gilgames’

di Laura Pugno

campo di grano selvatico
latte di asino selvatico
il selvatico che non conosce –

esce dalla sabbia
legge i sogni
vedi nel movimento della sabbia
che è presente

vedi
il luogo splendente,

che è–cerca,
che coincide


*

l’abito di piume
è appeso al buio,

è sulla carne del braccio,

il corpo cambia
in quello di un uccello

*

ti muovi al buio,
c’è buio nella tua bocca

vai verso
una striscia di spiaggia
fatta di ciottoli –
a quattro zampe

il buio ti bagna le dita
delle mani

*

la pianta che cresce sott’acqua
con foglie carnose
come salvia –

la pianta perduta
che cambia
la tua carne

come grano
perfetto e splendente
che cresce sott’acqua

*

beve alle pozze come
l’animale perfetto
balbetta la lingua

le parole gli prendono forma
come sassi nell’acqua

*

ogni sera con un sogno
nel cerchio di grano selvatico cambia,
perde la prima pelle

dormi nel bosco
il sonno che viene dal bosco
il tuo corpo è una pianura
punteggiata di fuochi

*

la lingua si ritrae,
contrae
gli splendidi muscoli,
cerca copertura

all’entrata del bosco –
lo splendore portato come un mantello

*

viene la doppia ora
simile a una tartaruga

la gola e la nuca
scompaiono
nel guscio d’osso

il sole è sul fiume e la libellula
è sul fiume –
gli occhi verso il sole

*

il guscio d’osso
o, rovesciata la struttura,
lo splendore –

il sonno è una nebbia,
il sonno è una forma di pane
accanto alla testa

la bellezza del tuo corpo è coperta

*

scendi sott’acqua
porta la pianta dell’inquietudine
negli orti di casa,
masticala come un’alga
nel piatto di casa

*

“di colei che là riposa, che là riposa, la madre di Ninasu,
che là riposa:
le sue pure spalle non sono ricoperte di nessun vestito,
i suoi puri seni sono come coppe di unguento appese!”

le tue spalle non sono coperte da nessun vestito

*

hai visto la forma del vento
nella forma del vento a branchi di uccelli
hai visto

come un vaso rotto
come uno splendido stendardo

“hai visto colui il cui spirito non ha nessuno che si curi di lui,
l’hai visto?”

“sì, l’ho visto:
è costretto a mangiare i resti della ciotola,
i rimasugli del cibo buttati per strada”.

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4 Commenti

  1. Il corpo esce dalla natura, nella perfetta bellezza, nella solitudine animale.
    Un canto del vento in movimento.
    Il corpo è le pietra viva, morsa. sensualità viva, incisa nella pelle.

    Una poesia che dà l’anima piena, perfetta, selvatica.
    Adoro!

  2. La poesia di Laura Pugno è assieme corporea ed astratta, serena e violenta, preistorica e visionaria.
    E sempre davvero apprezzabile il suo lavoro di ricerca, sia poetica che prosastica.

  3. bello vedere come, quasi rassicurata di sé stessa dopo le prove (di forza) de “il colore oro” e di “sirene”, lp ritrovi una certa libertà e dolcezza, e perciò profondità umana del dire, in questo accenno di gilgames’. [e dico ri-trovi perché ricordo suoi versi più antichi, come “non è la stessa lingua che parli, se il tuo corpo è il sole”.]

    questi sono i primi scritti della conciliazione, di un autore che non deve più provare sé stesso.

    da un punto di vista teorico e astratto, questi testi sono un passo indietro, non foss’altro nei seguenti aspetti: rimando esplicito e in chiaro a una tradizione (nomi, citazioni), uso della metafora e dei paragoni
    (“le parole gli prendono forma/come sassi nell’acqua”, “viene la doppia ora/simile a una tartaruga”, “lo splendore portato come un mantello”), ricchezza del linguaggio, maggiore generosità nelle immagini.

    un passo indietro, si intende, nel percorso che lp sembrava voler decisamente tracciare, sua personale esplorazione fuori del Novecento (o dell’inesistente “presente”), insomma suo esercizio di ricerca artistica
    (tra i pochi esempi, il suo di una vera e propria e riuscita ricerca, oggi). perché questo percorso sembrava fatto di un controllo registico delle parole, di un abbandono totale della metafora a favore di relazioni di identità rigide, o di sostituzioni simboliche e concettuali, o meglio né simboliche né concettuali. una sorta di poetica apofatica la sua, ne “il colore oro”, e fortemente progettuale.

