Ultima corsa all’Avana

29 marzo 2008
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di Dante Castro

traduzione di Marco Ottaiano

Gli proposi di fondare insieme il marxismo magico: metà ragione, metà passione, e una terza metà di mistero.
Eduardo Galeano

Quella notte fu dura per entrambi. Decisi di dirle la verità, che nel giro di una settimana me ne sarei tornato a Lima, che non ci saremmo più rivisti. Avevamo in sospeso un viaggio verso le province orientali, prima Santa Clara, Ciego De Ávila, Camagüey, e infine Santiago de Cuba. Avevamo dunque un sogno difficile da realizzare. Difficile almeno quanto trovare un autobus all’Avana dopo le undici di sera. Ed erano le undici.
Avevamo visto passare l’ultimo una mezz’ora prima. Avevamo provato a prenderlo al volo, inutilmente. Assieme a noi, agile come una gazzella, c’era un giovane nero che aveva urlato oscenità quando l’autista se n’era andato senza aspettarci. “Prendilonelculooo!”, aveva detto rallentando la corsa, vedendolo partire avvolto da una nera nuvola di fumo. Era come il viaggio a Santiago che non avremmo mai fatto. Quel giovane nero sembrava abituato alla quotidiana frustrazione del trasporto pubblico: si pulì uno spazio nei pressi della fermata, si distese sul marciapiede e avvoltosi dentro un vecchio impermeabile, magrissimo, provò ad abbandonarsi al sonno. Noi preferimmo camminare.
– È l’ultimo 174 – le dissi. – È meglio che cerchiamo un 79…
– Fino a Miramar? – protestò lei.
– Beh sì, se non vuoi aspettare la confronta.
Che incubo la confronta: l’ultimo autobus degli ultimi autobus, alle tre del mattino, sempre se passava. In caso contrario, bisognava aspettare quello delle cinque. Significava passare dall’essere nottambuli al condividere l’autobus con i più accaniti mattinieri. Preferimmo il malecón. Era meglio che andare per calle Linea o per calle Calzada con il loro panorama di case ed edifici, invidiando quelli che dormivano serenamente. Sul malecón nessuno dorme né si annoia: né le coppiette che provano a fare l’amore, non viste, sul muro, né le jineteras che aspettano i turisti mostrando le loro grazie, né i venditori neri della borsa nera.
Ed era meglio non parlare, altrimenti si riprendeva il solito discorso. Se torni dalla tua famiglia. Certo, ritorno da loro, tu lo sapevi che ero sposato. Sì certo, lo sapevo, però una spera sempre che… Adesso non fare quella faccia che mi fai stare male. Che faccia tosta che hai. Io ti ho detto sempre la verità. Sì ma pure con la verità uno si abitua. Porca puttana! E che cazzo!! Perciò, meglio starsene in silenzio.
Se si presentava il caso, l’avrei invitata a sognare il viaggio verso le province orientali; alla fine avevamo ancora una settimana. Saremmo passati per Santa Clara, Ciego de Ávila, Camagüey; non avrei fatto visita agli amici e non ci saremmo trattenuti a Holguín, in casa di quel mulatto che odiava i neri.
– Immagino che sarai felice – mi disse. Aveva le braccia incrociate mentre camminava facendo finta di guardare il mare.
– Beh… non posso negarlo. Perdonami.
– Non devo perdonarti. Non sto più lottando, ormai.
– Allora comprendi… Non ti ho ingannato. Hai sempre saputo.
– Certo, sono stata io a creare il pasticcio, e alla fine sono sempre io quella che si mangia la merda, no?
Eravamo già in Quinta Avenida, e camminavamo sui fiori morti che il vento aveva sparpagliato sul marciapiede centrale. Quei fiori soffocati, calpestati, che sprigionavano aromi sensuali come quelli delle jineteras di cui si udiva il tacchettio solitario lungo la strada. D’improvviso mi fecero ricordare le assemblee per esaminare la condotta della compagna che si era compromessa con uno straniero. E lei, innamorata di un amore impossibile, che doveva difendersi contro tutti per un forestiero che alla fine se ne sarebbe andato. Incriminata, segnalata, innamorata. Perché con le compagne è diverso, compagno; loro non sono jineteras. E l’amore è l’equazione più difficile in tutti i sistemi.
Non avremmo ripetuto ancora una volta la stessa scena. Con quel silenzio imposto fra noi il cammino da El Vedado a Miramar era più lungo. Osavamo romperlo soltanto occasionalmente per chiedere un passaggio gridando verso qualsiasi auto passasse. Ma anche l’autostop era impossibile a quell’ora: nessuno voleva caricarci. Arrivammo a Miramar trenta minuti più tardi e ci sedemmo sul muretto della fermata. Lì avremmo atteso il 79.
– Compagno… è già passato l’autobus? No? Non ce ne sono per la nostra direzione? No, amico?
– Che ora fai, Pishtaco? – finalmente mi rivolse la parola.
– Mezzanotte meno venti – È un sacco di tempo che non mi chiamavi così.
– Devo scordarmi anche di questo, eh? Adesso che so che te ne vai… ne sto prendendo coscienza. Dicono che quando qualcuno sta per morire ricorda tutto quanto.
– Almeno non dovrai più prendere l’autobus a quest’ora…
– Stronzo.
Ancora una volta venne a punirci il silenzio. Nelle case i televisori annunciavano la chiusura dei programmi; subito dopo si sarebbero congedati gli annunciatori e sarebbero cominciate le prime note dell’inno nazionale. Un inno che ormai era diventato il mio. Nella scura solitudine della strada 42 danzavano tranquilli i pipistrelli e la brezza marina portava i lascivi aromi della Quinta Avenida. Era del tutto inutile parlare del viaggio nelle province orientali che mai avremmo realizzato. Nel giro di pochi giorni sarei stato in volo verso Lima, la mia casa, e mi sentivo colpevole di essere felice.
