. Eppure le cose – rosse o meno – e l’esperienza che si ha di esse non mancano? Ci manca la lingua per descriverla, dice Antonio Pascale all’incontro; Wu ming avrebbe detto lo stile. Antonio Pascale ha intitolato proprio così il suo saggio, il responsabile dello stile.

La prima citazione, un clin d’œil/ un occhiolino, un cenno, è per Abraham B. Yeshoshua, il cui romanzo, il responsabile delle risorse umane, suggerisce sicuramente una o più piste per uscire dall’impasse.
Abraham B. Yeshoshua nel romanzo in questione tratta della pietas come di un incidente di percorso. Il responsabile delle risorse umane infatti parte alla ricerca dei parenti di una vittima d’attentato a Geusalemme e donna delle pulizie nella ditta dove lavora per una questione da PR, si direbbe ora. Il proprietario della società deve infatti replicare con un bel gesto all’accusa mossa da un giornalista a caccia di scoop che denuncia l’indifferenza dello stesso presso i propri dipendenti. Indifferenza testimoniata dal fatto che al lavoro nessuno avesse “notato” l’assenza della donna né, fatto ancor più grave, identificato la vittima, emigrata russa a Gerusalemme straordinariamente sola, come una propria impiegata.

Antonio Pascale si appropria del titolo e di un elemento formale del romanzo, la doppia voce, con testo normale e in corsivo ad agire quasi in contro canto. Solo che mentre nel romanzo il corsivo è la testimonianza, descrittiva oggettiva della storia che il protagonista deve ricostruire, in Pascale, la doppia “scrittura tipografica” credo che abbia soltanto una funzione di ritmo. Cioè non di stile.

Seppure animato da una giusta tensione, come saggio, quello di Antonio Pascale, sull’insostenibilità del male, in un momento in cui tutti vorrebbero farci credere all’esistenza di un male sostenibile- qualche tempo fa un ministro aveva parlato di mafia sostenibile mentre una fine letterata napoletana coniava il termine soft camorra – ci sono diversi punti in cui non solo ho sentito insufficienti gli argomenti ma dove ho provato una sorta di rammarico rispetto ad una prova letteraria che avrebbe potuto veramente segnare un percorso importante e che restava, a mio parere, al palo di questioni molto più che secondarie e secondo me nemmeno necessarie all’economia dello scritto.

Brillanti per quanto démodé mi sono parse le sue incursioni cinematografiche, ovvero l’applicazione di alcune tecniche di visione e di grammatica della cinepresa – acuta la riflessione sulla carrellata che poi ricorderete si diceva, impropriamente tradotta in televisione con lo zapping – nella realtà, essenzialmente dipanata sugli ultimi tre decenni. Tra le fonti citate, les cahiers du Cinéma, con Serge Daney, fondatore della rivista, in testa . A tal proposito ho un unico appunto da fare. Come mai utilizzare un armamentario teorico degli anni sessanta per spiegare gli anni ottanta e novanta? E se proprio bisognava attingere a quegli anni perché indugiare su Daney e non rileggere Deleuze – Guattari, o lo stesso Guy Debord per certi versi più vecchio ma anche più attuale con la sua societé du spectacle?

Strutturato come un breve trattato di antropologia urbana ed immaginaria, il responsabile dello stile si veste di riletture dei miti e delle icone degli ultimi trent’anni con carrellate e primi piani sul Live Aid, di un non ancora famoso Bono degli U2, Ufo Robot o sui film a luci rosse delle televisioni private, arricchito dalle descrizioni che si facevano in tempo reale negli stessi anni come quella particolarmente azzeccata, del semplice battito d’ali d’una farfalla che provoca un tornado in un’altra parte del mondo, descrizione come voi ricorderete usata anche per la pubblicità di una banca. Bank Bang.

Un micro saggio coraggioso almeno per un motivo. Da una decina d’anni a questa parte ci dicono- e ci hanno fatto due palle così- che non c’è più esperienza. O meglio, che esiste l’esperienza, le esperienze di amare, soffrire, morire, ma siccome la nostra civiltà occidentale ha perso “gli strumenti” che aveva per decodificarle e soprattutto trasmetterle, è come se ci scivolassero addosso, è come se ci fosse una pellicola tra noi e il paesaggio. Come se all’insaputa di tutti l’artista Christo ci avesse impacchettato, incellophanato il mondo.