    [a ben vedere là, quasi non potendo lei stessa respirare nell’aria tanto rarefatta che si era preparata, lp indulgeva – e in questo stanno le debolezze di quei libri – in troppo vistosi debiti con certa fantascienza
    (specialmente cinematografica), in goffaggini a rischio di disinnescare l’effetto di insieme.]

    qui invece lp si concede l’esibizione di una debolezza, di una passività, di una passività verso le proprie immagini (mentre il libro precedente era tutto un esercizio di attività e di controllo, di nefasta negazione) e in questa passività soltanto io vedo la possibilità di un lavoro bello, davvero dorato (che prende i riflessi del sole), perché nell’accettare la propria misura di passività verso l’esterno, verso le parole, verso le immagini, verso i significati, verso la tradizione, verso anche le proprie materiali condizioni di vita (corpo, tempo, spazio), sta il germoglio della sapienza, la riconoscenza del poeta.

    le caratteristiche “materiali” del testo accennate sopra sono soltanto il sintomo di un ben più pervasivo cambiamento nella poesia di lp. provo a dirlo rapsodicamente in poche note.

    in gilgames’ lp si concede una rappresentazione “ciclica” piuttosto che “puntuale” e “interrotta” quale quella che dominava le prove precedenti (e.g. “ogni sera con un sogno/nel cerchio di grano selvatico cambia,/perde la prima pelle”, n.b. “ogni”, “cerchio”, “grano”). e la ciclicità qui non è coazione a ripetere, ma la ripetizione come condizione della vita.

    anche: la ripetizione qui non è più teurgica, sciamanica, evocativa. è una ripetizione strumentale alla ricostituzione del mondo, al riconoscimento ed alla awareness del numero degli elementi del mondo ricostituito, e della possibilità nuova di una storia naturale soltanto all’interno dello spazio disegnato da questi elementi.

    ancora: l’identità dell’individuo è costituita dai medesimi elementi che costituiscono l’esterno, lo spazio, la possibilità del movimento. (“campo di grano selvatico/latte di asino selvatico/il selvatico che non conosce –”, “ti muovi al buio,/c’è buio nella tua bocca”, “dormi nel bosco/il sonno che viene dal bosco”).

    anche: l’ibridazione (la sirena, il minotauro) lascia il posto alla metamorfosi e alla metempsicosi “dolci”, al mutare delle forme (“il corpo cambia/in quello di un uccello”) un trascolorare naturale e classico di forma in forma prende il posto della doppiezza, del grottesco
    della doppia forma costretta in impossibile unità, che dominava “il colore oro” e altre prove precedenti (cfr., e.g., “animal master”).

    i procedimenti di identificazione – che, a livello stilistico mantengono ancora una grandissima importanza – non sono più traumatici, non stanno più in conflitto con il procedimento metaforico, analogico e comparativo. logica dell’identità e logica della somiglianza convivono
    in maniera risolta (qui, per esempio, l’identità fa da preludio a una immagine visiva: “il tuo corpo è una pianura/punteggiata di fuochi”, ” “,)

    la coazione sembra scomparsa, qualcosa è stato pacificato (quasi, diremmo, dall’olocausto di sé che il poeta ha compiuto pubblicando “il colore oro”). quel rito ha avuto il suo effetto. per la poesia, in essa.

    il pericolo per la poesia di lp è questo: che la mandorla nuda marcisca che l’uovo muoia non covato, che la voce che è riuscita a lavarsi della polvere del tempo non sappia cosa dire. quest’arma bianca e d’oro che lp
    ha levigato fino ad oggi, deve essere infine rivolta verso il solo obiettivo (l’uomo) per dire qualcosa. lp comincia già a farlo, nel testo qui sopra, mi sembra, così che nessun esegeta potrà sentirsi autorizzato, da ora in poi, a paragonare questa poesia a un videogame insensato, a una scatola vuota.

    lorenzo carlucci

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