Da “Colonne d’aveugles”

19 febbraio 2008
Pubblicato da

pieter-brueghel-21.jpg di Andrea Inglese

Colonna di ciechi

una strada che si guarda di giorno e di notte,
di cui si beve ogni spostamento d’ombre,
in ogni stagione, con lampi di segnaletiche
e fari, figure sbandate lungo i cancelli, bambini
che cercano il sasso e il petto tenero dell’animale,
quelli chinati nelle poltiglie di foglie, quelli veloci
che chiudono con mani di fata silenziose portiere,
nei colpi continui della luce a illuminare le gole,
le gengive nude, e le teste molli in quella fiamma
che cercano riparo, assorbendo nei pensieri l’asfalto

finché verrà il tempo di camminarci da ubriaco,
con sporte a tracolla, lacerate, perdendo
pallottole di calze, scatole di latta, pupazzi
dal capo scotennato, camminarci a vita
con ogni muscolo contratto, le braccia tese
alle altrui spalle, in lunga colonna, pronti
uno dopo l’altro, fiato nel fiato, alla caduta
dove non più si dirà mio l’occhio o il labbro
che restano o le paure che scuotono a raggio

dove le ginocchia batteranno le une
contro le altre come a tenersi in piedi
inutilmente tardi nell’attimo finale
della caduta

* * *

Vita

Non posso non raccontare la mia storia.
Chiamo questo: calamità autobiografica.
Doversi fare una storia, andarla ad estrarre
come una scheggia, tra i tessuti fragili
della pelle, a rischio di

sbriciolamento,

farla nascere, imprimere un’esasperante lentezza
a questa cosa mai accaduta, mai appianata,

a questa x

pulviscolare, interrotta,
istantanea,

di cui si hanno dintorni a perdita d’occhio,
coltri che circondano,

di cui si ha un infinito accerchiamento

senza possibilità di approssimarsi,
di dire: bambino, io, mia pelle, caduta sulla ghiaia.

Ci sono in compenso radiografie
molte, a partire dai quattro anni
rimangono quaderni di scuola,
copertine di quaderni,
rimangono dintorni, passaggi documentati, scontrini.

Di quale storia si parli non è chiaro,
renderla mia è rallentare,
dare il controdocumento, dall’interno, dal buio della x,
dare qualcosa dal centro,
inventare che ci sia centro
mettendo in prospettiva e simmetria e successione
e comparando tutte le ferite, i punti di sutura.

Quel ferimento è il lato interno
di quello che fuori è pura traccia,
puro ritardo,

perdita,

documento. Anagrafe.

* * *

Passante

Ti hanno detto?, hai saputo?,
era un sogno?, dovevi guardare,
non per sentito dire, non ero io,
succedeva, ma come sempre,
te ne ricordi?, quali angoli?,
quello no, succedeva, si dice,
tanti, erano tanti, ma poco,
ci si accorgeva poco, non ero
solo, chi allora?, con chi?,
qualsiasi, gente intorno, sempre,
troppi, eri stanco?, eri assente?,
che cosa hai visto?, ogni volta,
ma in fretta, proprio in discesa,
non credevo fosse, non così,
non fino a quel punto, ero io,
con me, a parlarmi, di soldi forse,
quanti ne hai contati?, molti,
erano coperti, a metà, li vedevo,
ma nascosti, sotto coperte, chi?,
o cartoni, sacchi pieni, spesso,
dov’erano?, di passaggio, ecco,
ero di passaggio, presumevo,
indizi, una mano poggiata a terra,
succedeva, dicevano, anche a me,
dicevamo tutti, in continuazione,
passando, passando via, lanciati,
ognuno se stesso, solidamente,
non volevi o non potevi
ascoltare?, disastri di frasi, a volte,
non io, ero in me, eravamo tanti,
ma veloci nel passaggio, via, nascosti,
noi eravamo più nascosti di loro,
in piedi, di corsa, a terra come statue
loro, che cosa dici?, non so,
niente, forse neppure, per davvero
respiravano, lì fermi, con la bocca
devastata, noi via, basta, bastava.