Antonio Pascale almeno tenta una personale anche se non condivisibile cosmoagonia per capire non solo quando tutto questo è cominciato ma soprattutto quale antivirus potremo usare per distinguere una voce che ci proviene dal mondo reale da uno spam prodotto dalla società dello spettacolo. E lo fa con un viaggio che al contrario di quello vissuto dal personaggio raccontato da Abraham B. Yeshoshua, e che si conclude con la riappropriazione del corpo seppure esploso, della vittima, in una nuova pietas, assiste sempre più indifferente all’esproprio del proprio corpo indotto dalla società attuale. Del resto il finale del saggio con la nota nostalgica dedicata ai cinema a luci rosse dei lontanissimi settanta/ottanta, è poco riuscito.

Un saggio scritto di panza, coraggioso, tranne in alcuni momenti in cui ho sentito come una sorta di “calcolo” di par condicio, di obbligo di citazione. Di tattica editorial-letteraria come quando attribuisce un po’ ciappa qua butta là a La Capria il merito di aver “rotto l’unità tradizionale del romanzo meridionale. Paternalistico e accademico e inventato un romanzo polifonico che rompe e critica il vecchio schema, responsabile anch’esso delle brutture del Sud”.(nel testo). E mi chiedo se lo pensa veramente.

Come
pure non abbastanza argomentato mi è sembrato l’attacco a Moresco. Definito molto ingiustamente “orgoglioso teorico di una letteratura personale, al limite del solipsismo”. E i canti del caos? tra le più belle descrizioni dei corpi appesi nella macelleria contemporanea ben raccontata dallo stesso Pascale quando analizza la porno provincia?
Il racconto “incriminato, è “i maiali”, che non più tardi di questa estate Massimo Rizzante, che credo si possa considerare tra i pochi critici letterari degni di definirsi tali, in Italia, mi diceva essere tra le cose più belle scritte in Italia.
Pascale accusa invece Moresco “di appropriarsi delle ultime ore di un bambino in pericolo, Alfredino Rampi, incarnando attraverso il personaggio/io narrante, una scelta “fantastica” ovvero di non farsi salvare, e guardare in faccia i milioni di voyeurs, i porci, della diretta televisiva “ per portare avanti una propria battaglia”. Lo accusa cioè di cannibalizzare la realtà a discapito della sua esecuzione nella verità, morte accidentale del piccolo, per “inventarsi” una prospettiva. ma soprattutto di non mettersi dalla parte dei maiali. Maiale che è quasi la parola Male, detta da un balbuziente.

Pascale si comporta con Moresco come come molti intellettuali e scrittori napoletani, con il Malaparte della Pelle, (capolavoro della letteratura mondiale , un libro meridionale, pubblicato quasi vent’anni prima di ferito a morte) in un j’accuse essenzialmente costruito su un moralismo letterario – oggi si direbbe poetically correct- che rimprovera alla letteratura di creare la realtà dal male, una realtà insostenibile,(il male non bagna Napoli, per carità di Dio) ipocritamente dimenticando che la realtà c’è, c’era già, e a prescindere, dalla letteratura. Quasi sempre contro.

In altri termini ho come la sensazione che Antonio Pascale sovrapponga giornalismo e letteratura in nome di un’ istanza etica, di uno stile, per una ricerca della verità che non ammette mezze misure. O è vero o è falso. E se una narrazione non è completamente vera, assolutamente vera, non è etica, ovvero senza stile. E confonde, mi sembra, personaggi letterari, esistenze in potenza, e per questo verosimili, con i personaggi della cronaca, esistenze in atto.Quasi sempre rappresentazioni. Similvere.

