Anteprima Sud n°10: Pasquale Panella/Lucio Saviani

20 dicembre 2007
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da “Valéry Vartan” O due uomini al mare”.
Saggio per voci e scena di Pasquale Panella e Lucio Saviani, su L’idea fissa di Paul Valéry.

di
Pasquale Panella

Ci siamo espressi
anche in forma di versi cantabili,
così come cantabile è il pensiero
filosofico, che è una forma di melodramma
accettabile, nel quale chi vive muore…
Ci siamo espressi in forma di versi
soltanto perché quell’espressione
non ci faceva orrore…

Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa…

L’idea fissa è un motivo di canzone
che vince sulla nostra volontà…
Volendo e non volendo ci risuona
in testa come un dolore che ha, come causa,
un motivo, quello stesso motivo
che torna e che vince sulla nostra volontà…

e si ripete, si perpetua, anzi di più: si perfeziona…
e il motivo diventa più sottile, più abile, più potente,
più forte e insistente del pensiero, pur essendo pensiero…
ma è pensiero che si fissa, è un’idea, geniale in quanto
non produce più idee ma se stessa… è inattaccabile…
quindi è una tortura… pensa come un pugno che ha in pugno
un pensiero… e sfugge alle condizioni del pensiero
a mano libera… e tu diventi quel motivo… tu diventi,
finalmente, un motivo al mondo (che è più che averlo)…
è quel motivo diventa il tuo cantante (che canta te)…
Ogni motivo piacevole è piacevole disperatamente…
e disperatamente ti vince… e disperatamente
non è che lo ricordi, ne sei solo invaso… ma tu non lo ricordi…
ti ha solo in pugno… e tu non lo ricordi…
e all’improvviso sai che è fatto per essere dimenticato…
Specialmente nel pezzetto che fa zum zum zum zum…

… Sì, la notizia, l’informazione, la cultura, l’aggiornamento…
ogni giorno di più… Vorrei tornare a non sapere nulla
del sesso, ossia di tutto… i fatti, le ipotesi… il detto,
lo stradetto non detto, il sottodetto… l’inteso sottinteso…
lo stra-male-detto sottotesto, questa ignobile espressione,
che il linguaggio mi perdoni… la certezza della malafede
di chi si esprime… ciò che dice e ciò che non dice…
e noi dobbiamo afferrare sia l’uno che l’altro…
dobbiamo sapere… e il rapporto tra sapere e soffrire
è molto stretto… passami i sottaciuti…

… il piacere ci fa vacillare… è un’insinuazione
sismica nel nostro muro di mattoni…
è come la paura che non ci fa pensare…
non è un caso che si possa, quasi solo per prova,
provare…

Di sicuro so soltanto che fa zum zum zum zum…

… e ogni mattone è un pensiero che dura…
anche se il pensiero non potrebbe durare…
è un istante… ma noi come collante…
ma noi, come la malta, cerchiamo di assestarlo…
e questo assestamento è la durata…
facciamo movimenti da cazzuola…
nel polso c’è lo snodo del pensare…
… e pensare non è il pensiero, è l’atto del pensare…
è lo scarto tra pensiero e sensazione…
noi vogliamo sentire il dolore del pensiero…
che di per sé è un istante, senza male o bene…
siamo noi che con le braccia, a lungo, tese,
vogliamo sentire che cos’è: sostenere…
… come si dice? Il peso… vogliamo avere peso…
badiamo al peso… e che qualsiasi cosa l’abbia…
un peso… l’amore, per esempio, un altro istante…

O un pezzo per tanti, ma tanti violini…

… appunto… ogni nostro disgusto è nostro…
e col tempo magari si attenua, lo perdiamo…
e un altro disgusto ci conquista… così conosciamo
il ricordo… il ricordo di un antico odio… di un antico
amore… Ma l’uomo crea sistemi gustosi… gradimenti
ad alto rendimento… o rendimenti ad alto gradimento…
è la sua fatica… è il suo fallimento… sono le sue canzoni…
ogni suo amore è già l’amore di tutti…
e quel senso finale, quel senso di speranza…
che è la più totalitaria conquista della statistica…

… e ammettiamo che la speranza conquisti la statistica…
a fin di bene… ossia per essere compresi un po’ da tutti…
che fine farebbero bontà e malvagità?…

… la stessa fine… guadagnerebbero lo stesso aggettivo:
irresistibile… un’attrazione irresistibile per la bontà,
una repulsione irresistibile per la malvagità…