* * *

Immagini

Ti parlerò ancora di questo: la finestra
del bagno è esplosa, rimane scheggiato
un contorno di punte ancora fisso
nel telaio di legno; nella mia camera
una crepa orizzontale ha gonfiato
l’intonaco; nella stanza accanto
il parquet è tempestato
da interminabili graffi
come fosse stato percorso
da uno stordito animale unghiato;
nei due bagni bisognerà
strappare dal suolo
il velo di linoleum
con i grossi fiori gialli stampati sopra.

A questo vorrei aggiungere
l’immagine dell’albero e del vento,
senza decidere se è quercia o nocciolo,
se viene di sera o di mattina,
se puoi grattarne via la corteccia
o ti fa tremare l’orlo dei pantaloni…

E anche quella foto,
da un libro serio per bambini:
i piedi senza bende del faraone
su sandali dorati, le grosse dita
incapsulate in un piccolo rivestimento d’oro,
la sporgenza del tarso
oltre il velo di carne asciugata.

Non dimenticare che i Ponca, sul fiume Niobrara,
coltivavano mais e ortaggi,
sopravvissero al vaiolo dell’uomo bianco
ma nel 1877 furono spostati come mandrie
per centinaia di chilometri e molti
morirono camminando

(vedo l’immagine del cibo cattivo
e delle coperte scadenti
che gli furono offerti all’arrivo
a caro prezzo
dagli imprenditori bianchi
attivi nelle riserve).

L’ultima immagine è del bisnonno:
un impiegato basso
dagli occhi cerulei,
fu nel genio scavatori
durante la Grande guerra,
tornò dal Carso con una scheggia di granata
infitta nel cranio,
a casa aveva dei malori,
picchiò una volta a sangue
la moglie e le due figlie.

(Tutte queste parole cambieranno ancora
la consistenza delle immagini,
poi le consumeranno, e rimarrà
quel poco che resta,
proprio di fronte,
da vedere)

* * *

Colonne d’aveugles, è stato pubblicato in Francia in edizione bilingue, con traduzione di Pascal Leclercq (Le Clou Dans Le Fer, 2007).

(Immagine: Pieter Brueghel: la Parabola dei ciechi, 1568)

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7 Responses to Da “Colonne d’aveugles”

  1. nadia agustoni il 19 febbraio 2008 alle 08:00

    “Quel ferimento è il lato interno
    di quello che fuori è pura traccia,
    puro ritardo,

    perdita,

    documento. Anagrafe.”

    Versi che si fanno ricordare Andrea, belli. Auguri per la raccolta.

  2. sparz il 19 febbraio 2008 alle 08:49

    grazie Andrea, le ho lette come un ubriaco che non vuole smettere di bere per il puro piacere di andare avanti, ancora, ancora……

  3. Cappuccetto rosso il 19 febbraio 2008 alle 11:16

    mhm…che meraviglia!
    Andrea, complimenti, poi mi soffermo…

  4. orsola puecher il 19 febbraio 2008 alle 11:50

    idem
    idem
    idem

    Tutte queste parole cambieranno ancora
    la consistenza delle immagini

    forse si scrive per sperarlo

  5. Cristò il 19 febbraio 2008 alle 12:22

    “Passante” è straordinaria.
    Mi rimane in mente – dopo averla letta – il chiacchiericcio della gente, tanta e poche parole che si ripetono usuali a costruire un racconto di cui non si sa quasi niente. I brandelli di corpi diventano brandelli di parole e la storia esplode si arricchisce di particolari che il passante coglie e reinventa nella sua frettolosa attenzione.

    Mi ha fatto pensare al momento storico-politico che stiamo vivendo. Come nella politica mi sento passante incuriosito con la polizia che dice “non c’è nulla da vedere” ma io so che c’è tanto, davvero tanto da vedere, da capire, da raccontare.

    Bello davvero intenso.

  6. sparz il 19 febbraio 2008 alle 13:29

    la menzione della polizia da parte di Cristò, richiama irresistibilmente Cercando un altro Egitto di De Gregori:
    “…E adesso per la strada la gente come un fiume,
    il terzo reparto celere controlla.
    Non c’è nessun motivo di essere nervosi,
    ti dicono agitando i loro sfollagente…”

  7. Cristò il 19 febbraio 2008 alle 14:43

    Giusto sparz… non ci avevo pensato. D’altronde, giusto per continuare a citare l’ormai evanescente ma un tempo grande De Gregori, quando qualcuno dice “non c’è niente da capire” in genere ci sono da capire tante cose importanti e fondamentali.



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