La successione delle molte citazioni- manca il tuo amato Cioran – rompe il reso(rac)conto e come certe compile di canzoni anni ottanta, rischia di non reggere al secondo ascolto. In copertina è scritto otto inchieste, nove con quella di Christian , ma la tua, Antonio, non è una inchiesta. Infatti sei il solo degli otto, dei nove, non giornalista – curiosità, dalle schede biobibliografiche degli autori si scopre che quasi tutti scrivono o hanno scritto per il Manifesto. La tua è una richiesta, e la cosa rende nobile il tuo saggio. Del resto va ricordato che Il corpo e il sangue d’Italia è un libro nobile. Tu chiedi di sapere dove si andrà a parare. Ovvero come dare un senso all’anima moderna che è in noi. Un’anima moderna che è innanzitutto corpo. Essere corpo, scrive del resto Piero Sorrentino al principio del suo saggio citando Jean Luc Nancy. E la realtà c’è anche se non si vede. Come il sangue quando si è vivi e non si sanguina.

Continua con,
a bordo servono succhi d’arancia sanguigna. Ormai nei bar ti servono solo quelle e mi chiedo che fine abbiano fatto le altre arance…

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6 Responses to A gamba tesa (appena appena)

  1. véronique vergé il 13 dicembre 2007 alle 11:41

    Complimenti Francesco,

    Sono frammenti come isole collegate con l’acqua, la luce liquida che si rispecchia. Tutta la riflessione parte di una vista dal cielo, in altezza. Si puo morire per un libro? La società perde lo slancio che fa osservare il mondo con la voglia di cambiarlo. La cultura viene nel corso del consumo, il libro si consuma,di lettura veloce, pronta all’oblio. Libri presentati nel fracasso del mercato, nel movimento, l’effimero e la moda.

    Il libro di Roberto Saviano non è l’effimero, è il coraggio, l’amore per un paese.

    Grazie Francesco, per questa luce idealistica. Non so se ho ben tutto capito, perché il pensiero è molto sottile.

  2. Tino S. Fila il 14 dicembre 2007 alle 18:05

    Un gran bel testo, davvero.

  3. isabella il 15 dicembre 2007 alle 00:40

    Arrivo un po’ in ritardo, ma ti leggo e mi sembra quasi di rivedere il nostro percorso in taxi da casa mia verso la fiera: quando mi parlavi di quanto ti piace osservare ‘il mondo’ dall’alto, quando sei in aereo. E questo tuo intervento sembra una visione panoramica. Sai cosa ne penso della fiera, come la vivo, come ‘la osservo’ e come la amo, nonosante quegli spazi compressi, già. Ma poi la bella gente, le belle facce, i libri che ami e quelli che scopri, per qualcuno merce, per altri oggetti preziosi… E le facce ritrovate, riscoperte, e le chiacchiere e la confidenza son cose che fanno respirare bene, leggeri. Chiederò a Babbo Natale (se esite ancora ed è disposto ad arrivare dalle mie parti) una copia de Il corpo e il sangue d’Italia; e rifletto sulle idee… che a inseguire le idee (e il mondo che ami) si perdono mille occasioni di lavoro, ma sei nel mondo che ami, appunto… e c’è del coraggio, o della follia in tutto questo. Evviva il coraggio! Evviva la follia!
    je t’embrasse et bonnenuit (e un a tazzina di caffè per il risveglio),i.

  4. dege il 15 dicembre 2007 alle 13:26

    ahò, francè, ma teoricamente un blog proviene, come dici tu, dal mondo reale o da uno spam prodotto dalla società dello spettacolo? è voglia di scrivere o voglia di pubblicare? ci ho un bloggo mentale in questo momento…

  5. effeffe il 16 dicembre 2007 alle 09:18

    Qualcuno dice pubblicare un post. Altri postare un pubblico. Io non dico niente.

    aforisma comunista dandy tratto dalla raccolta Rien à dire tout à faire
    en hommage à dege
    effeffe

  6. dege il 17 dicembre 2007 alle 12:31

    Da qualche tempo, il fatto che la vita non abbia alcun senso, anzichè sottrarne, aggiunge senso alla mia vita.

    aforisma dege tratto dalla raccolta Taccuino metafisico, edito da La Camera Verde.

    en hommage à effeffe.
    dege



indiani