… la bontà diventerebbe endemica, congenita, inevitabile…
… la malvagità penosa, dolorosa, anche solo a pensarci…
e allora…

… allora niente più merito… l’atto buono sarebbe un atto
dovuto… l’atto malvagio non avrebbe prezzo… l’enorme
sottigliezza è questa:… il male varrebbe la pena, il prezzo
inimmaginabile dell’impossibile… diventerebbe metafisico…
… è strano… ma in questa finale, statistica conquista
vedo come un inizio… una genesi…
Sono anch’io invaso, ma da un dubbio: che il paradiso
terreno non sia stato creato ma sia
stato scoperto da un’orda statistica… e irretito in quei
reticoli in cui saettano le frecce grafiche…

… che colpiscono nell’intimo…
… E dall’intimo, bucato, fuoriesce
ogni segreto e si disperde…
addio, lotte intestine…
addio nostre, tutte nostre,
irriferibili e segrete stime
(perché ci stimiamo
più che disprezzarci)…
addio interiori generosità
ingegnose, addio alle nostre
intrinseche invenzioni
con le quali creiamo materiali
e occasioni per fingere di mentire
(la verità è soltanto qualcosa,
la stessa, da dire)…
Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa…

… fino a essere parecchi… parecchie
proiezioni elaborate su dati infondati …

… là dove non può
raggiungerci la statistica,
là dove non vogliamo
essere gli altri che siamo…
Sentire una specie di orchestra suonare suonare
suonare suonare_zum zum zum zum zum…

… questa vita che non quadra col pensiero…
ci hai mai pensato?… se noi potessimo progettarla
la penseremmo diversamente… eppure noi
pensiamo dalla vita, dal suo interno… Non quadra…
nemmeno con la nostra esperienza, non quadra
con le nostre conoscenze, non quadra con i nostri
romanzi, con le nostre canzoni… lo sappiamo
e continuiamo a immaginare, a scrivere, a cantare…
diciamo: è la vita… ma non è la vita… qualche
volta l’indoviniamo compiendo un gesto d’avanguardia,
di sperimentazione… la vita è sperimentale…
Specialmente nel pezzetto che fa zum zum zum zum…

… questa vita… è surrealista, è dadaista…
questa cubista… la vita… questa stupida sottile, questa
flessibile, questa inflessibile, ostinata vita…
questa contraddizione di se stessa… chiedendo a noi
di non esserlo, contraddittori, ma d’essere logici…
e c’è un perché… aspetta viziosa che noi scivoliamo sopra
una coscia di banana… e ci contraddiciamo…
perché lei se la gode la contraddizione, è il suo erotismo…
la eccita e l’inebria, la contraddizione… ha bisogno
della morte e dell’istinto di conservazione, del mimetismo
e del tutto tondo, dell’ordinario e dell’egotismo,
dell’economia in mano a pochi come fosse un onanismo…
e della profusione solidale e cooperante
come fosse un orgia… ingorda d’altruismo…

… prendi il mio braccio… prendi il mio braccio
con tutta la mano… ecco il mio braccio…
ecco la mano… la apro, la chiudo, la volto…
cosa c’è dentro? Un assemblaggio, un congegno
di solidi: ossa, tendini, leve, bielle, giunti, tiraggi,
tralicci aggettati…tutto connesso… una mano…
un sistema di macchine semplici… una struttura
complessa di pratica utilità… una mano…
un meccanismo… potremmo imitarlo… e le forze?
Dico: il muscolo?… Siamo capaci di riprodurlo?…
Ah! Il muscolo… ho detto la parola… il muscolo
della zanzara: ottomila battiti d’ala al minuto…
ottomila, dico…
Facendo ogni tanto zum zum zum zum…

di
Lucio Saviani

Ma cos’è questo frusciare, cinguettare,
balbettìo di cose, di pensieri di cose, di voci e sbuffi,
spifferi da una porta,
leggeri come foglie della diva cumana,
foglie scritte e sparse via, al vento
come d’autunno, sì, sugli alberi
ma così per poco, e poi a terra,
a frusciare, a capitare,
calpestìo di cose e pensieri,
leggeri, a volare bassi, foglie sparse,
secche e leggere…
Che è questo silenzio lontano,
così lontano che non è silenzio
ma folla, folla che corre, di città che sale,
alza la voce, sale su, indigesta e va su,
alla testa, aria fresca e salata, leggera, a frusciare,
annusare, a balbettare, urlare appena,
a sbocciare, come odore di malvarosa…
Che bell’aria fresca, ma dov’è?
Non c’è sostanza, è erranza,
fruscìo, soffio, corrente. Manca una presa,
manchiamo pure la mira, una presa d’aria. Dov’è?
Profumo d’epoca, lo Spirito, sostanza volatile,
che svapora, evapora, vola via e perciò resta.
Ha l’aria di esserci.
Ed è respiro, respiro che non manca.
Manca l’aria, di una volta e che ogni volta manca. Si sa,
solo ciò che manca è. E, per questo, ritorna.
Ma cos’è questa mancanza di spirito?
E’ aria e tempo che ti manca.