Continuava a contemplare il vuoto, seduta sopra le ginocchia a braccia conserte, e col mento che ci riposava sopra. Ogni tanto si sentiva il rumore di una moto in lontananza: lei si alzava in piedi con un salto, lo sguardo trepidante, credendo che fosse l’autobus. Questo accadeva all’Avana in piena crisi dei trasporti, la disperazione del viaggiare aveva reso la gente credulona; al primo rumore notturno di motori si alzavano con inquietudine per poi tornare, delusi, al loro posto.
Stavo meditando di inventare qualcosa per lei, prenderle una stella dal cielo per farla sorridere, e pensai a quel rumore lontano che ci faceva alzare ogni volta credendo che si trattasse del 79. Quell’autobus che sentivamo bramire nel mezzo della notte, ma che non vedevamo comparire: forse un’illusione acustica, forse un altro bus d’incerta destinazione, magari completamente vuoto e che procedeva spedito verso il deposito. Aspettai che si mettesse nuovamente in piedi e restasse di nuovo delusa.
– È l’autobus fantasma – mormorai.
– Eh?
– Non lo sai? Esiste un autobus fantasma e noi ora ci troviamo proprio nell’ora dei morti. Sta per scoccare mezzanotte.
– Questo è proprio un finale degno di te. Già non riesco a tornarmene a casa, e tu te ne esci pure con la cazzo di metafisica.
“La cazzo di metafisica”, certo. E il camerata Afanasiev, l’ultimo cazzone che ha semplificato il materialismo, ha detto che l’idealismo contraddice la scienza e che è legato a doppio filo con la religione – Puttana la miseria, la storia che m’invento deve sembrare seria -. E la cazzo di metafisica viene sola, come quando uno si siede a scrivere. L’aria fresca della notte l’avvicinò alla mia spalla, entrambi seduti sulla strada con le ginocchia all’altezza del mento senza osare abbracciarci.
– Lo Stato vi nasconde queste cose. Immàginati il panico, in questo periodo, se la gente lo venisse a sapere. L’autobus fantasma esiste, anche se non vogliono ammetterlo. Ti alzi continuamente in piedi credendo che sia il tuo autobus, no? Lo senti, ma non lo vedi. Ti rendi conto? E quello che veramente succede è che la tua ora non è ancora arrivata… L’ora che ti raccolgano per sempre nel corpo e nell’anima.
– Non dire sciocchezze. Chi ti crede?
– Quando sarà la tua ora, lo vedrai arrivare. Sarà mezzanotte passata e penserai di avere avuto la fortuna di non aspettare tutta la notte. Perciò salirai in fretta e all’inizio non ti accorgerai di nulla.
– Finiscila, ragazzo. È meglio che mi parli di calcio…
– Aspetta, che sto per finire. L’autobus fantasma ti porta a gran velocità e non fa nessuna fermata una volta che ti ha raccolto. Penserai che è meglio così – corri, autista, corri – che così arriverai prima a casa… Ma non ci arriverai mai.
– Ma tu guarda uno che deve sentire. Come se non avessimo già abbastanza pensieri per la testa.
– Aspetta: quando vorrai scendere non potrai farlo. Dirai all’autista di fermare l’autobus ma lui… come se non ti sentisse. Nemmeno la gente seduta ti sente perché altrimenti… lo sai, ti darebbero ragione, protesterebbero assieme a te. Ti dirigi verso la porta anteriore, provi a richiamare l’attenzione dell’autista: “Ehi, compagno, non hai sentito che devo scendere?” E solo allora ti renderai conto. L’autista si sta scarnificando, i passeggeri pure. Sono tutti morti che ridono della tua ingenuità. Quest’autobus ad alta velocità prosegue il suo cammino. Non si fermerà mai… sarà davvero l’ultimo… Mi segui?
– Sentimi tu… Io credo proprio che sei fuori di testa… Completamente matto. Da ricovero psichiatrico d’urgenza.
Non discutemmo più, Si udivano le ultime note dell’inno nazionale cubano dai televisori delle case. Le dodici in punto. Il fresco della brezza marina, la strada scura e solitaria, i pipistrelli che danzano nelle onde del vento. E non osavamo abbracciarci. Lei era sempre nella stessa posizione: col mento appoggiato sulle ginocchia e con le mani che reggevano le caviglie. Pensai che poteva averle fredde come le mie, così le mie dita cercarono le sue là sotto. Mani simili a pesci sorpresi dalle onde, perquisizione del cuore con i polpastrelli di ogni dito, collo di gattino nero che puoi toccare dolcemente, inizio di qualcosa che…
– Mio Dio! – gridò spaventata, in piedi d’un colpo.
– Ehi, che ti ho fatto? Che ti prende?
Tremava. Panico nei suoi occhi. Allora seppi che il mio racconto non era così male e che Afanasiev non era mai servito tanto in tutti questi anni. Che una mano fredda mi ha toccato, come facevo a immaginare che era la tua, perché diavolo inventi queste storie.
E alla fine arrivò il 79, l’ultimo autobus della notte. Era di quelli nuovi, donazione del governo spagnolo, tutto pieno di lampadine e con molti posti vuoti. Lei non volle salire.
– Guarda che questo è l’ultimo. Dopo non ce ne sono altri.
– No, tesoro. Io non salgo.
– Ma così non torni a casa.
– No, amore mio. Lascialo partire.
– E il tuo lavoro, domani mattina? Deciditi, sta partendo.
– Al lavoro ci penso io, caro. Che parta pure, io non salgo.
Dice Afanasiev, in una pagina degna d’oblio, che nel socialismo non ci sono sfruttatori, perciò non esiste gente interessata all’idealismo e quindi questo non si diffonde. A Cuba i babalawos raccontano che Ochún si unse di miele per tentare Oggún e far sì che scendesse dal monte. La mia coscienza dice che inventai la storia dell’autobus fantasma affinché camminassimo fino alla spiaggia per ripassare alcuni concetti.
Ed Eleguá ci faceva strada, e Changó e Yemayá aiutavano a riposare… Perché Ochún voleva che la notte finisse lì.