(…)

Come si dice? “Vacanza dello spirito”.
Come ritrovarsi da soli in riva al mare e sentire di essere in due.
Sì, è vacanza, un vuoto affollato, pieno di sé,
che scurisce e secca, va giù e ritorna, come il bagnasciuga.
Questa striscia di sabbia e acqua che noi siamo,
terra mai ferma, sempre sul punto di sparire. Affollata.
Di ricordi e conchiglie, ossi, granchi secchi, fossili osceni,
gusci, occhi di pietra, cicale morte.
E sentirsi così, sfasati, fuori tempo,
tra il sentimento di essere tutto e l’evidenza di non essere nulla.
I pensieri vanno e vengono come schiuma.
Le onde si agitano in superficie e il fondo del mare resta tranquillo:
partire dalle onde che siamo per mettere radici nel fondo del mare.
Accordare il respiro col grande respiro delle onde.
Inspirare ed essere espirati,
espirare ed essere inspirati.
Lasciarsi portare dal respiro come dalle onde.
E in due fare folla,
come un dialogo per niente, senza motivo,
senza movente, così,
per un colpo, come per una ‘insulazione’.
A sentirsi fuori posto, fuori luogo, come una slogatura.
Come quelle palme che trovi sempre
nelle stazioni piccole e deserte.
Come diceva il Principe? “Out of joint”.
Insomma, ad esser leggeri,
come nella sequenza tagliata di Uccellacci e uccellini,
a puntare i piedi e a spiccare un volo improvviso,
ma senza ali, con le braccia, come l’altro Principe, comeTotò.

(…)

Non si può pensare decentemente,
se non si vuol far del male a se stessi.
E io avevo finito per diventare un pugno di dolore.
Ero in balìa di grandi tormenti;
pensieri attivissimi e acuti mi guastavano quel che restava del mio spirito,
e del mondo. Niente poteva distrarmi dal mio male,
senza che io vi tornassi ancora più disperato.
Un dolore causato da un pensiero alimenta questo stesso pensiero,
e perciò si genera, si perpetua, diventa sempre più sottile,
più inattaccabile, una tortura.
Diventa un parassita.
E ci sono insetti che si attaccano agli angoli degli occhi,
mentre si dorme, e succhiano lacrime.
Non so cosa mi trattenesse dai rimedi estremi…
Mi limitavo ai minimi: il lavoro e il movimento.
Trattai come un tiranno l’intelletto e il corpo,
con violenza e incostanza. Gli diedi esercizi difficili.
Era fare in piccolo ciò che fa l’umanità con le sue ricerche
e le sue speculazioni: approfondisce per non vedere.
Mi misi a camminare per quasi tutto il giorno,
andavo in giro per la città e il porto.
Ma la legge dei passi regolari si piega a ogni delirio,
e porta in giro i nostri dèmoni quanto i nostri dèi.
Io fuggivo davanti ai miei pensieri.
Portavo qua e là qualcosa che mi faceva morire di dispetto,
furore, tenerezza e impotenza.
Ed ero in ogni istante dove non ero affatto.
Che c’è di più inventivo di un’idea incarnita e infetta,
il cui aculeo spinge la vita contro la vita fuori dalla vita?
Camminavo, camminavo e sentivo che questa rabbia non smuoveva
l’atroce insetto, la punta ardente, il bruciore nella carne del mio spirito.
Questa strada portava al mare.

11 Responses to Anteprima Sud n°10: Pasquale Panella/Lucio Saviani

  1. cappuccetto il 20 dicembre 2007 alle 13:04

    mi piace così tanto quell’ombrellino verde….

    :-)

  2. vero il 20 dicembre 2007 alle 13:29

    en vacance de l’esprit

    giorni a pendolo
    oscillano nella campana di carte
    tra le mani lingue ingenue
    sacchi aperti e rivoltati in tasche

    e scivola un dolce martirio
    come il ciondolo di un orecchino

    male sento che vira in bene
    come un cavallo si scuote per bere
    la porta si apre nel luminosolembo
    di fracasso entrato nel grembo

    lineulum lo pieghi in quattro parti
    schiacci noci e parli da gigante
    ma nulla scuce l’orlo di questa vita
    come questa parola

    infinita

  3. Charlotte vergé il 20 dicembre 2007 alle 14:21

    Direi vacanza della mente. Un momento tranquillo all’orlo del mare.
    e’ un post ricco con molti riferimenti che mi scappano, certo.
    Merita una lettura profonda e attenta.
    Trovo l’immagine dell’ombrellino originale nel tempo ivernale: è il sogno che tutti fanno nel freddo e nel buio della mattina, con musica in testa.

  4. Francesca il 20 dicembre 2007 alle 14:42

    Caro Francesco,
    che meraviglia quest’anteprima. Colpisce dritto al cuore del mio debole per Panella e l’effetto è quello che si prova dopo una corsa, piacevolmente senza fiato.
    Non conosco il secondo autore e mi pare sia il caso di rimediare.

    Questa volta mi firmo anche col cognome. Ormai siamo tante, noi francesche, da queste parti!

    Francesca Bertazzoni

  5. marco rovelli il 20 dicembre 2007 alle 15:18

    Francesca, se ami Panella allora non puoi esimerti dal leggere Il giovane sbirro di Biondillo, il primo capitolo è una lunga apologia della coppia Panella-Battisti…

  6. Francesca il 20 dicembre 2007 alle 16:42

    Caro Marco,

    comprato, letto, assimilato. (Comprato, capito Gianni?)
    Le apologie sono pericolose, soprattutto quando ne condividi i contenuti e ti sorprendi ad annuire quasi fervidamente mentre leggi.
    Mi sento molto adolescente, in quei casi.

  7. marco rovelli il 20 dicembre 2007 alle 17:03

    Cara Francesca,
    (bello parlarsi in un thread come per lettera…), bene! – essendo parte in causa in quel libro, ne sono ancor più contento…

  8. gianni biondillo il 20 dicembre 2007 alle 19:08

    Bene hai fatto Francesca a comprarlo (perché, come sai, “tengo famiglia”).

    Intendi forse dire che io e te, Marco, siamo i Battisti-Panella de’ no’ antri?
    ;-)

    (sul testo suppubblicato nulla dico. Dico solo che se incontrassi per strada Panella mi inginocchierei, riverente)

  9. furlen il 20 dicembre 2007 alle 21:53

    Carissimi Gianni, Francesca, Marco
    occasione d’incontro con il maestro (i maestri) sarà quella della “mise en scene” dell’operetta di cui ho postato i due estratti, e che sarà rappresentata al Circolo dei Lettori di Torino a fine gennaio. Un altro colpo indiano…
    effeffe

  10. Cristoforo Prodan il 24 dicembre 2007 alle 00:58

    Ho sempre ammirato il raffinato uso linguistico (avrei voluto scrivere “della lingua” ingenerando involontarie ambiguità) di Pasquale Panella, che cominciai a conoscere proprio attraverso le straordinarie canzoni dell’ultimo Lucio Battisiti.

    E quello che non ho mai capito è perché Panella un giorno ha deciso di uccidere Battisti/Panella temendo di diventare scontato e atteso, per poi diventare scontato e atteso successivamente, con altre canzoni, canzonette, operine e operette. Come se una donna mi lasciasse dicendomi che è stanca degli uomini, che ha bisogno di stare da sola, e poi il giorno dopo la trovassi a scopare con il primo energumeno subnormale incontrato in discoteca. Eppure ti amavo…

    «… questa vita che non quadra col pensiero…»

  11. aladine il 31 dicembre 2007 alle 10:07

    per Lucio
    che dire, veramente…..qualsiasi commento, qualsiasi parola sarebbero un sasso, un voluminoso peso nei riguardi di un verso che sfugge proprio al peso, alla fissità e diventa fluidità, come la musica, come il colore, come la luce….per cui mi lusingo di avere avuto la gioia del leggere e mi ‘dispero’ per non poterne sentire l’interpretazione……
    la parola che sfugge produce emozione, ma non puoi afferrarla….

    consentimi solo un piccolo commento: apprezzo i riferimenti alla ‘nostra terra’….il Principe, la Sibilla….
    un saluto!



indiani