[Il racconto è tratto dall’antologia Voci migranti. Storie di esili e di esiliati, Marotta&Cafiero, 2008.]


 

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8 Responses to Ultima corsa all’Avana

  1. niky lismo il 29 marzo 2008 alle 15:29

    C’è una categoria di lettori (e di scrittori) che subisce il fascino del “cuento” come modalità letteraria specifica: per il magistero di Borges, o per l’obliquità di sguardo che ne filtra la prospettiva. Chi ne fa parte, riconosce in Dante Castro un patrimonio genetico discendente in linea retta da Cortazar, da Onetti, da Bioy Casares (anche a prescindere, qui, dall’esplicita citazione cortazariana). Le tre metà di Eduardo Galeano definiscono un paesaggio sempre sovrabbondante e sempre vuoto: l’unico in cui arrabattarsi per vivere. Personalmente, ne resto commosso.

  2. sass il 29 marzo 2008 alle 21:05

    Qualcuno sa dirmi da dove è tratta l’epigrafe citata di Eduardo Galeano???

  3. sparz il 30 marzo 2008 alle 22:50

    bel racconto, oltre Cortàzar, direi più sommesso. Grazie.

  4. fabrizio il 31 marzo 2008 alle 09:27

    Bello il racconto, e bella l’antologia da cui è tratto. Rodrigo rey Rosa, Jan J. Dominique, Horacio Castellanos Moya, Roberto Quesada, Tamar Yellin. Tutti nomi di assoluto valore.

  5. marco ottaiano il 1 aprile 2008 alle 10:04

    Avevo chiesto a Dante Castro un racconto sull’esilio per l’antologia. Lui non ci ha pensato due volte, ha scelto questo e me l’ha subito spedito. Ma qual è il vero esilio in questo testo? Quello del protagonista? Se lo è, dove si realizza la condizione di esiliato? A lima o a L’Avana? E la donna del racconto? non sarà forse lei a vivere da esiliata, lì nella sua terra, nella sua città, una volta che il suo uomo sarà via, rientrato nei propri, ufficiali, affetti familiari?

  6. Effe il 1 aprile 2008 alle 10:22

    ringrazio ancora Marotta&Cafiero per aver permesso la pubblicazione in anteprima sulla rivista Buràn del bellissimo racconto di Tamar Yellin presente nell’antologia

  7. barnel il 1 aprile 2008 alle 14:43

    Un libro senza tempo, di altre frontiere e altri confini, di altre terre e altri destini, che attraversa, con le sue storie, il respiro del mondo. Ho appena terminato il mio viaggio di esule lettore e già ho voglia di navigare di nuovo l’eterna deriva di voci e parole migranti.

  8. alessandra forni il 4 aprile 2008 alle 00:01

    un racconto bellissimo, di grande respiro, e di grande malinconia. mi sono emozionata



indiani